Violenze di genere: non dev’essere una lotta tra donne e uomini

Forse potrò sembrare un po’ ripetitiva, ma non mi stancherò mai di dire che nella lotta contro le violenze di genere gli uomini devono essere inclusi nel dialogo attuale. E soprattutto, devono essere liberi di potersi esprimere su quale sia per loro il significato di lotta di genere, generazione eguaglianza, giustizia e opportunità egualitarie tra donne e uomini.

Anche gli uomini possono essere vittime di violenze, di harassment, parola trendy di questi tempi che può essere tradotta in molestie. Volete un esempio? C’è questa donna che vuole assolutamente uscire con un uomo: l’uomo, in maniera gentile, declina l’invito, ma lei comunque continua a chiamare e arriva addirittura a pedinarlo. Allo stesso modo delle donne, è un falso mito il fatto che la violenza negli uomini sia innata: anzi, è proprio colpa di un modello sbagliato di mascolinità che permette e incoraggia gli uomini ad essere aggressivi. Siamo umani e abbiamo un’educazione civica per vivere in serenità nella società, dobbiamo riuscire a controllarci, anche nelle situazioni più disperate. Se non ci riuscite, prendetevi un momento e ascoltate questa canzone di Raf – Self Control. Se tutti insieme non ci riusciamo, non ci resta che condividere i nostri pensieri e emozioni, per agire insieme e risolvere i problemi.

Lo scorso 25 novembre, nella giornata internazionale della lotta contro le violenze di genere, ho partecipato all’evento di apertura di un centro di ascolto per le vittime di violenze di genere, uomini e donne, nella capitale del Madagascar, Antananarivo (o più comunemente detta Tana, per facilità). Ad inaugure l’evento c’era la first lady/prèmiere dame del Madagascar, Mialy Rajoelina, ambasciatrice di UNFPA per la lotta alla violenze di genere e presidente dell’associazione di donne Fitia, promotrice di diritti e protezione delle donne nel paese.

Mi ha particolarmente colpita l’utilizzo della messa in scena teatrale come tecnica per parlare di violenza di genere, di abusi fisici dovuti alla dipendenza di droghe e alcool, di prostituzione infantile e di molestie emozionali. Attraverso l’arte, infatti, è possibile veicolare messaggi sociali che possano farci riflettere, farci cambiare e migliorare i nostri comportamenti, o anche ad individuare quelli scorretti quando si palesano ai nostri occhi, e quindi impegnarsi per correggerli.

Diversi studi dimostrano e confermano che gli autori delle vittime di violenze di genere sono i partner che le vittime amano e di cui hanno più fiducia. Un paradosso in termini primordiali. Dobbiamo sempre ricordare nei nostri cuori il rispetto per tutti gli esseri umani, i nostri partner, i nostri amici, i nostri colleghi e le nostre famiglie. Le violenze sono fisiche: stupri e femminicidi, ma anche (e soprattuto oggi, ai tempi della generazioni “cibernetica”) le violenze psicologiche ed emotive, il ciberbullismo e gli insulti online. Gli uomini stessi dovrebbero, per primi,  far parte della discussione, per condividere la realtà e i troppi silenzi che li hanno portati all’omertà e a perpetuare un ciclo di violenza, di generazione in generazione.

Vi invito a leggere qualche estratto del rapporto di UN Women, in collaborazione con Promundo sulla comprensione della mascolinità positiva. Il report ci spiega cosa significhi essere uomini oggi. Dall’inizio dei secoli la società ha perpetuato il ruolo di uomo come pater familias e unico lavoratore, che porta quindi il cibo e il denaro a casa. E che con autorità, secondo i diversi usi e costumi, è l’unico a dover e poter decidere sulle sorti della propria casa, intesa anche come complesso delle relazioni sentimentali e di famiglia. Un uomo nuovo può essere un uomo che ascolta di più, che comprende le donne, un uomo disponibile a condividere responsabilità e decisioniun uomo che sta dalla parte delle donne, che le aiuti (e non parliamo qui solo di lavori domestici, ma anche di carrierà, di supporto morale e molto altro). Un uomo che appoggia la donna nelle sue decisioni e nel perseguimento dei suoi sogni, un uomo che non ostacola ma che facilita. Un uomo che, prendendo il congedo di paternità, non si senta sminuito nelle sue funzioni lavorative, o ancor peggio umiliato ma che, al contrario, veda questo (e altri gesti) come naturale  ripartizione egualitaria di compiti e come rispetto tra uomo e donne liberi di potersi aiutare, amarsi e vivere insieme senza pregiudizi o preconcetti.

Come ormai saprete, nella mia vita trovo sempre nelle canzoni dei grandi insegnamenti per la mia vita e ogggi vi propongo di di ascoltarne due, dei Pet Shop Boys. La prima è sull’intelligenza emozionale: Pet Shop Boys, So Hard 

“Tell me why, don’t we try, not to break our hearts and make it so hard for ourselves”

Mentre la seconda canzone è Together, Insieme:

“Together’s amazing Together we’re blazing Together we’ll go all the way Together I’ll cry with you Together I’ll die with you Together we’ll go all the way”

Concludo qui la mia riflessione. Ma non prima di aver provato a lasciare e a lanciare qualche hashtag per il mondo Social e con l’augurio che l’hashtag social diventi realtà: #PeacefulLiving #Support #Solidarity

 

Ragazze di oggi, Leader di domani

Nel mondo, ogni anno, 12 milioni di ragazze under 18 vengono “sposate” da padri, fratelli e famiglie, senza il loro consenso. Ad oggi, 130 milioni di bambine non hanno ancora accesso alla scuola e 15 milioni di ragazze adolescenti dai 15 ai 19 anni hanno subito sesso forzato, sono state violentate.

Non va scordato che il lavoro delle Organizzazioni Internazionali é anche questo: sensibilizzare e appoggiare le ragazze  ad inseguire i loro sogni, elevare la loro autostima e celebrare i loro talenti. 

A livello personale e quindi non strettamente lavorativo, particolare interesse e voglia di studio approfondito ha sempre suscitato in me il tema del ruolo della donna e della sua indipendenza economica o, come più comunemente chiamato, seppur con delle nuances differenti, il tema del Women Economic Empowerment. Per esempio, l’accesso delle ragazze al mondo del lavoro é un traguardo non indifferente nei paesi in via di sviluppo e, come dimostrano diversi studi, il poter lavorare con passione su quello per cui ci si alza al mattino ogni giorno é un privilegio non solo per le donne nei paesi in via di sviluppo, ma anche nei paesi industrializzati. Non dovrebbe essere cosi.

Recenti statistiche parlano di un 40% di donne nella forza lavoro a livello globale, e, secondo Catalyst, leader nelle statistiche relative al rema delle donne nel mondo del lavoro, la grande disparità si nota soprattutto quando si analizza il tema delle donne e (alte) cariche esecutive e/o manageriali quali quelle, per esempio, di chief executive officers, o presidenti, e direttori. Infatti, solo il 5.4 % di queste posizioni nel settore privato é occupato da donne, se prendiamo in considerazione  la lista delle maggiori 500 aziende quotate sul mercato azionario. Nel settore pubblico invece, a livello globale, solo il 24% delle donne siede su un seggio in parlamento. Più in generale, le donne sono pagate ben il 23 % in meno rispetto agli uomini, a livello mondiale. Il divario di genere (gender gap) é enorme!

“Why don’t women make it to the top positions?” , perchè le donne non riescono a raggiungere posizioni di leadership ad alto livello?, ci chiede Sheryl Sandberg, Chief Operating Officer di Facebook, nel suo TED Talk “Why we have too few women leaders”. Le 3 risposte di Sheryl per ovviare al problema risiedereberro nelle seguenti formule: sit at the table, make your partner a real partner, and don’t leave before you leave. Analizziamole più da vicino e teniamole bene a moente come fossero i consigli di un’amica, di una sorella maggiore.

Sit at the table, Sheryl ci esorta a sedere al tavolo decisionale di lavoro, non solo figurativamente. Stai seduta, e siediti davanti, con tutti gli altri manager. Non esistono scuse e non é necessario giustificare nulla.

Make your partner a real partner, qui parliamo invece di un tema un po’ più personale: la coppia. In una relazione sentimentale, infatti, le due parti devono ripartirsi equamente il lavoro domestico (non pagato) e il lavoro dell’educazione dei figli, senza dare per scontato sia ruolo esclusivo della donna. L’essere donna, infatti, non dovrebbe automaticamente implicare il dover farsi carico del triplo del lavoro rispetto al partner – lavoro professionale, lavoro domestico e crescita dei figli. I figli sono il prodotto di una coppia, non di un’unica sola persona.

Don’t leave before you leave, in breve: non pensare a quello che potrebbe essere. Vivi ogni giorno e non pianificare cose che non esistono. Prendi nuovi incarichi di lavoro, non privarti di opportunità perché hai paura di non farcela. Se devi “fare spazio” a qualcos’altro, non pensare e non permettere che questo “qualcos’altro” assorba tutta la tua energia, precludendoti altre opportunità.

L’esortazione di fondo quindi, mi è parsa la seguente ed è un consiglio che voglio condividere con voi, affinchè possiamo tutte farne tesoro: non sottovalutare le tue abilità, negozia sempre per il lavoro (imparando a fare anche quella cosa che per molte di noi è la più difficile: dire di no – un piccolo consiglio a tema lo trovate qui), e non attribuire i tuoi successi a forze esterne o a colpi di fortuna vari ed eventuali (gli uomini, per contro, – ci spiega Sheryl – non si fanno remore: il mio successo é dato da me stesso!).

In definitiva, per un mondo più bilanciato, in cui il campo sia livellato in modo egalitario, dobbiamo noi per prime rafforzare la nostra autostima e spronare i nostri manager, uomini e non, a seguire questi 7 consigli: dai credito alle donne, valuta la performance in modo equo, offri mentorship e consigli, dai voce alle donne e non interromperle mentre condividono le loro idee durante le riunioni – senza pregiudizi.

Potrebbe non sembrare facile, ma insieme possiamo farcela.

In questa giornata delle Nazioni Unite, 24 Ottobre 2019, il mio auspicio é, per tutte le ragazze quello di seguire il cuore, utilizzando sempre la propria testa, senza abbattersi nel perseguimento dei proprio sogni.

Ma ho un auspicio, e forse un consiglio, per tutti i ragazzi: siate più empatici nei confronti delle ragazze (e dei ragazzi come voi) e ascoltate di più!
Twitter: @GaiaParadiso

Trasformare lo stress in una risata liberatoria

Oggi mi sono trovata a parlare con un collega sul significato di stress secondo le diverse culture, prospettive di vita, tempo e avvenire. Per esempio, al mio amico piacerebbe avere 7 figli (ne ha già quattro), é molto competente in quello che fa e prende il suo tempo per poter sviluppare buoni progetti statistici. Il suo motto sul lavoro é “se non é finito oggi, si finisce domani, nessuno morirà per questo”.

Il mio approccio alla vita, invece, é leggermente diverso. Il mio motto potrebbe tradursi con il classico “non rimandare a domani quello che potresti fare oggi”, o anche con il ben noto Carpe Diem – Seize the Day (sempre con giudizio e responsabilità, s’intende).

Per quanto voglia bene al mio collega, non riesco ad immaginare una vita più tranquilla di questa: programmare il domani e anche il dopodomani, pianificare e pensare alle prossime vacanze, sognare e lavorare al futuro, gli amici… Ecco, tutto questo, per me, é davvero emozionante. Non posso non pensare a cosa succede nel mondo, a conoscere quello che é attorno a noi ma anche lontano, discuterne, analizzare trend e notizie dal mondo, pensare (e lavorare a) quello che attivamente possiamo fare per renderlo un posto migliore. E, se devo proprio andare un po’ più in là, la ricetta per poter contribuire, nel nostro piccolo, a un mondo migliore é: é inquinare di meno il pianeta ed essere più gentili.

Lo stress, abbiamo concluso io e il mio collega, significa, o meglio: si trasforma, alla fine dei conti, nello scaricare dell’energia negativa verso gli altri, nell’impossibilità di poterla contenere dentro di sé. Per essere meno stressati, quindi, é necessario parlare e comunicare, ma non bisogna scordarci che sono anche molto importanti l’attitudine e l’approccio che poniamo verso gli altri, e che dovrebbero sempre essere sempre di rispetto e sensibilità.

A tal proposito, mi piace pensare a Stephen Colbert o a Elles De Generes che, con i loro show – il Late Show per il primo, il The Ellen Show nel secondo caso, nel caso remoto non ne abbiate mai sentito parlare – ci aprono gli occhi verso un mondo in cui ci svelano che per vivere meglio e più tranquilli, bisogna ridere. E ce lo insegnano col loro lavoro, attraverso satira dell’attualità e divertenti interviste a ospiti (attori, politici, cantanti, businessmen…). 

Quando ridiamo, secondo Stephen Colbert – come lui stesso ha dichiarato in un ‘intervista a The New York Times (mentre questa é la sua pagina sul giornale americano) – non abbiamo paura. E quando non abbiamo paura possiamo pensare meglio e riflettere a questi pasticci globali. L’umorismo e la satira, insomma, allevierebbero la tensione e l’ansia che il mondo e le sue notizie d’attualità possono procurarci ormai molto più che raramente. La risata dura lo spazio di un istante, ma – Stephen sottolinea – se ridiamo oggi, dormiamo meglio e le chances di essere di migliore umore domani aumentano. Provare per credere.

Un altro strumento che personalmente trovo straordinario per combattere la paura e riflettere meglio é ascoltare la radio e, in forma più generale, le persone parlare. Le persone che parlano, soprattutto se con tono pacato e accogliente, hanno lo straordinario potere di coinvolgere le persone e farle sentire meno sole. In un mondo estremamente tecnologico come il nostro, dove le “macchine”, l’intelligenza artificiale e i robot molto presumibilmente sorpasseranno gli esseri umani nel dare risposte esaustive e velocemente, una voce accogliente, una persona che trasmetta calma, sicurezza e tranquillità verso l’interlocutore, faranno sempre la differenza. E come esseri umani, immagino, noi sceglieremo sempre la voce accogliente rispetto alla voce metallica di un robot neutro ed impersonale.

E come non pensare alla magica trasmissione di sentimenti ed emozioni che avviene anche e soprattutto tramite le voci di artisti musicali? E non è certo un caso che la scienza ci esorti da sempre ad ascoltare molta musica – classica e non – per calmare gli animi, la pancia e la testa. 

E quindi, oggi, per chi avesse bisogno di quella voce accogliente in grado di tenderci la mano e regalarci un attimo di calma… Vi consiglio qualche artista che possa compiere la missione: Mario Biondi, Sergio Cammariere e Ludovico Einaudi, o ancora, gli Hooverphonic, Parov Stelar e Hayden James.

La musica sicuramente è la ricetta per pace interiore e felicità!

E prima di chiudere, e ricollegandoci al post, un altro piccolo personale consiglio per ridere di gusto (e perché no, capire il mondo), ecco per voi un episodio di the Late Show, qui con una bellissima intervista a Michelle Obama e il racconto della sua autobiografia, o ancora, un episodio di The Ellen Show, con l’intervista a Will Smith per l’uscita del film Alladin, in cui Will interpreta il ruolo del genio della lampada.

 

Ready-to-go Leaders

Un recente studio condotto e pubblicato dalla Harvard Business Review espone il concetto di Nimble Leadership, la leadership agile e leggera, e spiega, attraverso l’esempio di due business case studies, come mettere in pratica questa abile arte di saper gestire un’azienda, le persone al suo interno, ed essere sempre capaci e pronti ad innovare curiosamente, lasciando andar via lo stesso stress dettato del dover essere “il leader”.

Per me leadership significa sapere essere (stare) davanti, dal verbo inglese to lead, come il capitano di una nave. L’immaginaazione mi porta a pensare al leader come colei/colui che é davanti e sa governare, parlare, dare direzioni e gestire una nave, la ship (nave), appunto. 

Questo non significa che il leader non prenda mai spunti, o appunti, o che non cambi mai la direzione di una nave, o che non sappia ascoltare consigli. Anzi, il leader per me é colei/colui che, nonostante la sua posizione, ascolta sempre, e, proprio perché é davanti, deve farsi portavoce di coloro che ha – metaforicamente – dietro. 

Il  leader é una bussola di riferimento per molti, e il leader stesso si considera un punto di riferimento, un faro. Il leader apprende dal suo team per fare in modo che la squadra cresca insieme, unita, senza troppe chiacchiere inutili e senza lamentele (e che le lamentele costruttive ben vengano, con l’obiettivo di poter risolvere i problemi!). 

Nella mia posizione attuale, sono un leader per il mio team, e prendo spunti/appunti per migliorare, e, a mia volta, osservo i miei capi, che mi insegnano il tempo, la pazienza e soprattutto la calma, parlandomi delle loro famiglie e dell’importanza di amare il prossimo e servire gli altri, per una grande causa comune, id est per noi, quella di alleviare la sofferenza fisica delle persone che non hanno cibo e mezzi di sussistenza di base per esercitare attività economiche redditizie. 

Lo studio di Harvard Business Review, spunto di ispirazione per me, parte dalla constatazione secondo la quale “Ognuno é leader, e questa capacità di leadership si trova in chiunque é in grado di saperla esercitare, qualunque sia il suo titolo di lavoro”. Inoltre, studi dimostrano che procedure e comportamenti comunemente associati con organizzazioni agili sono: team multidisciplinari, uno spirito di sperimentazione e self-management (che richiede una giusta dose di libertà individuale e self-control).

Secondo lo studio, sistono tre differenti tipi di Leader: gli entrepreneurial leaders, sono coloro che creano valore per i clienti con nuovi prodotti e servizi; gl!i enabling leaders, coloro che si assicurano che gli imprenditori abbiano le risorse e le informazioni di cui hanno bisogno; e, ultimi ma non da ultimi, gli architecting leaders, coloro che tengono d’occhio tutta la tavola di gioco, monitorando la cultura, la strategia di alto livello e la struttura.

Interessante conoscere le caratteristiche di questi imprenditori: questi leader credono in sé stessi, hanno una conoscenza di sé stessi (self-confidence) e amano sperimentare, vogliono agire e provare, senza avere paura di sbagliare. Hanno un mindset strategico, capiscono gli obiettivi dell’organizzazione, dell’unità di business, e conoscono bene il loro team, ad un livello molto profondo; quando agiscono, lo fanno per far avanzare gli obiettivi dell’organizzazione

Molti dei progetti di un’organizzazione diventano realtà perché un gruppo si interessa ad una stessa opportunità. Per questi leader, é importante investire il proprio tempo nel raggiungimento di multipli obiettivi. Massimi risultati in minor tempo, come nel gioco da tavolo Scrabble, formare 3 parole da un unico set di lettere.

Un altro aspetto altrettanto intrigante é quello di sapere attrarre gli altri verso gli obiettivi comuni dell’organizzazione: per poter attrarre “followers” ad interessarsi al nuovo prodotto sul mercato, o il proprio team nel “buy into the idea” – nel comprare l’idea di un nuovo prodotto innovativo, quello di cui il leader ha bisogno é la sua capacità di persuasione, la sua self-confidence e molto spesso, un buon record di prodotti innovativi creati da lei/lui nel passato.

Il “lascia il controllo, e tu sarai in controllo” scaturisce dalla squadra di lavoro multiculturale e multidisciplinare, ciascuno con la propria cultura e la propria expertise nel campo di lavoro. Il poter mettere n discussione le decisioni del leader, e di portare le proprie argomentazioni e le proprie idee per trasformare un concetto, un progetto, un prodotto, deve essere un concetto sempre benvenuto per la creazione di strategie innovative: i leader devono essere aperti con la loro mente per poter cambiare il loro modo di pensare, il mindset, e rivalutare e ri-aggiustare il loro piano strategico durante il percorso di creazione, tenendo in considerazione le idee e i commenti del loro team. “Ognuno é leader”, é un concetto corretto se in un team c’è – e si crede ne – l’umiltà, il rispetto e il sapere quando si é in una posizione in grado di poter muovere le persone e far avanzare gli obiettivi dell’organizzazione. 

La capacità dei (buoni) leader di saper connettere persone e progetti é un altro punto chiave della discussione. Rispetto agli altri membri del team, i leader hanno una conoscenza maggiore di quello che succede all’interno e all’esterno dell’organizzazione, per cui riescono a ad avere una visione a 360 gradi, vedendo e cogliendo opportunità per creare valore e mettendo insieme persone accomunate dalle stesse passioni e interessi, per poter sviluppare un prodotto a livelli regionali e globali, rompendo le barriere geografiche. 

Ma oltre a questa capacità di connessione, i leader hanno anche la capacità di comunicare efficientemente: comunicare, come menzionato sopra, anche attraverso zone geografiche diverse, tra team diversi, con persone diverse e sapendo come far passare il loro messaggio con efficacia a diverse entità o gruppi, e facendo quindi interagire gruppi di persone appassionate e specializzate nello stesso campo (e questo é possibile grazie alla tecnologia e all’accesso a internet, ma il fattore umano-caratteriale non è certo da sottovalutare).

Comunicare, per un leader significa quindi sapere cosa ciascuna parte dell’ organizzazione sta facendo, saper allineare gli obiettivi di ognuna di queste parti, siano esse locali, regionali o anche globali, e tenere d’occhio i valori culturali e la visione dell’organizzazione, alla luce del nuovo contesto di business in cui si lavora.

In conclusione, la ricerca sopra menzionata, sottolinea che la somma dei talenti può certamente produrre risultati migliori, rispetto a ciò che i talenti singolarmente possono creare (“A whole greater than the sum of its parts)”: questo significa che, data l’autonomia di lavoro a persone di talento, queste persone appassionate saranno sempre pronte a partecipare a nuovi progetti di lavoro, e a farlo insieme. Queste persone sapranno creare giusti network di leader e di “collisioni creative”, in cui la collaborazione e la sinergia rappresentano le chiavi per il raggiungimento di obiettivi comuni. 

In questo contesto, le persone si sentono libere di esprimersi e di sviluppare idee e progetti, e comunicarli per poterli mettere in pratica. 

Il ruolo del leader non è però un ruolo semplice, lo sappiamo. Essere leader, accettare questo ruolo, deve essere perciò un’idea abbracciata dalle persone (stesse, che saranno quindi poi in grado di esercitare tale ruolo con rispetto e tatto, con flessibilità e adattabilità, e con chiarezza di idee e capacità di essere aperti di mente per poter ascoltare tutti i commenti, i consigli e stare “davanti”, come dicevamo prima, ma senza smettere mai di prendere appunti. Il risultato? I due business case studies presi in considerazione per lo studio parlano di “Gioia di vivere generalizzata e energia positiva nell’azienda e tra le persone”. Non male eh?

Questo studio, interessante lettura che ho voluto condividere anche con voi, mi ha ulteriormente spinta a una maggiore riflessione, o meglio, un’auto-riflessione personale. E allora, dopo lavoro, mi siedo un attimo e mi domando: davvero ogni azione da noi compiuta ha un significato ben preciso? Davvero le nostre, le mie, le vostre, azioni sono dettate dal desiderio di condurre una nave e incoraggiare il team a liberare il proprio potenziale, a pieno e senza egoismi? Davvero il nostro obiettivo è quello di  contribuire ad una causa piena di significato per milioni di persone in questo paese? La risposta a tutte queste domande é si, e bisogna lavorare sodo affinché la risposta rimanga sempre questa.

In conclusione, questa ricerca di Harvard Business Review credo possa ispirare molti ad essere leader. Nel caso contrario, nulla ci impedisce di cambiare la direzione che la nostra barca sta prendendo, o  sperimentare nuove emozioni e sapere che un senso a questa vita lo possiamo trovare. La ricetta per me? Farmi tante domande, confrontarmi sempre con la realtà, senza scappare, e lo sappiamo, la realtà può essere molto diversa dai nostri sogni, ma, ultimo ma non da ultimo ingrediente della mia ricetta: all along the way, continuare a sorridere. 

 

Chi può salvarci? Le donne!

In situazioni odierne di sfide globali e inscurezze mondiali, dall’economia alle comunità, dalle tensioni politiche alle catastrofi naturali ed epidemie che contagiano popolazioni intere, trovo nelle donne uno spiraglio di luce, di speranza, di empatia e di spirito di fare gruppo per risolvere i problemi di questo pianeta.

Le donne, le ragazze, si incontrano normalmente per parlare di frivolezze, di uomini, di viaggi e di amore. Mi ritrovo anche io in questo circolo. Con la scusa del women empowerment, il trend di questo nostro secolo, del potere della donna, della sua indipendenza, lungimiranza, emancipazione, diritti sul suo corpo e sulla sua sessualità e femminilità, si creano constantemente gruppi di donne che si incontrano, pianificano uscite e cene, viaggi e vanno al cinema, a teatro, ai concerti, e ascoltano Girls just want to have fun, o, in alternativa Pretty Woman e la colonna sonora del TV show americano (e film) Sex and the City.

Si, perché l’animo donna vuole divertirsi, parlare, stare con le amiche, magari bere un mojito, e discutere seriamente di relazioni sentimentali. Ma anche discutere seriamente di problemi globali, di povertà, di politica, di altre donne che soffrono e di come possono essere aiutate, di ambiente e di come preservarlo. Condivisione di emozioni. E proprio grazie alla condivisione di sentimenti ed emozioni, le donne lo sanno, e fanno partire in turbo un motore che non si ferma più. Un motore in constante movimento, giorno e notte, che non si spegne più. Anime e teste che pensano, che discutono, che dibattono, che parlano ancora, che non si danno per vinte, che ci provano sempre.

Come in amore (chi lotta, vince sempre), anche in questi gruppi e circoli di donne si vede l’amore, la tenacia, e quasi ci accorgiamo di quel sangue che scorre intenso nelle vene di queste creature piene di vita e di energia e che, insieme, moltiplicano l’energia e la voglia di fare.

Donne in cerca di guai, che sfidano lo status quo, che ci provano perché ci credono. Perché esiste una luce in loro che non si spegne mai, e che pensa agli altri, all’avvenire del mondo. Non solo ai propri figli, ma ai figli che non avranno mai o i figli che avrebbero voluto. Donne che hanno scelto strade difficili perché credono nel mondo e nella causa umana. Donne che pensano che i problemi si possano SEMPRE risolvere perché tutto, alla fine, si risolve. Donne che viaggiano, che non hanno paura, mosse dall’amore, dalla causa in cui credono (dal giornalismo all’avventura, dalla lotta contro la guerra al riconoscimento dei loro diritti sessuali e riproduttivi per i quali si sentano libere di decidere sul loro corpo, come utilizzarlo e cosa farne).

Le donne é bene rispettarle e tenerle vicine: camminano insieme e possono camminare mano nella mano anche con gli uomini. Gli uomini (e pure certe stesse donne, certo) dovrebbero far tesoro dei loro insegnamenti ed imparare ad ascoltare come le donne ascoltano, ad amare come loro amano, con una forza interiore che rimane accesa fino alla fine, fino a quando esisteranno. E’ solo insieme che possiamo mobilizzare altre donne, altri uomini, ma anche mezzi materiali come fondi per lo sviluppo per finanziare progetti umanitari, organizzare raccolte fondi, mettersi insieme, lottare per il bene comune – di tutti, uomini e donne, insieme. Per un mondo più bello, più “rosa” e sicuramente più dolce, più semplice. E perché no? Forse concedendoci pure qualche frivolezza in più.

E qui le mie ispirazioni di donne a Madagascar https://gaiaparadiso.wordpress.com/2019/06/15/reconcile-with-the-world-around-you/ , o di come i giocattoli possono creare ispirazioni di donne pioniere nel mondo: https://flopmee.com/barbie-created-17-new-dolls-based-on-powerful-and-inspiring-women/

 

 

Costruire il futuro: la Fihavanana a Madagascar

La Fihavanana è il concetto capostipite del lavoro e della vita a Madagscar: può essere considerata una filosofia di pensiero e di azioni, pratiche e spirituali. Dalla parola havana, che significa parente, la parola Fihavanana significa parentela, amicizia, la benevolenza tra le persone, sia fisica che spirituale.

Il Madagascar è pieno di proverbi e modi di dire. Fihavanana è molto più di solo relazione o parentela. Il significato proviene dalla convinzione che proveniamo tutti da un solo sangue e che quindi dobbiamo trattare l’un l’altro egualmente, perché le nostre buone azioni si riflettono verso gli altri e verso noi stessi. Non solo. La Fihavanana significa anche che dobbiamo essere proattivi verso la buona volontà per il bene del mondo. Fihavanana non si limita solo al presente ma può essere applicato alla nostra relazione con il mondo spirituale. Il concetto è simile all’Ubuntu del Sud Africa.

Quello che mi sorprende sempre è la solidarietà di questo popolo: in un mondo attuale di chiusura di frontiere e di paura verso l’altro, i Malagasy people sono un esempio da seguire. Tra il nord e il Sud c’è molta differenza: al nord vi è turismo, commercio e relativo benessere, con spiagge e attività di snorkeling e di tour delle spezie. Al Sud vi è povertà estrema, mancanza di acqua, elettricità e viveri.

Nonostante ciò, tutti si aiutano. C’è sempre qualcuno disposto a darti una mano, anche se non ha nulla da offrirti. E tu nemmeno, non conoscendo i sogni e desideri dell’altra persona. Mi immagino un mondo cosi nella mia testa. Un mondo di solidarietà, di aiuto reciproco e di pace e rispetto nelle azioni, credendo fortemente nel karma e nelle buone azioni. Un mondo di sorrisi e di pace, perché la felicità non è avere tutto quello che si desidera, ma vivere di entusiasmo verso la propria meta, la meta che si ha nella testa. Verso il futuro.

A contatto con il bene, si incarna in noi il desiderio di voler fare del bene, con nella testa l’idea che la vita è breve e, con calma, pazienza e un sorriso interiore, dobbiamo fare del meglio mentre siamo sul pianeta Terra. Si crea un entusiasmo senza precedenti, una forza e un’energia circolare di futuro, volontà, speranza, forte fede in quello che verrà. Si diventa molto più umani e consapevoli, perché si impara ogni giorno che tutto è possibile. Con un po’ di pazienza.

Ho voluto scrivere questo post che è sì breve ma con pieno di profondo significato, e vorrei condividere la foto del futuro per me: l’educazione dei bambini e la possibilità di dar loro strumenti per poter realizzare il loro potenziale, la loro immaginazione e la loro buona volontà verso il mondo che li attende.

 

 

 

 

.

 

Hit the Road Jack! Voir pour Croire. Share with the World. Vedere per credere. Condividere con il Mondo.

20 giorni nel Sud del Madagascar: parole che descrivono queste terre sono siccità, mancanza di acqua pluviale e potabile, di elettricità e di internet, strade dissestate, infrastrutture fatiscenti, scuole e centri di sanità piccoli e non completamente attrezzati: la vera povertà è il minimo comune denominatore.  Bisogna vedere per poter credere che tutto questo esiste. Voir pour Croire, è stato il nostro motto del viaggio in 4X4 con il lavoro. Vedere per capire. Per scrivere, per condividere e trasmettere al mondo. Per maggiore consapevolezza, umanità, conoscenza e, se possibile, qualche azione umanitaria per appoggiare queste popolazioni.

Scattare foto e scrivere, per far scoprire al mondo cosa succede nelle zone più remote e vulnerabili del mondo. Popolazioni che soffrono davvero, che noi dobbiamo conoscere, salutare, a cui dobbiamo parlare per capire. Per capire che il mondo non è tutto rosa e giusto come pensiamo che sia quando siamo a casa nostra. Capire che quando mettiamo il naso fuori di casa, è difficile. Ma è necessario vedere. Per comprendere che dobbiamo aiutarci, gli uni con gli altri. Per comprendere che siamo tutti uguali, senza differenze, con le stesse necessità basiche. Con gli stessi sogni e desideri. Con la stessa volontà di amore, di cura verso se stessi e verso gli altri.

Il nostro tragitto é partito dalla capitale del Madagascar, Antananarivo, chiamata anche Tana per abbreviare il nome lungo, verso la prima tappa di Manakara. Qui abbiamo potuto incontrare le associazioni di donne e di piccoli agricoltori che si occupano di trasformare la manioca in gari (per potersi nutrire e per rafforzare il corpo dei bambini); e di cucinare e conservare il pesce che i pescatori della zona scelgono di portare al villaggio per la cottura e la vendita sul mercato locale. Tutto semplice, ma tutto complesso allo stesso tempo, dipendendo tutto dalla natura, dal cambiamento climatico, dalle giornate con pesca o senza. L’obiettivo é quello di poter guadagnare qualcosa per mettere qualcosa sulle tavole delle loro case e nutrire le grandi famiglie, dove i tanti bambini sono l’orgoglio e – ahimè spesse volte – la forza lavoro nei campi in zone dove l’agricoltura è l’attività principale di sussistenza.

Alla volta poi dei bambini e delle mense scolastiche che servono a tenere i bambini a scuola – il rischio è quello che rimangano a casa, ad aiutare i genitori nei campi e che non ricevano l’educazione basica per dar loro maggiori opportunità future. Il nostro lavoro distribuisce riso, legumi secchi (arachidi, pistacchi, fagioli) e olio per colmare le necessità di base, e guida gli insegnanti, i genitori e gli amministratori delle scuole ad impartire un’educazione alimentare e nutrizionale basata sulla diversità degli alimenti per una crescita forte e corretta. Qui abbiamo parlato con le scuole di nutrizione, di ricette culinarie per permettere alle cuoche di diversificare gli alimenti sulla tavola della mensa scolastica, mescolando tra loro diversi alimenti. Abbiamo fotografato bambini con il loro piatto di riso quotidiano (che è un po’ com’è per noi la pasta), qualche foglia di insalata verde, e tanti fagioli.

Toliara, Sud del Madagascar.

Agricoltori che cercano di diversificare i loro raccolti e produzioni. Attendendo tutti la pioggia – il Sud del Madagascar soffre da cinque anni di siccità, con piogge annuali rare, ma con la costante necessità di acqua per irrigare le loro terre. Il nostro lavoro fornisce tecniche agricole e formazioni sulla cultura “contro-stagione”, permettendo quindi di diversificare le tavole, con le piantagioni di melanzane, carote, zucchine, pomodori… Aiutiamo nella costruzione di canali di irrigazione per la ritenzione di acqua e per il suo utilizzo, e ci impegniamo a coinvolgere la popolazione in lavori in corso per la riabilitazione di strade che possano poi aprire i canali di commercio tra un villaggio e l’altro, tra un mercato e l’altro per far girare l’economia e per  stimolare la vendita di prodotti e la crescita economica di ciascun villaggio, che diventa poi paese, che diventa poi provincia, regione e Stato.

Betioky e Fotadrevo, Sud del Madagascar.

“Mora mora” (nella lingua del Madagascar, il Malagasy), “doucement doucement” (in Francese),  o “piano, piano”, diremmo in Italiano. È un lavoro lungo e faticoso, pieno di ostacoli e problemi tecnici (la scarsa pioggia, internet spesso assente, così la luce, l’acqua…) ma è per questo che ci vuole qualcuno che vada ad approfondire queste tematiche, a documentarle per non dimenticare, per far suonare  un campanello di allarme fino al nostro occidente. Documentare per agire non solo a livello comunitario, ma anche a livello di strategie, a livello di politiche mondiali e internazionali.

 

Vediamo per capire. E per convincere i capi di stato che non dobbiamo solo pensare a noi. Che il cambiamento deve avvenire. Nelle nostre azioni verso il nostro paese e verso gli altri.

 

Le migrazioni sono positive, se riusciamo a gestirle. Per l’umanità e per la crescita economica. Per sapere che non esistiamo solo noi, che il mondo è grande. Che le opportunità esistono. Che dobbiamo aiutarci. Se uniti, vinciamo tutti. In un mondo in cui dobbiamo ascoltare prima di giudicare. In un mondo in cui ci sono diverse modalità di vivere, di fare le cose, di rispondere agli shocks, di agire, di aiutare, di comprendere. Che esistono diverse culture. E che la nostra non è quella “giusta”. Tutto dipende da dove siamo nati e dai valori che ci sono stati impartiti e dal tipo di formazione che abbiamo ricevuto. Che il mondo, come l’espressione italiana dice, “è bello perchè è vario”.

 

Dipende tutto da come noi vediamo il mondo, da cosa vogliamo fare, dentro a questo mondo. Quale é il nostro messaggio? Cosa vogliamo lasciare, qui sulla terra?

 

Un pezzo di mondo migliore. Trasmettendo l’informazione e sperare che tutti noi possiamo leggere e fare qualcosa. Nel nostro piccolo. Ma consapevoli che il piccolo diventa grande, che l’effetto farfalla esiste. Siamo noi i responsabili del cambiamento.

Passo passo, credere nella speranza del mondo, nelle buone azioni e intenzioni, parlare e farsi sentire. Coinvolgersi e comprendere, per poter comunicare.

 


Esplorando il Mondo e portando l’Esperienza agli Altri

 

Buona musica!
https://www.youtube.com/watch?v=Q8Tiz6INF7I
(Ray Charles, 1961)

 

Buona festa della Liberazione a tutti e buon mese di Maggio con the Italians, la nostra finestra sul mondo. 

 

 

 

 

 

 

.

 

Di sogni e traslochi. Un nuovo mondo: Madagascar

Mi sono ritrovata a vivere su un’isola. Il sogno di una vita, un posto dove poter essere tranquilla e aiutare chi ha veramente bisogno, soprattutto e specialmente in termini di bisogni alimentari.

Il Madagascar é la quarta isola più grande del mondo. Qui l’80% della popolazione vive in condizione di povertà. E il basso reddito unito alla scarsa attività agricola contribuiscono all’insicurezza alimentare e nutrizionale. Situazione che si è ulteriormente aggravata dal declino delle risorse naturali, dai sempre più frequenti e gravi shock legati al clima (come ad esempio cicloni e lunghi periodi di siccità) e dalla capacità limitata di governance del paese. Per non dimenticare poi il problema delle infrastrutture, della disuguaglianza di genere e di tutta una serie di pratiche tradizionali che sostengono la malnutrizione.

Rimaniamo su numeri e dati, perché anche questi servono per capire il Madagascar. Sono in un posto in cui il 47% dei bambini al di sotto dei 5 anni soffre di problemi legati allo sviluppo e alla crescita a causa di malnutrizione. Il 44% della mortalità infantile è associata alla denutrizione.

Le cause della fame sono tante e sono dovute principalmente a dei gap esistenti nel design e nell’implementazione delle politiche nazionali, nei bassi investimenti nelle capacità istituzionali e nello scarso valore nutrizionale delle diete nazionali. Ma anche nelle scarse infrastrutture igienico-sanitarie, nella bassa produttività dei sistemi agricoli, nell’insicurezza locale e negli investimenti limitati in infrastrutture rurali. Ed influiscono anche problemi e situazioni in cui si verificano discriminazioni basate sul genere e norme socio-culturali che contribuiscono a sostenere il basso status sociale delle donne, dei bambini e dei gruppi emarginati.

Accanto a questi dati c’è un altro Madasgar. Il Madagascar è anche un’isola paradisiaca, meta turistica di spiagge, parchi nazionali e ricca di biodiversità. Sull’aereo per arrivare qui, la settimana scorsa, i miei vicini di volo erano una felice coppia tedesca, ora in pensione, e volenterosi di viaggiare verso una grande isola, con l’Oceano Indiano tutto attorno.

Le prime impressioni sono di una città tutta in salita, con tante scalinate e tanti diversi colori di palazzi. Stile francese per la lingua e per la storia di colonizzazione, i Malgaches (gli abitanti di Madagascar) sono affabili e gentili, molto pacifici e pazienti. Nella capitale ci sono moltissimi bambini in strada e una quantità enorme di mercati – a tutte le ore del giorno – della frutta, della verdura, di elettronica, di vestiti, di libri.

Mi sembra di essermi tuffata nel passato per aiutare le popolazioni presenti. Con l’espressione Mens sana in corpore sano impressa a caldo nella mia testa, sono convinta che qui possiamo fare tanto per fare in modo che bambini delle scuole elementari abbiano il cibo a sufficienza per crescere sani e forti, per studiare e per avere future grandi opportunità di lavoro e vivere bene.

Un’altra cosa che sto imparando a conoscere è che ai Malgaches piace molto la frutta (in questo momento è la stagione dei cachi e dell’ananas) e cantare! Mi trovo già in sintonia con loro. La prima canzone cantata insieme è quella di Richard Anderson- Reality, colonna sonora del tempo delle mele – durante un embouteillage – il trafffico della città!

 

La formula per la “renaissance” africana? Puntare sul potenziale dei giovani!

Investire sul potenziale dei giovani e nella produzione agricola: ecco dove partire per la “renaissance” africana. Parola di Carlos Lopes, ex segretario esecutivo della Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’Africa. Nell’intervista al magazine African Business, Lopes parla chiaro: “Non é meramente un copia-incolla del successo asiatico di Cina e Corea del Sud di tecnologia e industrializzazione, ma la volontà e la forza dell’Africa di distruggere il loro modello industriale corrente, e crearne uno più innovativo, sfruttando il potenziale della gioventù”.

E la gioventù cerca lavoro in Africa. Secondo i dati della Banca di Sviluppo Africana, 6 delle 10 economie maggiori del mondo si trovano proprio in Africa sub-sahariana. Studi delle banca mostrano come la traiettoria del tasso di disoccupazione giovanile sia in lenta ma costante discesa. Discesa iniziata nel 2012, partendo dal 10.9 % e arrivando nel 2017 al 10.8 %.

Un grande problema che affligge da sempre l’Africa (solo?) é la disuguaglianza sociale. Un prodotto derivante dai limiti culturali delle società patriarcali dove le tradizioni, i riti e gli stereotipi di genere sono sempre più accentuati. Le donne, più degli uomini, faticano a trovare lavoro perché relegate in casa come madri e mogli, senza opportunità di raggiungere successi imprenditoriali. Per sostentarsi, molte fra di loro trovano lavoretti nel settore informale, id est in piccole boutique di alimentari o vendendo le proprie creazioni di bigiotteria a basso prezzo.

Un altro problema é l’aumento demografico. Dati delle Nazioni Unite stimano a 1.1 miliardi di abitanti il continente africano e, sempre secondo le previsioni onusiane, la popolazione arriverà a quota 2.4 miliardi nel 2050. La popolazione giovanile, intanto, continuerà a crescere: ad oggi sono 200 milioni i giovani tra i 15 e i 24 anni, quota che aumenterà nel continente di circa 5 milioni di unità per ogni anno da oggi fino al 2035.

Al contrario, nel resto del mondo la popolazione invecchierà sempre di più. L’aumento dei giovani nel continente (al 2050 saranno circa 840 milioni) rischia di comportare, a condizioni economiche invariate, anche l’ascesa di movimenti ribelli e la formazione o reclutamento in gruppi militanti e organizzazioni terroristiche (si veda Al Shabaab, Boko Haram e ISIS). A conferma di questi timori un rapporto delle Nazioni Unite programma di sviluppo afferma che “molti giovani, per disperazione e senza lavoro, si uniscono a queste organizzazioni, per il soldo facile”. Il rapporto continua denunciando “il brainwashing – il lavaggio del cervello” a cui sono sottoposti i neofiti e la persuasione “su chi é buono e chi deve invece essere annientato, e in fretta”.

Secondo il magazine di questioni africane, African Renewal, la crescita demografica può essere una “bomba ad orologeria o una grande opportunità”. Il magazine continua sull’onda dell’opportunità: l’aumento demografico di giovani porta molte nuove idee, spirito di innovazione, collaborazione e creatività. Segue questo indirizzo anche la Bill e Melinda Gates Foundation, che si trova ottimista sulla necessita per i governi e per il settore privato di investire sulle capacità tecniche e professionali dei giovani. A sostegno e per assicurare coesione sociale e rafforzare la stabilità politica dei paesi africani.

Le agenzie delle Nazioni Unite poi, da ONU Donne a UNESCO, potenziano i loro interventi e collaborano con i governi per rompere gli stereotipi di genere (la prima) e per promuovere ricerche e scoperte scientifiche giovani donne scienziate (la seconda). Il secondo programma – chance per la tecnologia, la scienza e l’innovazione – sta prendendo piede nelle vite e nel progresso industriale africano (vedesi il programma – risultato di una partnership pubblico/privata – di L’Oréal e UNESCO For Women in Science).

Tutti questi programmi sono indirizzati a migliorare le condizioni socio-culturali delle popolazioni, puntando sul soft power degli organismi internazionali, tenendo alti e saldi gli ideali di pace, rispettando la dichiarazione universale dei diritti umani e le convenzioni ONU. L’obiettivo che stiamo faticosamente cercando di raggiungere potrebbe costituire (questa è la nostra speranza) il fondamento per un più approfondito dialogo interculturale, maggior rispetto reciproco, spirito di coesione e di apertura al mondo, tutti soft skills necessari per rendere stabili società in continuo cambiamento.

La grande domanda però é un’altra: come sradicare la povertà e incamminarsi verso una strada sostenibile di sviluppo e autonomo progresso economico ed industriale? Un mondo dove l’economia possa finalmente sbocciare e permettere alle popolazioni di crescere e prosperare, non solo sopravvivere? E scappare?

L’ex capo della Banca di Sviluppo Africana, David Kaberuka, economista rwandese, ora a capo della Soutbridge – una banca investimenti per clienti e soluzioni pan-africane – parla di “maggior sinergia ed interazione tra il settore pubblico – i governi – e settore privato dove il settore privato sia indirizzato alla pianificazione e i governi mettano in campo le soluzioni”. Il nostro caro Lopes invece, punta alla “agro-processing” quel processo dell’industria agroindustriale che vede la trasformazione di materie prime e prodotti intermedi derivati dal settore agricolo, dalla silvicoltura e dalla pesca in beni di consumo e di distribuzione a livello locale, nazionale e panafricano.

Questa idea non é poi cosi male: ma per far sì che i giovani si appassionino di agricoltura e amino essere a contatto con la loro terra, dalla semina al raccolto divenendo business women e men, c’è un grande bisogno di incoraggiamento. Come finanziamenti e agevolazioni che li segua nel processo di produzione, logistica e distribuzione di alimenti. Una manna per il benessere economico (fisico e mentale) delle loro comunità. Questo implicherebbe una minore densità di popolazione nelle città (diminuirebbe la corsa alla ricerca di lavoro nelle grandi città africane – Dakar, Nairobi, Johannesburg, Cairo…). Si sfrutterebbe maggiormente il potenziale umano dei milioni giovani in cerca di lavoro. Si esalterebbe un mix di tecniche professionali agricole e manageriali, di strategie business per rendere il lavoro dei campi redditizio – quindi maggiori posti di lavoro creati e occupati.

Ne conseguirebbe una maggiore produzione e produttività agricola. Meno persone senza lavoro, quindi meno povertà. E, in generale, migliori condizioni economiche e sociali per le persone. Per concludere: minor stress in città più vivibili e reddito da lavoro che permettano alle persone di condurre un migliore stile di vita. Mia nonna per farmi mangiare mi diceva sempre che la mente é sana quando ci alimentiamo bene. Il segreto per una buona alimentazione sta nel conoscere la fonte del nostro benessere. E, perché no, lavorarci su.

Parliamo della Cina in Africa, il “secondo continente della Cina”

Al Forum della Cooperazione Cina-Africa del mese scorso a Pechino, il presidente cinese Xi-Jinping ha annunciato 60 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti in Africa.

Le otto maggiori iniziative della cooperazione Cina-Africa sono: promozione industriale, connettività delle infrastrutture, facilitazione del commercio, sviluppo verde, capacity building, sanità, scambi culturali, pace e sicurezza.

Dove l’Europa vede rischi come migrazione, terrorismo, instabilità politica, la Cina vede invece opportunità come risorse naturali e preziosi minerali. L’Africa ha infatti petrolio, rame, cobalto e minerali di ferro: per questo rappresenta un grande mercato per produttori cinesi e società di costruzioni, ed è un veicolo promettente per l’influenza geopolitica cinese. Ma il comportamento degli attori cinesi in Africa non è esemplare: vi sono stati reclami legittimi di aziende cinesi che impiegavano africani del posto maltrattandoli, sottopagandoli e ponendo poca attenzione alla cura dell’ambiente.

Tra il 2000 e il 2017, gli investimenti diretti esteri cinesi in Africa – in miliardi di dollari – hanno visto protagonisti l’Egitto (24 miliardi di dollari) seguito dalla Nigeria (6 miliardi di dollari), dall’Algeria, Sud Africa, Mozambico, Etiopia, Angola, Niger, Zambia e Marocco (2.5 miliardi di dollari).

Rinominato il “secondo continente della Cina”, l’Africa è diventata sempre di più un laboratorio di idee e di significato strategico per il commercio internazionale (porto di Gibuti, e risorse naturali della Nigeria). Circa un milione di imprenditori cinesi si sono trasferiti in Africa, imparando la lingua e apprendendo le dinamiche del territorio in maniera strategica.

Vivendo in linea diretta le nuove infrastrutture, le strade, i ponti, le residenze e i mezzi di trasporto costruiti dai manager cinesi in Africa dell’est, poso testimoniare due sono le tendenze di pensiero in merito alla questione cinese in africa sono due: diritti umani e protezione lavorativa da un lato, pensiero e azioni lungimiranti per il progresso industriale dell’Africa dall’altro.

In maniera alquanto bizzara, ma reale, coloro che si schierano per i diritti umani e la protezione dei lavoratori siamo perlopiù noi occidentali (o come siamo chiamati qui, i musungu, i bianchi). Chi si schiera invece per il progresso industriale é la popolazione africana stessa. Un caso eclatante è stato esposto dal giornale americano The New York Times –  Kenyans say Chinese investments brings Racism and Discrimination – in un articolo in cui espone la vicenda cinese sotto una diversa prospettiva e in cui si da voce ai kenioti, i quali avrebbero lamentato episodi di discriminazione e razzismo da parte dei cinesi, che a quanto pare avrebbero soprannominato i kenioti “scimmie”, con accezioni a dir poco negative ed umilianti.

La popolazione cinese in Kenya attualmente conta circa 40.000 persone; molto spesso vivono in grandi edifici con poca interazione con la popolazione locale. Lavorano e non conoscono le dinamiche del territorio. Le condizioni lavorative per entrambe le parti non sono le migliori. La vita sociale é minima per i cinesi, i kenioti vengono sottopagati e trattati al limite della dignità umana. Dobbiamo riflettere su questi punti e sull’influenza di questa Grande Cina, potenza in via di espansione, che gioca alla strategia del controllo dei mari e della win-win cooperation, cooperazione che dovrebbe appunto vedere entrambi vincitori, Cina e Africa, puntando sugli istituti di cultura e sugli scambi tra università e soft diplomacy.

Dalla parte africana, invece, ho avuto modo di confrontarmi con specialisti del commercio internazionale, con storici ed educatori di scienze umane e sociali, accomunati tutti dall’apprezzamento per la lungimiranza cinese. In breve, l’idea comune è questa: è il turno dell’Africa di saper negoziare per l’industrializzazione dei propri paesi. Come scrive anche il Foreign Policy, l’aiuto cinese e gli investimenti sono positivi per l’Africa. Questo perché l’assistenza cinese consiste, per la maggior parte, in crediti all’esportazione e in prestiti per le infrastrutture (molto spesso con poco o zero interesse). E le sue caratteristiche sono: flessibilità, velocità e zero condizioni.

Secondo gli studiosi africani, sono ora i governi africani a dover fare girare la ruota dell’economia e ad utilizzare questi investimenti nei loro paesi per industrializzarli. I Paesi africani devono, quindi, divenire i “proprietari” di questi investimenti, migliorando le competenze, le abilità dei lavoratori ed imparando le tecniche dai cinesi che, in termini di tecnologia ed innovazione, sono molto avanzati.

Not merely receivers, but proactive transformers of the opportunites“. Ossia “non meramente riceventi, ma proattivi trasformatori delle opportunità“. Questo è il pensiero comune con cui mi sono confrontata nell’ultimo periodo di acceso dibattito Cina-Africa.

Viviamo per vedere. Ma si sa, la Cina lavora sul lungo periodo. Impariamo e osserviamo.