Ogni partenza é un arrivo

Bisogna subito mettere in chiaro una cosa: la parola “partenza” non avrebbe senso se non ci fosse un luogo dal quale partire. E’ il fatto che si stia per abbandonare un posto che consideri così importante, a rendere la partenza difficile. Se non vi avessi vissuto intensamente, se non vi avessi creato dei legami e se non avessi avuto nulla da perdere, la separazione non sarebbe stata dolorosa.

Ma è questo, ripeto, che rende ogni partenza difficile.  

E allora fa male pensare a quello che lasci dietro e a tutte quelle cose che non potrai fare e che per tutta la tua vita sono state la “normalità”. Sai cosa perdi, e non sai cosa ti aspetta dall’altra parte.

Così è cominciata la mia avventura in Inghilterra quando a fine settembre 2016 sono partito per Coventry per frequentare l’University of Warwick. Sono arrivato qualche giorno prima che iniziasse l’anno accademico ed ho perciò speso delle notti in un hotel, per poi trasferirmi nel campus universitario. Ecco, quei giorni sono stati il mio limbo. No, non sto parlando di alcuna danza sudamericana; mi riferisco al vivere un periodo in cui tutto sembra cristallizzato, fermo, ma allo stesso tempo carico di novità che ancora non puoi conoscere. E’ come se il passato ti trattenga, mentre in lontananza vedi la luce di quello che verrà. E sei fermo lì nel mezzo, immobile. Sapevo cosa avevo perso, ma non cosa mi aspettava dall’altra parte.

Se vi state chiedendo come abbia superato questo stallo frustrante, rispondo che ho semplicemente aspettato. Aspettato, e sofferto un po’. Credo che la gente non si aspetti di leggere queste cose nel blog di un ventenne, ed è proprio questo il problema: ad oggi, “l’attesa” e “la sofferenza” sono due taboo. Si cerca di evitare di soffrire e di aspettare, a tutti i costi, come se l’unico scopo nella vita sia avere tutto e subito, sempre col sorriso in faccia. Nella vita reale, però, non è così; per fortuna aggiungerei, visto che il mio limbo di attesa ha reso ancora più luminoso quello che avrei trovato dopo. Il vuoto che si è creato, ha lasciato ancora più spazio a tutto ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Ma abbiamo paura del vuoto, forse perché è l’unico momento in cui siamo veramente da soli con noi stessi, e allora ci riempiamo di cose senza significato, peggiorando ulteriormente la situazione.

A Warwick, sicuramente, di significato ne ho trovato, e anche molto. Ce n’era un po’ in chi ho conosciuto i primi giorni e non ho più rivisto, in chi mi ha deluso e in chi mi ha voluto bene, in chi mi ha guardato con curiosità e in chi ha suscitato la mia di curiosità, in chi mi ha fatto star male e in chi ho fatto soffrire, in chi ha creduto in me, in chi se n’è andato e in chi prima o poi tornerà. E la lista continua, ed è lunghissima. Sarebbe fantastico elencare quello che mi ha reso ciò che sono diventato, ma anche se provassi a nominare dalla prima all’ultima tutte queste esperienze, ne mancherebbe sempre qualcuna visto che magari alcune me le scorderei, altre mi farebbe troppo male nominarle o semplicemente, ad altre ancora non darei l’importanza che si meriterebbero.

E dopo un anno, mentre lascio l’università, mi rendo conto che quello che ho vi costruito ha reso difficile, per la seconda volta, la partenza. Va bene così, mi dico, perché significa che qui a Warwick ho creato una nuova “normalità”. Significa che vi ho vissuto intensamente e vi ho creato dei legami. Significa che non ho alcun rimpianto. Il segreto è rendere ogni partenza, un arrivo.

 

 

 

 

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