Intervista a Serena Azzi – Senior Associate presso Avisa Partners, EU Affairs Consultancy a Bruxelles

Serena Azzi, 30 anni, nata a Brescia, oggi vive e lavora a Bruxelles, dopo aver vissuto anche a Milano, Torino e Quito (Ecuador). Oggi Serena è Senior Associate presso una società di consulenza specializzata in affari europei, ma in precedenza ha lavorato – prima a Milano e poi a Bruxelles – nel dipartimento affari europei di una grande azienda italiana. Durante gli studi ha svolto alcuni stage all’estero presso diverse istituzioni internazionali: il Parlamento Europeo, l’Ambasciata italiana a Quito, un’agenzia di microcredito in America Latina. Mica male eh? Al termine degli studi ha poi passato un po’ di tempo anche a Torino, dove ha svolto un’altra importante esperienza presso un’agenzia delle Nazioni Unite, l’ITC-ILO. E perdonateci se vi raccontiamo tutto questo sotto forma di una scorrevole e forse poco emotiva biografia, ma il bello deve arrivare, perchè Serena ci ha regalato un’intervista di quelle che ci lasciano lì, a riflettere, a farci altre domande, che poi è quello che ci piace.

Senza ulteriori indugi, allora, eccovi qui di seguito l’intervista a Serena, che definire “expat” a Bruxelles ci sembra riduttivo.
Ciao Serena! Innanzitutto grazie per la disponibilità che ci hai concesso, ma cominciamo subito! Partiamo dalla tua esperienza da “Italians”: sappiamo che sei nata e cresciuta a Brescia e che ora vivi a Bruxelles. Come sei approdata nella capitale europea, era forse un tuo progetto da sempre?

Direi di sì. La diversità – intesa come varietà di valori, colori, religioni, etnie e culture – mi ha affascinata sin da piccola. Alla fine degli anni ‘80, quando ancora di immigrati in Italia se ne vedevano ben pochi, sorte ha voluto che una famiglia di rifugiati somali si stabilisse a pochi metri da casa mia. Credo che il fatto di avere trascorso la maggior parte della mia infanzia con dei bambini di etnia e religione diversa, e di avere assistito – mio malgrado – a svariati episodi di razzismo nei loro confronti, mi abbia portata a riflettere su questioni che, a quel tempo, erano forse più grandi di me, insegnandomi il gusto per tutto quello che è “altro” ed a considerare la diversità come ricchezza.

Se ho decido di trasferirmi nella capitale belga è perché è a Bruxelles che hanno sede le istituzioni europee e difficilmente, altrove, potrei occuparmi di relazioni pubbliche ed istituzionali con l’UE – professione che ho desiderato intraprendere dal primo anno di Università.

 Sulla base anche della tua esperienza, quali credi siano le reali opportunità che aspettano i giovani italiani all’estero e che in Italia stessa – forse – non avrebbero avuto? Cosa ne pensi? È davvero tutta colpa del sistema Italia?

Che in Italia ci siano molti problemi – dalla mancanza di lavoro e meritocrazia alla presenza di un sistema gerontocratico che attanaglia aziende, fondazioni ed università – è fuor dubbio. Ciò detto, penso che le opportunità – in Italia come all’estero – non “aspettino” nessuno e che spetti al singolo darsi da fare per mettersi nella condizione di cogliere tali occasioni. Tutti coloro che vivono all’estero hanno amici e conoscenti che, dopo un periodo trascorso lontano dal Bel Paese, decidono di rientrare in Italia perché insoddisfatti di quanto sono riusciti ad ottenere all’estero in termini professionali. Essere ragazzi o giovani adulti nell’Italia di oggi non è facile, ma non bisogna credere che, professionalmente parlando, l’estero sia l’Eldorado. Le regole del gioco per trovare un lavoro soddisfacente sono universali e, in Italia come altrove, restano le stesse: disciplina, sacrificio, motivazione, ambizione. E – forse l’elemento più importante che spesso manca ai più o meno giovani -: avere un progetto chiaro, e realistico, in testa. Flessibile, adattabile, modificabile… ma pur sempre un piano d’azione, ancor meglio se corredato da piano b.

Bene, giovani e lavoro, ma anche l’educazione ricopre un ruolo importantissimo nel nostro dibattito. Personalmente, quanto è stato importante il tuo percorso universitario per il lavoro che oggi porti avanti? Che differenze ci sono, secondo te che hai studiato anche a Bruxelles, tra l’Italia e il Belgio?

I miei studi in Scienze Politiche e relazioni internazionali mi hanno insegnato a ragionare in maniera multidisciplinare, una qualità molto importante per il lavoro che svolgo. Condivido la critica che spesso si rivolge all’Università italiana circa la sua incapacità nel preparare gli studenti al mondo del lavoro. In linea generale, l’Università italiana fornisce una buona preparazione – migliore forse di quella di tante altre Università – ma troppo teorica. Ciò è frutto, a mio avviso, della mentalità conservatrice di un sistema poco progressista ed eccessivamente legato alle proprie tradizioni ed agli onori del passato. Un approccio senza dubbio utile e necessario quando si tratta di preservare il nostro patrimonio culturale, storico ed artistico ma insufficiente per rendere l’Italia e le sue Università competitive a livello internazionale. In Belgio, per esempio, le ore di lezione ex cathedra sono affiancate (e spesso superate) da progetti, simulazioni ed attività pratiche da svolgersi in gruppo. Tutti esercizi che stimolano la creatività, lo spirito di iniziativa, lo sviluppo delle idee, la capacità di lavorare in gruppo e di essere alle volte un buon leader, un buon coordinatore, un buon supporto. Le stesse lezioni ex cathedra sono ben lontane dal monologo del professore seduto in cattedra, ed appaiono più come un dialogo insegnante – studenti, in cui tutti sono incoraggiati ad intervenire ed esprimere giudizi, idee, critiche. L’Università “normalizza” il fatto di parlare in pubblico – altra competenza fondamentale nel mondo del lavoro, e non solo. Inoltre, gli studenti delle superiori sono incoraggiati, ancora minorenni, a svolgere attività di volontariato, servizio sociale e mentoring, così come gli studenti universitari sono incentivati a svolgere stage e tirocini durante gli studi piuttosto che al termine degli stessi. Ciò rende più semplice e veloce l’inserimento nel mondo del lavoro una volta concluso il percorso universitario.

Torniamo ora al tuo lavoro: di cosa ti occupi nello specifico? Sappiamo che attualmente sei senior associate presso una consultancy a Bruxelles e fai anche parte di un interessantissimo progetto sulla questione Google e concorrenza, raccontaci di più!

Da un anno e mezzo sono Senior Associate presso una società di consulenza in affari europei basata a Bruxelles. Mi occupo soprattutto della legislazione europea nel settore digitale – copyright, piattaforme digitali, protezione dei dati, e-privacy. L’anno scorso, ho contribuito alla creazione ed al lancio di una piattaforma nota come GRIP – Google Redress & Integrity Platform. Si tratta di un progetto finalizzato a fornire assistenza alle vittime di abuso di posizione dominante da parte di Google. Il lancio della piattaforma, di cui sono Manager, ha suscitato l’interesse della stampa internazionale – dal New York Times al Wall Street Journal e, a livello nazionale, ANSA e La Repubblica.
Oltre all’attività lavorativa, gestisco, insieme ad una giovane donna inglese ed una spagnola, un progetto di volontariato a favore di donne vittime di abusi e/o in condizioni di difficoltà economiche.

Rimanendo sempre in tema “Italia”, credi il sistema meritocratico in Italia funzioni? Affrontiamo un’ipotesi difficile: credi che, volendo ritornare in patria, riusciresti a trovare una posizione lavorativa analoga?

Purtroppo non sono in grado di rispondere a questa domanda. Ciò che posso dire è che l’azienda italiana per la quale lavoravo a Bruxelles mi propose di rientrare in Italia, offrendomi un contratto a tempo indeterminato ed affidandomi responsabilità non indifferenti.
Pertanto, non mi sento di poter dire che le opportunità in Italia non esistono e che la disoccupazione sia da imputare unicamente al “sistema Italia”. Credo, al contrario, che da parte di molti giovani e meno giovani ci sia una diffusa fuga dalle responsabilità, che si traduce in una tendenza a procrastinare le scelte di vita per insicurezza e mancanza di progettualità. Pensiamo a tutti quei giovani adulti che, sebbene percepiscano un regolare stipendio, continuano a vivere con i propri genitori. Vorrei far notare che ben prima della crisi, oltre il 70% degli italiani tra i 19 ed i 39 anni viveva con i genitori e che, secondo gli ultimi dati dell’OECD, l’Italia è il primo Paese (su 35) per numero di giovani che vivono con mamma e papà (l’81% dei giovani tra i 19 ed i 29 anni). Tra i 35 Paesi spiccano la Grecia, la Turchia e diversi Stati dell’America Latina: Paesi in cui le condizioni economiche non sono certo migliori di quelle dell’Italia. Ciò che voglio dire è che la mancata – o meglio “ritardata” – conquista dell’indipendenza da parte di giovani e meno giovani in Italia dipende solo in piccola parte dal contesto politico ed economico. È una questione culturale, una tendenza a privilegiare la comodità, a rimanere nella propria “comfort zone”, in un contesto nel quale gli interessi sono limitati all’immediato e le scelte fondamentali sono rinviate nella convinzione che tutte le possibilità rimangano intatte, che ogni scelta sia reversibile. Che in Italia vi siano molti problemi e che il mondo del lavoro nel nostro Paese sia poco accogliente, nessuno lo nega. D’altro canto, c’è una diffusa tendenza a pensare che con un minimo di impegno tutto ci sia dovuto. Studiare all’Università, avere un buon livello di inglese, concludere gli studi nei tempi previsti, svolgere delle esperienze formative durante gli studi – che si tratti di lavori part-time, Erasmus, stage, attività di volontariato, partecipazione politica, o impegno in progetti culturali o sociali -: iniziative lodevoli, ma che rientrano nel normale svolgimento del proprio dovere e che non solamente non ci rendono eccezionali, ma nemmeno più bravi degli altri, soprattutto in un mondo competitivo come quello di oggi. Non dimentichiamo che, salvo qualche rara eccezione, per ottenere dei risultati bisogna faticare, e faticare significa privarsi di tempo libero, impegnarsi di più della media, diversificarsi dagli altri. È un argomento impopolare, lo so, ma il lavoro è innanzitutto sacrificio -se porta soddisfazione, autorealizzazione, crescita… tanto meglio, ma è e resta sacrificio. Soprattutto durante i primi anni.
Ritengo infine che se molti giovani faticano ad uscire da questo “limbo” tra giovinezza ed età adulta, ciò dipenda anche dal sistema gerontocratico che caratterizza la vita sociale, politica, professionale. Nel sistema gerontocratico, il giovane, sebbene talentuoso, non solamente è scarsamente responsabilizzato e valorizzato, ma è spesso trattato con fare paternalistico – nelle migliori delle ipotesi – o da “bamboccione” – nelle peggiori – da colleghi e superiori più anziani. Questo atteggiamento penalizza i più giovani, mortificandone entusiasmo e potenzialità.

Ci racconti che l’azienda per la quale lavoravi ti ha proposto di rientrare in Italia, offrendoti ottime condizioni contrattuali ed un lavoro interessante. Come mai non hai accettato?

Per alcuni anni ho lavorato – dapprima a Milano e successivamente a Bruxelles – nel dipartimento affari europei di una grande azienda italiana. Un’ottima esperienza, che mi ha insegnato molto e che mi ha permesso di affacciarmi al mondo del lobbying e delle relazioni con l’UE. Sebbene lusingata, nonché grata al mio datore di lavoro, ho deciso di rinunciare alla promozione ed al rimpatrio in Italia per rimanere a Bruxelles e continuare la mia carriera professionale nel settore che più mi interessa – quello delle relazioni con le istituzioni europee. Quando ho comunicato la mia intenzione di rifiutare l’offerta, tanti mi hanno considerata imprudente ed alcuni non si capacitavano di come potessi rifiutare un contratto a tempo indeterminato, in Italia, presso un’azienda di successo. Ho deciso di rischiare, di scegliere la strada meno semplice, di uscire dalla mia “comfort zone”. Penso di essere stata coraggiosa. Oggi lavoro in un ambiente molto dinamico ed internazionale, con una cultura del lavoro più “nordica”, un datore di lavoro che incoraggia l’iniziativa personale, non perde occasione per gratificare me ed i miei colleghi e non esita a coinvolgerci nella presa di decisioni chiave. Un ambiente di lavoro poco gerarchico, dove tutti i membri del team sono coinvolti e trattati alla pari – indipendentemente dall’età anagrafica -, gli orari sono flessibili e massima è l’autonomia nella gestione del lavoro.

Dal tuo profilo professionale emerge anche un altro tratto della tua personalità e preparazione: quello legato all’ambito del multilinguismo. Leggiamo che parli italiano, inglese, francese, spagnolo ed un po’ di olandese. Giusto a sfatare il mito dell’italiano in difficoltà anche con il classico “the pen is on the table”, insomma. Ma toglici una curiosità, si tratta di pura passione per le lingue, o di una mossa strategica per la tua crescita professionale?

Le lingue straniere mi sono sempre piaciute, pertanto le ho studiate con passione, ma è chiaro che le mie ambizioni professionali hanno rappresentato uno stimolo importante. Nella “Eurobubble” l’ottima padronanza delle lingue (inglese, certo, ma anche francese, tedesco…) è un requisito essenziale ed è raro imbattersi in persone che parlino meno di due lingue. Non dimentichiamo poi che il Belgio ha ben tre lingue ufficiali.

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze? È un problema della mancata meritocrazia o credi che non sempre sia una vera e propria “fuga” dall’Italia, quanto più una scelta?

Non credo sia solo una questione legata alla mancanza di lavoro e meritocrazia. Come un’altra vostra intervistata, Giulia Dessì, ha affermato, credo che a tanti, l’Italia, o, per meglio dire, la mentalità dell’italiano medio, “vada stretta”. Ho già fatto riferimento al fatto che i giovani, lungi dall’essere considerati avanguardie del nuovo e componenti da valorizzare, sono spesso lasciati in disparte ad attendere il proprio turno, poco coinvolti nella presa di decisioni e scarsamente responsabilizzati. Una situazione che causa frustrazione, aggravata dal fatto che in Italia il concetto di gioventù si è esteso a dismisura, al punto da considerare “ragazza/o” (quindi persona non matura) una/un donna/uomo di 35 anni.
I giovani non sono i soli ad essere penalizzati. Penso alle donne, agli omosessuali, a coloro che si sentono italiani (e magari lo sono a tutti gli effetti) ma hanno origini straniere. Mi rendo conto che si tratti di un tema poco popolare, che forse gli uomini italiani, bianchi ed eterosessuali, faticheranno a condividere, ma – a prescindere dall’età anagrafica – l’Italia non è un Paese per tutti. Sebbene ami l’Italia, come giovane donna mi sento più libera, rispettata ed a mio agio in Belgio che nel mio Paese.

A contrario, supponendo che questa fuga sia davvero dovuta a delle mancanze del nostro Paese, personalmente hai mai pensato a possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via? Hai anche un solo consiglio che daresti a decision makers, ai datori di lavoro ed alle famiglie?

Ai decision maker italiani suggerirei di riformare il sistema educativo e dotare l’Italia di un’Università in grado di fornire ai giovani le competenze necessarie per affrontare il mondo del lavoro. Mi piacerebbe inoltre che le aziende, pubbliche e private, responsabilizzassero maggiormente i giovani ed incoraggiassero un maggiore ricambio ai vertici, premiando il più dotato – non il più anziano. Ai genitori italiani suggerirei di evitare comportamenti iperprotettivi e troppa ingerenza nelle scelte dei figli. Penso che tanti genitori, dettati da nobili intenzioni, spianino eccessivamente la strada ai propri figli, sostituendosi a loro. Atteggiamenti che rischiano di trasformare i giovani in adulti fragili, poco maturi dal punto di vista emotivo ed incapaci di prendere decisioni.

 E per finire, una domanda di rito. Torneresti mai in Italia, adesso?

Al momento sono felice di vivere in Belgio e non prevedo di rientrare in Italia nei prossimi anni. Nonostante Bruxelles abbia vissuto un anno non facile e sia stata spesso criticata dalla stampa internazionale – in seguito all’attentato terroristico e, più recentemente, al rifiuto della regione vallona di firmare l’accordo commerciale con il Canada – devo molto a questa città, che mi ha permesso di realizzarmi, non solo professionalmente, e di trovare affetti importanti.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento