Chi può salvarci? Le donne!

In situazioni odierne di sfide globali e inscurezze mondiali, dall’economia alle comunità, dalle tensioni politiche alle catastrofi naturali ed epidemie che contagiano popolazioni intere, trovo nelle donne uno spiraglio di luce, di speranza, di empatia e di spirito di fare gruppo per risolvere i problemi di questo pianeta.

Le donne, le ragazze, si incontrano normalmente per parlare di frivolezze, di uomini, di viaggi e di amore. Mi ritrovo anche io in questo circolo. Con la scusa del women empowerment, il trend di questo nostro secolo, del potere della donna, della sua indipendenza, lungimiranza, emancipazione, diritti sul suo corpo e sulla sua sessualità e femminilità, si creano constantemente gruppi di donne che si incontrano, pianificano uscite e cene, viaggi e vanno al cinema, a teatro, ai concerti, e ascoltano Girls just want to have fun, o, in alternativa Pretty Woman e la colonna sonora del TV show americano (e film) Sex and the City.

Si, perché l’animo donna vuole divertirsi, parlare, stare con le amiche, magari bere un mojito, e discutere seriamente di relazioni sentimentali. Ma anche discutere seriamente di problemi globali, di povertà, di politica, di altre donne che soffrono e di come possono essere aiutate, di ambiente e di come preservarlo. Condivisione di emozioni. E proprio grazie alla condivisione di sentimenti ed emozioni, le donne lo sanno, e fanno partire in turbo un motore che non si ferma più. Un motore in constante movimento, giorno e notte, che non si spegne più. Anime e teste che pensano, che discutono, che dibattono, che parlano ancora, che non si danno per vinte, che ci provano sempre.

Come in amore (chi lotta, vince sempre), anche in questi gruppi e circoli di donne si vede l’amore, la tenacia, e quasi ci accorgiamo di quel sangue che scorre intenso nelle vene di queste creature piene di vita e di energia e che, insieme, moltiplicano l’energia e la voglia di fare.

Donne in cerca di guai, che sfidano lo status quo, che ci provano perché ci credono. Perché esiste una luce in loro che non si spegne mai, e che pensa agli altri, all’avvenire del mondo. Non solo ai propri figli, ma ai figli che non avranno mai o i figli che avrebbero voluto. Donne che hanno scelto strade difficili perché credono nel mondo e nella causa umana. Donne che pensano che i problemi si possano SEMPRE risolvere perché tutto, alla fine, si risolve. Donne che viaggiano, che non hanno paura, mosse dall’amore, dalla causa in cui credono (dal giornalismo all’avventura, dalla lotta contro la guerra al riconoscimento dei loro diritti sessuali e riproduttivi per i quali si sentano libere di decidere sul loro corpo, come utilizzarlo e cosa farne).

Le donne é bene rispettarle e tenerle vicine: camminano insieme e possono camminare mano nella mano anche con gli uomini. Gli uomini (e pure certe stesse donne, certo) dovrebbero far tesoro dei loro insegnamenti ed imparare ad ascoltare come le donne ascoltano, ad amare come loro amano, con una forza interiore che rimane accesa fino alla fine, fino a quando esisteranno. E’ solo insieme che possiamo mobilizzare altre donne, altri uomini, ma anche mezzi materiali come fondi per lo sviluppo per finanziare progetti umanitari, organizzare raccolte fondi, mettersi insieme, lottare per il bene comune – di tutti, uomini e donne, insieme. Per un mondo più bello, più “rosa” e sicuramente più dolce, più semplice. E perché no? Forse concedendoci pure qualche frivolezza in più.

E qui le mie ispirazioni di donne a Madagascar https://gaiaparadiso.wordpress.com/2019/06/15/reconcile-with-the-world-around-you/ , o di come i giocattoli possono creare ispirazioni di donne pioniere nel mondo: https://flopmee.com/barbie-created-17-new-dolls-based-on-powerful-and-inspiring-women/

 

 

Costruire il futuro: la Fihavanana a Madagascar

La Fihavanana è il concetto capostipite del lavoro e della vita a Madagscar: può essere considerata una filosofia di pensiero e di azioni, pratiche e spirituali. Dalla parola havana, che significa parente, la parola Fihavanana significa parentela, amicizia, la benevolenza tra le persone, sia fisica che spirituale.

Il Madagascar è pieno di proverbi e modi di dire. Fihavanana è molto più di solo relazione o parentela. Il significato proviene dalla convinzione che proveniamo tutti da un solo sangue e che quindi dobbiamo trattare l’un l’altro egualmente, perché le nostre buone azioni si riflettono verso gli altri e verso noi stessi. Non solo. La Fihavanana significa anche che dobbiamo essere proattivi verso la buona volontà per il bene del mondo. Fihavanana non si limita solo al presente ma può essere applicato alla nostra relazione con il mondo spirituale. Il concetto è simile all’Ubuntu del Sud Africa.

Quello che mi sorprende sempre è la solidarietà di questo popolo: in un mondo attuale di chiusura di frontiere e di paura verso l’altro, i Malagasy people sono un esempio da seguire. Tra il nord e il Sud c’è molta differenza: al nord vi è turismo, commercio e relativo benessere, con spiagge e attività di snorkeling e di tour delle spezie. Al Sud vi è povertà estrema, mancanza di acqua, elettricità e viveri.

Nonostante ciò, tutti si aiutano. C’è sempre qualcuno disposto a darti una mano, anche se non ha nulla da offrirti. E tu nemmeno, non conoscendo i sogni e desideri dell’altra persona. Mi immagino un mondo cosi nella mia testa. Un mondo di solidarietà, di aiuto reciproco e di pace e rispetto nelle azioni, credendo fortemente nel karma e nelle buone azioni. Un mondo di sorrisi e di pace, perché la felicità non è avere tutto quello che si desidera, ma vivere di entusiasmo verso la propria meta, la meta che si ha nella testa. Verso il futuro.

A contatto con il bene, si incarna in noi il desiderio di voler fare del bene, con nella testa l’idea che la vita è breve e, con calma, pazienza e un sorriso interiore, dobbiamo fare del meglio mentre siamo sul pianeta Terra. Si crea un entusiasmo senza precedenti, una forza e un’energia circolare di futuro, volontà, speranza, forte fede in quello che verrà. Si diventa molto più umani e consapevoli, perché si impara ogni giorno che tutto è possibile. Con un po’ di pazienza.

Ho voluto scrivere questo post che è sì breve ma con pieno di profondo significato, e vorrei condividere la foto del futuro per me: l’educazione dei bambini e la possibilità di dar loro strumenti per poter realizzare il loro potenziale, la loro immaginazione e la loro buona volontà verso il mondo che li attende.

 

 

 

 

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Hit the Road Jack! Voir pour Croire. Share with the World. Vedere per credere. Condividere con il Mondo.

20 giorni nel Sud del Madagascar: parole che descrivono queste terre sono siccità, mancanza di acqua pluviale e potabile, di elettricità e di internet, strade dissestate, infrastrutture fatiscenti, scuole e centri di sanità piccoli e non completamente attrezzati: la vera povertà è il minimo comune denominatore.  Bisogna vedere per poter credere che tutto questo esiste. Voir pour Croire, è stato il nostro motto del viaggio in 4X4 con il lavoro. Vedere per capire. Per scrivere, per condividere e trasmettere al mondo. Per maggiore consapevolezza, umanità, conoscenza e, se possibile, qualche azione umanitaria per appoggiare queste popolazioni.

Scattare foto e scrivere, per far scoprire al mondo cosa succede nelle zone più remote e vulnerabili del mondo. Popolazioni che soffrono davvero, che noi dobbiamo conoscere, salutare, a cui dobbiamo parlare per capire. Per capire che il mondo non è tutto rosa e giusto come pensiamo che sia quando siamo a casa nostra. Capire che quando mettiamo il naso fuori di casa, è difficile. Ma è necessario vedere. Per comprendere che dobbiamo aiutarci, gli uni con gli altri. Per comprendere che siamo tutti uguali, senza differenze, con le stesse necessità basiche. Con gli stessi sogni e desideri. Con la stessa volontà di amore, di cura verso se stessi e verso gli altri.

Il nostro tragitto é partito dalla capitale del Madagascar, Antananarivo, chiamata anche Tana per abbreviare il nome lungo, verso la prima tappa di Manakara. Qui abbiamo potuto incontrare le associazioni di donne e di piccoli agricoltori che si occupano di trasformare la manioca in gari (per potersi nutrire e per rafforzare il corpo dei bambini); e di cucinare e conservare il pesce che i pescatori della zona scelgono di portare al villaggio per la cottura e la vendita sul mercato locale. Tutto semplice, ma tutto complesso allo stesso tempo, dipendendo tutto dalla natura, dal cambiamento climatico, dalle giornate con pesca o senza. L’obiettivo é quello di poter guadagnare qualcosa per mettere qualcosa sulle tavole delle loro case e nutrire le grandi famiglie, dove i tanti bambini sono l’orgoglio e – ahimè spesse volte – la forza lavoro nei campi in zone dove l’agricoltura è l’attività principale di sussistenza.

Alla volta poi dei bambini e delle mense scolastiche che servono a tenere i bambini a scuola – il rischio è quello che rimangano a casa, ad aiutare i genitori nei campi e che non ricevano l’educazione basica per dar loro maggiori opportunità future. Il nostro lavoro distribuisce riso, legumi secchi (arachidi, pistacchi, fagioli) e olio per colmare le necessità di base, e guida gli insegnanti, i genitori e gli amministratori delle scuole ad impartire un’educazione alimentare e nutrizionale basata sulla diversità degli alimenti per una crescita forte e corretta. Qui abbiamo parlato con le scuole di nutrizione, di ricette culinarie per permettere alle cuoche di diversificare gli alimenti sulla tavola della mensa scolastica, mescolando tra loro diversi alimenti. Abbiamo fotografato bambini con il loro piatto di riso quotidiano (che è un po’ com’è per noi la pasta), qualche foglia di insalata verde, e tanti fagioli.

Toliara, Sud del Madagascar.

Agricoltori che cercano di diversificare i loro raccolti e produzioni. Attendendo tutti la pioggia – il Sud del Madagascar soffre da cinque anni di siccità, con piogge annuali rare, ma con la costante necessità di acqua per irrigare le loro terre. Il nostro lavoro fornisce tecniche agricole e formazioni sulla cultura “contro-stagione”, permettendo quindi di diversificare le tavole, con le piantagioni di melanzane, carote, zucchine, pomodori… Aiutiamo nella costruzione di canali di irrigazione per la ritenzione di acqua e per il suo utilizzo, e ci impegniamo a coinvolgere la popolazione in lavori in corso per la riabilitazione di strade che possano poi aprire i canali di commercio tra un villaggio e l’altro, tra un mercato e l’altro per far girare l’economia e per  stimolare la vendita di prodotti e la crescita economica di ciascun villaggio, che diventa poi paese, che diventa poi provincia, regione e Stato.

Betioky e Fotadrevo, Sud del Madagascar.

“Mora mora” (nella lingua del Madagascar, il Malagasy), “doucement doucement” (in Francese),  o “piano, piano”, diremmo in Italiano. È un lavoro lungo e faticoso, pieno di ostacoli e problemi tecnici (la scarsa pioggia, internet spesso assente, così la luce, l’acqua…) ma è per questo che ci vuole qualcuno che vada ad approfondire queste tematiche, a documentarle per non dimenticare, per far suonare  un campanello di allarme fino al nostro occidente. Documentare per agire non solo a livello comunitario, ma anche a livello di strategie, a livello di politiche mondiali e internazionali.

 

Vediamo per capire. E per convincere i capi di stato che non dobbiamo solo pensare a noi. Che il cambiamento deve avvenire. Nelle nostre azioni verso il nostro paese e verso gli altri.

 

Le migrazioni sono positive, se riusciamo a gestirle. Per l’umanità e per la crescita economica. Per sapere che non esistiamo solo noi, che il mondo è grande. Che le opportunità esistono. Che dobbiamo aiutarci. Se uniti, vinciamo tutti. In un mondo in cui dobbiamo ascoltare prima di giudicare. In un mondo in cui ci sono diverse modalità di vivere, di fare le cose, di rispondere agli shocks, di agire, di aiutare, di comprendere. Che esistono diverse culture. E che la nostra non è quella “giusta”. Tutto dipende da dove siamo nati e dai valori che ci sono stati impartiti e dal tipo di formazione che abbiamo ricevuto. Che il mondo, come l’espressione italiana dice, “è bello perchè è vario”.

 

Dipende tutto da come noi vediamo il mondo, da cosa vogliamo fare, dentro a questo mondo. Quale é il nostro messaggio? Cosa vogliamo lasciare, qui sulla terra?

 

Un pezzo di mondo migliore. Trasmettendo l’informazione e sperare che tutti noi possiamo leggere e fare qualcosa. Nel nostro piccolo. Ma consapevoli che il piccolo diventa grande, che l’effetto farfalla esiste. Siamo noi i responsabili del cambiamento.

Passo passo, credere nella speranza del mondo, nelle buone azioni e intenzioni, parlare e farsi sentire. Coinvolgersi e comprendere, per poter comunicare.

 


Esplorando il Mondo e portando l’Esperienza agli Altri

 

Buona musica!
https://www.youtube.com/watch?v=Q8Tiz6INF7I
(Ray Charles, 1961)

 

Buona festa della Liberazione a tutti e buon mese di Maggio con the Italians, la nostra finestra sul mondo. 

 

 

 

 

 

 

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Di sogni e traslochi. Un nuovo mondo: Madagascar

Mi sono ritrovata a vivere su un’isola. Il sogno di una vita, un posto dove poter essere tranquilla e aiutare chi ha veramente bisogno, soprattutto e specialmente in termini di bisogni alimentari.

Il Madagascar é la quarta isola più grande del mondo. Qui l’80% della popolazione vive in condizione di povertà. E il basso reddito unito alla scarsa attività agricola contribuiscono all’insicurezza alimentare e nutrizionale. Situazione che si è ulteriormente aggravata dal declino delle risorse naturali, dai sempre più frequenti e gravi shock legati al clima (come ad esempio cicloni e lunghi periodi di siccità) e dalla capacità limitata di governance del paese. Per non dimenticare poi il problema delle infrastrutture, della disuguaglianza di genere e di tutta una serie di pratiche tradizionali che sostengono la malnutrizione.

Rimaniamo su numeri e dati, perché anche questi servono per capire il Madagascar. Sono in un posto in cui il 47% dei bambini al di sotto dei 5 anni soffre di problemi legati allo sviluppo e alla crescita a causa di malnutrizione. Il 44% della mortalità infantile è associata alla denutrizione.

Le cause della fame sono tante e sono dovute principalmente a dei gap esistenti nel design e nell’implementazione delle politiche nazionali, nei bassi investimenti nelle capacità istituzionali e nello scarso valore nutrizionale delle diete nazionali. Ma anche nelle scarse infrastrutture igienico-sanitarie, nella bassa produttività dei sistemi agricoli, nell’insicurezza locale e negli investimenti limitati in infrastrutture rurali. Ed influiscono anche problemi e situazioni in cui si verificano discriminazioni basate sul genere e norme socio-culturali che contribuiscono a sostenere il basso status sociale delle donne, dei bambini e dei gruppi emarginati.

Accanto a questi dati c’è un altro Madasgar. Il Madagascar è anche un’isola paradisiaca, meta turistica di spiagge, parchi nazionali e ricca di biodiversità. Sull’aereo per arrivare qui, la settimana scorsa, i miei vicini di volo erano una felice coppia tedesca, ora in pensione, e volenterosi di viaggiare verso una grande isola, con l’Oceano Indiano tutto attorno.

Le prime impressioni sono di una città tutta in salita, con tante scalinate e tanti diversi colori di palazzi. Stile francese per la lingua e per la storia di colonizzazione, i Malgaches (gli abitanti di Madagascar) sono affabili e gentili, molto pacifici e pazienti. Nella capitale ci sono moltissimi bambini in strada e una quantità enorme di mercati – a tutte le ore del giorno – della frutta, della verdura, di elettronica, di vestiti, di libri.

Mi sembra di essermi tuffata nel passato per aiutare le popolazioni presenti. Con l’espressione Mens sana in corpore sano impressa a caldo nella mia testa, sono convinta che qui possiamo fare tanto per fare in modo che bambini delle scuole elementari abbiano il cibo a sufficienza per crescere sani e forti, per studiare e per avere future grandi opportunità di lavoro e vivere bene.

Un’altra cosa che sto imparando a conoscere è che ai Malgaches piace molto la frutta (in questo momento è la stagione dei cachi e dell’ananas) e cantare! Mi trovo già in sintonia con loro. La prima canzone cantata insieme è quella di Richard Anderson- Reality, colonna sonora del tempo delle mele – durante un embouteillage – il trafffico della città!

 

La formula per la “renaissance” africana? Puntare sul potenziale dei giovani!

Investire sul potenziale dei giovani e nella produzione agricola: ecco dove partire per la “renaissance” africana. Parola di Carlos Lopes, ex segretario esecutivo della Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’Africa. Nell’intervista al magazine African Business, Lopes parla chiaro: “Non é meramente un copia-incolla del successo asiatico di Cina e Corea del Sud di tecnologia e industrializzazione, ma la volontà e la forza dell’Africa di distruggere il loro modello industriale corrente, e crearne uno più innovativo, sfruttando il potenziale della gioventù”.

E la gioventù cerca lavoro in Africa. Secondo i dati della Banca di Sviluppo Africana, 6 delle 10 economie maggiori del mondo si trovano proprio in Africa sub-sahariana. Studi delle banca mostrano come la traiettoria del tasso di disoccupazione giovanile sia in lenta ma costante discesa. Discesa iniziata nel 2012, partendo dal 10.9 % e arrivando nel 2017 al 10.8 %.

Un grande problema che affligge da sempre l’Africa (solo?) é la disuguaglianza sociale. Un prodotto derivante dai limiti culturali delle società patriarcali dove le tradizioni, i riti e gli stereotipi di genere sono sempre più accentuati. Le donne, più degli uomini, faticano a trovare lavoro perché relegate in casa come madri e mogli, senza opportunità di raggiungere successi imprenditoriali. Per sostentarsi, molte fra di loro trovano lavoretti nel settore informale, id est in piccole boutique di alimentari o vendendo le proprie creazioni di bigiotteria a basso prezzo.

Un altro problema é l’aumento demografico. Dati delle Nazioni Unite stimano a 1.1 miliardi di abitanti il continente africano e, sempre secondo le previsioni onusiane, la popolazione arriverà a quota 2.4 miliardi nel 2050. La popolazione giovanile, intanto, continuerà a crescere: ad oggi sono 200 milioni i giovani tra i 15 e i 24 anni, quota che aumenterà nel continente di circa 5 milioni di unità per ogni anno da oggi fino al 2035.

Al contrario, nel resto del mondo la popolazione invecchierà sempre di più. L’aumento dei giovani nel continente (al 2050 saranno circa 840 milioni) rischia di comportare, a condizioni economiche invariate, anche l’ascesa di movimenti ribelli e la formazione o reclutamento in gruppi militanti e organizzazioni terroristiche (si veda Al Shabaab, Boko Haram e ISIS). A conferma di questi timori un rapporto delle Nazioni Unite programma di sviluppo afferma che “molti giovani, per disperazione e senza lavoro, si uniscono a queste organizzazioni, per il soldo facile”. Il rapporto continua denunciando “il brainwashing – il lavaggio del cervello” a cui sono sottoposti i neofiti e la persuasione “su chi é buono e chi deve invece essere annientato, e in fretta”.

Secondo il magazine di questioni africane, African Renewal, la crescita demografica può essere una “bomba ad orologeria o una grande opportunità”. Il magazine continua sull’onda dell’opportunità: l’aumento demografico di giovani porta molte nuove idee, spirito di innovazione, collaborazione e creatività. Segue questo indirizzo anche la Bill e Melinda Gates Foundation, che si trova ottimista sulla necessita per i governi e per il settore privato di investire sulle capacità tecniche e professionali dei giovani. A sostegno e per assicurare coesione sociale e rafforzare la stabilità politica dei paesi africani.

Le agenzie delle Nazioni Unite poi, da ONU Donne a UNESCO, potenziano i loro interventi e collaborano con i governi per rompere gli stereotipi di genere (la prima) e per promuovere ricerche e scoperte scientifiche giovani donne scienziate (la seconda). Il secondo programma – chance per la tecnologia, la scienza e l’innovazione – sta prendendo piede nelle vite e nel progresso industriale africano (vedesi il programma – risultato di una partnership pubblico/privata – di L’Oréal e UNESCO For Women in Science).

Tutti questi programmi sono indirizzati a migliorare le condizioni socio-culturali delle popolazioni, puntando sul soft power degli organismi internazionali, tenendo alti e saldi gli ideali di pace, rispettando la dichiarazione universale dei diritti umani e le convenzioni ONU. L’obiettivo che stiamo faticosamente cercando di raggiungere potrebbe costituire (questa è la nostra speranza) il fondamento per un più approfondito dialogo interculturale, maggior rispetto reciproco, spirito di coesione e di apertura al mondo, tutti soft skills necessari per rendere stabili società in continuo cambiamento.

La grande domanda però é un’altra: come sradicare la povertà e incamminarsi verso una strada sostenibile di sviluppo e autonomo progresso economico ed industriale? Un mondo dove l’economia possa finalmente sbocciare e permettere alle popolazioni di crescere e prosperare, non solo sopravvivere? E scappare?

L’ex capo della Banca di Sviluppo Africana, David Kaberuka, economista rwandese, ora a capo della Soutbridge – una banca investimenti per clienti e soluzioni pan-africane – parla di “maggior sinergia ed interazione tra il settore pubblico – i governi – e settore privato dove il settore privato sia indirizzato alla pianificazione e i governi mettano in campo le soluzioni”. Il nostro caro Lopes invece, punta alla “agro-processing” quel processo dell’industria agroindustriale che vede la trasformazione di materie prime e prodotti intermedi derivati dal settore agricolo, dalla silvicoltura e dalla pesca in beni di consumo e di distribuzione a livello locale, nazionale e panafricano.

Questa idea non é poi cosi male: ma per far sì che i giovani si appassionino di agricoltura e amino essere a contatto con la loro terra, dalla semina al raccolto divenendo business women e men, c’è un grande bisogno di incoraggiamento. Come finanziamenti e agevolazioni che li segua nel processo di produzione, logistica e distribuzione di alimenti. Una manna per il benessere economico (fisico e mentale) delle loro comunità. Questo implicherebbe una minore densità di popolazione nelle città (diminuirebbe la corsa alla ricerca di lavoro nelle grandi città africane – Dakar, Nairobi, Johannesburg, Cairo…). Si sfrutterebbe maggiormente il potenziale umano dei milioni giovani in cerca di lavoro. Si esalterebbe un mix di tecniche professionali agricole e manageriali, di strategie business per rendere il lavoro dei campi redditizio – quindi maggiori posti di lavoro creati e occupati.

Ne conseguirebbe una maggiore produzione e produttività agricola. Meno persone senza lavoro, quindi meno povertà. E, in generale, migliori condizioni economiche e sociali per le persone. Per concludere: minor stress in città più vivibili e reddito da lavoro che permettano alle persone di condurre un migliore stile di vita. Mia nonna per farmi mangiare mi diceva sempre che la mente é sana quando ci alimentiamo bene. Il segreto per una buona alimentazione sta nel conoscere la fonte del nostro benessere. E, perché no, lavorarci su.

Parliamo della Cina in Africa, il “secondo continente della Cina”

Al Forum della Cooperazione Cina-Africa del mese scorso a Pechino, il presidente cinese Xi-Jinping ha annunciato 60 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti in Africa.

Le otto maggiori iniziative della cooperazione Cina-Africa sono: promozione industriale, connettività delle infrastrutture, facilitazione del commercio, sviluppo verde, capacity building, sanità, scambi culturali, pace e sicurezza.

Dove l’Europa vede rischi come migrazione, terrorismo, instabilità politica, la Cina vede invece opportunità come risorse naturali e preziosi minerali. L’Africa ha infatti petrolio, rame, cobalto e minerali di ferro: per questo rappresenta un grande mercato per produttori cinesi e società di costruzioni, ed è un veicolo promettente per l’influenza geopolitica cinese. Ma il comportamento degli attori cinesi in Africa non è esemplare: vi sono stati reclami legittimi di aziende cinesi che impiegavano africani del posto maltrattandoli, sottopagandoli e ponendo poca attenzione alla cura dell’ambiente.

Tra il 2000 e il 2017, gli investimenti diretti esteri cinesi in Africa – in miliardi di dollari – hanno visto protagonisti l’Egitto (24 miliardi di dollari) seguito dalla Nigeria (6 miliardi di dollari), dall’Algeria, Sud Africa, Mozambico, Etiopia, Angola, Niger, Zambia e Marocco (2.5 miliardi di dollari).

Rinominato il “secondo continente della Cina”, l’Africa è diventata sempre di più un laboratorio di idee e di significato strategico per il commercio internazionale (porto di Gibuti, e risorse naturali della Nigeria). Circa un milione di imprenditori cinesi si sono trasferiti in Africa, imparando la lingua e apprendendo le dinamiche del territorio in maniera strategica.

Vivendo in linea diretta le nuove infrastrutture, le strade, i ponti, le residenze e i mezzi di trasporto costruiti dai manager cinesi in Africa dell’est, poso testimoniare due sono le tendenze di pensiero in merito alla questione cinese in africa sono due: diritti umani e protezione lavorativa da un lato, pensiero e azioni lungimiranti per il progresso industriale dell’Africa dall’altro.

In maniera alquanto bizzara, ma reale, coloro che si schierano per i diritti umani e la protezione dei lavoratori siamo perlopiù noi occidentali (o come siamo chiamati qui, i musungu, i bianchi). Chi si schiera invece per il progresso industriale é la popolazione africana stessa. Un caso eclatante è stato esposto dal giornale americano The New York Times –  Kenyans say Chinese investments brings Racism and Discrimination – in un articolo in cui espone la vicenda cinese sotto una diversa prospettiva e in cui si da voce ai kenioti, i quali avrebbero lamentato episodi di discriminazione e razzismo da parte dei cinesi, che a quanto pare avrebbero soprannominato i kenioti “scimmie”, con accezioni a dir poco negative ed umilianti.

La popolazione cinese in Kenya attualmente conta circa 40.000 persone; molto spesso vivono in grandi edifici con poca interazione con la popolazione locale. Lavorano e non conoscono le dinamiche del territorio. Le condizioni lavorative per entrambe le parti non sono le migliori. La vita sociale é minima per i cinesi, i kenioti vengono sottopagati e trattati al limite della dignità umana. Dobbiamo riflettere su questi punti e sull’influenza di questa Grande Cina, potenza in via di espansione, che gioca alla strategia del controllo dei mari e della win-win cooperation, cooperazione che dovrebbe appunto vedere entrambi vincitori, Cina e Africa, puntando sugli istituti di cultura e sugli scambi tra università e soft diplomacy.

Dalla parte africana, invece, ho avuto modo di confrontarmi con specialisti del commercio internazionale, con storici ed educatori di scienze umane e sociali, accomunati tutti dall’apprezzamento per la lungimiranza cinese. In breve, l’idea comune è questa: è il turno dell’Africa di saper negoziare per l’industrializzazione dei propri paesi. Come scrive anche il Foreign Policy, l’aiuto cinese e gli investimenti sono positivi per l’Africa. Questo perché l’assistenza cinese consiste, per la maggior parte, in crediti all’esportazione e in prestiti per le infrastrutture (molto spesso con poco o zero interesse). E le sue caratteristiche sono: flessibilità, velocità e zero condizioni.

Secondo gli studiosi africani, sono ora i governi africani a dover fare girare la ruota dell’economia e ad utilizzare questi investimenti nei loro paesi per industrializzarli. I Paesi africani devono, quindi, divenire i “proprietari” di questi investimenti, migliorando le competenze, le abilità dei lavoratori ed imparando le tecniche dai cinesi che, in termini di tecnologia ed innovazione, sono molto avanzati.

Not merely receivers, but proactive transformers of the opportunites“. Ossia “non meramente riceventi, ma proattivi trasformatori delle opportunità“. Questo è il pensiero comune con cui mi sono confrontata nell’ultimo periodo di acceso dibattito Cina-Africa.

Viviamo per vedere. Ma si sa, la Cina lavora sul lungo periodo. Impariamo e osserviamo.

 

If there is a Will, there is a Way: id est, Volere è Potere

Questa foto rappresenta l’inizio di una Grande Avventura insieme. Cinquanta giovani, rappresentanti Giovani dei Paesi del G20, si sono incontrati a Cordoba, Argentina, dal 13 al 20 Agosto 2018, per discutere dei problemi che affliggono i giovani globalmente, e trovare delle soluzioni innovative, con uno sguardo curioso e attento al mondo che sta cambiando.

Una settimana di lavori intensi per infine arrivare alla stesura di un documento di politiche che le noi giovani vorremmo ascoltate e rappresentate in quelle che poi saranno le politiche di governo dei nostri rispettivi paesi, e per le quali ci “batteremo” per fare in modo che i nostri leader di governo possano discuterne, sedendosi al tavolo del G20 con le nostre proposte, per approvarle e per applicarle infine alle nostre vite, a quelle di tutti.

La protezione dei giovani in campo lavorativo é al primo posto, con la creazione di uno schema di protezione sociale che permetta ai giovani di cambiare lavoro, non solo “geograficamente”, ma anche rispetto a campi di specializzazione diversa, ma restando quindi protetti da assicurazione sociale, assicurazione medica e contributo pensione.

Altro punto importante per noi giovani (e non solo) è il re-skilling, o riqualificazione, con una serie di training che il settore pubblico e il privato deve poter offrire ai lavoratori, con due obiettivi principali da tenere bene a mente: rimanere rilevanti e aggiornati nel mondo di lavoro (pensiamo a nuove competenze di teamwork, empatia, compassione, collaborazione – le cosiddette soft skills – ma che comprendano anche dei programmi intensivi digitali e tecnologici, per permettere a tutti di sapere navigare nel mondo di oggi, decisamente tech e sempre più interconnesso) e poter crescere nell’azienda o nell’organizzazione per cui si lavora (crescita professionale).

Altro punto sul quale ci siamo concentrati, tra gli altri, é quello del congedo parentale non trasferibile tra i coniugi, per permettere che entrambi i coniugi abbiamo diritto ad un periodo con i propri figli, specialmente alla loro nascita. Anche qui, duplice obiettivo: preservare un equilibrio lavoro-vita personale, e in secondo luogo, permettere ad entrambi donne e uomini di poter progredire nella loro carriera, diminuendo il gap di salari e promuovere eguali opportunità femminili e maschili nel lavoro.

Il documento completo ( disponibile qui in inglese) e che presenteremo ai nostri governi, e del quale io vi ho riportato solo alcuni dei temi cardine, già delinea piani di azione in termine di sostenibilità e di utilizzo di energie rinnovabili, di un nuovo modo di insegnare e di apprendere nel XXI secolo (quali sono le competenze per i lavori del futuro), incentivi e spazi per gli imprenditori e per le start-up e la loro sostenibilità e profitto nel tempo, e il futuro del lavoro, i cui punti e spiegazioni sono sopra elencati.

Se vogliamo vedere e fare esperienza di un futuro con maggiori opportunità di lavoro, in cui i ragazzi sono non solo preparati, ma capaci di affrontare le molteplici sfide che la vita ci presenta, in campo personale e lavorativo, dobbiamo preparare sin da ora le basi per la nostra presente generazione e per lasciare una legacy positiva a quelle che seguiranno per l’apprendimento di nuovi soft skills – come empatia, teamwork, compassione, dialogo – ma anche hard skills – come per esempio l’utilizzo della tecnologia per facilitare le collaborazioni di lavoro in tutto il mondo.

Alle volte, o per qualcuno, può sembrare difficile, certo, ma dobbiamo riuscire a immaginare ora il futuro che vogliamo. Tutti i nostri sogni possono essere messi su carta e divenire realtà, e non é solo un modo di dire. Se siamo sicuri di quello che vogliamo, dobbiamo saperlo scrivere, spiegarlo e deve essere trasmesso a chi può influenzare le politiche di governo e dobbiamo farlo non solo per noi, i giovani di oggi, ma per i giovani di domani, per i leader che sapranno mettere in pratica delle soluzioni concrete alle difficili sfide del nostro presente. Per permettere all’Umanità di essere migliore, migliorando le nostre condizioni presenti.

Infine, mettere a disposizione le nostre capacità sul lavoro, le nostre abilità di innovare e di pensare criticamente, di metterci in gioco, e di mettere in discussione lo status quo, per eliminare l’ineguaglianza e l’ingiustizia nel mondo, sono azioni più che mai essenziali, necessarie. Sempre con la consapevolezza di far parte di una stessa barca, noi, essere umani limitati nel tempo, ma con la volontà di vivere felici, in armonia con gli altri, dove rispetto, altruismo, pace, dialogo, negoziazioni e gentilezza siano i pilastri della nostra esistenza terrena. Dove l’Amore per noi e per il Prossimo ci permetta di fare sempre del bene, e comunque, il Bene delle Nostre Società, combattendo l’esclusione sociale e proteggendo le risorse del nostro pianeta terra, per tutti.

Quello che mi rimarrà per sempre di questa esperienza è il ricordo della fatica delle nottate a scrivere, i dibattiti e le negoziazioni infinite tra noi giovani rappresentanti dei Paesi del G20 per raggiungere il pieno consenso e produrre il policy paper. Ma la memoria più bella sarà sempre auella dei volti e i sorrisi di tanti ragazzi accomunati della stessa instancabile voglia di cambiare il mondo. Ecco, ripensare a questo mi darà sempre l’energia necessaria per svegliarmi e dire a me stessa: “Insieme ce la faremo. Per un mondo più grande e complesso di noi, ma che insieme proviamo a capire, per costruire un futuro di giustizia, di rispetto e di eguaglianza. Tutti noi, nelle nostre vite, possiamo essere un esempio vivente di un avvenire luminoso e pacifico”.

Dedico questo post a Kofi Annan, deceduto il 18 agosto 2018, diplomatico Ghanese e settimo Segretario Generale delle Nazioni Unite dal 1997 al 2006, e premio Nobel per la Pace nel 2001.

More than ever before in human history, we share a common destiny. We can master it only if we face it

Tempo e Pazienza, le chiavi del successo dei team-work multiculturali

Imparo molto dall’Africa, e soprattutto dai miei colleghi. La nostra Direttrice, un esempio di donna Africana forte e coraggiosa, che si impegna ogni giorno per raggiungere l’educazione di qualità e inclusiva per tutti, che protegge l’Organizzazione e crede nel potenziamento dei talenti presenti nel Team, ci insegna che il tempo e la pazienza sono le chiavi del successo e del progresso dei team work-multiculturali alle Nazioni Unite.

Ci vogliono menti temprate dall’esperienza cuori pieni di volontà, la volontà di raggiungere un obiettivo insieme, per il bene di tutti, del team, della nazione, della regione e del mondo.

Molto spesso corriamo per raggiungere e non mancare una deadline, per rispettare gli imperativi delle relazioni con i media, con i partners, con i donatori, e ci dimentichiamo del collega seduto proprio accanto a noi, che magari lotta con un problema in famiglia o, più semplicemente, con qualche dubbio che vorrebbe risolvere.

L’attenzione costante verso i propri colleghi e il proprio team si riversa praticamente nello scambiare qualche parola di coraggio e di ispirazione ogni giorno, qualche consiglio e, non meno scontato, qualche sorriso. Quando poi, nella mobilità delle Nazioni Unite, i colleghi si muovono in altri paesi per altre opportunità di lavoro, siamo soliti ad organizzare una celebrazione per apprezzare, condividere tempo e riflessioni e ringraziare, perché il lavoro svolto da ognuno é essenziale.

Imparo quindi ogni giorno che quando ci sono delle incomprensioni, o differenti approcci al lavoro e anche piccole divergenze nella comprensione dei compiti di un programma per raggiungere gli obiettivi prefissati, é necessario parlare, coinvolgere e domandare. É necessario affrontare subito il problema, per poi non doversi trovare con progetti frustanti e relazioni interpersonali e professionali mediocri.

L’acronimo TEAM per me significa quindi “Together Everyone Achieves More”, che tradurrei con un banale solo all’apprenza: insieme possiamo fare di più,  ciascuno fa la sua parte, nel rispetto di tutti, e insieme il puzzle si costruisce, pezzetto a pezzetto. Non basta però solo il duro lavoro. Quello che comprendo é la necessità di una guida, di un vero Leader che possa ispirare il proprio team.  Una buona Leadership, con apprezzamento per il lavoro, una buona dose di work-life balance, attenzione e cura del proprio team, motivazione e sorrisi risultano in migliori performance e produttività. Più Unità nel Team significa poi Felicità e più Volontà di contribuiire con le proprie idee, alla buona riuscita di un risultato.

In un articolo della fine del 2017 di Forbes, uno studio mostrava che il personale di lavoro felice é più produttivo del 20 %, e non é il solo studio in materia, e forse é un esperinza che avete sperimentato anche voi. Sempre nello stesso studio, emerge poi che, quando poi si parla di commercianti, il profitto dell’azienda aumenta addirittura del 37 %. Ma cosa significa davvero essere felici al lavoro? Per me, significa essere produttivi ed impegnati, non solo affaccendati. Il termine inglese esatto é Engagement.

Si parla oggi di social media engagement, customer engagement, ma engagement é anche la parola che costituisce il marriage proposal, la proposta di matrimonio. Insomma, si tratta di vero “impegno”, si tratta di crederci, di sentire proprio un progetto, un obiettivo, il bene del team.

La scelta del lavoro é legata quindi, secondo la cultura anglosassone, ad un impegno attivo verso il lavoro, e pure verso le persone che fanno parte dell’organizzazione. Una sorta di “matrimonio”, che va alimentato con positività, parole di rispetto, cura e attenzione, di perseveranza e ascolto verso l’altro, evitando così stress e malintesi. Un viaggio verso la scoperta dell’altro, per raggiungere una sincronia di intesa e essere capaci di raggiungere obiettivi comuni, e farlo fianco a fianco. Necessità di pazienza e di dialogo e comunicazione costante, e scambio di opinioni per raggiungere la migliore soluzione – per tutti e per il bene di tutti.

E a proposito di engagement e dialogo… Devo adesso salutarvi e nel farlo ci tengo ad augurarvi un buon agosto, mese che personalmente passerò in Argentina per il Summit dei giovani del G20, discutendo del futuro del lavoro, dello sviluppo sostenibile, di entrepreneurship e del ruolo dell’Educazione e formazione nel XXI secolo (una promessa: vi scriverò!). E vi saluto quindi con questa meravigliosa citazione di Henry Ford, che traduce il mio pensiero: “Coming together is a Beginning, Keeping Together is Progress, Working Together is Success” – Riunirsi é l’inizio, Rimanere insieme é il progresso, Lavorare insieme é il Successo”.

Ciao, e alla prossima!

Orizzonti condivisi, menti in sincronia: Pangea pan-africana

Se potessi scegliere una nuova area di specializzazione di studio, probabilmente opterei per la storia del mondo (da quando, all’inizio della vita degli uomini, eravamo tutti uniti geograficamente e territorialmente nella Pangea). Come in una Pangea di territori, mi piacerebbe molto approfondire gli ideali di Pan Africanismo e e di antropologia africana, ossia, come i ricercatori, i filosofi africani vedevano e vedono il mondo,  quale era (ed é, se é cambiata) la concezione del mondo, delle relazioni umane e del senso della vita, dell’idea di lavoro, di società, di amore, di rispetto, di matrimonio. Un’infarinatura direi, perché il continente africano é molto grande, ed é complicato decifrare il comportamento di tutte le popolazioni, e poi, perché no, specializzarmi in un’area specifica dell’Africa e studiarla, dal punto di vista socio-culturale e filosofico. Id est: perché le persone fanno quello che fanno, cosa pensano delle persone bianche, quale e’ la loro concezione di vita e come vedono la storia.

Mi sono incuriosita all’argomento, interagendo sempre più con amici e colleghi provenienti dal Kenya, dalla Tanzania, dal Rwanda, dall’isola di Mauritius, dal Cameroon, dal Senegal e dalla Nigeria. Si dice, generalizzando, che si va in Africa dell’Est per scoprire i luoghi (ci sono molta natura e aninali) e si va in Africa dell’Ovest per scoprire e conoscere le persone (c’é molta arte e cultura). Sono luoghi e persone da scoprire. La nostra mente occidentale é incapace di grasp it (comprendere fino in fondo) i comportamenti di una comunità, soprattutto perché la storia africana é anche (e purtroppo) fatta di molto colonialismo, che studiamo sui banchi di scuola europei, ed é – sempre sfortunatamente – tutto quello – o pressoché tutto – quello che sappiamo dell’Africa.

Ma c’é davvero molto di più. E siccome la nostra mente é “tarata” su un sistema di vita e di valori occidentali, non riusciamo  fino in fondo e nonostante tutte le conversazioni con tutti gli amici e colleghi provenienti da questo mondo, a capire quale é davvero la realtà che li circonda. Per non dilungarmi troppo a parole, forse potrei meglio spiegarmi con degli esempi. Ve ne riporto tre.

Il primo riguarda il saluto e la maniera di poter intavolare conversazioni con tutti, in qualsiasi momento e su questioni semplici o complesse, senza mai lasciare che un’emozione fuoriesca dalla conversazione. Mi é capitato molte volte di trovarmi, su uber – il mezzo di trasporto piu’ utilizzato e il più sicuro in Kenya – alle sette del mattino, discutendo di politica, elezioni, dei due mondi (Europa e Africa), di matrimoni interculturali, di gelosie, rispetto, insegnamento a scuola, condizioni di traffico e sistemi di drenaggio della città. Tutto nel giro di 30 minuti di viaggio. (I record di conversazione penso avvengano qui).

Il secondo riguarda la grande differenziazione tra amore e matrimonio: ho capito che l’Amore é una concezione prettamente romantica e occidentale, mentre il matrimonio, nelle società africane, significa portare rispetto verso l’altra persona, introducendo lo sposo o la sposa agli altri membri della famiglia e alla comunità di appartenenenza, che significa: la società. L’amore puo’ anche avvenire fuori dal matrimonio, ma il divorzio non é ben visto. Il concetto più vicino di amore – per come lo conosciamo noi – che ho trovato qui é quello di amore verso Dio, verso la generosità e le azioni buone della comunità in favore dei più bisognosi.

Il terzo esempio (che poi é la chiave per poter vivere in Africa) é il noto motto  “If you want, go get it!”. Nessuno ti dirà mai cosa fare, dove andare, come fare. “Se vuoi qualcosa, vallo a prendere” spiega la filosofia africana, compresa da me, fino ad ora. Nessuno ti chiederà spiegazioni, perché il cuore non ascolta ragioni, per cui, se ti senti di fare qualcosa, fallo e basta, ma giustamente, considerando le conseguenze delle proprie azioni. Concetto che fino ad ora non mi é ben chiaro se venga inteso qui oppure no. Noi Europei forse siamo più timidi e non ci buttiamo, perché possiamo immaginare conseguenze, mentre qui questo non sempre avviene. Insomma, se te la senti, fallo, e poi, solo poi, vedrai cosa succede. Un po’ di sana incoscienza e spirito di avventura e scoperta.

Dal canto mio, sono profondamente affascinata dall’altro, come penso tutti gli Africani siano affascinati dagli altri. Questo credo sia lo “spirito umano” ed anche un segno di grande profondità degli esseri umani stessi.

Ovviamente questi miei tre punti sono estratti dalla mia vita, dalla mia personale esperienza africana, che puo’ scontrarsi con altri fatti reali avvenuti ad altri livelli o altri paesi africani, ma ora che mi trovo in Africa dell’Est, questo é quello che vivo, percepisco e comprendo. Credo sarebbe interessante se maggiori ricerche “scientifiche” venissero fate a tal proposito.

Per maggiore ricerche, penso dovrei recarmi presso CODESRIA, il consiglio per lo sviluppo della ricerca delle scienze sociali in Africa. Vi sono diverse pubblicazioni chiamate The African Anthropologist, e forse potrei iniziare una nuova carriera di ricercatrice africana, e iniziare a leggere qualche pubblicazione e libro, che spazi dalle idee cosmologiche, alle tradizioni culturali e al sistema di credo religiosi delle popolazioni africane, attingendo all’Instituto Internazionale Africano (qui alcuni classici consigliati dall’Instituto, e un libro pubblicato da Oxford Bibliographies sugli studi socio-cultural e antropologia dell’Africa)  per poter scoprire qualcosa di nuovo che non conosco e mi affascina, chissà.  Guidata dai sei migliori antropologi che parlano di Africa, qui, forse dovrei tornare ai banchi di scuola e iscrivermi ad una facoltà che offra studi africani come dottorato di ricerca o master (qui alcune idee di corsi, su studi Africani, da Stanford, programma PhD dalla Columbia University- dipartimento di antropologia, con idee più generali sulla antropologia socio-culturale, a Birmingham dipartimento di studi africani).

Leopold Sedar Senghor (1972) © Council of Europe Official visit of president of Senegal and poet Leopold Sedar Senghor, october 1972.

Una fonte di ispirazione sono di certo le poesie del diplomatico, poeta e politico Leopold Sedar Senghor, e primo presidente del Senegal (1960-1980). Vi lascio quindi con una sua poesia sulla bellezza della donna Africana, sperando possiate apprezzarla:

 

Femme nue, femme noire,

Vêtue de ta couleur qui est vie, de ta forme qui est beauté’

J’ai grandi à ton ombre

La douceur de tes mains bandait mes yeux

Et voilà qu’au cœur de l’été et de midi

Je te découvre, terre promise, du haut d’un haut col calcine

Et ta beauté me foudroie en plein cœur, comme l’éclair d’un angle.

 

Alla prossima avventura !

 

Apriamo gli orizzonti a apprezziamo i momenti: l’Amore ai tempi di Delhi

Imparare ad apprezzare la vita. In tutti gli aspetti. Per quello che soffriamo e per quanto impariamo, Per il  Sorridere nelle giornate di sole, scrivere nelle giornate di pioggia. Interagire con tutte le tipologie di essere umano, da quelli più’ arroganti, a quelli più’ quieti, e sapere affrontare tutti Ii tipi di situazioni. Questo é quello che dobbiamo imparare dalla vita. Imparare a vedere la bellezza in ogni singolo momento.

Appena rientrata da un viaggio in India, ho riscoperto la gioia degli amici e l’importanza di rimanere legati a persone che ci hanno conosciuto nel passato e che, nonostante gli anni passino, ci considerano sempre come dolci, gentili e pronti ad aiutare.

Non sembra, ma il lavoro molto spesso attrae tutte le nostre energie e ci permette di respirare un pochino solamente uno o due giorni la settimana.

Stare con gli amici significa anche poter discutere e scambiare opinioni a proposito di temi che molte volte vogliamo capire ma che risultano difficoltose nella comprensione, in termini culturali.

A Delhi sono venuta a contatto con una cultura completamente differente dalla nostra, soprattutto per quanto riguarda le pratiche del matrimonio. I colori dell’India sono sgargianti, le danze non finiscono mai e le cerimonie per gli sposalizi durano normalmente una settimana (noi abbiamo celebrato il matrimonio di un nostro amico per tre giorni solamente).

Il matrimonio, nelle maggioranza dei casi, è combinato. i genitori del ragazzo o della ragazza cercano un partner per i propri figli, secondo la casta sociale, e i ragazzi iniziano quindi ad “incontrare” partner potenziali, con i quali sono chiamati a decidere, in tempi brevi ( in totale circa un anno dal primo incontro, se si decide di continuare gli incontri) se passare il resto della propria vita con la persona “prescelta”.

Un sistema alquanto severo, che non dà spazio al “romance”, ma piuttosto all’accettazione della persona nella famiglia dell’altra. Un “matrimonio sociale” più che d’amore, sposando la cultura e la famiglia dell’altro, con il quale poi si vive (da sposati, le coppie vivono con le famiglie, in grandi case su diversi piani).

Questa visione dell’amore è diversa dal nostro amore moderno. Noi prendiamo il tempo per conoscerci, ma facciamo anche molto in fretta a desistere e a cambiare, cercando un partner più consono alle nostre esigenze e desideri. Un amore “usa e getta”, potenziato dalla tecnologia che sembra avere la migliore risposta possibile se qualcosa non funziona. Non funziona? Non preoccuparti, troverai un’altra persona in un clic di computer.

In entrambi i casi, non dovrebbe essere così ( né matrimonio combinato da famiglie, né scelta di partner secondo le nostre necessità momentanee). Dovremmo trovare un amico/un’amica prima di tutto, che ci voglia bene per come siamo e per quello che facciamo, indipendentemente dal soddisfare i nostri desideri. Dovremmo arrivare ad essere in una relazione amorosa con un’altra persona quando la nostra felicità non dipende dall’altro, ma la completa, aumentandola.

Non essere emotivamente dipendenti da qualcuno, ma anzi, camminare fianco a fianco, e gioire insieme dei momenti insieme, apprezzandoli, e darsi una mano nei momenti di difficoltà.

Se si intende la vita come momenti passati insieme alle persone che ci sorridono e a cui noi diamo affetto, é possibile costruire un mondo felice e duraturo con un’altra persona, basandosi sul rispetto reciproco, la consapevolezza di essere individui autonomi, con propri impegni e passioni, che scelgono autonomamente di dedicare il proprio tempo vitale con una persona piacevole, che ci aiuti a comprendere il significato della vita, e che sia una luce che illumina ancora più fortemente la nostra luce di vita.

Pillole di felicità in viaggio in India. Prendiamo il tempo per decidere e per apprezzare la bellezza della vita.