Articoli

Imperialismo Televisivo: perché amo gli Stati Uniti?

Se avessero chiesto al Nicola di sedici anni ‘Dove ti vedi tra cinque anni?’, avrei probabilmente masticato qualcosa come ‘Università… Medicina… Forse?’ per poi arrossire e sfoggiare il mio goffo sorriso a bocca chiusa (rigorosamente per nascondere il sottostante e luminoso apparecchio fisso). Non mi sarei mai aspettato di finire a studiare in Inghilterra, così lontano da casa, per poi dovermi ricostruire una vita che fosse (per la prima volta?) completamente mia. O meglio, non avevo mai espresso alcun interesse specifico nei confronti della perfida Albione: è semplicemente successo. Come quando da piccolo pedali in giro per la città, ti distrai e cadi dalla bicicletta senza neanche rendertene conto, semplicemente succede e non resta che alzarsi e accettarlo. Aspettate… E’ un paragone poco poetico e sbagliato: sembra che io sia stato in balia degli eventi e stia cercando di trovare una giustificazione. Infatti, al contrario, ho deciso personalmente di intraprendere questo viaggio, che poi si è rivelato essere una delle scelte più incredibili e soddisfacenti che mi potessero capitare. Mettiamola così: un po’ come Obelix, sono andato verso il calderone della pozione magica, sapendo cosa contenesse, ma è capitato che ci cascassi dentro e ora sono forte oltre ogni misura. E’ semplicemente successo e non lo rimpiango in alcun modo.

Il sogno dell’Inghilterra apparteneva a mia sorella, che fin dalle scuole medie avrebbe voluto trasferirsi a Londra per aprire un negozio di fiori, vivere nel centro nevralgico di una cultura edgy e stilosa, ma al contempo elegante e carismatica. Io invece volevo andare negli Stati Uniti per studiare, per farmi venire il torcicollo a forza di guardare in alto verso i grattacieli di Manhattan o per andare con lo skateboard a Venice Beach per poi fermarmi in spiaggia a prendere il sole. Il cuore di mia sorella batteva al ritmo di David Bowie, e il mio a quello dei The Black Keys ma, ironicamente, nessuno dei due è finito per trasferirsi dove desiderava. Per adesso (?).

Ma come nascono certe idee? Cosa c’è all’origine di certi sogni?

Qualche tempo fa un mio amico mi ha ricordato che nel mio primo giorno di liceo, durante la nostra prima presentazione alla classe dissi ‘Andrò a studiare all’estero dopo le superiori’. Apparentemente il piccolo Nicola era molto intraprendente, a mia insaputa in quanto me ne ero completamente dimenticato. Tuttavia so che ci deve essere stato un motivo per il quale gli Stati Uniti abbiano sempre avuto una forte influenza sui miei gusti e le mie scelte.

La mia teoria è semplice: attraverso la televisione. Lascia un figlio in balia dei programmi televisivi del primo pomeriggio e te lo ritroverai colonizzato dagli USA. A parte, ovviamente, attraverso il fascino giocato dai brand di moda, dalla musica e dallo sport, credo che l’imperialismo americano sia riuscito ad avere una forte presa sul giovane Nicola grazie alla televisione. Non ce ne rendiamo conto, ma la maggior parte dei programmi che abbiamo amato da ragazzini sono americani. Siamo cresciuti con loro e abbiamo assorbito i valori da loro promossi, nel bene e nel male. E così io ho iniziato ad innamorarmi di New York grazie ad How I Met Your Mother e a Friends (per poi scoprire che sono stati entrambi girati a Los Angeles) e della California grazie a O.C. (Summer Roberts, sei stata la mia prima cotta), solo per citare due tra i tanti esempi. Dal modo di vestirsi passando attraverso l’umorismo e al modo di parlare, abbiamo assorbito per osmosi tutto.

Ci sono lati positivi? Credo di sì, perché ancora ad oggi trovo programmi come i Simpson (solo le prime stagioni, sorry) capaci di farmi ridere tramite battute intelligenti. Oppure, semplicemente, quando sono a casa e accendo la televisione, quello che guardo è capace di riportarmi alla mia infanzia, a delle atmosfere familiari che ho abitato per anni.

Cambierei qualcosa? Onestamente sì. Forse il fatto che siamo legati a certe culture e diamo per scontata l’appartenenza ad un sistema di valori esterno al nostro può dimostrare che l’imperialismo ha fatto il suo effetto. Forse siamo davvero tanto assuefatti ad uno stile di vita dominante che se ci togliessero Una Poltrona Per Due la sera della Vigilia di Natale, non avremmo più un’identità. Dopo tutto, cosa faresti la sera del 24 Dicembre senza la televisione? Parleresti con i tuoi nonni o parenti, per scoprire di più riguardo alla loro vita? Neanche per scherzo, per piacere…

Il Nicola di sedici anni, che non sapeva che sarebbe finito in Inghilterra, non vedeva l’ora di tornare a casa dopo scuola per fuggire a New York o a Springfield. Col suo apparecchio e i capelli alla Justin Bieber sognava Central Park e l’Orange County, forse perché erano le sue uniche vie di fuga. Non avrebbe mai immaginato di essere in Inghilterra solo cinque anni dopo, e forse l’aver fantasticato terre lontane l’ha sempre tenuto pronto per la partenza. Non provo rancore, ma sono solamente sorpreso di quanta influenza abbiano avuto certi fattori sulla mia vita, senza che me ne rendessi conto. La soluzione è esserne consapevoli ed evitare di perdere il controllo, usando sempre la propria testa. A volte cadi dalla bici e ti devi rialzare, altre cadi nel pentolone ma ne esci ancora più forte.

Il paradosso dell’expat

Cosa si prova a tornare in Italia? È una domanda che mi hanno fatto tante volte negli ultimi 5 anni; trovo sempre molto difficile rispondere. Rientrando in Italia non più di due o tre volte all’anno, ovviamente il pensiero di riabbracciare i miei cari mi rende molto felice. Eppure, ogni volta, ho bisogno di un po’ di temo per riabituarmi. Alla lingua, alle persone, al modo in cui la vita funziona in una piccola cittadina di provincia qual è Terni.

Appena trasferita in questa grande isola, una delle prime cose ad aver attirato la mia attenzione fu la differenza culturale con gli autoctoni:  persone che chiedono “come stai” anche al commesso al bar, che domandano sempre “permesso” quando devono scendere dal treno, senza farti uscire a forza di spintoni, come succede spesso sui mezzo pubblici in Italia.

“Non puoi rispondere semplicemente Ok o Yes quando qualcuno ti chiede di fare qualcosa. È da maleducati”, mi spiegò una signora americana. “Certamente” e “non c’è nessun problema” sono espressioni che devi aggiungere quando concordi nello svolgere un compito che ti è stato richiesto. Dietro questa apparente educazione, si nasconde però un’amara verità: i britannici sono pessimi nelle relazioni sociali. Sono educati perché devono esserlo, ti chiedono come stai, permesso e scusa perché sarebbe poco britannico non farlo. Non si tratta di te, ma di loro.

Se poi vogliamo discutere del famoso “umorismo britannico”, ci sarebbe da scrivere un libro a riguardo. Un mio collega di lavoro, Matt, una volta mi spiegò che “l’umorismo inglese è fatto di frasi maleducate e scortesi che vengono percepite in modo scherzoso perché non potrebbero mai essere dette seriamente”. Nonostante questa spiegazione, mi ci sono volute anni per “capire” le loro battute.

Come potevo io, allora, da italiana, ambientarmi a contesto del genere? In un posto dove si dicono cose che non si pensano e non si dice quello che in realtà ti passa per la testa? Come avrei mai potuto mescolarmi con persone che bevono alcolici dalle 11 di mattina e spendono la maggior parte del loro tempo libero chiusi in un pub? In breve: persone così negate alle relazioni sociali?

Il contatto con una cultura a te straniera ti spinge a rivalutare la tua identità culturale. E io, a Londra, mi sentivo più italiana che mai. Poi, circa sei mesi dopo il mio trasferimento nel regno Unito, qualcosa di strano accadde.  Rientrata in Italia, andai a prendere un caffe al bar dell’aeroporto di Ciampino. “Cosa vuoi, un macchiato come al solito?”, mi chiese mio padre. Please, risposi io automaticamente.

Più i mesi passavano, e più spesso mi capitava di avere questi lapsus, o di inserire volontariamente termini inglesi anche nelle mie discussioni in italiano. L’inglese, si sa, è una lingua sintetica, e ci sono singoli termini che racchiudono il significato di più parole o concetti in italiano. Nelle mie brevi vacanze in Italia mi sono sorpresa spesso a desiderare un interlocutore anglosassone con cui praticare quella lingua che, da straniera che era, stava man mano diventando mia.

Velocemente sviluppai anche io i sintomi di quelli che qui vengono chiamati Very British Problems: l’utilizzare il telefono come strumento per evitare le persone, l’evitare in tutti i modi i vicini di casa, la noncuranza verso la pioggia, il fastidio per anche la più piccola attesa. Rimaneva però la mia solarità e socievolezza, la passione con cui solo noi popoli del Mediterraneo viviamo e guardiamo alla vita.

Iniziai a riflettere sulla mia condizione, che ho soprannominato il paradosso dell’expat: inglese in patria e italiana in Inghilterra, destinata a sentirmi straniera nella casa dove sono nata e in quella che ho scelto. Mi ero volontariamente privata delle mie radici e non riuscivo a trovarne di nuove.

Con il tempo mi resi conto di aver sempre avuto la risposta a questo mio dilemma. “Se vuoi imparare l’inglese non andare a Londra. A Londra c’è tutto, tranne gli inglesi”, mi dissero in tanti prima di partire. Un’affermazione in parte vera: di inglesi a Londra ce ne sono, ma si mescolano tra i milioni di cittadini provenienti da ogni angolo del pianeta. L’inglese che si sente parlare a Londra non è un inglese pulito. Eppure, io trovo che quella diversità di suoni, accenti e colori abbia una bellezza unica.

Londra è per me la città delle possibilità: non c’è limite a quello che vi ci puoi trovare, se sai cercare bene. Essere londinesi vuol dire avere ogni giorno la possibilità di parlare lingue diverse, anche all’interno della stessa conversazione, di conoscere persone con storie simili alla tua, oppure completamente diverse. Ogni persona, ogni accento, ogni storia è un tassello di quella nuova identità che soltanto l’esperienza da expat puó regalarti.

Ci sono giorni che questa vita, fatta di distanze con le persone che amo e molte telefonate Skype mi pesa, perché se a parlare un’altra lingua puoi abituarti, quel “ci vediamo la prossima volta che torno” che noi expats diciamo così tante volte, ti lascia sempre l’amaro in bocca.

Ci sono giorni che mi sento stanca di questa vita così  frenetica che lascia molto poco tempo a se stessi; questa vita fatta di tanti momenti importanti che sei costretto a perdere, di persone che ti chiedono “ma quando torni?” non capendo che se potessi passare ogni fine settimana con i tuoi cari, lo faresti volentieri.

Ci sono giorni che mi sento delusa, perché se è vero che a Londra le soddisfazioni arrivano sempre, è anche vero che devi guadagnartele a un prezzo altissimo. Giorni in cui non si vede mai la luce del sole, così bui da farti capire perché l’alcolismo sia un problema così diffuso in questo paese, giorni in cui la pioggia ti sorprende per strada e tu sei rigorosamente senza ombrello.

In giorni come questi mi sento come se la città mi prendesse a calci e l’italiana che è in me vorrebbe soltanto chiudere gli occhi e teletrasportarsi in Italia. Eppure ho scelto di rimanere, ogni giorno, da ormai 5 anni. Perché?

Perché quella londinese è per me un’identità a cui so di non poter rinunciare, una fatta di tanti passi e tante esperienze di vita che si sono sommate e mi hanno portato ad essere questa nuova persona che, da brava inglese, non si abbatte mai, che come molti spagnoli vive e lascia vive e, da italiana doc alla birra delle 11 preferirà sempre un buon caffè. Non rinuncerei mai a nessuna di queste versioni di me, perché  l’Italia ti regala il sole, la socievolezza, la gioia di vivere, ma Londra… Londra ti insegna a fregartene della pioggia.

Ciò che c’è da sapere della vita all’estero.

Quello che non vi hanno detto della vita all’estero, sono tutte le cose che già conoscete. O perlomeno, così pensate. Sapete che sarà difficile esprimersi in una lingua differente, conoscerne gli intercalari, i modi di dire ma non sapete quanto sia davvero difficile finché non vi troverete intorno ad un tavolo a pensare a come costruire una frase, che una volta finita, andava bene per un discorso ormai superato. Non lo capirete finché non vi troverete a ridere per educazione o per non far capire agli altri, che voi di quelle battute, in realtà, non avete capito niente. Sarà ancora più difficile quando dovrete evitare di esprimere un pensiero, solo per la  difficoltà immensa di spiegarlo.

Sapete che dovrete sbattervi per trovare una casa decente e magari non troppo lontana dai posti fichi della città. Ma non sapete quante case dovrete girare, in quante dovrete adattarvi per uno o due mesi per poi lasciarle di nuovo. Non sapete quanto sarà difficile dormire sul divano di un vostro amico per settimane, cercando di non sentirvi un peso. Non sapete quanto tempo dovrete passare dentro la vostra stanza, piccola, arredata con mobili che non avreste mai scelto, prima di riuscire a riconoscerne i rumori, gli odori o prima di sapere che quella maniglia va girata con delicatezza, sennò ti resta in mano.

Sapete che sarà entusiasmante conoscere nuove persone, nuove culture, nuovi stili di vita. E lo sarà, fidatevi, lo sarà. Ma non sapete che più conoscerete persone nuove, più vi mancheranno quelle con cui siete cresciuti. Che più culture conoscerete, più apprezzerete la vostra. E più stili di vita conoscerete, più capirete che in fondo, il vostro, non volete cambiarlo perché vi piace davvero tanto.

Sapete che vi perderete alcuni eventi, alcuni aggiornamenti della vita dei vostri amici. Ma non sapete di quanto ti faccia sentire lontano la fredda risposta “tutto bene” alla domanda “come va?”, fatta al tuo migliore amico. Non sapete di quanto un gruppo su whatsapp non possa colmare quella distanza quotidiana.

Sapete che il cibo non avrà lo stesso sapore, illudendovi di riuscire a farne a meno, magari cucinando a casa. Che le partite della vostra squadra potrete seguirle in streaming e che se anche “ogni tanto salta”, in fondo va bene lo stesso. Sapete che salterete i compleanni, i pranzi al mare con i primi soli primaverili, le visite ai nonni, le serate con gli amici, le feste di laurea, il sole caldo di Maggio e gli incontri casuali con qualche vecchia conoscenza. Sapete sicuramente che di tutto ciò potete farne a meno. Non potrete.

Resterà da capire quanto il vostro obiettivo varrà le vostre sofferenze. Quanto realmente state cercando quell’esperienza, non solo lavorativa, che vi accresca personalmente e faccia in modo che il rischio valga la pena. Quel tassello che manca. Alla scoperta di quella consapevolezza che vi faccia accettare il tremore delle gambe, continuando a camminare diritti. Non sarà facile ed è un bene, perché le cose facili non insegnano. Sarà invece difficile, più di quanto avrete previsto. Ma ne varrà la pena. E questa in fondo è l’unica cosa da sapere.