Intervista a Maria Chiara, produttrice cinematografica a Londra.

Una storia al mese, questa la nuova rubrica The Italians. Una volta al mese intervisteremo un Italians in giro per il mondo, giovani (e non solo) che vivono, studiano o lavorano all’estero. Piccole grandi storie di quell’eccellenza italiana all’estero e che ci piacerebbe veder crescere in Italia, senza fuggire via.

Perché allora non cominciare questa rubrica con la storia di un Italians che da anni vive nella meta preferita dai ragazzi italiani? Ecco a voi Maria Chiara, giovane Italians a Londra (ormai da parecchio…). Lei non è fuggita via, non è scappata, ma scopriamo insieme la sua storia e cosa pensa Maria Chiara dell’Italia e non solo.

Maria Chiara Ventura ha 26 anni, nata e cresciuta a Roma, si trasferisce in Gran Bretagna a soli 19 anni: prima a Bristol, dove per 3 anni ha studiato Sociologia all’ University of Bristol e poi a Londra per il master in Producing alla National Film & Television School, finito nel 2013. Ora Maria Chiara lavora per una casa di distribuzione cinematografica e allo stesso tempo produce film corti, alcuni di quali hanno vinto alcuni premi in vari festival in UK e USA.

E allora ciao Maria Chiara! Raccontaci com’è andata la tua storia made in UK.

La mia storia é un po’ particolare, nel senso che non sono scappata dall’Italia per necessità, sono sempre stata attratta dall’Inghilterra (non so neanche dire perché ma la lingua, la musica e la letteratura inglesi le ho sempre sentite mie…) e ho deciso di venire a studiare qui già da quando ero al liceo. Infatti é proprio per questo che a Roma avevo scelto di frequentare il Liceo Europeo, pensando che mi avrebbe aiutata o comunque dato maggiori possibilità. Verso i 16 anni, quando si trattava di concretizzare la scelta dell’università, ho iniziato a fare un po’ di ricerche ed ho optato per sociologia, dato che pensavo di voler fare la giornalista. Ho poi scelto le università a cui fare domanda in base alle graduatorie nazionali e durante l’ultimo anno di liceo ho fatto domanda a sei università diverse, tra le quali poi ho scelto Bristol. Da lì non mi sono mai guardata indietro e, avendo sviluppato l’amore per il cinema e per la produzione grazie alle mie attività  extracurriculari all’università, ho deciso di buttarmi sul cinema. Ho quindi fatto domanda per il master a varie università in America e Inghilterra, riuscendo alla fine ad ottenere uno degli 8 posti al Master di Produzione alla NFTS. Dopo due anni alla NFTS ho fatto internships varie, lavorato sui set di film indipendenti ma anche di blockbuster come Frankenweenie e Alice In Wonderland 2: Through The Looking Glass (che uscirà nel 2016) e ora lavoro in distribuzione ma anche come produttrice indipendente, per ora di film corti e poi, si spera, anche di lungometraggi…

Cos’è che a Londra hai trovato – o pensavi di trovare – e che in Italia non vedevi, o magari non c’era proprio?

Come ho detto in realtà originariamente dall’Italia non sono andata via perché non trovavo, ma più che altro perché ero affascinata dall’Inghilterra e pensavo che la mentalità di qui fosse più adatta al mio carattere e la cultura più aperta ai miei interessi personali… come infatti e’ stato.

Intendi tornare a Roma prima o poi o la tua casa ormai é Londra? Come mai?

E’ da quando avevo 16 anni che volevo vivere a Londra e appena mi sono trasferita, a 22, mi sono subito sentita a casa e devo dire, non ho mai smesso. Mi piacerebbe poter lavorare di più con l’Italia, ma non credo che potrei tornare in pianta stabile, almeno al momento. Da un punto di vista professionale é complicato perché il mio lavoro si basa sui contatti e tutti i miei contatti sono qui, sia per quanto riguarda la parte di “business” dell’ industria cinematografica (case di produzione e di distribuzione, talent agencies, investitori, registi e sceneggiatori emergenti con cui collaborare…) che quella più tecnica: se dovessi produrre un film, anche un corto, in Italia non saprei a chi rivolgermi! In più farei fatica a tornare perché da un punto di vista personale mi sentirei “indietro”: per motivi spesso logistici la maggior parte delle volte, i film che escono in qui non escono in Italia per mesi; amo andare a teatro ma a Roma non trovo la stessa enfasi sul teatro che c’e’ a Londra (certo, ci sono ottimi teatri, ma a Londra l’intero West End e’ pieno e gli spettacoli hanno spesso come protagonisti star internazionali che purtroppo per la barriera della lingua, a Roma non potremmo avere). Inoltre amo i concerti, cerco di andare almeno una volta ogni due mesi, e spesso gli artisti che interessano a me in Italia non arrivano proprio oppure si fermano a Milano… insomma, non é colpa dell’Italia, ma abbiamo “interessi diversi”. Di certo mi fa sempre piacere tornare (soprattutto d’estate!) e sono fiera di poter chiamare “casa” due città fantastiche come Roma e Londra, ma le due mi danno cose diverse.

Sappiamo che hai studiato in UK, ma avrai sicuramente ancora molti amici a Roma che ti racconteranno delle loro (dis)avventure accademiche e professionali, cosa pensi che manchi all’Italia per dare ai ragazzi un adeguato impiego? E quali sono secondo te le motivazioni di quella che possiamo chiamare una vera e propria migrazione di massa?

Sinceramente non riesco a dare un  parere, molte delle mie amiche alla fine si sono spostate/ si stanno spostando o pensano di spostarsi, ma questo é dato anche dalle scelte di vita (e di percorso) che hanno fatto – lo studio del diritto internazionale oppure essersi specializzate in campi di ricerca che in Italia purtroppo non ricevono abbastanza fondi. Non mi sento di poter colpevolizzare l’Italia perché io in realtà non ho mai cercato lavoro full time, però quello che ho visto e sentito in Inghilterra é che c’é più flessibilità sin dall’inizio: fin dal liceo i giovani sono spinti verso le materie che più interessano e in cui riescono meglio, cosa che li guida poi verso un percorso universitario e lavorativo più ampio, da noi sembra che se si vuole trovare un lavoro si possa studiare solo legge, economia e medicina, le altre lauree vengono quasi derise… cosa che poi in realtà diventa spesso controproducente, dato che avendo tutti la stessa laurea, la competizione diventa problematica. In Inghilterra arrivano a lavori di altissimo livello (e alto compenso) anche persone che ha studiato storia, filosofia o lingue, e in fatti l’enfasi non é sulla materia studiata ma sugli “skills” e le esperienze di vita accumulati durante il percorso formativo, non solo nello studio ma anche durante esperienze lavorative, di volontariato o anche semplicemente viaggi.
La migrazione di massa credo sia il prodotto di vari fattori: una frustrazione data dal doversi inserire in un mercato del lavoro che quasi ti rigetta piuttosto che chiamarti ad entrare, ma anche da fattori positivi come il costo dei viaggi che si é abbassato notevolmente, le frontiere europee aperte e il fatto che noi italiani, a differenza degli inglesi, spesso parliamo due o addirittura tre lingue.

Credi che in Italia la meritocrazia sia un concetto ormai perduto? E a Londra, lo studio e il duro lavoro pagano?

Di nuovo, non ho abbastanza esperienza per poterlo dire, spero di no. Quello che posso dire e’ che certe dinamiche esistono anche qui, nel senso che anche qui nepotismo e raccomandazioni mandano avanti chi ha meno esperienza… Per esempio, Bristol e’ una delle università migliori del paese,ma se ci si trova a competere con qualcuno uscito da Oxford e Cambridge, anche con meno esperienza e che magari ha studiato una materia che non c’entra nulla con il lavoro in questione, spesso e volentieri questi ultimi avranno la meglio. Senza contare che io, anche dopo un master a quella che l’Hollywood Reporter ha definito “the best film school in the world”, ho dovuto lavorare gratis per un anno e poi lavorare sul set iniziando dal basso, vedendomi a volte passare avanti persone con il curriculum meno pieno ma con l’albero genealogico giusto. In più qui c’e’ un’ulteriore suddivisione che in Italia non é altrettanto sentita: la classe sociale. Mi ci sono voluti anni per capire come questa pervadesse la società inglese: qui una persona viene “schedata” in base al proprio accento, a che tipo di scuola é andata, se é cresciuta in campagna o in città (e in quale campagna e in quale città!), e forse poi questa suddivisione non sarà utilizzata, ma ci sarà sempre una consapevolezza del fatto che la persona con cui si sta parlando é “posh” oppure “common”, soprattutto in ambienti considerati elitari come l’industria del cinema.
Forse quello che però bilancia questo aspetto e che viene insegnato qui (e con cui io all’inizio ho faticato a confrontarmi, forse proprio perché culturalmente diverso da ciò a cui ero abituata) é che se vuoi una cosa, un lavoro, devi andartelo a prendere. Il networking é incoraggiato, come anche il mettersi in contatto direttamente con le persone o aziende per cui si vuole lavorare. I giovani di qui hanno spirito di intraprendenza e una sicurezza di sé nel campo lavorativo che a noi non vengono insegnate. Forse é data dal fatto che loro iniziano a lavorare e fare “internships” dall’eta’ di 16 anni, per cui quando finiscono l’università hanno già una conoscenza delle dinamiche del mondo del lavoro e dei contatti e delle esperienze con cui iniziare ad orientarsi, cosa che a noi manca.

 

Credi che se non fossi partita, il tuo attuale stile di vita e la tua carriera sarebbe state le stesse? Avresti avuto le stesse opportunità?

Non credo proprio. Di certo non mi sarebbe venuto in mente di lavorare nel cinema, una cosa che in Italia vedevo come un hobby ma non un “lavoro”. Grazie al sistema universitario inglese, che oltre alla materia in sé permette e incoraggia a concentrarsi e coltivare i propri interessi attraverso attività extracurriculari ben organizzate e soprattutto incentivate dalla stessa università, permette di scoprire le proprie passioni ma anche di iniziare “sul serio”. Il fatto di essere partecipante attivo in una society dell’università (che può comprendere qualsiasi interesse e hobby, dalla società del teatro a quella della musica rock fino a quella della birra artigianale…) é considerata un’esperienza arricchente che viene messa sul CV a testimonianza di una molteplicità di interessi e di intraprendenza nel perseguire le proprie passioni. Ma non si tratta solo di trovarsi a giocare a scacchi o parlare di fumetti una volta a settimana, sono spesso esperienze formative tenute poi in considerazione nel mondo del lavoro. I giornali dell’università, per esempio: a Bristol a volte scrivevo articoli e recensioni per la sezione musicale del giornale e quella che al tempo (solo sei anni fa) era la mia redattrice, ora e’ una giornalista musicale e scrive per importanti siti e giornali come Pitchfork, NME, Guardian e Rolling Stone. Insomma, a differenza da quella che mi sembra l’università italiana, quella inglese e’ una vera e propria esperienza formativa a 360 gradi, piena di opportunità che sta poi alla persona cogliere (certamente c’é anche chi passa i tre anni solo a ubriacarsi, ma il fatto che ci sia un limite fisso di anni in cui si può rimanere io lo trovo positivo).

 

E ora dicci… Quali sono le differenze che hai potuto toccare con mano o che puoi osservare, tra Roma e Londra?

Vedi risposta 3, ma anche… Amo Roma ma la trovo un po’ stagnante, non sento lo stesso clima di innovazione e continua ricerca di qualcosa di più. Per alcuni Londra può essere estenuante: troppa gente, troppo lavoro, troppo grande, troppa scelta, troppi estremi… ma io, personalmente la preferisco. A Roma si può andare avanti quasi per inerzia, a Londra se non ti dai da fare resti indietro. Anche forse a causa della cultura inglese c’é molto pressione, ci si chiede continuamente “sto facendo abbastanza? Ho raggiunto gli obiettivi che, considerata la mia eta’, dovrei aver raggiunto?”…e’ stressante e frenetico come clima, però anche molto stimolante.

 

Cosa pensi che manchi all’Italia per riportare le proprie eccellenze a servizio del Paese e cosa dovrebbe fare, secondo te, per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)?

Io credo sia una questione di mentalità diverse. Noi Italiani abbiamo molti pregi, siamo intraprendenti e flessibili, ci adattiamo bene, e abbiamo una cultura generale che a molti Europei (soprattutto gli inglesi), spesso manca dato che loro tendono a specializzarsi piuttosto che avere una visione d’insieme. Eppure da un punto di vista lavorativo siamo più indietro, quello che secondo me manca sono legami più  forti tra l’istruzione e il mondo del lavoro. Gli inglesi su questo vincono perché, come ho detto, iniziano prima.
Forse farebbe bene anche noi poter iniziare a fare esperienze lavorative dai 16 anni, per renderci conto di quello che ci aspetta dopo e di come uscire dall’università senza trovarci persi e confusi in un ambiente che sembra non ci voglia nemmeno. Certo anche lo stato potrebbe aiutare: per esempio qui le società vengono incoraggiate ad assumere giovani come “trainees” o “apprentices” e parte del loro salario é coperto dallo stato… ma questo presupporrebbe pagare più  tasse, quindi alla fine dovrebbe essere uno sforzo comune, una presa di coscienza pubblica. Inoltre, quello che a me piace della Gran Bretagna é la flessibilità nella formazione: il basarsi sulle capacità ma anche sugli interessi dei giovani piuttosto che cercare di farli entrare tutti nelle stesse tre o quattro categorie.


Quanto pensi sia grave questo fenomeno? Cosa pensi, personalmente, di questa continua fuoriuscita di talenti?

Io non credo che la migrazione in sé sia un problema, alla fine siamo cittadini europei ed il fatto di poterci spostare dove ci troviamo meglio o dove le prospettive ci sembrano migliori e’ uno dei motivi per cui l’Europa é stata fondata, ma é anche frutto di un’intraprendenza da parte nostra che altre popolazioni magari non hanno.
Questo infatti va detto: il fatto che gli inglesi non si spostino altrettanto non é dato solamente dal fatto che sono necessariamente felici della propria situazione, i giovani faticano anche qui, ma spesso sono costretti a cercare soluzioni alternative e spesso non ottimali, ma non si possono (o non si vogliono) spostare anche perché non conoscono una seconda lingua.
Certo, la mia e’ una posizione particolare e privilegiata, non me ne sono andata per necessità ma perché volevo, rimango comunque fiera di essere Italiana, semplicemente qui ho trovato un’ambiente più consono alla mia personalità e alle mie esigenze, che ovviamente sono diverse per ciascuno.


Concludiamo con un’enorme grazie a Maria Chiara per averci regalato un po’ del suo tempo ed aver condiviso con noi la sua esperienza e le sue opinioni. In una sola intervista abbiamo parlato di tante cose: dalla voglia di partire, al mancato collegamento – in Italia – tra formazione e mercato del lavoro, topic affrontato anche dal nostro team formazione e del quale potete consultare analisi, ricerca e proposte nel nostro policy lab. Ora però sta a voi dirci la vostra! Siete partiti anche voi? Lottate per le vostre passioni e il vostro talento? Raccontaci la tua storia, lasciaci un commento o mandaci pure una mail, The Italians non vede l’ora di condividere le vostre storie!

 

 

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