“Il cambiamento è il risultato finale del vero apprendimento.” (Leo Buscaglia)

“Il cambiamento è il risultato finale del vero apprendimento.”
(Leo Buscaglia)

Palazzo Nuovo si erge in tutta la sua discutibile bellezza a pochi passi dalla Mole Antonelliana, ed è dove per quasi tutta la mia adolescenza pensavo di finire per completare la mia carriera scolastica: sede delle facoltà umanistiche dell’Università del loro trasferimento nel nuovo campus ipertecnologico sulla Dora, era anche sede dei corsi di Giurisprudenza.

Dopo discussioni varie sui costi, la distanza e le possibilità di lavoro, anziché farmi dieci minuti di camminata per andare all’università, ho deciso di andarmene ad esattamente 1221.49 km di distanza dal palazzone grigio farcito di amianto che ancora adesso il comune sta facendo bonificare.

Destino ha voluto che anche la mia nuova università avesse sede in un blocco di cemento costruito negli anni ’70, oltretutto in una delle zone di traffico più caotico di Londra: Elephant&Castle è soprattutto rinomata per il pittorescamente decrepito centro commerciale – reso ancor più caratteristico da vari accoltellamenti al suo interno e da un fantastico ristorante cinese al piano terra – e per i vari incidenti d’auto che sono avvenuti presso l’enorme rotonda che domina il suo epicentro.

Il London College of Communication (LCC) si trova a sud-ovest della rotonda, ed è facilmente individuabile grazie alla torre di quattordici piani che ne ospita le aule. Un edificio sproporzionato rispetto ai numeri degli studenti: parte della più grande University of the Arts, LCC conta 6.500 dei 17.775 iscritti in corsi triennali o master.

Sproporzionato soprattutto per il corso di Giornalismo anno 2012-2013, il mio primo anno.

Dopo una settimana di presentazione dell’università – inclusi tour dell’edificio di cui, dopo tre anni, penso di non averne esplorato neanche 1/3 – mi sono ritrovata seduta in un’aula magna da 150 posti con altre 90 persone. 90 persone che mano a mano son diminuite a 65 quando ci siamo laureati.

Non avevo mai seguito una lezione universitaria in Italia, ma avevo ascoltato con terrore – non amo particolarmente le folle, soprattutto di gente della mia età – i racconti di mia sorella, veterana all’università di Torino, sulle condizioni degli studenti costretti a presentarsi con largo anticipo alle lezioni, o a doversi addirittura portarsi le sedie da casa.

Ecco, sedermi in quell’aula magna il primo giorno di corsi è stato come sedersi in treno senza nessuno che ti si metta accanto: pura gioia!

Gioia alla quale si è poi aggiunta la sorpresa di essere ulteriormente suddivisi in mini gruppi per i settimanali seminari di discussione sulla storia del giornalismo internazionale. Nel mio caso, il rapporto studente-insegnante era dieci a uno, il che permetteva di essere molto ben seguiti da un unico professore per tutto l’anno scolastico: questa particolare attenzione aiuta specialmente gli studenti internazionali che, come me all’inizio, si aspettano un trattamento del tutto diverso.

Il primo anno il professore di riferimento era molto attaccato al suo studiolo e ci sfidava, di settimana in settimana, a sfruttare le abilità acquisite da grandi partite a Tetris durante le ore buche del liceo per trovare alle sedie posizioni che garantissero il libero passaggio e la comodità di almeno cinque di noi.

L’anno successivo i gruppi vennero cambiati, così come i supervisori, per garantire una varietà nella discussione degli argomenti: dopo sette mesi passati sempre con le stesse persone avevamo iniziato a capire come pensavamo mentre invece, da bravi giornalisti, dovevamo già abituarci ad avere a che fare con persone diverse, con concetti ed ideologie sempre in movimento. Un inaspettato esercizio che però si è rivelato presto utile quando ho iniziato a lavorare.

Sei mesi dopo l’inizio della mia avventura in Inghilterra sono ritornata a casa per le vacanze di Pasqua ed ho avuto la possibilità di seguire una lezione a Torino. Nonostante ci sia nata e cresciuta, ho sempre avuto un problema nel calcolare le tempistiche per arrivare da qualche parte, quindi sono arrivata a Palazzo Nuovo mezz’ora prima dell’inizio della lezione – ancor prima di mia sorella che doveva effettivamente seguirla.

A differenza dei corsi in Inghilterra, il professore domina la scena sul suo piedistallo di legno all’inizio dell’aula. Le lezioni sono meno interattive, vuoi per l’elevato numero di partecipanti, vuoi per l’intrinseco terrore degli insegnanti che rimane tangibile dal primo anno.

Si sentiva però l’interesse dei presenti, la voglia di imparare enfatizzata dal crepitio delle penne su quaderni ed il tic-tac sui tasti dei computer. Anche quelli costretti a sedersi sulle scale seguivano affascinati la lezione sull’influenza del ‘Teatro delle Crudeltà” di Antonin Artaud sul lavoro scenico del Living Theatre, Peter Brook e le forme del teatro povero.’

Non esattamente il mio tipo di lezione, ma è stata comunque in grado di farmi capire che non importa dove si studia, basta che si studi quello che piace.

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