Casa é dietro, il mondo avanti.

“E adesso andate, e fate errori interessanti, fate errori grandiosi, fate errori gloriosi e fantastici. Rompete le regole. Lasciate un mondo più interessante grazie al vostro esserci stati.” (Neil Gaiman)

Mi sembra passato un secondo da quando mi sono imbarcata per la mia avventura inglese: mi ricordo come se fosse ieri l’emozione e l’ansia di quando ho riattaccato il telefono e sono corsa giù per il corridoio – lo stesso in cui pattinavo quando ero piccola, ed in cui facevo le gare di scivolata con mia sorella – per dire a mia madre che, nonostante tutto, sarei andata a
studiare a Londra.

E invece sono qui, ad un anno dalla laurea ed a qualche giorno dalla consegna della copia definitiva della mia seconda, ma forse non ultima, tesi per il Master. Le dovute celebrazioni, in concomitanza con il mio compleanno, sono già avvenute e tra qualche mese, se tutto va bene, dovrò indossare una nuova toga per ricevere un altro diploma.

Per quanto sia felice della fine di questo ennesimo percorso d’istruzione, che mi ha dato l’opportunità di crescere non solo intellettualmente, ma anche come persona, mi si presenta una prospettiva poco allettante per il mio futuro. La cerimonia di laurea.

La cerimonia di laurea Inglese si celebra in pompa magna. Non ci si presenta impreparati, tutto dev’essere calcolato nei  minimi dettagli. I biglietti – ovvio, mica si può andare così, senza prenotare, alla propria laurea – vanno prenotati come minimo due mesi prima, così come toga e tocco d’ordinanza. Per la mia laurea triennale l’outfit era molto sobrio: nera la
toga, nero il tocco, ma con un punto luce color viola dato dal cappuccio – sì, ci sono state rievocazioni di Dissennatori e Batman: per quanto adulti il mondo ci dica di essere, ci sono delle opportunità che non si possono far passare.

L’abito da sfoggiare non deve essere strettamente da cerimonia come mi era stato suggerito dagli amici, visto che c’è chi si è laureato in jeans e scarpe da ginnastica, ma visto che mia madre sfrutterà per anni le foto scattate in mancanza di quelle di matrimonio e/o pargoli, lo sforzo andava fatto. Quei tacchi andavano indossati per forza.

Ora, visto che sono amica di incurabili secchioni – e di una studentessa di medicina che ci metterà anni ad arrivare alla laurea, ma la sua è una pena autoinflitta – nel 2015 si sono laureati TUTTI i miei amici, quindi ho potuto osservare ripetutamente le differenze che hanno caratterizzato la mia cerimonia di laurea in Inghilterra e quella dei miei amici in Italia.

Prima di tutto, le sessioni laurea italiane hanno meno partecipanti, probabilmente perché ce ne sono diverse durante l’anno. In Inghilterra l’intero corso, se superati gli esami, si laurea allo stesso momento, motivo per cui le discussioni e proclamazioni Italiane si fanno in aule della facoltà mentre per quelle Inglesi bisogna prenotare un auditorium. Da 2500 posti, perché bisogna stare comodi.

In secondo luogo, la durata della cerimonia in Italia non è eterna. Trenta minuti, metti un’ora e poi puoi uscire e gridare per la gioia fino a quando ti ricordi che con la triennale non puoi farci niente e che ti tocca fare ancora due anni. In Inghilterra dopo la triennale puoi già lavorare se vuoi, ma il karma te la fa pagare facendoti stare seduto minimo due ore a vedere una parata di gente vestita tutta uguale – che poi in realtà sembrano vestiti uguali, ma cambia a seconda del livello di istruzione che hai. Tipo per il Master a me daranno un cappuccio più lungo ricoperto di velluto. Perché il velluto fa serio, direbbe mia mamma.

Dopo la loro proclamazione i miei amici hanno tutti fatto quello che tradizionalmente si dovrebbe fare ottenuto un diploma di laurea: si sono fatti fotografare con in mano la prima delle tante bottiglie di alcol di cui avranno bisogno per gli anni avvenire, per poi festeggiare in famiglia e, più tardi, con gli amici per sfogare l’eccitazione.

Dopo la mia proclamazione, trasmessa in diretta web per quegli ‘spilorci’ che non avevano voluto pagare £28 per venirmi a vedere camminare precariamente sui tacchi davanti a 300 persone, ho aspettato che mia sorella e mia madre svegliassero mio padre che si era appisolato dopo il laureando no. 150. Ho mangiato una caprese con la “mozzarella di bufala” – non era mozzarella e non mi convinceranno mai del contrario – sono salita su un bus e sono andata a casa a levarmi i tacchi.

Un anno ed una quasi laurea dopo e sono seduta ad una scrivania che da su un meraviglioso Arthur’s Seat illuminato dal tepido sole autunnale. Inaspettatamente Edimburgo è diventata una delle mie case lontane da casa, però non credo che la mia avventura Inglese sia finita. In fondo ha solo cambiato rotta.

Forse è solo un caso, ma mi piace pensare che questa nuova esperienza sia anche dovuta alle somiglianze che vedo tra me ed un personaggio molto speciale con cui condivido non solo alcuni tratti tipici, ma anche il mio giorno di nascita. Spero solo, caro Bilbo Baggins, di non mettere mai mano sull’Ultimo Anello.

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