Il problema delle fonti ritardatarie

“La pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce” Jean-Jacques Rousseau

Trovare fonti autorevoli è una cosa difficile. Trovare fonti autorevoli ti rispondano prima della scadenza è praticamente impossibile.

La prima settimana da reporter del giornale dell’università è stato un susseguirsi di telefonate snervanti e continui messaggi su ogni piattaforma social disponibile: avessi avuto Snapchat all’epoca non mi sarei fatta particolari problemi pur di ottenere una semplicissima citazione da usare in un articolo.

Settembre 2014. Londra soleggiata, il che è già di per sé è un miracolo, ed un caldo post-estivo amplificato dalla presenza di 20 baldi giovani in una stanza mal condizionata piena di computer e stampanti in funzione. L’anno del referendum della Scozia – e che se lo sarebbe immaginata di finirci meno di due anni dopo – dei mesi di grande tensione tra Israele e Palestina – che poi quelli ci sono anche se le news non ne parlano, ma nel 2014 hanno fatto davvero paura – e dell’epidemia di Ebola che continuava a mietere vittime sul continente Africano.

Soprattutto era l’ultimo anno di triennale, quello che valeva la candela: i primi due anni erano stati un allenamento, un continuo stato di tensione e nervi che avevano portato a questa minuscola redazione dove, per sei mesi, dovevi sbatterti per costruirti un curriculum decente per un buon inizio carriera.

C’erano come minimo altri quaranta aspiranti giornalisti suddivisi tra due stanze con cui dovevi competere per ottenere almeno un anelato spazietto nel giornale che dovete aiutare a lanciare – perché quello vecchio, che era andato bene per gli ultimi otto anni, improvvisamente non piaceva più ai tutor quindi bisogna inventarsene uno nuovo – o sul sito online. Non c’era tempo per gli errori: tutto doveva essere perfetto ed il ciclo di notizie costante.

Ovviamente io, con quel fare un po’ smargiasso da Sabauda, ero partita con l’idea di fare un bell’articolo su come l’epidemia di Ebola stesse toccando le centinaia di studenti che stavano ritornando a Londra dalle vacanze estive.

In linea generale pareva una bella idea: la notizia dopotutto era corrente, c’era voglia di sapere cosa stesse succedendo ma senza dover leggere per l’ennesima volta un articolo ricco di roba trita e ritrita su come la malattia potesse diffondersi e gli effetti che poteva avere sulla gente.

L’aeroporto di Gatwick, in seguito ad un incremento di casi, aveva aumentato i controlli dai paesi di colpiti; il governo aveva emesso linee guida su come comportarsi su suolo britannico; la gente su Twitter si lamentava dei ritardi e delle code.

C’erano  tutti gli ingredienti per una storia perfetta.

Ma poi eccole, che si avvicinano come i Cavalieri dell’Apocalisse affamati di sangue e frustrazione: le fonti che decidono di non risponderti. Perché fondamentalmente io mica li contattavo per lavorare. Non sapendo cosa fare chiamavo il ministero dei Trasporti e quattro aeroporti diversi per divertirmi, eccerto.

12 ore, otto messaggi Facebook, nove messaggi diretti su Twitter e millemila telefonate dopo, la notizia non era più importante. I professori avevano deciso che il cambiamento in fondo sarebbe stato più stilistico che editoriale, quindi ci saremmo dovuti concentrare sulle notizie locali.

Ora, non dico che tra gli articoli scritti nelle prime 48 ore di vita della nostra rivista ci fosse un futuro premio Pulitzer, però è stato estremamente fastidioso dover abbandonare un progetto perché qualcun altro aveva deciso di cambiare le regole. Adesso mi rendo conto che è stata una fortuita lezione di vita.

Quei sei mesi di apprendistato, segnati da giornate di nulla totale seguite da ore di pressione soffocante, hanno fortificato la mia pazienza fino ad arrivare ad un livello disumano e mi hanno insegnato che alle volte bisogna aspettare. Aspettare per la storia giusta, le parole più adatte* per meglio trasmettere quello che veramente si è capito e si vuole passare ad altri. Mi hanno insegnato che non sempre la prima idea è quella giusta e che l’ispirazione prima o poi arriva per tutti.

La mia prima vera storia non vedrà mai le carta stampata, ma me la ricorderò sempre come una pietra miliare della mia carriera. Ne sono seguite molte – sui più svariati temi, partendo dalle recensioni fino ad arrivare ad un accoltellamento – e spero ne seguiranno altre.

* Questo non è assolutamente un tentativo di rientrare nelle grazie delle due editors di The Italians che purtroppo sono costrette ad aspettare a loro volta che l’ispirazione colga i loro bloggers. Assolutamente no, vi pare?

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