Intervista a Federico Montecchiani, chef ad Abu Dhabi: “Non ho lasciato l’Italia, è lei che ha abbandonato me”

Da Todi fino alla Germania e poi di nuovo in aereo direzione Malta, Australia, Milano, Irlanda e infine Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti. L’unico comun denominatore: quel sogno di diventare uno chef e quella vita che, alla fine, il nostro italians del mese Federico Montecchiani ha trovato. Anche se lontano da casa: «Non sono io che ho lasciato l’Italia – precisa Federico, 32 anni – ma è lei che ha abbandonato me».

Facciamo un passo indietro. Per questa volta lasciamo da parte le domande e decidiamo di concentrarci sul racconto. Da due anni ormai Federico risiede ad Abu Dhabi insieme alla sua famiglia: «Sono arrivato in questa parte del mondo dopo 5 anni di Irlanda, la compagnia per cui lavoravo anni prima cercava uno chef italiano ad Abu Dhabi e sono stato contattato – ci spiega – insieme a mia moglie avevamo il desiderio di spostarci ancora una volta, e questa volta l’abbiamo fatto non più in due ma con il nostro piccolo Nathan Paolo, nato in Irlanda». Lo chef Federico lo fa ormai da 13 anni: «Il mio lavoro richiede molta dedizione e spesso sacrificio, ma poi le soddisfazioni arrivano. Come si dice qua, hard work pay back, non importa il posto dove sei ma la determinazione, la passione, l’ingegno».

Il vero lavoro da chef è molto lontano dai talent show culinari che si vedono in tv: «La compagnia dove lavoro è internazionale, il che è una fortuna, perché significa che tende molto a trattare i dipendenti in maniera professionale e quanto più etica possibile». Per Federico la cosa importante non è tanto il lato economico, comunque con stipendi tra i più vantaggiosi in tutta Europa, ma «la meritocrazia e la possibilità di emergere che invece in Italia non sono facili da trovare». Si tratta di filosofia di vita, ci dice lui: «Per farcela in Italia devi essere disposto a sacrificare la tua vita personale in nome del lavoro – ammette con una nota di rammarico – invece in questo paese funziona tutto senza stress, la burocrazia è quasi inesistente, le tasse non ci sono, è tutto quello che vorremmo trovare in Italia ma che invece, visto da fuori, sembra ancora un’utopia».

Eppure, di contraddizioni ne è piena anche Abu Dhabi. «C’è molta differenza tra la ricchezza e la povertà vera, spesso ti capita di sentirti circondato da questo senso diffuso di servilismo e di riverenza che è fastidioso per noi occidentali – racconta Federico – ma la città è sicura. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la religione non è un limite e la coesistenza multiculturale sembra essere un marchio di fabbrica degli Emirati Arabi Uniti». Una vita lontana da quella italiana, insomma: «Essere italiani in questo paese significa essere valorizzati, stimolati e rispettati. Senza pregiudizi, almeno secondo la mia esperienza».

Federico ci racconta che anche sua moglie è un’expat come lui: «Sta finendo l’università, studia da casa e poi torna in Italia per fare gli esami. Ci siamo conosciuti in Australia, poi siamo tornati entrambi in Italia, a Milano, ma quando abbiamo deciso di sposarci lo abbiamo fatto lontano da casa. Perché l’Italia non era il posto giusto per creare una famiglia, come non lo è nemmeno oggi». Sembra una presa di posizione molto forte, dico io. Lo è, mi risponde Federico: «Il mio lavoro in Italia non ci avrebbe permesso di goderci la nostra giovinezza e neppure la nostra famiglia, per questioni puramente economiche. A livello sindacale poi non c’è appoggio o protezione, come succede del resto in moltissimi altri settori. Cercavamo un posto che ci avrebbe permesso di costruire la nostra famiglia fondandola sull’indipendenza economica e sulla crescita personale a livello umano. Per un po’ lo è stata l’Irlanda, adesso è Abu Dhabi».

Su cosa dovrebbe fare l’Italia per diventare quel posto, Federico non ha dubbi: «Noi italiani siamo portatori di eccellenze ovunque, è un vanto ma anche un male. Perché non siamo in grado di attrarne delle altre, di far crescere in Italia le eccellenze che vorrebbero rimanere in patria, di far vivere i nostri giovani a casa e di far formare nuove famiglie». E quindi? «E quindi occorre rimboccarsi le maniche tutti, dal semplice cittadino come esempio virtuoso a chi invece può davvero proporre e provare a cambiare le cose, partendo da una burocrazia più snella, da tasse minori e più eque, dalla lotta alla corruzione che non premia la meritocrazia. Resettiamo l’Italia e liberiamoci dall’odio e dall’invidia», chiede Federico.

Individuati i problemi e focalizzate le soluzioni, anche in una vita pienamente soddisfacente come quella di Federico, quello che rimane alla base è un po’ di sana e normale nostalgia. «L’Italia mi manca tantissimo. Mi manca la mia casa in Umbria, mi manca vedere la neve d’inverno. So che il giorno che tornerò in Italia le cose saranno migliorate». E fino a quel momento? «Il mio progetto di vita è aprire un ristorante tutto mio e diventare ogni giorno di più uno chef che riesce ad emozionare. Lungo la strada per esserlo, ho in progetto di andare in Nepal, fare un tracking al santuario dell’Annapurna e imparare lo spagnolo. E di sostenere mia moglie fino al termine degli studi, perché le nostre scelte si basano anche sui suoi progetti».

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