Chi ha paura della Brexit?

The Brexit lies” titola la copia del New Statement che mi trovo nella cassetta della posta all’ora di colazione. Una caricatura di Boris Johnson con un lungo naso da Pinocchio a illustrare la copertina, all’indomani della notizia che l’ex sindaco di Londra non correrà per la carica di Primo Ministro.

In quella che è probabilmente la settimana più turbolenta nella storia britannica degli ultimi decenni, l’incertezza regna sovrana e nessuno ha un piano per il post-Brexit. Nello sgomento (o nell’euforia, a seconda dei casi) generale, quelli che fino al giorno del voto erano sbandierati come dati inattaccabili hanno cominciato a sgretolarsi, a partire da Nigel Farage che ha subito ritrattato quanto dichiarato sui fondi da destinare all’NHS, mentre David Cameron lasciava la poltrona di primo ministro e la borsa crollava. Tra una notizia e una smentita, nessuno sembra volersi  prendere la responsabilità di gestire la patata bollente che è l’uscita dall’Unione Europea. “I don’t think we need to rush this process […] I think quite rightly the PM has paused on that which allows the dust to settle, allows people to go away on holiday, have some informal discussions about it, and then think about it come September/October time” ha detto Matthew Elliot, uno dei fautori della campagna Leave. Lasciamo che la gente vada in vacanza, poi ne riparliamo. La sensazione è che anche chi ha fortemente voluto l’uscita dall’Unione si stia chiedendo: “E ora?”.

Accanto alla preoccupazione generale per i risvolti economici della Brexit, quello che spaventa di più sono i suoi rivolti sociali. Il post-voto ha visto un’impennata negli hate crime, episodi di razzismo verso stranieri o verso cittadini britannici di colore. Dai graffiti sull’ingresso del centro culturale polacco, ai saluti nazisti, agli insulti sui mezzi pubblici al grido di Britain First, gli istinti più beceri della “pancia” della nazione si sono sentiti legittimati a uscire allo scoperto. I risultati di Scozia e Irlanda del Nord, inoltre, hanno acutizzato le separazioni interne di una nazione che di united in questo momento rischia di avere ben poco.

Se me l’aspettavo? Molto sinceramente no. A Lambeth, il distretto dove vivo, il 78.6 degli elettori ha votato Remain. A Westminster, dove lavoro, la percentuale è stata del 69%. Dai discorsi captati intorno a me non sembravano esserci dubbi su quello che sarebbe stato il risultato. Ma Londra, come il referendum ci ha ricordato in modo piuttosto brusco, ha poco a che fare con il resto del Regno Unito; è una bolla a sé stante, con dinamiche proprie. Le facce sorridenti di giovedì 23, gli adesivi “IN” portati con fierezza su tanti zaini e magliette, hanno lasciato il posto alla delusione generale, a un silenzio innaturale. Ricordo di aver guardato tranquilla gli exit poll poco prima di andare a letto: Leave indietro di 4 punti. Il mattino dopo un insolito numero di notifiche Whatsapp mi ha sbattuto in faccia la realtà dei fatti: “E adesso cosa succederà?”, “Io non ci credo…sono scioccata”. Nell’altra stanza, la mia coinquilina parlava al telefono in francese con un’amica, il tono triste e preoccupato di chi ha ricevuto una cattiva notizia. Il 24 giugno ci siamo svegliati in un posto molto diverso da quello che conoscevamo, o che almeno credevamo di conoscere. Davanti a noi molti punti di domanda, tra chi parla già di visti per i cittadini europei che vorranno lavorare in UK e chi invece ipotizza un secondo referendum. L’unica certezza è che ciò che succederà nei prossimi mesi sarà un banco di prova non solo per il Regno Unito, ma anche per tutto il resto dell’Unione Europea.

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