Un’esperienza a cinque e più stelle: il racconto dal London Film Festival

Polvere di stelle e glamour: i red carpet sono conosciuti come un’esperienza da incanto. Oltre ai privilegiati ospiti, gli accecanti flash a mitraglietta sono le spie della presenza di un altro gruppo presente: i media costeggiano il tappeto di premiere e gala per raccogliere un po’ di quella polvere di stelle ed illuminarci qualche pagina del loro giornale o studio radiotelevisivo.

Trascinata dall’entusiasmo e dal mio perenne desiderio di imparare, per la prima volta quest’anno sono stata coinvolta nel reportage del London Film Festival. Ho abbracciato l’esperienza a dir la verità con molto poco glamour, in scarpe da ginnastica e capelli raccolti a coda di cavallo last minute. Ma ripensando a quei miei due giorni di corse e trepidazione, non è difficile notare il salto nella formazione acquisita in campo.

Il Festival del cinema – anche conosciuto semplicemente come il BFI dal maggiore ente patrocinante, il British Film Institute – sbarca sul territorio inglese un mese e mezzo circa dopo che il fratello maggiore di Venezia ha fatto mostra della pregiata mercanzia. I quattordici giorni prevedono molteplici proiezioni delle pellicole in prossima uscita e premiere giornaliere. Presso i giardini dell’Embankment, vicino all’omonima stazione della metro che dà sul camminamento lungo il Tamigi, viene eretto un enorme tendone. L’altro principale posto che si fa bello per l’occasione è la piazza di Leicester Square, incubo della security per gli innumerevoli punti di entrata e la facile aggregazione di turisti e fan. In aggiunta ai cinema, pochi altri spazi sparsi che vengono occupati per particolari eventi.

Uno degli aspetti che mi attrae sempre molto in una calca simile della stampa è osservare gli esperti in azione: quali macchine fotografiche hanno, se c’è pronto il computer al loro fianco per un montaggio rapido, quanta aggressività mettono nella presentazione del microfono. Diverse agenzie, diversa preparazione.

Sebbene distante dall’area fotografi, i click sfrenati degli scatti erano i primi campanelli di allarme per l’arrivo di “qualcuno d’importante”. Da quel momento in poi, in tempistiche più o meno allungate, questo signor, signora o signorina avrebbe approcciato la media line. Oppure, si dedicava in parte o del tutto allo stuolo di ammiratori urlanti posizionati lungo l’altra sponda del red carpet.

All’interno del team per il magazine con il quale collaboro, ho rivestito sia il ruolo di cameraman che di intervistatrice. Sebbene mi fossi trovata già in precedenza a lavorare in entrambe le vesti, la frenesia e il concentrato qual è un evento del genere, hanno alzato non poco il livello di difficoltà.

Rapidità e veloci riflessi, oltre ad una bella dose di confidenza, erano i fondamentali ingredienti. Se non si scende in campo già attrezzati, ci si deve preparare presto ad acquistarli a colpi di domande.

Dai registi che rivelano esperienze personali molto forti dietro ai loro progetti, ad attori iper-entusiasti di chiacchierare con la stampa, dai pr con la manina già tesa per interrompere l’intervista dopo neanche cinque secondi dal suo inizio, ai selfie delle star. I giornalisti e reporters in erba che si trovavano alla nostra destra e sinistra diventavano quasi i colleghi di una vita, almeno fino a quando il proprio turno di avviare la registrazione si avvicinava, e la tensione saliva. L’obiettivo era di intrattenere l’intervistato quanto più a lungo possibile di fronte alla propria videocamera. Ed è qui che entrava in gioco la velocità unita a buone razioni di determinazione.

Per quanto riguarda maneggiare la videocamera, non potrò mai incolpare abbastanza le mie mani tremanti. Aggiustare l’altezza del monopiede, assicurarsi che luci ed ombre siano accettabili sul soggetto e che l’inquadratura sia non troppo ravvicinata, richiede movimenti fluidi (per evitare strattoni nel filmato) ed una certa rapidità. La regola da ricordare è semplice: un lieve spostamento del corpo macchina equivale ad un effetto terremoto nella registrazione. Date le premesse, avendo giusto una manciata di secondi prima che la star iniziasse a rispondere, ho dovuto addestrare le mie esitanti dita a diventare leggere come una libellula e rapide come una gazzella.

Passando invece al ruolo di intervistatrice, credo sia uno dei momenti più unici. Sebbene alcuni degli ospiti possano assumere atteggiamenti snob, l’interazione che si instaura con il giornalista è molto umana. Il dialogo diventa presto una conversazione rilassata. E stupisce quanto spesso le domande più ovvie si rivelano le più efficaci.

Ci sarebbero molte parole per descrivere l’emozione di trovarsi a meno di un braccio di distanza da giganti quali Steve Carell o Patricia Clarkson – un caso eccezionale è stato Timothée Chalamet, il quale ha completamente ignorato la stampa per dedicarsi ad abbracci e foto con i fan. Ma sarebbe una bugia dire che la magia dell’esperienza sia dovuta solo a loro. L’impaziente attesa, la sudata preparazione, le risposte dei vari talenti presenti, l’ascolto delle domande dalle altre testate, l’empatia con gli il resto del team: i livelli della persona coinvolti sono svariati.

Sebbene non un’ammiratrice dell’espressione in questione, ‘crash test’ forse è la formula idonea per descrivere il mio stato a quel tempo. L’adrenalina in corpo fa sparire ogni sensazione di spossatezza, ma poi rilascia la stanchezza in un carico unico alla fine. Come il crash test, l’ondata di informazioni e impressioni arriva tutta insieme. Ma da quei pochi secondi, feedback alla mano, insegnamenti vari e convinzioni diventano molto chiari.

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