Fratellastri d’Italia

Da qualche anno non si fa che parlare di questi italiani all’estero: c’è chi parla di fuga di cervelli, chi dice che l’Italia sta meglio di loro; c’è chi racconta che vivere all’estero è bellissimo e chi dice che non ne vale la pena. Intelligenti, volenterosi, bamboccioni, coraggiosi, traditori della patria: quante etichette ci hanno forzato addosso il giornalista o il politico di turno. A me però le etichette non piacciono, quindi scrivo questo post nella speranza di darvi un’opinione sull’argomento che sia la più onesta possibile.

Allora chi sono questi italiani all’estero? Sono davvero il meglio o il peggio dell’Italia?

Per esperienza personale, posso dirvi che sono entrambi. Ci sono neolaureati in ricerca di un lavoro dove possono applicare le loro conoscenze e appagare le loro ambizioni e ci sono poi coloro che vengono pensando di trovare quel sogno americano in Europa che molti giornali sono così intenti a propagandare. Anche io, come molti, prima di trasferirmi in questa grande isola, la vedevo esattamente così. Me la immaginavo pulita e ordinata, con persone rispettose delle regole e con i servizi pubblici funzionanti alla perfezione.

La realtà che ho trovato, al mio arrivo, è stata un po’ diversa. La Londra di cui ho sentito così tanto parlare è come un sogno che sta svanendo, un ricordo che ha lasciato il posto a una città sovrappopolata e carissima, dove gli autoctoni vengono spinti in periferia all’aumentare dei prezzi delle proprietà, mentre noi immigrati lavoriamo spesso più di 45 ore a settimana per poterci permettere appartamenti condivisi con sconosciuti e infestati da topi. Un incubo più che un sogno, direte voi. Allora perché sempre più giovani abbandonano l’Italia per trasferirsi nel Regno Unito?

Vivendo in questo paese ho imparato, tra le tante cose, che la realtà è sempre più complicata di quello che ci vogliono far credere. La verità è che se vai all’estero solo per una questione lavorativa, spesso non ne vale la pena, come raccontano tanti expat rientrati in patria. Si, perchè la qualità della vita che l’Italia può offrirti (la dieta mediterranea e il clima mite), la trovi raramente altrove. Perchè pochi lavori valgono il freddo, il cibo scadente, le distanze e la solitudine che viviamo.

Personalmente, ci sono tantissimi motivi dietro la mia scelta di lasciare l’Italia. La paura del diverso, le discriminazioni, l’apatia sociale e l’eccessiva importanza che si da all’apparenza. Insomma, tutti quegli argomenti di cui ho gia parlato (o di cui parlerò presto) e che mi impediscono di immaginare di vivere nella mia terra natia.

Spesso non si capisce che l’esodo dei giovani italiani ha più a che fare con i demeriti dell’Italia piuttosto che i meriti dei paesi stranieri. Il nostro sistema scolastico, per quanto valido sotto molti aspetti, non ci prepara affatto al mondo del lavoro. La realtà che un giovane laureato si trova davanti è fatta di tirocini non pagati, contratti “part-time” che ti richiedono più di 40 ore alla settimana, stipendi da fame che devi accettare, visto che “stai imparando”. E se rifiuti, allora ti chiamano bamboccione, sfaticato e perfino presuntuoso.

Si dice che ammettere l’esistenza di un problema è il primo passo verso la risoluzione del problema stesso. Eppure della “fuga dei cervelli” se ne parla da diversi anni, ma senza fare nulla. Quando ancora non era presidente, Emmanuel Macron fece un appello a tutti gli emigrati francesi chiedendogli di tornare in patria, suggerendo loro quanto la Francia avesse bisogno di superare quella mentalità della “paura del fallimento” che blocca la crescita del paese.

E noi expat italiani? Beh, noi abbiamo avuto un ministro del lavoro, Giuliano Poletti, che ha detto che “alcuni italiani è meglio non averli tra i piedi”. Quindi non solo siamo stati spinti a lasciare il nostro paese perché non ci viene data la possibiltá di vivere in modo dignitoso in Italia, ma ci dobbiamo anche sentire insultati per questo. “Andate a Londra con le vostre belle lauree e poi finite a lavare i piatti o a lavorare nei bar e nei ristoranti”. Ho letto piú volte sui social media commenti simili. Questo è uno dei problemi di noi italiani: ci atteggiamo spesso a esperti di cose di cui non abbiamo nessuna conoscenza.

Lavorando come barista per cinque anni sono stata in grado di pagarmi l’università, almeno due viaggi in Italia e altre due vacanze all’estero ogni anno. In poco più di cinque anni di residenza qui, ho cambiato diversi lavori e non sono mai stata disoccupata per più di un mese. Quanti ventenni italiani possono dire lo stesso?

Il lavoro nella ristorazione è uno dei più facili per trovare a Londra, grazie ai migliaia di bar e ristoranti sparsi nella capitale. È per molti un punto di partenza, un modo per pagare le spese e nel frattempo ricostruirsi una vita. Molti expat riescono a fare altro nel corso degli anni e quelli che decidono di rimanere in questo settore hanno possibilitá di far carriera e guadagnare un bel salario, se vogliono.

L’esodo degli italiani, che non si limita soltanto ai giovani, è stato ignorato per molto tempo e poi, improvvisamente, è diventato uno degli argomenti piú discussi. Il problema è che, anche in questo caso, non si tratta di un dialogo. Ci sono tantissimi expats che hanno raccontato la loro storia, in centinaia di blog come questo, oppure intervistati da quotidiani regionali e nazionali. Quando l’ultima battuta è stata scritta, cosa ne rimane?

Soltanto un’altra storia di successo o fallimento, un’altra voce a questo infinita discussione se vale la pena o no vivere all’estero. E allora mi chiedo: perché invece di focalizzarci sul perché gli altri paesi attirano cosí tanti giovani, non iniziamo a interrogarci sui motivi per cui l’Italia non riesce a tenersi i suoi figli? Quante idee, quanti consigli, potremmo dare noi che conosciamo altri paesi, altri sistemi politici ed altre realtà. Eppure, quanti politici ci hanno mai chiesto cosa potremmo fare per cambiare il paese? Quanti politici ci hanno chiesto perché non torniamo? Cosa è stato fatto per spingerci a rientrare oppure per far si che altri giovani non seguano il nostro esempio?

Nella mia comicità spesso penso che ai nostri politici stia bene cosí. In fondo siamo dei numeri in meno sulla disoccupazione giovanile, delle pensioni in meno che lo Stato dovrà erogare e poco importa se altri paesi sfrutteranno al meglio l’istruzione che lo stato italiano ci ha pagato. Le nuove generazioni partono, lasciando indietro quelle vecchie (più facilmente manipolabili attraverso i social media e notizie false) e coloro che si “accontentano” di vivere in questa situazione.

Se qualcuno dice “io non ci sto” allora deve per forza essere migliore o peggiore dell’altro. Quante volte mi sono sentita dire “ma tu sei più coraggiosa di me”, oppure “io sono così legata alla mia famiglia, non potrei mai fare quello che hai fatto tu”, come se chi decide di partire debba essere per forza più indipendente o meno legato alla famiglia.

Italiani contro italiani. Sono passati più di 150 anni dall’unità italiana eppure degli italiani, a mio avviso, ancora non c’è traccia. Forse il motivo è che ci vediamo diversi, e lo siamo: ogni regione nel nostro paese ha le sue tradizioni, la sua lingua, una sua realtà che è totalmente diversa da quella delle regioni confinanti.

Ed esattamente come accade con le culture e tradizioni straniere, anche questa diversità ci disturba e ci divide.

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