Intervista a Camilla Capasso, giornalista freelance e Publications Officer per Forest Peoples Programme

L’inizio di settembre è un momento quasi magico, in cui vengono lasciati indietro tutti i ricordi estivi e si impiegano tempo e mente per nuove promesse e nuovi progetti. Settembre è quel momento in cui decidiamo che, finalmente, “da adesso in poi si ricomincia con una nuova marcia!”.
Ma in questi giorni di transito, non preoccupatevi, una costante c’è: The Italians continua con le interviste mensili e oggi vogliamo farvi conoscere l’Italians del mese, la 24enne Camilla Capasso.

Camilla, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Brianza, inizia il suo viaggio a 19 anni: dopo aver conseguito la maturità, una laurea in giornalismo alla University of Westminster di Londra e un master in antropologia alla London School of Economics, a febbraio di quest’anno è approdata ad Oxford dove lavora per l’ong “Forest Peoples Programme” come responsabile delle pubblicazioni.

Scopriamo insieme la storia di Camilla, una ragazza che per volontariato ha girato Londra, Edimburgo, Marburg, Francia e Venezia. Ma anche, e soprattutto, una ragazza che ama la scherma, le montagne e che compra (decisamente!) troppi cappelli.

Ciao Camilla! Raccontaci la tua esperienza da Italians: da dove comincia tutto? Quali sono le scelte che ti hanno portata dalla Brianza fino ad Oxford?

Sono nata e cresciuta in un paesino della Brianza, un posto bellissimo a ridosso delle pre-alpi che però, come molti piccoli paesi, fa fatica a stare al passo con i tempi. Durante l’ultimo anno di liceo ho fatto domanda alla University of Westminster di Londra per studiare Giornalismo; è stata una scelta difficile ma in qualche modo naturale. La mia famiglia, da sempre, mi ha insegnato ad essere curiosa ed indipendente, ad aprirmi al mondo e a fare il maggior numero di domande possibile. La mia decisione di partire è stata dettata da una naturale inclinazione più che da un piano ben preciso, ma non per questo ero meno terrorizzata!
Non ci è voluto molto, però, per far si che la curiosità vincesse sulla paura e ora, guardandomi indietro, so che quest’esperienza mi ha cambiato la vita. Dopo la laurea ho fatto domanda per un master in Antropologia alla London School of Economics e a febbraio di quest’anno, finiti gli studi, mi sono trasferita a Oxford per lavorare in una ONG. I miei interessi sono cambiati molto negli anni, ma il mio progetto a lungo termine continua ad essere quello di interrogarmi il più possibile per cercare di capire – anche solo un po’ – come funziona il mondo e come si può migliorarlo.

Parliamo ora dei tuoi studi: qual è il fil rouge che lega il giornalismo all’antropologia sociale, che sono state – e sono tutt’ora – le tue materie di studio e lavoro? Avendo studiato sia in Italia che in UK, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi? Ma soprattutto, se potessi, cosa cambieresti in Italia?

Il giornalismo di oggi, salvo eccezioni, manca di analisi. Siamo bombardati da notizie flash che non vengono inserite in un contesto, a cui non viene davvero dato un significato. L’antropologia è una forma mentis, abbatte tutti i preconcetti e scava per cercare le ragioni alla base del comportamento umano tenendo in considerazione l’ambiente culturale e sociale nel quale si sviluppa. Il giornalista di oggi, a mio parere, non dovrebbe solo descrivere gli eventi meccanicamente, ma anche provare a capirli ed analizzarli da punti di vista diversi, anche se lontani dal suo.
Il sistema scolastico italiano è migliore di quanto pensiamo e abbiamo un bagaglio culturale di gran lunga superiore – e molto più ampio – di quello dei loro coetanei inglesi. Quello che manca è la possibilità di mettere in pratica le conoscenze acquisite. Le università in Inghilterra spingono molto gli studenti verso progetti pratici, li aiutano a capire come sviluppare i propri interessi e come riconoscere ed affrontare i propri punti deboli per trasformarli in punti di forza. Alle università italiane non manca solo un collegamento col mondo del lavoro, ma anche un interesse genuino per gli studenti e per il potenziale infinito che essi rappresentano.

Sappiamo inoltre del tuo grande sogno dell’America Latina, per la quale sei anche corrispondente in diversi giornali. Da dove nasce questa passione? Sei mai stata in quei posti? Qual è il contributo che pensi di poter apportare?

Ho cominciato ad interessarmi all’America Latina durante il secondo anno di un’università, principalmente perché trovavo che i media non ne parlassero abbastanza. E’ un continente che è stato colonizzato per secoli a causa delle sue risorse naturali e che continua tutt’oggi a soffrire le conseguenze del consumismo occidentale. Il minimo che possiamo fare è parlarne, dare una voce alle popolazioni indigene le cui terre vengono strappate per far posto a coltivazioni intensive, ai sindacalisti che vengono uccisi perché osano chiedere una paga giusta e condizioni di lavoro umane, ai giornalisti che ‘spariscono’ perché provano a denunciare, agli attivisti ambientali che vengono uccisi perché vogliono proteggere il proprio territorio. Il mio lavoro mi porterà a conoscere più da vicino alcune di queste situazioni e spero di riuscire, nel mio piccolo, a far parlare di più di questa regione del mondo.

Passando dagli studi al lavoro: cosa ti spinge a lavorare per una ONG come “Forest Peoples Programme”? Qual è la vostra missione, e più in particolare il tuo ruolo? E quali sono le difficoltà, sia fisiche che etiche, che ogni giorno siete costretti ad affrontare?

Forest Peoples Programme si occupa di dare supporto a popolazioni che vivono e traggono sostentamento dalle foreste e le cui terre vengono disboscate per far posto ad attività estrattive, mono-culture intensive e produzione di legname. Il nostro compito non è quello di intervenire in prima persona, ma di costruire uno spazio politico dove queste popolazioni possano chiedere il rispetto dei propri diritti, controllo sulle proprie terre e libertà di scegliere del proprio futuro.
L’organizzazione produce report, saggi accademici, articoli e libri sull’argomento. Io mi occupo del processo editoriale che ne sta dietro, della pubblicazione e diffusione. Una delle cose più difficili da fare è proprio quella di resistere alla tentazione di prendere la parola al posto dei diretti interessati e ricordarsi che esistiamo come organizzazione solo per dare appoggio e supporto e non per imporre le nostre idee. L’autodeterminazione delle popolazioni con le quali lavoriamo è fondamentale.

Dal tuo profilo LinkedIn emerge anche un altro tratto della tua personalità: quello legato all’ambito del volontariato. Sei stata volontaria a Londra, Edimburgo, Marburg, Francia e Venezia: che cosa facevi e quali sono le differenze che hai potuto notare in questi diversi posti?

Le attività di volontariato sono state il mio primo, vero contatto con l’estero. Mi hanno dato la possibilità di incontrare gente meravigliosa che veniva da paesi diversi, che avesse voglia di fare e che fosse abbastanza idealista da pensare di poter cambiare il mondo. Per la maggior parte ci occupavamo di conservazione ambientale, ma penso che la vera bellezza di fare volontariato stia nel comprendere che lavorare insieme a dispetto della provenienza, della religione e della lingua non sia solo possibile, ma anche estremamente divertente e gratificante!

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze? È un problema della mancata meritocrazia o c’è anche altro che bolle in pentola? Partendo dalla tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Non sarò di certo la prima a dirlo, ma l’Italia è un Paese appesantito da decenni di mala politica, burocrazia ed illegalità dettata da interessi personali. E’ sfiancante, per chi ha idee e progetti, cercare di metterli in atto perché ci si scontra sempre con una mentalità restia al cambiamento. La mancanza di meritocrazia è solo uno dei sintomi. Sono problemi che purtroppo richiedono molto tempo per essere sistemati e che, a mio parere, si nutrono di due componenti: la convinzione che il cambiamento distrugga le tradizioni e la mancanza di un impegno collettivo dettato dall’egoismo di chi pensa solo a se stesso e ai propri interessi e non al bene del Paese. In quest’ultimo caso è molto semplice pensare alla classe politica, dimenticandoci il famoso tormentone popolare del “tanto fanno tutti così”.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: te ne sei mai pentita? Cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella?

Non mi pento mai di essere partita, ma penso spesso a come sarebbe andata se fossi rimasta in Italia. La risposta è che non lo so. Quello che so è che in Inghilterra, sia durante l’università che nel mondo del lavoro, ho sempre avuto la libertà di proporre le mie idee e l’appoggio per trasformarle in progetti reali. La creatività viene premiata se si ha il coraggio di mettersi in gioco. Inoltre, la mia paura più grande è sempre stata quella di annoiarmi. Viaggiare, vedere posti diversi e mettersi in gioco sono dettati da una curiosità che ho sempre avuto e che spero non mi abbandonerà mai. Il lavoro per me non è un fine, ma un mezzo per tenere la mente aperta e attiva, per continuare ad interrogarsi e per non dare mai niente per scontato.

Da italiana residente in Gran Bretagna, uno dei temi più discussi è stato sicuramente il Brexit. Potresti farci qualche considerazione personale? Cosa ne pensi, e soprattutto cosa cambia per voi Italians?

Il Brexit è stato un pugno nello stomaco. Per i primi giorni dopo il voto mi sembrava di aver vissuto per 5 anni in un Paese di cui non avevo capito niente. A mentre fredda ho realizzato che la Gran Bretagna ha dei problemi di classe che non sono mai stati affrontati, che il voto poco centrava con me e con l’Europa ed era più il sintomo di una classe popolare scontenta che ha pagato un prezzo altissimo negli ultimi anni a causa di tagli economici folli e che ha pensato di trovare risposte in una campagna elettorale basata sull’identificazione dell’immigrato (europeo o extraeuropeo) come capro espiatorio. L’atmosfera è confusa e lo sarà finché non saranno terminate le trattative con l’Unione Europea. Per me questo significa non sapere cosa succederà nei prossimi anni, significa fare dei piani a breve termine e chiedermi davvero se e per quanto tempo voglio ancora rimanere qui.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

L’Italia mi manca infinitamente. Mi mancano tutte quelle qualità che ci rendono unici, come l’innata capacità di cavarcela sempre, la passione che mettiamo nei gesti più quotidiani e la grande generosità ed empatia che sappiamo mostrare. Tornare in Italia e poter contribuire a renderla più aperta, vivace e al passo coi tempi è un progetto a cui sto lavorando e che spero un giorno, magari non troppo lontano, di poter realizzare.

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