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La formula per la “renaissance” africana? Puntare sul potenziale dei giovani!

Investire sul potenziale dei giovani e nella produzione agricola: ecco dove partire per la “renaissance” africana. Parola di Carlos Lopes, ex segretario esecutivo della Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’Africa. Nell’intervista al magazine African Business, Lopes parla chiaro: “Non é meramente un copia-incolla del successo asiatico di Cina e Corea del Sud di tecnologia e industrializzazione, ma la volontà e la forza dell’Africa di distruggere il loro modello industriale corrente, e crearne uno più innovativo, sfruttando il potenziale della gioventù”.

E la gioventù cerca lavoro in Africa. Secondo i dati della Banca di Sviluppo Africana, 6 delle 10 economie maggiori del mondo si trovano proprio in Africa sub-sahariana. Studi delle banca mostrano come la traiettoria del tasso di disoccupazione giovanile sia in lenta ma costante discesa. Discesa iniziata nel 2012, partendo dal 10.9 % e arrivando nel 2017 al 10.8 %.

Un grande problema che affligge da sempre l’Africa (solo?) é la disuguaglianza sociale. Un prodotto derivante dai limiti culturali delle società patriarcali dove le tradizioni, i riti e gli stereotipi di genere sono sempre più accentuati. Le donne, più degli uomini, faticano a trovare lavoro perché relegate in casa come madri e mogli, senza opportunità di raggiungere successi imprenditoriali. Per sostentarsi, molte fra di loro trovano lavoretti nel settore informale, id est in piccole boutique di alimentari o vendendo le proprie creazioni di bigiotteria a basso prezzo.

Un altro problema é l’aumento demografico. Dati delle Nazioni Unite stimano a 1.1 miliardi di abitanti il continente africano e, sempre secondo le previsioni onusiane, la popolazione arriverà a quota 2.4 miliardi nel 2050. La popolazione giovanile, intanto, continuerà a crescere: ad oggi sono 200 milioni i giovani tra i 15 e i 24 anni, quota che aumenterà nel continente di circa 5 milioni di unità per ogni anno da oggi fino al 2035.

Al contrario, nel resto del mondo la popolazione invecchierà sempre di più. L’aumento dei giovani nel continente (al 2050 saranno circa 840 milioni) rischia di comportare, a condizioni economiche invariate, anche l’ascesa di movimenti ribelli e la formazione o reclutamento in gruppi militanti e organizzazioni terroristiche (si veda Al Shabaab, Boko Haram e ISIS). A conferma di questi timori un rapporto delle Nazioni Unite programma di sviluppo afferma che “molti giovani, per disperazione e senza lavoro, si uniscono a queste organizzazioni, per il soldo facile”. Il rapporto continua denunciando “il brainwashing – il lavaggio del cervello” a cui sono sottoposti i neofiti e la persuasione “su chi é buono e chi deve invece essere annientato, e in fretta”.

Secondo il magazine di questioni africane, African Renewal, la crescita demografica può essere una “bomba ad orologeria o una grande opportunità”. Il magazine continua sull’onda dell’opportunità: l’aumento demografico di giovani porta molte nuove idee, spirito di innovazione, collaborazione e creatività. Segue questo indirizzo anche la Bill e Melinda Gates Foundation, che si trova ottimista sulla necessita per i governi e per il settore privato di investire sulle capacità tecniche e professionali dei giovani. A sostegno e per assicurare coesione sociale e rafforzare la stabilità politica dei paesi africani.

Le agenzie delle Nazioni Unite poi, da ONU Donne a UNESCO, potenziano i loro interventi e collaborano con i governi per rompere gli stereotipi di genere (la prima) e per promuovere ricerche e scoperte scientifiche giovani donne scienziate (la seconda). Il secondo programma – chance per la tecnologia, la scienza e l’innovazione – sta prendendo piede nelle vite e nel progresso industriale africano (vedesi il programma – risultato di una partnership pubblico/privata – di L’Oréal e UNESCO For Women in Science).

Tutti questi programmi sono indirizzati a migliorare le condizioni socio-culturali delle popolazioni, puntando sul soft power degli organismi internazionali, tenendo alti e saldi gli ideali di pace, rispettando la dichiarazione universale dei diritti umani e le convenzioni ONU. L’obiettivo che stiamo faticosamente cercando di raggiungere potrebbe costituire (questa è la nostra speranza) il fondamento per un più approfondito dialogo interculturale, maggior rispetto reciproco, spirito di coesione e di apertura al mondo, tutti soft skills necessari per rendere stabili società in continuo cambiamento.

La grande domanda però é un’altra: come sradicare la povertà e incamminarsi verso una strada sostenibile di sviluppo e autonomo progresso economico ed industriale? Un mondo dove l’economia possa finalmente sbocciare e permettere alle popolazioni di crescere e prosperare, non solo sopravvivere? E scappare?

L’ex capo della Banca di Sviluppo Africana, David Kaberuka, economista rwandese, ora a capo della Soutbridge – una banca investimenti per clienti e soluzioni pan-africane – parla di “maggior sinergia ed interazione tra il settore pubblico – i governi – e settore privato dove il settore privato sia indirizzato alla pianificazione e i governi mettano in campo le soluzioni”. Il nostro caro Lopes invece, punta alla “agro-processing” quel processo dell’industria agroindustriale che vede la trasformazione di materie prime e prodotti intermedi derivati dal settore agricolo, dalla silvicoltura e dalla pesca in beni di consumo e di distribuzione a livello locale, nazionale e panafricano.

Questa idea non é poi cosi male: ma per far sì che i giovani si appassionino di agricoltura e amino essere a contatto con la loro terra, dalla semina al raccolto divenendo business women e men, c’è un grande bisogno di incoraggiamento. Come finanziamenti e agevolazioni che li segua nel processo di produzione, logistica e distribuzione di alimenti. Una manna per il benessere economico (fisico e mentale) delle loro comunità. Questo implicherebbe una minore densità di popolazione nelle città (diminuirebbe la corsa alla ricerca di lavoro nelle grandi città africane – Dakar, Nairobi, Johannesburg, Cairo…). Si sfrutterebbe maggiormente il potenziale umano dei milioni giovani in cerca di lavoro. Si esalterebbe un mix di tecniche professionali agricole e manageriali, di strategie business per rendere il lavoro dei campi redditizio – quindi maggiori posti di lavoro creati e occupati.

Ne conseguirebbe una maggiore produzione e produttività agricola. Meno persone senza lavoro, quindi meno povertà. E, in generale, migliori condizioni economiche e sociali per le persone. Per concludere: minor stress in città più vivibili e reddito da lavoro che permettano alle persone di condurre un migliore stile di vita. Mia nonna per farmi mangiare mi diceva sempre che la mente é sana quando ci alimentiamo bene. Il segreto per una buona alimentazione sta nel conoscere la fonte del nostro benessere. E, perché no, lavorarci su.

Il giornalaio Ibrahim

Parto da questa foto.

Ibrahim il giornalaioVicino a casa qui a Dakar ogni giorno passo davanti al chiosco di Ibrahim, che vende quotidiani senegalesi, magazine settimanali senegalesi di economia e politica, riviste per donne mensili e magazine internazionali quali Forbes, Time, Courrier International.
Mi piace la diversità delle notizie e il gusto di sfogliare tanti giornali pensando alle redazioni gremite di tante penne e teste che hanno contribuito alla realizzazione dei testi.
Mi piace pormi domande, porre domande e de-costruire gli stereotipi socio-culturali e personali tra gli esseri umani. Apprezzo e stimo i giornalisti che si buttano sul campo e vanno a cercare le notizie, per rappresentare la realtà secondo il loro punto di vista e secondo le loro idee e ricerche. Tanti angoli differenti, tanti punti di vista, tante opinioni e idee, costruiscono una società pluralista, più democratica, più aperta e più desiderosa di conoscere e scambiare ulteriori idee per migliorare lo statu quo. Non credo a chi dice di appartenere ad un partito, di essere legato fortemente ad un’idea e di non poterla mai cambiare. Tutto cambia, tutti cambiamo e come insegnava il filosofo Eraclito “tutto scorre”. Per questa ragione, è necessario riflettere, ascoltare, cercare di capire, non imporre la propria idea come la migliore e l’unica sulla piazza e ricercare la calma e la tranquillità per poter comprendere l’altro.

Questa empatia umana è molto visibile e palpabile nelle persone qui in Senegal.
C’è poco e le infrastrutture non sono veloci e attrezzate. C’è l’essenziale: il supermercato, la farmacia, la boutique della tua amica che vende i tessuti che servono per creare i vestiti colorati delle donne, c’è il mercato della frutta, una panetteria nei dintorni se si è fortunati e si vive nel centro della città, una chiesa sempre in centro città e tante moschee che ti ricordano di essere in una società musulmana aperta ai cattolici, dove si celebrano Pasqua, Ramadan e riti animisti. Un paese apparentemente pacifico che include gli altri e accoglie tutti i colori e tutte le religioni.

In questo essenziale, e come cantava il nostro Marco Mengoni, si ritrova la pace dei sensi e il cuore parla di più. A te stesso e agli altri. Le persone vanno ad un ritmo più lento, per concludere operazioni bancarie bisogna prendere mezza giornata di ferie lavorative, per raggiungere un posto che si trova a 5 km da te esistono gli autobus, gremiti di persone e i taxi in cui si negozia il prezzo con il taxi man. Si arriva al luogo d’incontro che si è stabilito con gli amici in più o meno quarantacinque minuti – un’ora.

In questi momenti si inizia a parlare, si stabiliscono più relazioni umane, si vive di più, più intensamente e con più pazienza. Si ascoltano e si capiscono le sofferenze degli altri, i turbamenti, le gioie e i dolori. Si applaude ad una conquista e si spera in un futuro migliore dove tutti possano finire la scuola e trovare un lavoro che rispecchi le proprie passioni.
Si interagisce e si creano vincoli di amicizia. E non ci sente soli. Tutto viene relativizzato quindi. Non si è più considerati come il bianco che arriva e vuole cambiare le cose, iniettare soldi nel sistema economico e poi andare via senza creare nulla di solido, durevole nel tempo e che possa permettere alle persone in loco di svilupparsi e creare loro stessi il proprio futuro. Si è considerati come un essere umano, bianco e nero che tu sia, discutendo di politica e società senegalese e integrandosi piano piano alla società. Integrandosi il rischio è perdersi e non avere punti di riferimento, e ritrovarsi un’altra volta catapultati in un’altra società che pensa e agisce in maniera diversa da come tu ti eri abituato, avevi imparato, avevi capito, avevi digerito-interiorizzato, e avevi accettato. E una società in cui ti sentivi a tuo agio e ti sentivi bene e accettato.

Per questo, come diceva sempre mio cugino Antonio di Portici, non ti dimenticare mai da dove vieni. Cosi sai sempre dove vai, e puoi tornare se vuoi. Io amo l’Italia e vorrei vedere i miei bambini in un luogo sicuro, dove possano crescere e gioire come ho gioito io con mio fratello, con i miei vicini di casa giocando in cortile e raccogliendo fragole, guardando i cartoni animati, mangiando i chupa chups e la scodellina del gelato e giocando a nascondino. Andando al parco giochi sentendosi sicuri e andando a scuola felici di apprendere. Con la gioia e la speranza di un futuro. Con tanti sogni e desideri nello zaino e con la certezza che, un giorno, cantante o nuotatrice che tu sia, tu potrai essere davvero felice, accanto a chi ami e chi ti ama, e non preoccupandosi di essere sempre perfetto, ma con la volontà di apprendere, di sorridere e di parlare con gli altri.

Con poca tecnologia, il tanto tempo a disposizione è il bene più prezioso che abbiamo, insieme – a mio avviso – agli abbracci di coloro che si ama. Ho scelto questa vita perché volevo vedere, scoprire, volevo raggiungere posti impensabili e conoscere tante persone parlando di tanti argomenti e scambiare punti di vista, rivedere concetti, ballare, ascoltare diverse voci, tanta nuova musica, e rientrare per poter raccontare, per poter aprire i cuori e far capire che siamo tutti su questa grande barca e su questa terra insieme, e che non c’è bisogno di avere paura di sperimentare, che niente è definitivo e tutto è una meravigliosa sorpresa. Ora mi piacerebbe portare i miei genitori e far loro scoprire fisicamente cosa succede nella mia vita, cosa facciamo e dove andiamo. E portare con me le persone avventurose che amo per scoprire insieme la vita e farla scoprire ai giovani e a chi crede nel cambiamento e nel sacrificio, con tanta pazienza, umiltà e tanto sport per sentirsi bene e sempre in forma e energia.

Andiamo! Saluti a tutti dal Senegal.

Life is a paradise for those who love many things with a passion” – Leo Buscaglia