Intervista a Giulia Dessì, ricercatrice e giornalista a Londra

Welcome back alla nostra rubrica dedicata alle eccellenze italiane nel mondo, questo mese versione al femminile: oggi conosciamo infatti Giulia Dessì, ricercatrice e giornalista ventinovenne di origine sarda con una forte passione per il giornalismo ma anche per le marionette e i burattini, che costruisce a mano per ideare spettacoli. La storia di Giulia inizia nella città natale di Oristano, ma da qui ha poi preso strade diverse: l’università di lettere moderne l’ha portata a Cagliari; l’erasmus a Bergen (Norvegia); il master di giornalismo internazionale a Cardiff (UK), dove ha anche lavorato ad un progetto di ricerca commissionato dalla BBC Trust; nel 2012 è approdata a Londra (UK) per uno stage per l’organizzazione internazionale Media Diversity Institute dove tutt’ora lavora come project manager e editorial and content officier del sito internet; infine, da quasi un anno vive a Brighton. Il suo ultimo progetto, che verrà pubblicato proprio questa settimana, è un rapporto per l’ENAR (European Network Against Racism) sulla dimensione di genere dell’islamofobia in Italia.

Ciao Giulia, iniziamo subito con le domande: da dove inizia la tua storia da Italians in giro per il mondo? Ma soprattutto, cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia per vivere in Gran Bretagna?

Credo che sia iniziata in Norvegia, con l’Erasmus, spinta dalla voglia di conoscere un paese nuovo e mettermi alla prova, ed è poi continuata con gli studi in Galles, spinta da migliori prospettive lavorative dopo la laurea. Sono arrivata in Gran Bretagna nel 2011 per studiare giornalismo. Dopo avere finito la laurea triennale in Lettere Moderne a Cagliari, volevo avviarmi verso il giornalismo ma le collaborazioni saltuarie che stavo facendo sembravano non portare a niente di concreto, né erano stimolanti. La scelta era tra rimanere in Italia fino a settembre e tentare il test d’ingresso per le scuole di giornalismo (col rischio di non passare e ripiegare per una laurea specialistica in Sardegna che di specialistico aveva ben poco), o studiare un master in Gran Bretagna. Quando ho ricevuto la lettera di accettazione dalla Cardiff University non ho avuto esitazioni. Pensavo che, studiando in inglese, avrei avuto opportunità lavorative non solo in Italia, ma anche all’estero. In realtà, poi, vivere per un po’ di tempo all’estero era già nei miei piani a prescindere dagli studi e dal lavoro. Non sono partita con l’intenzione di vivere in Gran Bretagna a lungo se non per il master e di certo non avrei immaginato che dopo 5 anni sarei stata ancora qui.


Quando sei partita per il Regno Unito quali erano i tuoi obiettivi? Sappiamo che non è stata la tua prima esperienza all’estero, cos’è quindi che ti ha convinto a rimanere qui e a non tornare in Italia?

Nei cinque anni che sono in Gran Bretagna ho vissuto un anno e mezzo a Cardiff, due e mezzo a Londra e uno a Brighton, dove tuttora vivo. Mi sono laureata con l’obiettivo di lavorare come giornalista, ma ci sono riuscita solo in parte e ora non sono nemmeno più sicura di volerlo fare come lavoro a tempo pieno, se non a certe condizioni. Ci ho provato, ma sono sempre stata molto selettiva. Non volevo lavorare per una pubblicazione Business2Business, né per una rivista di moda o per un quotidiano locale, né ero disposta a lavorare in comunicazione. Volevo lavorare per una pubblicazione intelligente, in linea con i miei principi e con i miei interessi. A Londra la competizione è tanta. Trovi sempre chi ha un curriculum migliore del tuo, e nel settore del giornalismo, lo dicono anche i locals che è molto difficile entrare. Servono contatti, persistenza, e competenze ovviamente. Se mi guardo alle spalle, in tre anni sono cresciuta tanto professionalmente e personalmente. Ho iniziato come stagista non pagata e ora sono project manager. Come responsabile progetti, dall’anno scorso sono a capo di un progetto a contrasto dell’antisemitismo online in Europa. In cinque paesi europei e con altre cinque organizzazioni, monitoriamo i media e rispondiamo ai discorsi antisemiti con vignette satiriche, video, programmi radio e articoli, sfatando falsi miti ed educando al rispetto.


Raccontaci della tua vita inglese e del tuo lavoro: ne sei soddisfatta? Oppure anche in Gran Bretagna ci sarebbero cose da sistemare e migliorare?

Certamente ci sono cose da migliorare in Gran Bretagna. Dopo la laurea non pensavo di faticare così tanto per trovare un lavoro buono in linea con i miei studi e interessi. Quando mi sono trasferita a Londra, andavo tre giorni a settimana in ufficio per uno stage part time (non retribuito) e passavo gli altri giorni della settimana a cercare lavoro e mandare candidature. Non è stato semplice. A Londra senza un lavoro non si può vivere. Affitti e trasporti sono carissimi. Pensa che l’abbonamento mensile del treno da Brighton a Londra, un’ora di viaggio, costa oltre 500 euro. Una camera in affitto, in una casa condivisa, a Londra costa 900 euro al mese. La qualità della vita è in parte migliore e in parte peggiore. Dal mio punto di vista, a Londra si lavora troppo e si passa troppo tempo nei mezzi di trasporto. Le distanze sono troppo grandi e la vita può essere molto stressante. Per me questo rende difficile incontrare gli amici, coltivare i rapporti. Dopo una giornata passata in ufficio fino alle sei e mezza, non vai volentieri dall’altra parte di Londra per una birra, sapendo che poi devi riattraversare la città per tornare a casa. Tutti sono molto impegnati.
Certamente questo è lo stile di vita di Londra. A Brighton è già completamente diverso. Ancora di più in Devon e in Cornovaglia, dove vado spesso. Se non avessi l’opportunità di staccare andando al mare o in campagna, impazzirei. Anche se molti in Italia non ci credono, ci sono posti bellissimi in Gran Bretagna.

Vivendo all’estero sicuramente avrai incontrato e fatto amicizia con tantissimi altri giovani expat come te. Il motivo che vi spinge ognuno lontano dalla propria casa è uguale per tutti, oppure cambia di persona in persona? Pensate mai di tornare in Italia affrontando tutte le difficoltà del caso?

Gli italiani a Londra sono tanti, a Brighton pure. Il motivo che ci spinge credo che sia simile per tutti: la molla è trovare un lavoro che ti permetta di vivere bene e di crescere professionalmente. Le persone che sono qui scelgono di starci perché non sono disposte ad accettare un lungo periodo di disoccupazione, a vivere a casa dei genitori, a ripiegare per fare un lavoro sottopagato in cui non sei nemmeno apprezzato. Il resto, la consapevolezza che si vive meglio sotto tanti aspetti, non solo sotto quello lavorativo, arriva dopo, e finisce per essere altrettanto importante. Tra i miei amici, la maggior parte giornalisti, nessuno pensa di tornare in Italia. Come fai, senza iscrizione all’albo e con pochi contatti, a cercare di inserirti in un settore già saturo? E sei davvero disposto a tornare e accettare, ammesso che trovi lavoro, di essere sottopagato? Io, sinceramente, non saprei nemmeno da dove iniziare per cercare lavoro. Gli annunci che vedo sono per collaborazioni per giornali online in cui non mettono né il loro nome né il compenso. Nei siti, anche di ONG, nessuno pubblicizza opportunità di lavoro. Probabilmente tutto funziona tramite contatti.


In merito alla fuga dei cervelli, secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di fuggire via?

Credo che gli italiani preferiscano spendere le proprie competenze e professionalità altrove perché ci sono maggiori opportunità e si è maggiormente valorizzati. Personalmente, però, non credo che siano qua solo ed esclusivamente per il lavoro. Non tutti almeno. Si vive meglio in una società in cui si hanno più diritti civili, in cui c’è meno maschilismo, meno razzismo, meno omofobia. In Italia questi sentimenti sono talvolta così radicati, che spesso nemmeno ci si accorge. La lingua italiana al momento non ha un vocabolario adatto per parlare di diversità e di discriminazione. Non voglio vivere in un paese in cui i lavoratori stranieri fanno quasi esclusivamente lavori poco qualificati, in cui la tv mostra showgirl senza competenze, in cui abortire è un percorso ad ostacoli e in cui non si rispettano le regole del vivere comune. Questa situazione sta lentamente cambiando e sicuramente non è un problema solo italiano, ma ha un impatto nella vita di tutti i giorni.


Come giornalista, possiamo leggere gli articoli di Giulia sia in italiano che in inglese nelle pagine del Corriere della Sera, dell’Huffington Post e su openDemocracy – tanto per citarne alcuni. In virtù della tua esperienza personale, quali pensi che siano le maggiori differenze che lo stesso mestiere presenta in paesi diversi? Hai qualche preferenza?

Parto dal presupposto che mi è sempre piaciuto scrivere. A prescindere dal genere. Ora mi sto cimentando in nuove forme di scrittura. Tantissime email di lavoro, per esempio! Scherzi a parte, da poco ho scritto la sceneggiatura di due brevissimi spettacoli di burattini che ho realizzato da sola. Scrivere in italiano e in inglese non è lo stesso. Anche se spesso ho la parola giusta in inglese e non riesco a trovare l’equivalente in italiano, quando scrivo in inglese non sono mai sicura al 100% che la frase sia corretta e che suoni bene. Questo è un limite, soprattutto se vuoi lavorare come giornalista, o editorial assistant. Sapere scrivere bene in lingua inglese è essenziale.


Andando sul personale – hai mai qualche rimpianto dell’aver lasciato l’Italia? Essere inseriti in un ambiente dinamico e internazionale, con possibilità di mettersi alla prova e di conoscere persone e culture diverse: tutto questo può bastare per farcela? Cos’è che ti manca di più?

Non ho rimpianti. Anche se è vero che in Italia avrei difficoltà a trovare lavoro, non credo di essere all’estero solo per necessità. Sono qua perché, per il momento, voglio essere qua. Conoscere persone di culture diverse, di pensiero diverso, ti fa crescere, ti fa avere una prospettiva diversa della vita. Dell’Italia mi mancano gli affetti: la mia famiglia e i miei amici più stretti, anche se molti di loro vivono in parti diverse d’Italia (e del mondo, in realtà) quindi, anche se fossi in Italia, mi mancherebbero comunque. Mi dispiace non poter stare vicino alle persone a cui voglio bene. Al di là della sfera affettiva, forse mi manca quella sensazione di non sentirmi straniera e di non essere vista come tale. Mi manca molto anche la frutta fresca. E l’accento sardo.


Concludendo: quali sono i tuoi prossimi progetti? Ritornare in Italia in un futuro prossimo sarà possibile, oppure ormai la tua vita è altrove?

Non so ancora dove sia la mia vita. Credo che sia sempre più qua, in Gran Bretagna, ma non riesco ad avere piani a lungo termine. Ho progetti per il futuro imminente, invece: staccare un po’ dalla routine di questo ultimo anno e andare in un altro paese per un breve periodo, conoscere nuovi posti, nuove persone. In Italia mi piacerebbe ritornare, per qualche mese, per rimettermi al passo con quello che è successo in questi anni e sentirmi a casa. Tornerei definitivamente, però, solo se avessi un progetto ben preciso in mente o un lavoro.

Grazie Giulia!

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