Intervista a Adele Posani, maestro flautista all’Edward Said National Conservatory of Palestine

Per l’intervista di questo mese vi proponiamo una storia diversa, sia nella forma che nella sostanza. Questa volta abbiamo deciso di lasciare da parte le domande formali, a favore di una ben più costruttiva chiacchierata che, diciamocelo, a volte può risultare molto più utile e comprensiva. Conosciamo dunque la nostra Italians Adele Posani, 28enne romana oggi musicista, 3 master alle spalle, insegnante di flauto, musica d’insieme per fiati, storia della musica presso l’Edward Said National Conservatory of Palestine nelle sedi di Betlemme e Ramallah.

Adele non si considera un cervello in fuga, anzi: “Ho sempre avuto la tendenza (o la nevrosi?) a spostarmi – ci racconta la musicista – vivevo a Roma ma il conservatorio era a L’Aquila, poi ho vissuto a Pescara, poi a Ferrara, poi a Milano, poi a Lugano. Avrò cambiato una ventina di case”.

La domanda sorge spontanea, e quando chiediamo ad Adele come è arrivata in Palestina, la risposta nasce semplice allo stesso modo: “Ho visto l’offerta su internet e ho deciso di fare domanda. In realtà, la Palestina non è poi così diversa dall’Italia, sono entrambi paesi mediterranei e questo, per come la vivo io, ha più rilevanza che essere parte dell’Unione Europea o no. La musica è molto viva qui, i concerti raramente sono senza un pubblico interessato, anche se spesso non educato come siamo abituati in Italia”. Anche se la musica è un linguaggio universale, qualche problema in più rispetto all’Italia c’è: “L’aspetto più frustrante del dover insegnare musica classica occidentale in un paese arabo è il fatto che il bagaglio culturale è molto diverso. In Italia, chiunque abbia studiato musica anche solo a scuola, conosce i nomi di Mozart, Rossini, Verdi e altri, sa, a grandi linee, che cosa sia un’opera, una sinfonia, una sonata. Qui no. Ma conoscono a menadito l’intero repertorio di canti tradizionali”.

È vero anche che, mai come negli ultimi anni, la professione del musicista è cambiata radicalmente. E sul problema della (mancata?) meritocrazia in Italia, Adele nella sua esperienza musicale ne parla così: “Le audizioni per orchestra sembrerebbero l’espressione più autentica di meritocrazia in ambito musicale, in teoria. Eppure in pratica: chi accede alle audizioni si trova davanti ad una commissione che magari ha già ascoltato altri 20 candidati suonare la stessa cosa, o magari nessuno, e quindi non sa realmente come fare paragoni e cosa aspettarsi dopo”.

Questo è solo un esempio. Poi, ci racconta Adele, c’è l’aspetto sociale: “Chi non ha avuto accesso a una scuola prestigiosa, chi non ha avuto il sostegno economico, chi ha dovuto affrontare traumi, chi ha subito abusi … Come si può parlare di “merito” senza considerare tutto questo? Non è più onesto dire che l’azienda assume la persona che ritiene renderà maggiori profitti? Questa è la verità, il profitto, non il merito”.

Idee certamente forti, ma d’altronde quello che la musicista vive tutti i giorni nella sua nuova casa non è da meno. “I giornali italiani non parlano di tutto – spiega – avere un mitra puntato in faccia quando vai a comprare il latte; ragazzini di 11 anni arrestati, picchiati, costretti a firmare una confessione scritta in una lingua che non sanno leggere; non avere un passaporto; gli allenamenti dei soldati “dal vivo” nei campi di rifugiati; essere rifugiati nel proprio paese; il gas lacrimogeno, le bombe di suono, le bombe di puzza. L’ansia e il senso d’impotenza possono corroderti dentro”.

Restando nell’ambito dell’insegnamento musicale, invece, abbiamo chiesto ad Adale quali sono le tendenze e le differenze che lei stessa ha potuto osservare tra il sistema italiano e quello estero. Sarebbe stato possibile, restando in Italia, cogliere le stesse opportunità?

“No, ovviamente in Italia non avrei potuto insegnare in un Conservatorio. Prima cosa perché in Italia stanno chiudendo o si stanno trasformando in qualcosa di diverso, più simile al concetto di liceo musicale. L’accesso a questi posti di lavoro è garantito da un sistema a concorso, o comunque per graduatoria: e questo mi sembra l’unico modo se si vuole garantire la famosa meritocrazia”.

Cambiando area geografica, sappiamo che quest’estate Adele andrà per la seconda volta in Bolivia, dove insegna e fa concerti. Qui la situazione è diversa: “Voglio tornarci perché le opportunità sono attraenti e si può costruire molto. C’è una sete di cultura che ho visto raramente. La Bolivia è un paese affascinante, le facce delle persone sono espressive, gli sguardi raccontano storie senza tempo, ma sicuramente arcaiche. L’orgoglio di un popolo, povero economicamente ma ricco di storia, si percepisce prima di arrivare, ma è un orgoglio modesto, anche se non ha senso. Questo è forse l’aspetto più controverso e interessante”.

E per un musicista, invece, la situazione in Italia com’è? “Non credo che ci siano esperienze obbligatorie per un musicista, penso però che il mondo accademico musicale si stia chiudendo molto, ho molti colleghi che credono fermamente che il lavoro in orchestra sia l’unico, per essere un musicista rispettato. Ho colleghi che si ossessionano su audizioni e audizioni, che alla fine hanno ben poco a che fare con la musica. L’orchestra ha sicuramente un’attrattiva importante nelle aspirazioni di un musicista, ma credo che non molti si siano realmente posti la domanda più importante: questo è veramente quello che fa per me? La musica è un mondo vastissimo per fortuna, e si può essere musicisti e vivere di musica in mille modi diversi. Il difficile è trovare quello giusto per te”.

Almeno per il momento, la strada di Adele Posani sembra essere ben delineata nella sua mente: “Non credo che tornerò in Italia. In Palestina mi trovo bene ma so che la mia carriera non si può fermare qui. Probabilmente cercherò di coltivare le possibilità che si sono aperte in Bolivia e in Sud America in generale. So anche che prima o poi vorrò fare un dottorato, un po’ per ampliare le mie possibilità lavorative un po’ perché prima o poi sentirò la mancanza dell’ambiente accademico, anche se per ora questo sentimento è molto distante”.

Chissà se, presto o tardi, sentiremo di nuove le sue storie di note felici o di acciaccature provenire da tutte le parti del mondo. Per adesso, non resta che augurale un grande in bocca al lupo. Confidando che, quel bagaglio culturale che raccolgono e si portano dietro tutti gli Italians sparsi nel mondo, servirà un giorno per risolvere problemi e per creare le condizioni necessarie per vivere bene anche in Italia.

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