Intervista a Oreste Madia, ricercatore a Leuven.

L’intervista di questo mese ci porta in Belgio e, no, non vi racconteremo la “solita” storia dei tanti expat che vivono a Bruxelles (che un giorno forse vi racconteremo…).
Oggi parleremo invece di ricerca scientifica e vita accademica, temi da sempre cari a The Italians. Ma adesso basta chiacchiere… Vi presentiamo Oreste, giovanissimo ricercatore, anche lui under 30. Dopo un tirocinio al CNR di Napoli, un’esperienza lavorativa al centro di ricerca IMEC a Leuven e un periodo di due mesi come visiting researcher all’Università Aalto di Helsinki, Oreste oggi sta svolgendo un Dottorando in Fisica alla KULeuven.

Cominciamo!

 

Ciao Oreste, dalla tua breve presentazione sappiamo che vivi e lavori come ricercatore in Belgio, ma raccontaci la tua “avventura” da Italians.

La mia avventura e’ iniziata nel 2009, come tanti, con il progetto Erasmus. Ho studiato per un anno all’Università Autonoma di Barcellona. Nonostante io volessi molto partire, almeno per un periodo, un grande merito va al mio ex professore Felice Crupi che nel corso di Ingegneria Elettronica dell’UNICAL incoraggia molto gli stundenti a provare esperienze all’estero.
Sempre grazie a Felice ho poi avuto modo di iniziare un tirocinio al centro IMEC, uno dei più grandi e importanti d’Europa,  e infine il dottorato di ricerca alla KULeuven.
In realtà la mia storia é molto simile a tanti altri miei ex-colleghi all’università della Calabria. Qui a Leuven esiste un folto gruppo di ex-studenti dell’UNICAL e tutti devono ringraziare Prof. Crupi per questo. Testimonianza di come volenterosi, ma spesso isolati, individui possano fare tanto per la propria gente.

 

Quali sono le opportunità che a Leuven – o altrove –  sei riuscito a trovare e sfruttare e che in Italia non hai trovato?

Per me questa é una domanda più semplice che per altri compagni “Italians”. Purtroppo la ricerca nell’ambito della fisica e della microelettronica in Italia non offre molte posizioni. I centri di ricerca e le università italiane non hanno la capacità di accogliere un numero, sempre crescente, di studenti che vogliono percorrere la carriera di ricercatore in questo campo.
Ad ogni modo gli istituti di un certo prestigio in Italia sono per la grande maggioranza situati al nord Italia e, da calabrese, la distanza da casa sarebbe stata praticamente la stessa: 1 volo diretto.
Da un punto di vista più specifico, la ricerca in Italia e all’estero viaggiano, seppur non esclusivamente, su due binari divergenti. Il sistema universitario italiano é cementificato.
I dottorandi sono spesso costretti a sorreggere enormi carichi didattici con il risultato di lasciare molto poco tempo per poter portare avanti la propria ricerca, formarsi e farsi conoscere nell’ambito scientifico.
Da dottorando a Leuven ho avuto modo di presentare il mio lavoro praticamente in tutta Europa, ho avuto modo di conoscere autentiche autorità nel mio campo e poter far conoscere loro la mia ricerca e le mie capacita’. Tutto questo sarebbe stato molto difficile in molte realtà italiane.

 

Prima o poi vorresti rientrare in Italia o ormai preferisci l’estero? Per quali ragioni?

Al momento direi che la probabilità che un giorno rientri stabilmente sia inferiore al 10% (ed e’ una stima generosa). Il tutto per i motivi sopra elencati.
Dato un panorama industriale concentrato sul manifatturiero, l’unica possibilità che l’Italia possa offrirmi e’ tentare di perseguire la carriera accademica. Anche considerando una immediata rivoluzione del mondo universitario italiano, non vedo prospettive da questo punto di vista. E questo e’ un gran peccato perché esistono un numero straordinario di competenze di altissimo livello (e come dicevo solo qui a Leuven se ne contano a centinaia) che il mercato del lavoro italiano non e’ in grado di recepire.
Chi ha un dottorato in campo scientifico di certo non può contribuire a un PIL che solo per una piccola, quasi trascurabile, percentuale é generato da ricerca e sviluppo.

 

Secondo te, la mancata corrispondenza tra formazione e mercato del lavoro esiste davvero ed è una delle ragioni di questa enorme fuoriuscita di talenti dal Bel Paese? O credi le motivazioni siano altre?

Posso parlare di quello che, almeno un po’, conosco.
Come detto prima, l’industria italiana, a maggioranza, non necessita di fisici o ingegneri microelettronici.  Le università formano menti che il paese non può utilizzare. E’ dai tempi dell’Olivetti che ciò avviene e le poche aziende ancora in vita affrontano problemi crescenti di fuga di capitali e ridimensionamento (vedi caso Micron Segrate di circa un anno fa’ che solo questo luglio si e’ risolto senza licenziamenti).
Ciò che preoccupa é che l’industria italiana é basata su settori ad alta esposizione verso le cicliche crisi economico-finanziarie e settori con bassa abilità  a rinnovarsi.
Mentre una gran parte di noi “italians” popola settori d’avanguardia, chiaramente basati sull’R&D, che invece competono a discapito delle “intemperie” mondiali.
In pratica ho l’impressione che l’emigrazione di questi anni sia frutto di un distacco generazionale, con Italiani figli del terzo millenio e un paese ancora ancorato alla nostalgia del boom economico degli anni 60.

 

Ti sentiamo parecchio felice della tua esperienza di ricercatore a Leuven, credi che seguire lo stesso percorso in Italia ti avrebbe regalato le stesse soddisfazioni? O meglio… credi sarebbe stato possibile anche solo intraprenderlo? 

Sò di per certo che non sarebbe stato possibile intraprendere questo percorso.
L’unica offerta ricevuta in Italia da neo-laureato non offriva garanzie di continuità che andassero oltre 1 anno di progetto.

 

Quali sono le differenze che hai potuto constatare nel mondo della ricerca scientifico accademica in Italia e in altri Paesi?

Le differenze sono molte. La connettività in primis, il famoso Networking. Tutti i professori e ricercatori in Europa devono combattere per ottenere finanziamenti per la propria ricerca. Ma soprattutto nel mondo di oggi la ricerca non é fatta da singoli straordinari geni stile Einstein, ma da grandi team, ognuno con le proprie eccellenze, spesso lontani migliaia di km l’un l’altro.
Uno dei problemi della ricerca in Italia é un certo grado di isolamento di molte realtà. Chiaramente non sto’ includendo gli esempi di eccellenza che tutti conoscono, ma in Italia esistono migliaia di realtà relativamente isolate che drenano risorse a tanti altri istituti che invece potrebbero far molto meglio. Poi non posso non citare la mancanza di rinnovamento, indipendenza e intraprendenza. Tutti fattori correlati. In Italia siamo così malfidati che ogni posizione é selezionata per concorso nazionale, la cui mole burocratica viene paradossalmente spesso utilizzata per realizzare gli imbrogli che si propone di evitare.
Questo lascia poco spazio per la scelta di professori giovani e dotati (le chiamate dirette di personalità affermate nel proprio campo sono la norma all’estero ma quasi una blasfemia in Italia) e lascia poco spazio per la scelta degli studenti. Per esempio, io sono stato assunto a Leuven dopo una breve telefonata, in Italia avrei dovuto rispondere al concorso nazionale, con esami scritti, orali etc.
Le università devono essere lasciate libere di competere e i professori dovrebbero finalmente iniziare ad essere valutati regolarmente, come del resto accade all’estero. Se si compiono scelte sbagliate e la ricerca e produzione scientifica ne risentono, é giusto che i responsabili ne paghino le conseguenze.

 

Cosa pensi dovrebbe fare, secondo te, l’Italia per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)? O magari anche per attrarre talenti esteri?

La domanda, quasi retorica, é: l’Italia vuole incentivare il ritorno di questi talenti? Non ci si può illudere di ottenere i benefici di una rivoluzione senza la rivoluzione stessa. E non si può pretendere una rivoluzione senza la disponibilità a sacrificarsi in prima persona.
In Italia dovremmo iniziare una grande discussione generazionale, che non sia appiattita su questioni politiche e tifo da stadio.
Far rientrare chi é partito, e attrarre altri con simili capacità, significa mettere l’università e la scuola al passo con il mondo senza dover assistere a scene da guerriglia nel centro di Roma. Significa ristrutturare il panorama industriale anche e soprattutto lasciando entrare chi ne ha la possibilità, senza che ci si scandalizzi che questa o quell’altra azienda sia stata “svenduta agli stranieri”. Significa, forse soprattutto, che per una volta i padri diano fiducia ai figli e facciano un passo indietro.

 

E per concludere… Sappiamo che avresti tantissimo altro da dire, e allora ti chiediamo di condividere con noi un tuo pensiero sulla situazione della ricerca in Italia. Tu che ci vivi “dentro”, cosa vorresti che l’Italia concedesse e permettesse di poter fare, ai propri ricercatori?

L’Italia dovrebbe dare libertà ai ricercatori.

Libertà di aprire una posizione di dottorato senza i “concorsoni”. Libertà di lanciare progetti di ricerca senza la risaputa mole burocratica che tutto frena. E dovrebbe anche garantire che solo chi effettivamente ne ha le capacità si trovi a dirigere gruppi di ricerca. Come detto prima, sistemi di valutazione del corpo accademico basati su criteri di produzione scientifica, sono in funzione praticamente ovunque. Così come sistemi di ripartizione dei fondi tra gli istituti pesati sulla qualità della didattica e della ricerca.

 

Beh, cosa aggiungere? Un enorme grazie ad Oreste e al tempo che è riuscito a dedicarsi, sappiamo che sta lavorando a dei progetti parecchio interessanti, di cui magari un giorno vi parleremo, o dei quali forse sentirete presto parlare fuori di qui. 

Vorremmo ricordarvi solo una cosa, un paio di punti che ci sembrano fondamentali: il distacco generazionale di cui anche Oreste ci parla e di cui noi abbiamo spesso parlato sotto il nome di “questione generazionale”, e la fiducia che le vecchie generazioni dovrebbero riporre nei giovani, due fattori indubbiamente legati tra loro e alla base di ogni qualsivoglia “rivoluzione” per non perdere i nostri giovani talenti.

Voi cosa ne pensate? Siete partiti anche voi? Fateci sapere cosa ne pensato con un commento o una mail! 

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