Intervista doppia a Lorenzo Bartolozzi e Adriana Barrancotto, ingegneri felici in Irlanda, terra di boom economico

Questo mese noi di The Italians abbiamo deciso di raddoppiare: gli Italians di settembre sono due, e doppia è la loro intervista. 

Da una parte c’è Adriana Barrancotto, 27 anni, nata in provincia di Palermo e cresciuta a Polizzi Generosa, un piccolo paesino nell’entroterra siciliano, per poi approdare al Politecnico di Torino dove ha studiato Ingegneria energetica e nucleare. Dall’altra parte c’è Lorenzo Bartolozzi, 28 anni, nato a Marsciano in provincia di Perugia, e approdato anche lui a Torino per frequentare la stessa specialistica di Adriana.

Oggi Adriana e Lorenzo vivono insieme in Irlanda: due anni fa sono stati selezionati insieme per un progetto organizzato dal Politecnico e dalla regione Piemonte, che prevedeva un tirocinio post laurea in un’azienda a Cork che si occupa di progettare impianti a Biogas utilizzando l’energia derivante dai rifiuti. Tra una lezione di yoga (Adriana) e una di Muay Thai (Lorenzo) siamo riusciti ad intervistarli. Ci hanno raccontato del loro nuovo lavoro da ingegneri ma anche delle loro passioni, come il climbing e il trekking. Iniziamo dunque, partendo dalle donne!

Ciao Adriana! Sappiamo che siete in Irlanda, a Cork per la precisione. Ma dicci qualcosa in più: da dove partono le vostre strade e quand’è che si sono incrociate per la prima volta?
Io e Lorenzo abbiamo frequentato la stessa specialistica a Torino ma il destino ha voluto che ci incontrassimo in Irlanda. Abbiamo lavorato nella stessa azienda per il primo anno e mezzo anche se l’ultimo anno Lorenzo ha vissuto per la maggior parte del tempo a Derby, in Inghilterra, dove si occupava del collaudo di un impianto a Biogas mentre io, in un ufficio vicino Cork, ero coinvolta nella progettazione di un nuovo impianto. Tornava solo il venerdì sera e il lunedì mattino ripartiva di nuovo. Non è stato un anno facile ed è li che ho scoperto lo yoga.

Lorenzo, questa per voi è la prima esperienza all’estero? Inoltre: di cosa vi occupate adesso? Sappiamo che recentemente avete cambio lavoro, raccontateci
Io ho vissuto in Brasile per un anno mentre per Adriana questa è la prima lunga esperienza all’estero. Entrambi abbiamo cambiato lavoro sei mesi fa. Lavoriamo come Ingegneri di Processo/Progetto (Process /Project Engineer) in ambito farmaceutico ma per due aziende di consulenza diverse. Ci occupiamo di sviluppare progetti che contribuiscono alla normale produzione di vari farmaci. Si tratta di pianificare progetti, elaborare le specifiche per tutte le attrezzature, valutare la fattibilità di nuovi sistemi da connettere all’esistente impianto produttivo. Durante la settimana partecipiamo a meeting interni o con il cliente, collaboriamo con gli altri dipartimenti (elettrica, meccanica) per far fronte a problemi e fornire le soluzioni più adeguate anche dal punto di vista economico, ambientale.

Si tratta di un lavoro che in Italia non avreste potuto svolgere? A vostro parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a mollare tutto, oppure quella di partire è più una vocazione personale?
L’industria farmaceutica si sta rapidamente sviluppando in Irlanda e ci sono spesso posizioni aperte per ingegneri. Svolgiamo il lavoro che farebbero due ingegneri chimici ma la grande richiesta e il nostro background ci hanno permesso di iniziare una carriera in questo settore. La scelta di partire per l’estero può avere svariate ragioni. Sicuramente ci deve essere una sorta di “vocazione personale”, data da curiosità, ambizione, voglia di cambiamento o di rimettersi in gioco. Per noi italiani si aggiunge anche la difficoltà di trovare lavoro e di accettare posizioni a condizioni che spesso sono più sfavorevoli rispetto ad altri Paesi esteri.

Nel vostro caso: quali sono le reali opportunità che avete potuto cogliere fuori dall’Italia? C’è qualche mito da sfatare?
L’Irlanda ci ha permesso di iniziare a lavorare subito dopo la laurea, di trovarci in aziende che ci hanno dato tante responsabilità fin dall’inizio anche se con chiare lacune di esperienza. Stiamo utilizzando tutti gli strumenti e le conoscenze acquisite al Politecnico e il tutto a delle condizioni che ripagano e premiano gli anni di studio e il lavoro svolto quotidianamente. L’Irlanda ci permette di essere soddisfatti lavorativamente, di prendere un aereo se lo stress del lavoro incombe, di apprezzare una giornata di sole sapendo che la pioggia tornerà a cadere presto che come metafora di vita ci spinge ad essere grati per ciò che abbiamo – anche se la malinconia per la lontananza da casa e la bellezza dell’Italia torneranno a farsi vivi.

Com’è trovare lavoro in Irlanda? Funziona bene il loro sistema di posizionamento, ci sono tante possibilità per inserirsi meritocramente? Rispetto all’Italia, in cosa è diverso?
L’Irlanda sta vivendo un boom economico e offre varie opportunità lavorative in diversi ambiti. La grande richiesta lascia poco spazio a raccomandazioni e il tempo dà modo ad ognuno di crescere, mostrare le proprie capacità ed essere ricompensato. Pensiamo che il maggiore gap con l’Italia sia dovuto alla diversa crescita economica che poi crea tutte le altre divergenze, come la mancanza di meritocrazia o le scarse condizioni lavorative che spesso offre il nostro Paese.

Come si lavora a Cork? Mi riferisco agli orari di lavoro, alla flessibilità, ai rapporti personali con i colleghi e alle opportunità di carriera. Ci sono delle cose che vi hanno stupiti, sia in positivo che in negativo?
Siamo molto soddisfatti del nostro lavoro e della crescita che stiamo avendo. Gli orari sono flessibili, basta fare le 40 ore settimanali, il che significa per esempio iniziare alle otto e finire alle cinque e mezza. Il venerdì si cerca sempre di finire per l’ora di pranzo per iniziare a programmare il weekend. C’è molto lavoro da affrontare durante la giornata ma ciò non toglie tempo a delle pause con i colleghi per fare due chiacchiere e sorseggiare tè con latte come si beve da queste parti. La loro disponibilità e gentilezza aiutano a superare eventuali difficoltà legate alla lingua o all’aspetto tecnico.
L’esperienza ci darebbe la possibilità di fare salti di carriera e rivestire ruoli più importanti come Senior Process Engineer o Project Manager.

Qualcosa sulla vostra vita in Irlanda: c’è una comunità di italiani lì? Vi sentite ben accettati, integrati anche negli spazi lavorativi, o ci sono pregiudizi che avete dovuto superare?
Gli Irlandesi e i paesaggi naturali sono la tra le cose più belle da menzionare. L’isola verde è piena di parchi naturali, foreste e percorsi di vari livelli. La Wild Atlantic Way è per esempio un lungo cammino sulla costa ovest, con viste mozzafiato sull’oceano e luoghi selvaggi in cui immergersi.
Tra gli aspetti negativi troviamo la crisi abitativa che l’Irlanda sta vivendo che solleva grosse difficoltà a trovare un alloggio e porta i prezzi ad aumentare continuamente. I servizi di trasporto non sono efficienti se non a volte del tutto assenti. Il costo della vita è più alto, dai trasporti agli alloggi, dalla sanità all’intrattenimento, ma comunque rapportati ai salari.
Il clima, si sa, non è dei migliori: la temperatura si mantiene intorni ai 10-15 gradi tutto l’anno e potrebbe piovere e spuntare il sole tutti i giorni. Cork, come Dublino, sono diventate ormai multiculturali. Ci sono molti italiani, spagnoli, brasiliani ben accolti dalla popolazione che, curiosa e solare, accoglie tutti a braccia aperte e pinte di birra tra le mani.

Lasciamo da parte il lavoro e concentriamoci sulla formazione. Lorenzo, te che hai vissuto e studiato lontano da casa, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici italiani e quelli brasiliani?
Ho vissuto un anno a Sao Paulo, in Brasile, grazie ad un erasmus extra UE. I primi sei mesi ho svolto lezioni curriculari presso la Escola Politecnica da USP, Universidade de Sao Paulo, e gli ultimi cinque ho anche svolto la tesi di laurea in un centro di ricerca chiamato IPEN. La sostanziale differenza tra i due sistemi educativi è che la Escola Politecnica da USP ha un approccio più pratico rispetto a quello italiano. Ad esempio, mi è stata data l’opportunità di partecipare ad un progetto il cui fine era la realizzazione di un prodotto da poter presentare ad un’azienda, dandoci la possibilità di confrontarci con il panorama industriale. Inoltre, gli esami erano diluiti durante l’arco dell’anno, metodo che permette allo studente di seguire e avere costanza evitando le “indigestioni degli ultimi giorni.”

Spesso voi expat venite definiti come “cervelli in fuga”. Adriana, ti senti una di loro? Secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?
Il fenomeno della fuga dei cervelli, anche detto “brain drain” prevede l’abbandono di un Paese in favore di un altro da parte di persone qualificate che aspirano a trovare condizioni lavorative che gratificano il percorso di studi fatto. In base a questa definizione ci sentiamo parte di tale gruppo. I giovani di oggi sono in cerca di nuove esperienze all’estero, vogliono viaggiare, partire per l’erasmus. Sono tutte esperienze che permettono di conoscere nuove culture, migliorare la lingua, crescere al di fuori del proprio nucleo familiare e affrontare situazioni al di là della propria comfort zone. La globalizzazione e il multiculturalismo arricchiscono un individuo ed avere la pretesa che ognuno rimanga nel luogo o Paese in cui è nato ha lo stesso effetto di mettere una benda agli occhi e non far conoscere il proprio potenziale. Il problema è che in Italia lasciare e partire per un nuovo Paese spesso non è una scelta, ma l’unica alternativa possibile per costruirsi un futuro solido. Chiunque dovrebbe avere la possibilità di partire e tornare nel caso in cui lo voglia. Lo stallo economico del nostro Bel Paese lascia poca speranza ad un ritorno a chi, come noi, va via, e parte non più per un’avventura ma per maturare l’idea che casa è solo un nome che diamo al luogo in cui viviamo serenamente, seppur lontano dalla famiglia e da altri affetti.
Sempre legato alla gelata della nostra economia c’è poi l’incapacità da parte dell’Italia di attirare giovani stranieri e di creare il processo inverso. In tal caso, non esisterebbe una perdita di capitale umano qualificato, e la cosiddetta “fuga dei cervelli” potrebbe chiamarsi ricircolo o scambio dei cervelli.

Per concludere: quali sono i vostri prossimi progetti? Avete in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le vostre competenze e il vostro talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita? Oppure la vostra vita è ormai in Irlanda?
Vediamo l’Irlanda come il posto migliore in cui vivere al momento data la potenziale crescita professionale che ci riserva. Non sappiamo se staremo qui a vita ma non diamo nemmeno per scontato di tornare in Italia. Abbiamo un piano A che prevede di stare ancora per qualche tempo a Cork e magari spostarci in qualche altro luogo, prima di tornare definitivamente in Italia. Il piano B, quello più realistico, lascia spazio ad imprevisti e cambi di programma. Di certo ci auguriamo di continuare a progettare insieme e di sentirci a casa ovunque andremo.

 

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