Intervista a Marta Casciola, Sales Executive a Londra: “Le aziende italiane hanno paura di investire sulle persone, ecco il problema”

Per l’intervista di aprile abbiamo deciso di lasciare da parte le domande formali e di dare libero sfogo alla curiosità e alla penna. Non potevamo fare altrimenti, soprattutto una volta conosciuta la nostra esuberante Italians del mese: si chiama Marta Casciola, ha 32 anni ed attualmente si trova a Londra, dove lavora come Sales Executive in una azienda italiana nel mondo del lusso.

Ma non vogliamo spoilerarvi altro. Quindi silenziate i cellulari, prendetevi un momento libero ed immergetevi nei racconti di Marta. Vi sembrerà di viaggiare con lei attraverso la verde Umbria, l’operosa Inghilterra e anche verso la lontana Cina.

Eccoci qua, Marta. Raccontaci qualcosa di te e della tua storia

Cercherò di essere più breve possibile, dato che chi mi conosce afferma che sono prolissa e mi dilungo in argomenti che distolgono l’attenzione dal filo del discorso… l’ho fatto di nuovo…

Sono Marta Casciola, sono nata a Foligno, in Umbria, una delle poche regioni non bagnate dal mare. Lo sottolineo perché adoro il mare e soffro ogni giorno per non avere i soldi per comprarmi una bella villetta sulla spiaggia in Sicilia. Ho vissuto un pezzo di vita a Foligno ed un altro pezzo ad Assisi, città serafica, città di San Francesco, città di religione, spiritualità, arte e cultura, nonché città della Pace. Ci tengo ad aprire una parentesi, non siamo tutti “religiosi” in quella città. A volte me lo chiedono: io ad esempio, sono atea. Adoro quel paesino, perché non è proprio una città, è un via vai di persone che la visitano da tutto il mondo. E lei rimane “Oriente, se proprio dir vole” ( Dante- Paradiso Canto XI)

Non devo nemmeno descrivervi la sensazione di vivere in quello che inizialmente era un insediamento etrusco, poi una città romana, poi medievale, poi rinascimentale. Insomma, ha attraversato tutti i periodi storici italiani ed europei. La sensazione è di vivere in un film di Tornatore. Trovi meraviglie e pezzi di storia ovunque. I tramonti sono da brividi e super romantici. Ha un solo problemino. È in Italia. E non starei qui a scrivere se noi italiani non avessimo “problemini” a trovare un lavoro, ad essere promossi, trasferiti, ad evolverci, all’adattarci al cambiamento.

Perché diciamocelo, siamo come quel vecchio capo che è ancora attaccato ai report scritti a matita. Il sistema è lento, il metodo obsoleto e poco funzionale. Possibilità di errore molto elevata. Badate bene, io amo il mio paese e quando, soprattutto in Inghilterra fanno battute su stereotipi italiani, prima rido (perché un po’ è vero) e poi mi viene automatico rispondere a tono: “ Quando noi friggevamo, voi ancora pelavate le patate!!” … Che in inglese non fa nemmeno ridere.

Comunque, per non allontanarsi troppo dall’autobiografia, vivendo in questa conca di cultura e storia, sono stata da subito affascinata da altri mondi. Ho studiato Lingue ed Economia presso l’Università di Perugia e durante i miei studi ho sempre lavorato. Come fanno tutti, soprattutto in Italia, per guadagnarmi le vacanze estive o la cena fuori con le amiche ero costretta a lavorare. Ho avuto la fortuna di avere due genitori che hanno sempre appoggiato qualsiasi cosa facessi e soprattutto mi hanno sempre resa curiosa e indipendente, cosa non così ovvia oggigiorno. Grazie a loro ho avuto la fortuna di essere stata introdotta alla lettura, ai viaggi, al cosiddetto personal improvement. Così ho fatto quello che 15 anni fa non facevano tutti ma che, almeno da quello che sento dire, è abbastanza facile fare ora: l’Erasmus.

Hai fatto la tua prima esperienza fuori casa molto presto, quindi. E poi cos’è successo?

Visto che è da quando l’ho scoperta ad 11 anni che l’Inghilterra esercita una forte influenza, scelsi ovviamente una meta in terra anglosassone: Manchester. Certo i tetti rossi alla Oliver Twist non erano certo i templi romani, i castelli medievali e le case di pietra rosa immerse nel verde. Però l’accoglienza, la disponibilità a spiegarti ogni minimo dettaglio, l’ambiente stimolante in cui si studiava, le biblioteche aperte 24 ore su 24, gli insegnanti che, con metodi mai visti, all’università, facevano giochi interattivi, discussioni e dibattiti in classe, essays o temi a casa che valevano “punti” per l’esame finale, scritto. Insomma tutto era “diverso” ma estremamente stimolante. Ho rimpianto di non essermi iscritta a tutto il corso. Studiavo due lingue completamente diverse tra loro, come l’Inglese ed il Cinese con un anno di Francese. Ho fatto esami di Economia, Finanza, Letteratura e Cultura Inglese, Italiana e Cinese. Ho avuto la possibilità di provare il sistema universitario britannico e non me ne sarei mai andata.

Sono tornata in Italia perché dovevo laurearmi e finire l’università, con la promessa che sarei tornata perché quello che avevo visto, mi era rimasto impresso. Una volta laureata mi capitò l’occasione di frequentare un corso di lingua intensivo presso la Beijing University a Pechino, appunto. Se l’Inghilterra mi aveva segnato, la Cina mi sconvolse totalmente. Pensai che tutti i viaggi che avevo fatto e tutte le esperienze all’estero che avevo vissuto non erano nulla in confronto a tutte quelle delle persone che avevo conosciuto. La mia era quasi ridicola. Non mi importò. Tornai in Italia convinta che, ovunque fossi diretta, non mi sarei fermata passivamente ma avrei cercato a tutti i costi quello che volevo.

E sei riuscita a trovarlo?

Nel giro di pochissimo tempo un’azienda di alta moda e lusso umbra (Brunello Cucinelli) mi prese a lavorare con loro. Feci altri colloqui ma quel mondo era talmente interessante che decisi di rimanere. Sono rimasta per 5 anni in questo ambiente giovane e pieno di iniziative. Un mondo stimolante, che mi ha insegnato a collaborare con tanta gente e che mi ha aiutato a capire il vero e spietato mondo del lavoro. Sono riuscita a farmi strada partendo dal basso ed arrivando a fare ciò per cui avevo studiato. Io ed il mio team gestivamo una ventina di negozi monobrand dell’area cinese e di Hong Kong, alcuni italiani e Taiwan. In pratica eravamo il collegamento tra l’headquarter italiano ed il partner cinese. Ad ogni decisione dei manager, noi facevamo in modo che i negozi la eseguissero. I report passavano per noi, le analisi del mercato, le valutazioni del personale, il buying, le vendite, insomma il lavoro di squadra era fondamentale. In 5 anni ho imparato così tanto e ad ogni livello che a volte mi scordavo di essere in Italia.

Come promesso a me stessa però, una volta arrivati al vertice di una montagna e averne goduto il panorama, era giunto il momento di continuare a muoversi sulla strada di nuove avventure. Successe proprio così: mi dissero “Ti offriamo un contratto a tempo indeterminato”. Ed io risposi: “Ma io non sto lavorando per ottenere un lavoro a tempo indeterminato, anzi … diciamo che in questo momento posso paragonare questa azienda ad un bellissimo ragazzo, affascinante e irresistibile, ma di cui non sono più innamorata. E quando non c’è più sentimento o passione, che motivo c’è di continuare?”. Ringraziai per la splendida esperienza, e voltai pagina. Per un anno lavorai come organizzatrice di eventi ma sentivo che l’Europa mi avrebbe dato una possibilità in più rispetto a quella realtà piccola in cui vivevo. Scelsi Londra perché la conoscevo già molto bene, conoscevo la lingua e pensavo sarebbe stato veramente facile trovare un lavoro che potesse darmi la possibilità di crescere. Sono arrivata in Inghilterra ad ottobre 2018, non è molto quindi che vivo in terra anglosassone. Per ora mi limito a lavorare come Sales Executive in una azienda italiana nel mondo del lusso. Praticamente mi occupo della gestione dello showroom, dei contatti con i clienti a Londra e nel mondo, marketing e sales e progetti con designer e architetti.

Facciamo un passo indietro. Perché se in Italia avevi comunque un buon posto di lavoro hai scelto di partire verso l’Inghilterra?

Partiamo dal presupposto che per me ogni nazione, paese, città ha delle particolarità, delle tradizioni, dei luoghi, che per esplorare bisogna vivere. Quindi se avessi la possibilità (e forse un giorno lo farò!) vivrei almeno un anno in ogni paese del mondo. Ho scelto comunque l’Inghilterra come meta iniziale perché la trovo affascinante. La trovo molto lontana in tradizioni e cultura dalla nostra e quindi la sto studiando, cercando di prenderne i lati positivi e chiudendo un occhio su quelli negativi.

Trovo che vivere in un paese totalmente diverso da quello di nascita sia l’esperienza più stimolante che si possa fare nella vita. È importante per l’accettazione di essere umani “diversi” per cultura da noi, e per aprire la propria mente ad abitudini che non sono le nostre. Si impara ad essere disponibili e ad aiutare le persone in difficoltà. Si impara anche che “tutto il mondo è paese” e che molti problemi o sfaccettature che si pensa siano solo italiane, sono ovunque. Si capisce viaggiando e vivendo le tradizioni altrui che alla fine la nostra non è poi così male.

Perché ho lasciato, quindi? Perché non era il contratto a tempo indeterminato di Checco Zalone quello che volevo. Volevo nuovi stimoli, volevo crescere, volevo che l’azienda investisse su di me e chiesi un trasferimento in Cina o in Inghilterra. Non ci fu possibilità di movimento ed io, a malincuore ma sempre più convinta, decisi che la passione doveva essere indirizzata altrove. Probabilmente le aziende in Italia hanno paura. Hanno paura che se hai formato una persona per così tanti anni non potrai ritrovarne un’altra altrettanto brava. Hanno paura di investire sulle persone. Ed è lì, secondo me, su cui dovrebbero soffermarsi.

La differenza, a mio parere e per quanto mi riguarda, tra due paesi come l’Italia e l’Inghilterra si percepisce proprio su questo campo: le persone. A Londra non ha importanza se hai studiato lettere classiche e latino, una volta laureato, puoi fare tutto. Entrare nel giornalismo, fare carriera nel mondo dei media, entrare a lavorare in una azienda di investimenti. Non importa cosa hai studiato e quanto hai preso, importa quanto sei capace ad evolverti, se sei disposto ad adattarti, se sei malleabile ed hai la volontà di crescere ed imparare.

Non sono scappata dall’Italia, né tantomeno mi sento un “cervello in fuga”. Sono semplicemente una persona che è curiosa di esplorare e ricevere stimoli dal mondo. Il lavoro mi ha insegnato che non voglio vivere per lavorare. E non sono venuta in Inghilterra per fare carriera, ma per scoprire qual è la mia strada. Non necessariamente deve essere il lavoro l’obiettivo che ti spinge a migliorare. Per me lo sono molte cose, come il viaggio, la scrittura, le lingue, la conoscenza e la comprensione delle persone e poi anche il lavoro che ti appassiona…. insomma un cocktail di esperienze.

Londra ti sta dando quello che cercavi? Com’è realmente vivere lì?

Quello che mi affascina di più di una città come Londra è il movimento. Esci e tutto è in movimento. Tutto è a disposizione e tutto si muove in maniera veloce. Ed ugualmente succede con il lavoro. Gli svantaggi sono sicuramente relativi all’altissima competizione che si è costretti ad affrontare ed al fatto che ci si deve adattare in tempi brevissimi. Il vantaggio d’altro canto, è che se si è aperti al cambiamento, basta seguire la corrente. Secondo me non si può paragonare Londra ad una delle città italiane. Londra è un crogiolo di etnie, un amalgamato di religioni e mondi differenti, una mescolanza di opportunità e relazioni da instaurare, tanto che è diversa anche dal resto dell’Inghilterra. A Londra potresti uscire ed in un pomeriggio trovare lavoro, in sei mesi se ti impegni riesci facilmente ad occupare una posizione manageriale. In 2 anni potresti benissimo esserti formato abbastanza da trovare un altro lavoro totalmente diverso da quello che facevi prima. Personalmente sento che una città come Londra potrebbe aiutarmi a crescere non solo a livello professionale ma anche nell’approccio con gli altri e nel capire quali sono i miei obiettivi di vita.

Quando mi sono trasferita qui avevo – ed ancora ho – la fortuna di avere già amici che vivono a Londra, principalmente inglesi, che mi hanno sempre aiutato a comprendere meglio certe abitudini. Non posso dire che è facile. Diciamo che trovo l’Italia molto più aperta alle relazioni sociali. Anche l’area di Manchester e dintorni è molto diversa da Londra, molto più disponibili alla chiacchiera amichevole. Qui vige il “Non ho tempo”. Nessuno ha tempo. Lo svantaggio di vivere in una città veloce e aperta al cambiamento è che il tempo è fondamentale. Tutto quello che si può evitare per guadagnare tempo, lo si evita. Il caffè di corsa take away, il pranzo al volo, la birra senza cena, le app per uscire….. un po’ diverso dall’ora e mezza per pranzo, l’aperitivo con cena, le chiacchiere da bar. Ogni abitudine e cultura ha dei pro e dei contro, tutto sta a capire qual è più adatta a noi. Io cerco di scendere a compromessi, quindi vado sempre di fretta ma spesso mi ritaglio del tempo per due chiacchiere “da bar”.

Immagino che anche nelle chiacchiere da bar la parola Brexit si affacci spesso

Eh già! Ormai l’argomento Brexit è diventato uno dei più gettonati nelle conversazioni. “How are you?”, “I can’t believe it’s raining” (veramente non ci credi?) e “What do you think about Brexit?”. Ho una mia opinione, ma non essendo un politico non potrei dare una valutazione oggettiva. Che poi, chi potrebbe darla? Penso solo che i vantaggi sono minori degli svantaggi, sia che accada una “soft” che una “hard” Brexit. Seguo l’argomento come una vecchietta ossessionata da “Cento Vetrine”, però ho anche avuto conversazioni divergenti con Inglesi che prima erano sfavorevoli e poi invece, stufi, non vedono l’ora avvenga il divorzio. Mi sbaglierò ma non penso siano argomenti che un cittadino comune possa decidere così, se due piedi, senza avere gli strumenti per effettivamente valutare.

Per quanto riguarda l’effetto che la Brexit potrà avere sulla mia vita… i prossimi progetti non sono ancora chiari nella mia mente. Mi piacerebbe iscrivermi ad un Master per la gestione delle Risorse Umane qui a Londra, mi piacerebbe entrare nel mondo dell’HR per avere la possibilità di essere ancora più a contatto con le persone. Sto studiando lo Spagnolo in questo momento, da autodidatta. Sperando che un giorno una azienda spagnola mi chiami a lavorare a Madrid. L’Italia a volte mi manca, mi mancano i sapori, le tradizioni, gli amici, la famiglia…. ma non è ancora il momento di tornare a casa!

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