Intervista ad Alba Carbutti, expat di ritorno: “Rientrare in Italia è stata la mia vittoria più grande”

Dicembre per gli expat è sempre un mese ricco di significati. Le festività a volte lontano da casa, la malinconia e l’entusiasmo, le nuove tradizioni da celebrare e, per i più fortunati, un biglietto aereo per rientrare qualche giorno in Italia. E magari per restarci, a nuove condizioni e con prospettive diverse.

Se la parola di questo mese è speranza, l’intervista abbinata non può che essere quella di Alba Carbutti, 29 anni, una vita tra Castellabate (Salerno), Torino e il Belgio. Per poi approdare di nuovo in Italia, a Napoli, dove la nostra Italian da circa un anno lavora come consulente, sviluppatrice e programmatrice in ambito IT.

Ciao Alba! Dopo 10 anni di “girovagaggio” – per usare proprio le tue parole! – sei riuscita a tornare in Italia. Puoi raccontarci cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? Per te tornare è stata una vittoria oppure te ne sei pentita?
Ciao Camilla, ciao The Italians! Sì, quella parola la uso tanto e la sento tanto giusta per me che dentro e fuori sono proprio una girovaga. Dopo tanto tempo fuori, pochi mesi dopo la laurea, avevo iniziato un percorso di assunzione con una azienda belga. Sembrava essere andato tutto bene e invece alla fine c’è stato un ripensamento da parte loro per questioni linguistiche, le barriere sembravano troppo alte, allora fui io stessa a chiamare a casa e chiedere di tornare per un po’. Nemmeno una settimana dopo ero stata contattata per fare un corso inerente all’ambito informatico con finalità di assunzione in questa grande famiglia dove mi trovo ora.
Ho colto l’occasione con tanta gioia e felicità che non so spiegarlo. Nemmeno potevo crederci che sarei potuta tornare a casa e trovare contemporaneamente un impiego solido. Il sud è una realtà molto complessa ma fondamentalmente penso che tutti noi giovani lasciamo le nostre case, i nostri amici e ricordi, le nostre famiglie, col desiderio di tornare per ridare indietro a questa terra quello che lei ha dato a noi in termini di calore, bontà d’animo e positività. Ad oggi credo sia stata la vittoria più grande, soprattutto pensare di aver investito su me stessa così a lungo e così tanto da poter ridare indietro qualcosa alla mia terra, fosse anche solo per un momento.

Sappiamo che attualmente lavori come consulente, sviluppatrice e programmatrice in ambito IT, ma spiegaci meglio: cos’è che fai di preciso? E soprattutto: quali sono le difficoltà inevitabili che il rientro in patria ti porta ad affrontare?
Il mio lavoro attuale, fortunatamente, non è così complesso da spiegare: lavoro scrivendo dei codici che servono a creare e sviluppare piattaforme web. In pratica, ci sono dei clienti che richiedono dei servizi in ambito informatico e, attraverso queste tecnologie che sto imparando a usare, io e gli altri ragazzi del team di cui faccio parte cerchiamo di accontentarli. È un lavoro di forte sinergia, lavoriamo a contatto con un lato funzionale che ci porta a galla le richieste del cliente e contemporaneamente gestiamo tutto questo a livello di team, dividendoci il lavoro, scegliendo cosa è più giusto fare e a nostra volta consigliando il lato funzionale su cosa sarebbe più sicuro o efficiente portare avanti, sempre tenendo in considerazione i desideri del cliente. Lavoro qui da un anno e ho avuto la grande fortuna di lavorare sempre con clienti esteri, potendo mantenere così il mio inglese, che era la cosa che mi spaventava di più perdere.
Le difficoltà non sono state molte, sono stata estremamente fortunata. Napoli è una città dal grande cuore e tornare qua a meno di 200 km dalla famiglia è stato più semplice del previsto.
Se parliamo di logistica, la ricerca di una casa che rispettasse tutti gli standard che cercavo e i trasporti scarsi sono state le due cose più difficili da metabolizzare. Se vuoi vivere da solo le case qui sono poche e spesso lontane dal centro, mentre per i trasporti il problema principale è che la città è molto grande ma è ben connessa solo nella parte centrale, quindi trovare il perfect match è un’ardua impresa!

Riavvolgiamo il nastro della tua storia e torniamo a quando, durante la specialistica in ingegneria energetica e nucleare a Torino, sei partita per un progetto di tesi in Belgio. Quella è stata la tua prima esperienza lontano da casa? Perché hai scelto di partire, e perché proprio il Belgio?
Sono cresciuta in un piccolo paesino in provincia di Salerno, tra mare e mozzarella di bufala. Ho scelto di andare via di casa la prima volta a 19 anni, finita la scuola superiore. Quindi in realtà il Belgio è stato il secondo grande cambiamento della mia vita. Durante la specialistica ho avuto un po’ di vicissitudini personali e a tre esami dalla fine mi sentivo un po’ demotivata. Però mi piaceva molto il pensiero di finire il mio percorso nonostante tutto. Arrivò questa email dal mio professore di teoria del trasporto, dove c’era la proposta di questa tesi nel centro di ricerca SCK CEN a Mol, in Belgio. Sembrava così adatta a me: lavorare con i macchinari che servono a misurare le dosi di medicinali radioattivi da somministrare ai pazienti per perfezionarne la lettura. Potevo fare qualcosa di veramente utile, toccare con mano il lavoro dell’ingegnere, calibrare, svitare, studiare tanto e ancora tanto per ottenere dei risultati che potessero essere usati per qualcosa di buono. E mi sono chiesta: perché no?
È stato molto difficile all’inizio, avevo moltissima paura. Ricordo che il giorno prima di partire piangevo perché credevo che non sarei stata in grado di farmi degli amici, di parlare in inglese, di scrivere una intera tesi in un ambito così delicato e in un’altra lingua per giunta. E invece, alla fine, ho trovato una famiglia grandiosa. Fatta di gente meravigliosa che mi è cara come poche. Ho scritto la mia tesi, ho finito il mio lavoro e pubblicato con la mia mentore un e-poster. Ho lasciato un pezzo di cuore lì.

Hai trovato differenze tra il sistema educativo italiano e quello belga? Potresti aiutarci a fare un confronto tra questi due sistemi educativi?
Devo essere sincera, non ho avuto a che fare con il sistema educativo belga in modo diretto. Nel centro c’era, però, gente da tutto il mondo a scrivere tesi e anche a studiare per diversi progetti Erasmus e di scambio. Allora mi sono fatta una idea precisa di quella che è la differenza più grande tra il nostro approccio universitario e quello, in generale, fuori dall’Italia: per noi lo studio e la teoria sono alla base e alla fine di tutto. Siamo dei mostri in termini di studio ma pecchiamo tantissimo sulla pratica. Fare tirocini in Italia è sempre più difficile, le università, soprattutto quelle più piccole, mancano di laboratori e di mezzi per vedere con mano quale è il vero lavoro dell’ingegnere. All’estero sembra tutto più facile: teoria e pratica coesistono. I mezzi ci sono e vengono sfruttati a pieno.
Ovviamente una base di teoria solida come quella che il nostro sistema fornisce ci rende più riflessivi ma sicuramente in grado di scavalcare barriere che per molti sembrerebbero insormontabili, mentre una buona dose di pratica rende molto più adatti al problem solving immediato. E’ una questione di approccio, tutto qua.

Com’è stato vivere in Belgio? C’è una comunità di italiani lì, ti sei sentita ben accolta? Oppure hai trovato pregiudizi da superare?
E’ stato bellissimo. Parlarne ancora mi muove il cuore verso sentimenti veramente profondi e felici. Sono stata a casa dal primo giorno. C’erano moltissimi italiani, alcuni del mio stesso corso di Laurea, altri dalla toscana, dalla Liguria e dal Lazio. Molti altri venivano dalla mia stessa università e si erano fermati lì dopo la loro tesi. Non ho mai sentito pressioni di nessun tipo, né pregiudizi. La gente di tutto il mondo mi circondava ogni giorno e con ognuno di loro ho stretto un rapporto di amicizia che va al di là di ogni possibile immaginazione. Come ho scritto una volta nel mio blog: senza muovermi ero in Russia a bere vodka, in Turchia a parlare di famiglia, in Libano a mangiare il cibo più speciale del mondo. Ero in Spagna, a scoprire la passione più profonda che si possa provare e i sapori di una terra così simile ma così diversa. Ero a prendere in giro un British man come non ne avevo mai visti e in Francia a ridere della buffa pronuncia dei suoi abitanti. Ero in Belgio e viaggiavo anche senza muovermi di lì.

Molti dei giovani italiani che partono lo fanno perché impossibilitati a trovare lavoro in Italia. Tu, invece, l’hai trovato. Che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e ora vorrebbero tornare a casa? Credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare prima dell’esperienze di studio o lavoro all’estero?
L’unico consiglio che posso dare a tutti i più giovani di me è quello di viaggiare, viaggiare per tornare e per partire ancora e ancora. Non vi fermate mai, la mente dell’uomo ha bisogno di vedere, assaggiare, assaporare cose nuove che si possono solo trovare viaggiando e vedendo il diverso. Una volta che la vostra valigia sarà piena provate a sfondare i muri e le barriere che questo periodo storico sta tirando su. Se avrete cambiato tante volte nulla vi farà paura: nemmeno diventare l’ingegnere nucleare più informatico che esista.

Si parla spesso di “fuga di cervelli” o, come nel tuo caso, di “ritorno di cervelli”. Perché l’Italia lascia partire così tanti giovani ma non riesce ad attrarne altrettanti? Cos’è che si dovrebbe fare per diventare noi stessi un paese attrattivo e competitivo?
Studiare le lingue fin dalla più tenera età, approcciarsi in modo completamente internazionale a qualunque cosa si faccia. Allargare il mercato del lavoro e della ricerca a settori che potrebbero sembrare anche non di primario interesse per la nostra nazione potrebbe essere una idea. In generale credo servano posti di lavoro, quello che ho imparato è che una nazione diventa attrattiva quando ha lavoro da offrire. Non credo di poter dire altro in merito se non che bisogna spingere su una educazione più aperta, sul creare una visione che sia quanto più lontano possibile dalla paura del diverso.

In più, per tutti quei giovani italiani che invece NON vogliono tornare in patria: cos’è che l’Italia dovrebbe essere in grado di garantire loro? E, domanda ancora più difficile, perché non lo sta già facendo?
Io credo che le persone debbano restare nei posti dove si sentono a proprio agio. Sicuramente ci sono moltissime mancanze nel nostro Paese come ce ne sono molte anche nei paesi più attrattivi. Molto spesso il non voler tornare in patria è sintomatico di un non volersi piegare a condizioni di lavoro non accattivanti, a tassazioni altissime anche se sei agli inizi, a situazioni di precarietà più lunghe di una vita. Bisogna essere veramente fortunati a poter tornare qua, perché tutti questi disagi non sono facilmente superabili quando si voglia vivere una vita dignitosa, come la si merita di vivere dopo anni di studi e sacrifici. Quello che l’Italia dovrebbe garantire è proprio questo: condizioni non solo dignitose ma anche e soprattutto adeguate al percorso umano e di studi che gente come me ha fatto per anni. Non è ancora possibile perché siamo indietro, purtroppo, in termini di lavoro, di qualità della vita, di agevolazioni. Spero ci sia presto una svolta che ci porti a risanare quanto di imperfetto ancora abbiamo e che ci lanci verso possibilità maggiori cosicché tutti possano tornare indietro quando vogliano e lasciare la loro terra per desiderio di vedere cosa c’è fuori e non necessità.

Sempre più giovani che tornano in patria e, sfruttando le proprie competenze e i talenti accresciuti dalle molteplici realtà di vita conosciute, un’Italia che migliora e cresce. Credi che sia un futuro auspicabile e realizzabile?
È un futuro possibile. Le prime tre grandi problematiche da risolvere perché si realizzi nel breve tempo, per me sono: migliorare le condizioni di lavoro e investire sui territori in modo da attrarre realtà sempre più grandi e consolidate, favorire i commerci con l’estero in modo da incentivare i ragazzi che sono stati fuori a tornare con la possibilità di viaggiare ancora – chi parte una volta difficilmente ama non muoversi più – e in ultimo che le promesse fatte a livello di governo siano mantenute, in modo da abbattere questa sensazione di parole a vuoto che per molti di noi si traduce in abbandono.

Per concludere, parlando di progetti futuri: adesso che sei in Italia, hai intenzione di restarci a lungo oppure ti attende presto una nuova avventura?
Diciamo che al momento sento di essere in un buon precario equilibrio, ho desiderio di viaggiare per passione e per lavoro ma non sento quella smania di cambiamento che di tanto in tanto mi prende. Vorrei godermi un po’ la mia famiglia, i miei nonni e i miei genitori. La vita mi ha portata qua per una ragione che, in verità, non conosco ma che ho accolto a braccia aperte. Agisco molto di pancia e sento che questo, per ora, è il posto giusto. Chissà domani cosa accadrà, non so e non posso dirlo. Tutte le volte che ho cambiato la mia vita, ho saltato senza pensarci troppo perché ero pronta. Non so quando e se riaccadrà, penso sia plausibile pensarlo conoscendomi, ma per ora mi dedico a ciò che sto costruendo con passione e forza di volontà, senza crucciarmi troppo del domani. Ho imparato che le possibilità devi creartele e questo accade semplicemente lavorando su te e su ciò che ti circonda, mi limito a questo con una immensa passione tutti i giorni. E tanto mi basta per dirti che qualunque sarà la mia scelta, prometto di essere felice e motivata. Come lo sono oggi e come lo sono stata sempre nel passato.

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