Italians che collezionano tessere elettorali

Il 5 maggio i cittadini di Londra sono andati alle urne per le elezioni municipali, eleggendo un sindaco laburista, Sadiq Khan. Mr. Khan è stato poi celebrato poi sia qui sia nel resto del mondo come il primo sindaco musulmano alla guida di una città delle dimensioni e dell’importanza di Londra. Avendo seguito la campagna elettorale da vicino e il clima generale di Londra, si è sicuramente trattato di un risultato quasi scontato, ma comunque giustamente da celebrare vuoi per simbolismo vuoi per tifoseria accanita – se ne sarà parlato allo sfinimento ovunque immagino.

Io il 5 maggio, per le municipali di Londra, sono andata a votare. Con il domicilio registrato nel Borough di Lambeth, sono ufficialmente nei registri elettorali – solo per le municipali. Non potrò, per esempio, votare il 23 giugno al referendum per Brexit, e non potrei votare alle nazionali. Ma sono andata a votare per scegliere il sindaco, i rappresentanti di circoscrizione e l’assemblea cittadina della città in cui vivo. Mi piace ripeterlo con un certo orgoglio, una certa aria di compiacimento – e quasi vi mostrerei un dito sporco di inchiostro, se solo si votasse così e se non fosse un poco blasfemo verso immagini storiche più o meno recenti che raffigurano le battaglie per il diritto di voto.

A differenza di quella che percepisco come la maggioranza dei miei coetanei, non mi sono mai considerata come appartenente a un fermo credo politico. Sono cresciuta in una famiglia normale, senza spunti militanti di nessun tipo, mentre un liceo storicamente ‘impegnato’ cercava di trascinarmi in direzione ostinata e contraria, andando invece ad alimentare un disinteresse diffidente e moderato. Compiuti i 18 anni, ho fatto il mio dovere civico e votato in ogni elezione, qualche referendum, a volte saltato a causa di permanenze all’estero, ma senza mai scompormi più di troppo, senza mai perdere il sonno e la ragione riguardo a niente. Un classico approccio alla politica, di cui non sento di dovermi vergognare. Dal mio punto di vista, generalmente la spinta alla partecipazione politica di molti giovani italiani segue il classico arco del ‘si nasce piromani – si muore pompieri’: grandi passioni politiche, grandi attivismi che poi si spengono e regrediscono col passare degli anni.

Sto vivendo un percorso opposto, complici certe materie di studio, certi tipi di vissuto e altrettante discussioni in università e fuori. Il 5 maggio, per la prima volta, sono stata contenta di andare a votare, e non per feticismi esterofili. Ho trovato il desiderio non solo di rimanere legata al mio Paese e a interessarmi delle sue vicende, ma anche quello di riconoscermi e far sentire la mia voce dove mi trovo adesso. Ed è per questo che sono più irritata dal non poter votare in 23 giugno che dal non aver potuto votare al referendum italiano sulle trivelle di qualche settimana fa – ecco l’ho ammesso. Nonostante il mio passaporto e carta di identità, mi trovo a scegliere una nuova appartenenza – quella di un domicilio estero – che si aggiunge a quella di sempre, riconoscendomi come cittadina consapevole sia dell’uno sia dell’altro paese. Con i dovuti pesi e misure, so riconoscere le opportunità date dal poter partecipare alla vita politica di più di un paese – quasi sperando di moltiplicare in questo modo le possibilità che la mia opinione possa far la differenza.

Grazie alla mia orrida mania FOMO (fear of missing out, l’ansia da social media), sbirciando vari contatti su Facebook, ho constatato che non sono l’unica Italians che è andata a votare settimana scorsa nel Regno Unito. Questo mi rassicura e mi fa gioire per vari motivi: la partecipazione politica di noi Italians non è uguale al lamentarsi dello status quo e poi chiudere la chiamata Skype, ma si sta evolvendo per includere realtà variegate, che intrecciano l’Italia e gli altri paesi di emigrazione. In secondo luogo, mi sembra di riscontrare come la vita fuori casa acuisca il desiderio di cambiamento e di rappresentanza, contribuendo alla nascita di una nuova classe di elettori, il cui numero cresce esponenzialmente di anno in anno. Siamo sempre più informati e sempre più coinvolti, ci impegniamo per rimanere al passo di ogni cambiamento politico da entrambe le parti della frontiera, ovunque essa sia. Una tessera elettorale in più oggi, una proposta di legge domani e una campagna elettorale tra qualche anno – indistintamente da dove e in che lingua vorremo appendere i manifesti.

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