Scintille di Ricerca

“Educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco” (W.B. Yeats)

Non so se avete notato la funzione offerta da Facebook da un anno a questa parte: si chiama On This Day e raccoglie tutti i post, foto e video pubblicati in un determinato giorno a partire dall’anno di iscrizione alla piattaforma.

La maggiorparte delle volte ci ritrovo status risalenti ai primi anni dell’adolescenza, quelli che uno rilegge e si genera in automatico una fossa e dopo ci si puó seppellire dalla vergogna; spesso a questi si aggiungono anche quelle belle foto tipiche del primo decennio degli anni 2000, quelle scattate nei bagni dei locali con le amiche tutte in tiro in abiti che adesso farebbero solo venire dei dubbi sul buon gusto collettivo degli adolescenti.

Altre volte invece trovo post sulla scuola, i dibattiti fatti con gli amici sul partecipare o meno alle manifestazioni – come quella volta che i miei amici sono tutti andati a protestare mentre io mi facevo interrogare di storia ed inglese. Grazie mamma, questa me la lego al dito – o le trattative sulle programmate.

Lo ammetto, diciamo che non mi sono mai ritenuta particolarmente fortunata in materia di scuola: alle elementari se non sapevi la matematica non eri nessuno – io pippa ero, e pippa sono fedelmente rimasta – mentre alle medie mi sono ritrovata ad avere come insegnanti un caso umano dietro l’altro. Come la professoressa di francese che, avendo giá dei problemi pregressi, abbiamo rischiato di mandare in manicomio.

Al liceo ho avuto la fortuna di ritrovarmi una banda di amici che purtroppo – tanto loro i miei articoli non li leggono mica perché sono tutti rinchiusi in casa a studiare – mi porto dietro ancora adesso. Insieme a loro ho affrontato cinque anni di crescita e maturazione che mi hanno portata dove sono adesso.

È anche grazie a loro se ho sviluppato un apprezzamento per la ricerca: diciamo che viene piú facile fare amicizia se sei bravo a fare le ricerche o se hai un’innata capacitá di sapere cose inutili che poi risultano invece essere utili – come sapere se esiste un film sul libro da cui la professoressa prenderá ispirazione per le domande.

Devo ammettere peró che, come molte cose nella mia vita, la mia passione per la ricerca è stata fondamentalmente influenzata dalla mia voglia di fare i dispetti.

Quando dico fare i dispetti mi riferisco al concetto che in inglese si esprime con “Do things out of spite”: la traduzione italiana non è fedelissima, ma indica in maniera generale il metodo che ho deciso di adottare per vivere la mia vita.

Io al liceo facevo schifo nelle versioni di latino, tanto che la mia professoressa aveva probabilmente raggiunto la conclusione che il debito ed io saremmo andati a braccetto per tutto il liceo… Io per ripicca ho iniziato a presentarmi alle interrogazioni con approfondimenti di letteratura latina e non ho mai avuto il debito a fine anno. Peró ancora adesso mi rode un po’ che la soluzione suggerita fosse sempre la stessa: studia di piú, mettici piú impegno. Io dopo cinque anni e centinaia di versioni mi fermo a “Gallia est omnis divisa in partes tres.”

Quando ho iniziato l’universitá a Londra – anche questa “out of spite” visto che mio padre era molto restio all’idea all’inizio – mi sono ritrovata in un mondo basato sulla ricerca.

Mi sento di ribadire che in questo caso posso basarmi solo sulla mia esperienza di vita universitaria in Gran Bretagna, ma è una cosa che ho sentito molto in entrambe le facoltá e universitá frequentate: qui si è spronati a pensare fuori dall’ordinario.

Purtroppo, o forse per fortuna, gli schemi non mi sono mai piaciuti e ho sempre pensato che le lezioni migliori fossero quelle che non avevano una struttura ben definita ma da cui si imparava divertendosi.

Uno dei miei professori preferiti al liceo era il mio insegnante di italiano del triennio. Un ex sessantottino con piú di trent’anni d’esperienza alle spalle, Il Prof basava le sue lezioni sul sarcasmo ed il nonsense. Ho pagine e pagine di sue citazioni e consigli che superano largamente i confini del sensato – del tipo: “Cavalcanti non c’è dubbio che sia un poeta con la P maiuscola. Guinizzelli non è altro che un poetucolo con la mezza.” – peró le sue sono le lezioni che mi ricordo meglio perché mi costringevano ad andare a casa ed immergermi nei libri per riuscire a creare un pensiero sensato da usare alle interrogazioni.

All’universitá ho trovato un professore simile, che probabilmente ho giá menzionato in qualche post precedente. Anche lui era piú anziano rispetto a molti studenti – cosa che è cambiata nella mia seconda universitá, dove i professori avevano in media cinque-sei anni piú degli allievi – anche lui prone al sarcasmo. I suoi seminari iniziavano sempre con un riassunto dell’ultimisimo episodio di Homeland o di The Newsroom, ed all’inizio nessuno di noi studenti capiva bene perché si ostinasse a parlare di serie tv.

Poi abbiamo realizzato che aveva un piano. Il mio primo anno di universitá é stato nel 2012, un anno in cui sono iniziate a cambiare molte cose sia per il giornalismo che per il resto del mondo: l’Inghilterra si preparava alla pubblicazione del Rapporto Leveson sulle basi etiche del giornalismo Britannico dopo lo scandalo sulle intercettazioni del News of the World, la Scozia annunciava la possibilitá di fare un referendum sull’indipendenza, mentre la Siria si preparava al terzo anno di guerra civile.

Partendo dalle nostre discussioni sulle serie televisive, il mio professore ci ha spronati a vedere le cose da punti di vista diversi, analizzando determinate scelte mediatiche in base all’impatto che avevano sulle trame delle serie. Le nostre capacitá analitiche si sono sviluppate in maniera trasversale rispetto al metodo a cui ero abituata al liceo: non ero piú costretta a seguire una determinata linea di pensiero e a sviluppare la mia opinione personale su quella, ma potevo creare una mia interpretazione dei fatti e delle loro conseguenze.

Questo modo “alternativo” di insegnare mi ha aperto gli occhi sul quantitativo di opinioni che ci vengono continuamente offerti e che alle volte non siamo in grado di apprezzare pienamente perché spinti a seguire gli schemi, a stare alle regole di un sistema che spesso rimane troppo indietro per le generazione che aspira ad istruire.

Come dice la citazione scelta per aprire questo post, la scuola dovrebbe incitare lo studente a scoprire di piú. L’istruzione è una scintilla che continua a bruciare e bruciare senza consumarsi mai, che spinge ad approfondire senza accontentarsi mai delle informazioni generali che ci vengono fornite.

E sono convinta che i giovani italiani, ovunque loro decidano di farlo, continueranno a brillare grazie alla loro voglia di ricercare nuove risposte a tutto ció che li circonda.

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