Intervista a Lorenzo Newman, insegnante a New York City.

Terzo mese di interviste per The Italians e il suo blog. La rubrica ormai la conoscete, quindi bando alle ciance e cominciamo!

Protagonista di questo mese è Lorenzo Newman. Eccovi un veloce identikit di Lorenzo, prima di conoscerlo meglio: nato a Roma, cresciuto tra Roma, Bruxelles e Londra. Università a Dublino, Parigi e Londra. Lavora prima a Londra, poi a Roma, e adesso fa l’insegnante delle scuole medie nel Bronx. A Roma faceva, invece, il consulente gestionale.

 

Eccoci qui, Lorenzo, sappiamo che da un po’ hai “mollato tutto” e adesso fai l’insegnante alla KIPP Academy di New York. Ci racconti un po’ meglio la tua esperienza da “Italians”.

Ho avuto un’esperienza un po’ atipica. Trasferirmi all’estero non è una novità per me. Mio padre è americano e mia madre è italiana. Da bambino ho trascorso molti anni a Bruxelles e Londra. Dopo medie e liceo a Roma ho fatto l’università all’estero, vivere da italiano espatriato è una sfida che affronto da sempre.
Gli ultimi 2-3 anni li avevo trascorsi a Roma, occupandomi di consulenza gestionale per una multinazionale della revisione. Svolgevo progetti per la Commissione Europea, le Nazioni Unite e per la PA italiana. Mi sono divertito e ho imparato molto!
Nel mio tempo libero però, mi stavo interessando sempre di più al mondo dell’istruzione primaria e secondaria, leggendo molto e scrivendo sul tema per il Fatto Quotidiano, Quattrogatti, e altri. Ho capito che era il momento di dedicarmi a tempo pieno a questa passione, anche a costo di archiviare un’esperienza che mi aveva fatto crescere molto.
Lo scorso natale ho avuto il tempo per riflettere. Ho capito di essere in una posizione privilegiata: non avevo grandi legami sentimentali o obblighi economici; grazie a mio padre avevo un passaporto USA e la padronanza della lingua inglese. Insomma, cosa mi tratteneva dall’andare a New York – dove avevo sempre voluto vivere – per tentare l’avventura? I miei capi, mia madre, alcuni amici, erano inorriditi da questa decisione così impulsiva. Eppure, riflettendoci, sfruttare questa situazione per inseguire la mia passione mi sembra la scelta più responsabile e adulta che abbia mai compiuto.
Ora lavoro in una scuola pubblica nel Bronx. Insegno Storia Americana a tre classi di seconda media. La mia vita è molto diversa da quella, più comoda, che facevo a Roma. Vivo in un quartiere Puertoricano ad Harlem molto disagiato. Tutti i giorni prendo la metro delle sei di mattina per scuola. Mentre aspetto il treno mi tocca mandar giù un thermos di caffè annacquato americano. Cosa darei per un espresso al bar! Quando arrivo a lavoro il sole ancora non si è levato. Le mie giornate sono più brevi di prima ma mi sfiniscono emotivamente: i ragazzini mi fanno dare di matto molto spesso! Ogni giorno mi chiedo se sarò mai in grado di diventare bravo a fare questo mestiere e se ha avuto senso la mia decisione di cambiare vita in maniera così radicale.
Quando arrivo alla fine della settimana però, anche se non sono riuscito a tenere buoni i ragazzi in classe e non credo di avergli insegnato nulla, in fondo sono rinfrancato. Se mai c’è un momento della vita in cui tentare una un mestiere troppo difficile, in una città nuova e alienante, è proprio quando si ha 26 anni e zero responsabilità concrete.

 

New York quindi non è stata la tua prima esperienza all’estero. Potresti raccontarci quali sono, secondo te, le opportunità che nei Paesi in cui hai vissuto, sei riuscito a trovare? 

Ho avuto la fortuna di studiare in tre capitali europee – Dublino, Parigi e Londra, città nelle quali ho anche svolto lavori e stage più o meno formativi. E’ vero quanto si dice a proposito del ruolo sociale delle persone più giovani in queste società: soprattutto nel mondo anglosassone, ci si aspetta qualcosa di più da chi ha sotto i trent’anni, almeno rispetto alle attese in Italia.
In Irlanda, fin dai 18 anni mi sono sentito trattato da uomo. Ciò non significa necessariamente mi sia comportato da tale (anzi!). Però, ogni mia trasgressione accademica, professionale o sociale, ha sempre avuto delle conseguenze. Sento che invece, in Italia, si tende a perdonare un pò troppo alle persone della nostra età. Si giustifica tutto con la parola “ragazzata”. Sembra liberatorio, invece è una forma di oppressione. Per contro, all’estero sono potuto crescere umanamente perché ho avuto la libertà di commettere errori e subirne le conseguenze.

 

La grande mela, sogno di moltissimi e meta “non per tutti”. Com’è stato decidere di “mollare tutto” e partire per una città affascinante ma difficile come NYC? E – se possiamo – come ti sei trovato da ‘italiano a new york’?

New York non è per tutti. Sebbene avessi già trascorso metà della vita all’estero, adattarmi a questa città è stato ed è tuttora molto difficile. In primis perché si è troppo lontani dall’Italia per poter tornare a casa molto spesso. Londra, per quanto sia molto dispersiva e troppo fredda per tanti Italiani, è pur sempre a 2-3 ore e 50 euro di volo Ryanair da casa. Qui invece non esiste la possibilità di tornare a casa a rifiatare quando si vuole. Ora sono sei mesi che non vado in Europa e che non vedo i miei. E’ un’esperienza diversa. Questa distanza, nonché l’assenza di comunità di giovani italiani molto svillupate come invece avviene nelle città europee, ti spinge a vivere a pieno l’esperienza americana e a distaccarti molto da casa. Ti porta a essere molto riflessivo.

New York poi ti costringe a vivere una vita più solitaria. E’ più difficile legare. Gli Americani infatti hanno una mentalità molto diversa da noi, per certi versi inscrutabile. Trovo che tra Europei invece, in qualche modo ci capiamo, anche se non parliamo la stessa lingua. Noto che molti giovani Italiani a NY, me compreso, passano molto tempo da soli. A volte provo molta solitudine. D’altro canto, il senso di possibilità che ti da New York e sapere di poter decidere cosa fare da solo, al di fuori dalle subdole ma stringenti convenzioni sociali italiane, sono aspetti molto liberatori. New York può essere un pò opprimente ma anche estremamente emancipante.  

 

E’ vero, secondo te, che in Italia manca quel fondamentale link che dovrebbe esistere tra skills acquisite durante il percorso di studi e il mercato del lavoro? Se si, credi possa essere questo uno dei fondamentali fattori della frustrazione dei giovani italiani che decidono di portare altrove i loro talenti?

Non saprei dire con precisione. Di certo l’istruzione italiana, dalle primaria all’università, sta fallendo in una delle sue missioni chiave: formare persone in grado di lavorare efficientemente nel terziario, aumentandone la produttività. Basta guardare le rilevazioni PIAAC e PISA svolte periodicamente dall’OCSE: la nostra forza lavoro è tra le meno istruite tra i paesi ricchi. L’ho riscontrato anche di prima persona. Nel mio lavoro precedente in consulenza, faticavamo ad assumere nuove leve non per mancanza di volontà, ma perché pochissimi candidati – anche provenienti dai percorsi accademici più prestigiosi – si presentavano con le competenze di base che richiedevamo: un Italiano scritto e parlato perfetto, buone competenze numeriche e un buon inglese scritto e parlato.
Molti laureati italiani faticano a trovare lavoro a casa e cercano fortuna fuori. Spesso però li ritrovi dietro al bancone di Pret a Manger o Starbucks, anziché negli uffici. Sono persone volonterosissime, tradite da un sistema accademico che non li ha dato competenze sufficienti per poter contribuire all’operato di un’organizzazione.
Sospetto che non sia un problema che si possa risolvere con tirocini e neppure con una maggiore enfasi sul lavoro durante il liceo, come oggi si tende ad argomentare. Credo sia un problema prettamente pedagogico. Dovremmo ripensare l’istruzione, prima ancora di pensare a come l’istruzione debba interagire con il mondo del lavoro.

 

Parliamo adesso di meritocrazia. Credi che manchi anch’essa nel panorama italiano con cui le giovani eccellenze devono fare i conti per poter nascere e crescere?

Oltre al già citato deficit delle competenze, è chiaro che molte realtà produttive italiane peggiorano le chance di successo dei giovani italiani, privandoli di responsabilità, anche quando ne sarebbero all’altezza. Siamo ancora una società molto gerontocratica.
Quest’attitudine ha una ragione storica In passato non era strutturalmente importante che aziende pubbliche e private fossero meritocratiche. L’economia tirava. La produttività era alta, anche se il personale delle aziende non era selezionato sul merito. Un tempo eravamo più istruiti e quindi più produttivi della media europea. Inoltre, il nostro tessuto economico non dipendeva da lavoro terziario ad alto valore aggiunto. Per vendere, esportare e fatturare era sufficiente avere una manovalanza mediamente qualificata. Il merito non aggiungeva tanto valore.
Oggi questo non è più vero. Il nuovo scenario economico richiede che le aziende si dotino di competenze altamente specializzate per poter sopravvivere. La meritocrazia, prima ancora di essere un obbligo etico, sta diventano una forma di selezione del personale necessaria alla vita delle aziende. Credo che alla lunga saremo costretti a diventare più meritocratici se vogliamo campare. Sono ottimista!

 

Dopo UK e Stati Uniti, dicci, credi che l’Italia, da sola avrebbe potuto offrirti le stesse opportunità? Come mai?

L’Italia mi ha dato tantissimo professionalmente perché ho potuto lavorare con persone che mi hanno trasferito una passione sincera per il loro lavoro. Siamo guerrieri in Italia! Inseguiamo l’obbiettivo e cerchiamo di centrare la scadenza anche nelle situazioni più avverse. Chiaro, non ci riusciamo spesso. Eppure, rimango sempre colpito da quanto siamo forti e reattivi anche nei contesti più disperati.
Tra i professionisti che più ammiro, molti sono funzionari e dirigenti delle Pubbliche Amministrazioni Italiane. Si tratta di persone che si dannano per far funzionare la macchina, pur sapendo bene di operare in un contesto spesso Kafkiano e intimorito da qualsiasi forma di cambiamento organizzativo.

 

Sappiamo quindi che hai lavorato per un certo periodo di tempo anche a Roma, alla FAO prima e come consulente poi, allora quali sono le differenze che hai potuto constatare nel mondo del lavoro in Italia e in altri Paesi? E in base a queste, quali sono i consigli, se ce ne sono, che daresti ai policy maker italiani affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

E’ una bella domanda. Sono sempre colpito in positivo dall’efficienza con la quale si svolgono progetti, riunioni, report e cosi via nel mondo anglossassone. Attenzione: questo è vero non solo nelle eccellenze; anche in una scuola media del Bronx si preparano riunioni in cui si prevede di dedicare a un punto dell’ordine del giorno sette minuti. Non cinque o dieci; sette. Questa professionalità è quindi più una caratteristica culturale che un risultato gestionale.
Inutile dettagliare un paragone con la macchinosità del lavoro in Italia, anche nei contesti più prestigiosi che ho visto.
Va detto però che gli Anglosassoni, a furia di essere così rigorosi, ogni tanto perdono completamente contatto con il mondo reale. Gli sfugge il gesto, il non-detto, l’implicito. A noi questo non succede: abbiamo un istinto strategico molto più acuto.
A causa dei maggiori contatti con l’estero, piano piano cambieremo anche noi, diventando via via più professionali. Il vero divario con l’estero che mi preoccupa è quello delle competenze. Trovo infatti che sia un po’ futile sperare che l’avvento di migliori politiche del lavoro e pratiche gestionali più aggiornate possano trasfomare il panorama economico. Queste sono delle cure meramente palliative se non riusciamo a creare una forza lavoro con le competenze che servono a un settore terziario sviluppato.

 

The Italians parla spesso di “questione intergenerazionale” che frena o blocca del tutto il proliferare dei talenti nostrani, tu cosa ne pensi?

Ne ho accennato prima. Penso che questo rispecchi sia il fallimento formativo della scuola, sia la tendenza culturale italiana a percepire gli under-30 come dei ragazzi e quindi a non responsabilizzarli.

 

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, ma sappiamo che – invece – la perdita di talenti (e non solo dal punto di vista economico, seppur importante) è inestimabile. Tu cosa faresti, se potessi, per invertire la tendenza?

Non sono troppo preoccupato. Per certi versi penso che l’Italia sia l’El Dorado. La nostra cultura è una risorsa vastissima che abbiamo appena iniziato a sfruttare. Mi aspetto che prima o poi il turismo e lifestyle che il mondo ci invidia possano, un giorno, trainare una ripresa economica. Quando accadrà, chi avrà trascorso periodi all’estero acquisendo competenze e lingue, sarà molto richiesto dal mercato del lavoro in Italia e avrà opportunità di tornare. 

 

Beh, che dire! Grazie del tuo tempo Lorenzo, ogni commento sarebbe forse superfluo, però… In bocca al lupo per la tua vita e la tua missione di insegnante a NYC!

Voi cosa ne pensate di insegnamento, questione generazionale ed eccellenze italiane all’estero? Raccontateci la vostra nei commenti o sui nostri canali social! 

 

 

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