Samsø: quando lo sviluppo sostenibile ha successo in un’isola danese

Lo sviluppo sostenibile sta alle altre facoltà universitarie come il secchione con un’attiva vita sociale sta agli altri secchioni: apprendere nozioni e regole è essenziale, ma uscire nel mondo reale e applicarle rende il tutto più intrigante. Ecco il motivo per cui mi piace molto questa materia, altrimenti non le dedicherei un intero blog: rende gli insegnamenti universitari addirittura “avvincenti” (sì, sono uno di quei secchioni…).

Vi porto perciò un esempio proveniente dalla Danimarca, dove i principi del sustainable development sono stati messi in pratica con estremo successo. Perché come dicevo nel mio primo articolo, è giusto definire tali principi e descriverli formalmente, ma lo sviluppo sostenibile è un qualcosa che si crea giorno per giorno con delle scelte, a volte anche rivoluzionarie.

E’ stata, infatti, una rivoluzione energetica che ha portato l’isola di Samsø dal 1998 a oggi, a diventare indipendente dai combustibili fossili e a produrre tramite fonti rinnovabili più energia di quella che consuma. Tutto cominciò quando Samsø vinse un bando del governo danese volto a finanziare un progetto che fosse in grado di ridurre le emissioni di gas serra in una piccola comunità. A guidare il cambiamento è stato Søren Hermansen, che prima di essere a capo di questa rivoluzione era un agricoltore. Ora egli dirige la Samsø Energy Academy con lo scopo di diffondere in giro per il mondo le soluzioni messe in atto dall’isoletta (1). Perché sì, Samsø è un’isoletta di 4500 abitanti, che però a testa bassa ha portato avanti qualcosa di incredibile. Infatti, ad oggi, quattro impianti bruciano biomassa, come paglia e scarti del legno, che sono comprati dai cittadini stessi, permettendo il riscaldamento della totalità delle case.

Inoltre, 11 pale eoliche e altre 10 turbine offshore producono 2,3 MW di energia che inevitabilmente avanza e viene rivenduta (2). L’eccezionalità di Samsø è però un’altra: l’intera comunità partecipa alla rivoluzione. I cittadini, infatti, sono anche i proprietari delle pale e i lavori necessari sull’isola sono stati fatti da artigiani locali.

Per “comunità” s’intende una realtà sociale caratterizzata da piccole – medie dimensioni (Samsø è, infatti, lunga 26 chilometri e larga 7, e copre solo 114 chilometri quadrati), dove i singoli interessi dei privati sono indissolubilmente e reciprocamente legati. Il tessuto sociale, le attività economiche, l’organizzazione delle risorse primarie e la sopravvivenza dell’ambiente locale sono fortemente influenzate dalle scelte prese dalla comunità. Ciò non toglie che realtà con un maggior numero di abitanti o che occupano territori più vasti possano avere anch’esse un forte impatto sulla vita dei cittadini. Tuttavia, quelle che definiamo come delle “comunità”, possono mettere in atto con più facilità delle scelte capaci di rivoluzionare in breve tempo l’intero sistema sociale. Questo è reso possibile dal fatto che i cittadini coinvolti partecipano in maniera attiva alla politica locale, potendo contare sulla centralità e l’importanza della collaborazione degli altri membri della comunità, com’è successo a Samsø.

Cooperazione è perciò la parola chiave che può spalancare le porte del cambiamento. Samsø non è la prima realtà dalle piccole dimensioni che, attraverso la cooperazione tra i suoi membri, è riuscita ad organizzarsi e a gestire con successo un bene comune (come l’energia in questo caso). Infatti, nel 1990, il premio Nobel Elinor Ostrom sottolineò in “Governing the Commons” l’importanza di far amministrare questi beni dalle singole comunità, com’era accaduto in passato in piccoli villaggi del Giappone, della Spagna e delle Filippine. Un bene comune o “common good” è un bene che può essere sfruttato da tutti che però, se utilizzato in maniera eccessiva, è destinato a finire. Faccio un esempio: in una foresta che non appartiene a nessuno, tutti coloro che vi possono accedere ne disboscano una buona parte per ricavarne della legna. Tuttavia ogni individuo proverà sempre a prenderne più del necessario, semplicemente perché “può farlo”, causando così con l’andare del tempo, la distruzione della foresta stessa. Ecco il problema dei beni comuni: come le noccioline ai buffet, ne prendi un bel pugnetto, anche se non te lo finirai mai, ma lo fai perché sono gratis.

Hardin nel 1968 ha definito questa situazione come una “Tragedia dei beni comuni”, e la tragicità sta nel fatto che questi beni sono destinati a finire, proprio perché sono molto facili da sfruttare e perché ogni individuo pensa solo al proprio guadagno. E questo succede anche all’energia, quando la si dà per scontata e la si considera semplicemente come “quella cosa che se pigio l’interruttore mi accende la luce”. E’ di vitale importanza, tuttavia, tenere in considerazione il suo stesso processo di produzione e il modo in cui viene utilizzata. Ciò può essere fatto con successo in una comunità dalle dimensioni limitate, come Samsø, dove la cooperazione e la comunicazione tra i cittadini permettono di superare i bisogni dei singoli per il bene dell’intera comunità. Samsø ha messo in atto gli insegnamenti di Ostrom, considerando l’energia come un common good che va amministrato coscienziosamente. Ecco perciò che quest’isola danese, facendo in modo che i cittadini siano anche proprietari delle fonti di energia rinnovabili, ha bypassato la “Tragedia” è ha messo nelle mani dei singoli, la sopravvivenza dei molti, con successo.

Spero che ora sia chiaro il perché della mia passione per lo sviluppo sostenibile: le soluzioni ai nostri problemi, in certi casi, esistono già. Basta saperle cercare. Non serve a granché riempirsi la testa di nozioni senza avere alcun contatto con la realtà, altrimenti il cambiamento non potrà mai aver luogo.

Samsø è perciò solo uno dei tanti esempi in cui la sostenibilità è stata messa in pratica con successo, dando la priorità al cambiamento, rompendo certi schemi prestabiliti, con un pizzico di coraggio. Soprattutto, sapere che da qualche parte nel mondo c’è chi “ce l’ha fatta”, può dare speranza e fiducia, può fare sentire meno soli, può dimostrare che magari, anche in Italia, il cambiamento non è un’aberrazione ma una possibilità.

 

 

 

Bibliografia:

(1) Lewis, D. 2017. “Energy positive: how Denmark's Samsø island switched to zero carbon”. The GUARDIAN. Link: https://www.theguardian.com/sustainable-business/2017/feb/24/energy-positive-how-denmarks-sams-island-switched-to-zero-carbon

(2) Giovannini, R. 2017. “Samso, modello Danimarca: l’ecorivoluzione è cooperative”. LA STAMPA. Link: http://www.lastampa.it/2017/03/31/scienza/ambiente/focus/samso- modello-danimarca- lecorivoluzione-cooperativa- eWL6SBWckv4gKsDJ2tZ3OJ/pagina.html

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