Intervista a Massimo Paradiso

Un altro mese è passato ed eccoci qui con la consueta rubrica dedicata alle eccellenze italiane nel mondo. Chiacchieriamo oggi con una persona della quale forse avete già sentito parlare, Massimo Paradiso.
Massimo, giornalista ventinovenne di origine piacentine, ha viaggiato il mondo in lungo e in largo: vissuto a Seattle, WA (USA); Almaty (Kazakhstan); Istanbul (Turchia); Teheran (Iran) , per approdare infine a  Londra (UK), suo attuale luogo di residenza. Segni particolari: una Vespa del 1963 e un gatto che si chiama Simba ma che chiama Ciro.
Quando gli abbiamo chiesto come mai avesse scelto di lasciare l’Italia ci ha spiegato: “Non credo che la scelta sia legata a ragioni lavorative, ma mi piacciono i nuovi inizi. E poi mi piace parlare con la gente, capire cosa pensa, vedere dove va e come si tiene impegnata. Sono una specie di stalker globale.” E allora conosciamolo meglio…

 

 Ciao Massimo! Sappiamo che da anni giri per l’Europa (e non solo) in cerca di nuove esperienze, e che (per) ora vivi in Gran Bretagna. Raccontaci meglio da dove inizia la tua storia e qual è la tua esperienza da “Italians”?

Quando avevo 16 anni i miei genitori mi spedirono in America a studiare. Pensavo volessero semplicemente sbarazzarsi di me e solo dopo ho capito che l’intento era quello di farmi conoscere nuove persone, imparare una lingua, farmi capire che se nasci in un posto non è che devi per forza crescere lì.

 

Quindi Londra arriva dopo anni trascorsi tra America, Kazakhstan e Iran e di certo non è stata la tua prima esperienza all’estero. Potresti raccontarci quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere in questi Paesi e che Italia – forse – non avresti avuto? Che cosa ne pensi?

Ogni Paese offre cose diverse. L’America è il posto di cui leggevo da ragazzino nei libri di Paul Auster o negli articoli di Gay Talese, dove tutto luccica ma le persone sono sole; il Kazakhstan è strano, forse piú dell’Iran, perché la gente è smaniosa di vivere all’occidentale anche dopo 20 anni dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. In tutti questi posti le opportunità reali sono quelle che ti crei ma forse all’estero è un po’ piú semplice perché sei uno straniero e la gente è naturalmente curiosa di conoscere qualcuno che viene da fuori.

 

Tantissimi giovani expat che approdano a Londra sono sicuri di trovare l’Eldorado. Anche tu la vedi cosi, oppure ci sono miti da sfatare? Com’è la tua vita da italiano in Inghilterra? 

L’Inghilterra è un posto feroce: le cose costano una follia, la competizione è altissima. Ma, non sarò né il primo né l’ultimo a dirlo, le idee e la creatività vengono premiate. Non è necessario avere parentele importanti o amici che ti spingono dall’alto, l’essenziale è avere buone idee e non aver paura di proporle. E, soprattutto, non aver paura di innovare o fare cose completamente nuove che non si sono mai fatte – c’é sempre qualcuno ben disposto ad aiutarti.

 

A parer tuo, perché oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze? Potrebbe dipendere dalla mancata connessione tra i percorsi universitari e le reali posizioni lavorative, certo, ma forse gran parte del malcontento generale deriva anche dal (mancato) sistema della meritocrazia. Partendo dalla tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Una volta ho incontrato un formaggiaro sardo qui a Londra e, tra una caciotta e un pecorino, abbiamo fatto due chiacchiere. Mi ha detto che se n’é andato dall’Italia perché era stanco di dover pensare come “un vecchio.” Tra i problemi che ha il nostro Paese (dalla mancata connessione tra il mondo universitario e il mondo lavorativo, la meritocrazia, uffici pubblici che usano ancora il fax) trovo che il filo conduttore sia proprio quello del pensiero: i ragazzi della mia età sono costretti a pensare come dei vecchi perché il loro capo ha un’età avanzata e le cose rimangono sempre ferme, si innova poco, si cerca di far piacere agli ottuagenari e ci si dimentica che oltreconfine il mondo va avanti ad una velocità spaventosa.

 

Cambiando continente, passiamo ora da Londra a Teheran. Qui sei stato corrispondente per il “The Business Year” della Repubblica islamica dell’Iran, Kazakistan e Turchia. Ma non solo: sei stato anche premiato dall’Amnesty International per il libro “Diventare sorelle a Teheran” incentrato sulla detenzione di 33 giovani donne in Iran. Di cosa sei stato testimone, di preciso? Cosa ti ha insegnato il popolo iraniano?

Una sera ero a cena a casa di alcuni amici. Durante il pasto mi hanno presentato questa ragazza che piú o meno avrà avuto la mia età, gentile nei modi, molto reverenziale. Mentre scambiavamo due chiacchiere, uno dei nostri amici comuni mi ha confidato che questa ragazza aveva passato mesi nel carcere di massima sicurezza di Evin, una specie di inferno in terra soprattutto durante il Governo di Mahmud Ahmadinejad. Avevo appena fatto in tempo ad estrarre penna e taccuino ma la ragazza mi ferma e mi da appuntamento per il giorno successivo a casa di un altro comune amico. Quando sono arrivato, ho trovato una trentina tra ragazze, donne e signore che mi hanno raccontato la loro storia. Ho riempito quattro taccuini e sarebbe stato ingeneroso scriverci solo un pezzo. Quindi grazie ad un’amica è venuto fuori un libro. In tutto questo gli iraniani mi hanno insegnato ad avere pazienza e a non abbattersi mai, perché quello che succede nelle nostre vite non avviene per caso e non è detto che venga per nuocerci.

 

Inoltre – sappiamo che in Italia hai scritto invece per “Il fatto quotidiano”: quali le maggiori differenze tra le diverse testate giornalistiche per cui hai lavorato, e più in generale tra il mondo lavorativo italiano e quello dei posti dove hai vissuto? Hai qualche rimpianto?

Sono troppo giovane per avere rimpianti. La differenza principale tra il giornalismo italiano e quello straniero sta nella meticolosità dello scrivere la notizia e la credibilità del giornalista. La notizia viene passata a setaccio con meticolosità talmudica e verificata piú volte prima di essere pubblicata e la funzione del giornalista è quella di porre domande franche all’intervistato. Qualche volta in Italia questo non succede.

 

Parliamo ora del gap generazionale che frena o blocca del tutto il proliferare dei talenti nostrani. Soprattutto in ogni aspetto del digitale – da quello che hai potuto vedere nel mondo – credi che l’Italia sia al passo con gli altri paesi o meno? In cosa si dovrebbe puntare il tutto per tutto?

L’Italia è avanti anni luce rispetto al resto del mondo per qualità innate del suo popolo: l’amore, l’empatia, l’intelligenza emotiva, il fatto che un piatto di pasta non si nega a nessuno. E’ carente invece quando si tratta di cose pratiche. L’altro giorno, quando sono usciti i Panama Files, i giornali di mezzo mondo hanno fatto delle infografiche spettacolari, roba da lasciare a bocca aperta.
L’Espresso, invece, ha utilizzato una mappa statica fatta con quello che credo sia PowerPoint. Ma anche noi abbiamo dei progetti eccezionali, come le infografiche de La Stampa che arrivano sempre come finaliste all’European Press Prize, l’equivalente europeo del premio Pulitzer. Si dovrebbe puntare su questi ragazzi con idee straordinarie e da togliere il fiato ma che spesso vedo qui a Londra a cercare finanziamenti perché in Italia le banche o gli investitori fanno melina.

 

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella? Sei alla ricerca di una posizione lavorativa sempre più di rilievo oppure è una “vocazione” personale?

L’unica cosa di cui ho paura sono le api. Per il resto faccio questo mestiere perché la mia famiglia mi ha insegnato ad interessarmi alle cose, ad ascoltare le storie delle altre persone e ad essere curioso. Immagino che nel giornalismo ci sia sempre una componente di egocentrismo, ma la parte piú interessante è proprio quella di conoscere cose nuove, di non avere un giorno uguale a quello precedente, nel bene e nel male.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

L’Italia è come la mamma: la ami come ami nessun altra ma il rapporto è sempre complicato. Io ci tornerei all’istante per le storie da raccontare e le persone da conoscere e spero davvero di poter contribuire, un giorno se sarà possibile, ad aiutarla a raddrizzare il tiro e realizzare quell’Italia che abbiamo tutti in mente: bella, ammiccante, all’avanguardia, il posto perfetto dove poter realizzare i propri sogni.

 

Grazie Massimo! 

 

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