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Intervista a Laura Palazzetti, studentessa a Londra in Immigration Law: “Il problema italiano non è il movimento di cervelli, ma il fatto che non riusciamo ad attrarne degli altri”

Londra, terra di giovani expat per eccellenza. Questo mese noi di The Italians siamo tornati – telefonicamente parlando – nell’amata Inghilterra, dove abbiamo conosciuto e scambiato opinioni con Laura Palazzetti, perugina classe 1991 attualmente iscritta al corso post laurea in Diritto dell’immigrazione alla Queen Mary University.

Dopo una laurea in giurisprudenza e un anno e mezzo di pratica in uno studio legale della sua città, Laura ha trovato la sua strada:

“Sono sempre stata attratta dai diritti umani – ci racconta – da qui la decisione di un master così specifico. Ma sono iniziate subito le difficoltà: in Italia ci sono veramente pochi corsi dedicati al diritto dell’immigrazione, il che è paradossale visto il momento storico che stiamo vivendo…”

E quindi, cos’è successo?
Ho iniziato a fare una ricerca in internet, mi segnavo tutte le università che prevedessero un LLM in Immigration law. In Olanda, in Belgio e in Inghilterra ovviamente. Ho scelto quest’ultima, sono arrivata a Londra lo scorso maggio perché il master sarebbe iniziato a fine settembre e prima bisognava affrontare la fase di selezione e ammissione. Per fortuna è andato tutto bene, sono molto soddisfatta della mia scelta. Ci tengo a sottolineare che non sono scappata dalla mia città o dal mio paese, semplicemente in quel momento non c’era quello che cercavo.

Raccontaci qualcosa del mondo universitario inglese: com’è strutturato il master? Che clima si respira?
Premetto che nel mio corso sono l’unica italiana, ci sono studenti che veramente vengono da tutte le parti del mondo. Sono principalmente francesi, canadesi, cinesi e anche indiani. L’università ti permette di scegliere le materia da seguire, che sono comunque sei per tutto l’anno. Anche le ore di lezione sono pochissime, massimo otto a settimana perché il resto del tempo è dedicato ad eventi attinenti le materie scelte ed organizzate dall’università stessa. Il resto del tempo lo impieghiamo in micro-progetti, come presentazioni e ricerche. È un sistema molto dinamico, partecipativo ed inclusivo, soprattutto.

Avendo studiato sia in Italia che in UK, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi?
Il modello inglese è completamente diverso da quello italiano. È una differenza fondamentale, di livello concettuale: in Italia si va a lezione per imparare un argomento, qui è l’esatto opposto. Una settimana prima delle lezioni i docenti ci mandando per mail il materiale da studiare, e a lezione loro si limitano a riassumere i punti salienti della materia che abbiamo già studiato autonomamente a casa, e poi c’è il dibattito tra studenti. Siamo chiamati ad interagire costantemente, cosa che non mi era mai successa finora. A Londra ho avuto fin da subito l’impressione che la mia opinione contasse.

Quali sono le difficoltà più grandi che uno studente italiano si trova ad affrontare in un’università di un altro paese, nel tuo caso l’Inghilterra?
Oltre ad una lingua nuova da imparare, ci sono tutta una serie di difficoltà che in Italia non siamo stati abituati nemmeno a considerare. Nel mio caso – così come nella maggior parte delle università umanistiche – bisogna considerare la questione “esami”: qui sono quasi tutti scritti, sono lavori di ricerca e di approfondimento anche “sperimentale”, mentre in Italia sono quasi tutti orali e per lo più nozionistici. Sto facendo molta fatica perché in cinque anni di università italiana non ci hanno mai fatto scrivere mezza parola, e farlo adesso per la prima volta e per di più in inglese è abbastanza difficile. Ma da una parte credo sia meglio, perché si tratta di una valutazione molto più oggettiva.

Questa è la tua prima esperienza da studente all’estero, ma non la prima da lavoratrice. E nemmeno la prima a Londra!
Esatto, già nel luglio del 2016 mi ero trasferita qua per fare dei corsi di lingua e lavorare contemporaneamente. Questo perché, subito dopo la laurea, mi ero accorta di non saper parlare adeguatamente l’inglese, una carenza che riscontro in tanti altri coetanei italiani. Così ho deciso di approfittare del momento di “crisi” post laurea e di trasferirmi a Londra: ci sono rimasta fino al febbraio dell’anno successivo, tra un lavoro e l’altro. Il primissimo colloquio l’ho fatto otto giorni dopo essere atterrata, come commessa e cassiera in un negozio di souvenir. È stata una bella esperienza, utile soprattutto: ho scoperto che l’inglese che studiamo a scuola non è quello che parlano in Inghilterra, e per me è stato abbastanza uno shock.

A proposito di lavoro, è vero quindi che a Londra ci sono tante più occasioni che in Italia? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa situazione?
Assolutamente si, a Londra si trova lavoro immediatamente e con molta facilità. Questo perché c’è dietro tutto un mondo che funziona bene: ci sono tantissime app per il cellulare dedicate al lavoro e qui i centri per l’impiego funzionano davvero. Idem con le società di recruitment, basta iscriversi e sono loro poi a gestire la tua ricerca lavorativa. Ovviamente è un bene per chi, come è stato nel mio caso, cerca un lavoro “qualunque”; non so come sia la situazione per delle professioni specifiche.
Però ti posso dire una cosa: adesso che sono nel mondo universitario, vedo che anche in questo ambiente c’è grande attenzione alla ricerca del lavoro alla fine del corso. L’università stessa seleziona gli incontri, ti aiuta a creare contatti e a scrivere la cover letter, che qui è molto più importante del curriculum vitae. Ed è un lavoro che fanno di gruppo ma anche individualmente, studente per studente. Per esempio adesso, grazie all’università, sto facendo un internship con Edal (European Database of Asylum Law): mi occupo di database in merito alle sentenze del diritto di asilo. Sinceramente, mi aspetto tante altre esperienze del genere da qui fino alla fine del master.

Una domanda che ti riguarda in più ambiti. Senza scadere troppo nel dibattito politico, cosa ne pensi della situazione attuale dei migranti in Italia?
Dirò solo che mi ritengo fortunata a leggere le notizie dell’Italia da lontano. Sono molto passionale e appassionata al tema, quindi una certa lontananza geografica mi aiuta.
Quello che noto, leggendo i quotidiani italiani e monitorando i social network, è che vengono riportate notizie senza dati, che è la cosa più grave che si possa fare per capire quello di cui si sta veramente parlando. Penso che non sia un problema solo italiano quello di accumunare il tema della migrazione a quello della criminalità, tanto che in Inghilterra esiste addirittura il termine che unisce le due parole, “crimmigration”. Ma da noi la questione è ingigantita a livello preoccupante.

Da italiana residente in Gran Bretagna, uno dei temi più importanti di questi giorni è il Brexit. Cosa cambia per voi italians?
Ah la Brexit, se ne parla davvero moltissimo qua, tutte le prime pagine dei quotidiani sono su questo, è all’ordine del giorno. Ovviamente ognuno da la propria opinione personale e la propria interpretazione, ma alla fine dei conti se ne sa poco. Siamo in attesa anche noi di notizie, ma in generale nella vita di tutti i giorni non si percepisce questo cambiamento imminente. Quello che è veramente interessante è la quantità di incontri e convegni che vengono organizzati sul tema: si tratta comunque di un cambiamento epocale, e se si considera la questione da un lato puramente intellettuale diventa una vicenda molto stimolante. C’è questo fermento culturale, un grande movimento di studiosi, ricercatori, attivisti e professionisti di ogni genere che si vedono per parlarne e studiarne cause e conseguenze. A prescindere da questo, personalmente la vedo un po’ come una sconfitta, sia se sarà una soft Brexit che un hard Brexit. Significa che tanto la Gran Bretagna quanto l’Europa non hanno avuto la forza negli anni passati di gestire questa situazione, e ora si cerca di rimediare in qualche modo.

Concludendo: in merito alla fuga dei cervelli, secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?
Partiamo dal termine “cervelli in fuga”: innanzitutto non mi considero in fuga, perché non sto scappando da niente e andarmene è stata una mia libera scelta. Semmai sono un “cervello in ricerca”, sono un’emigrata fortuna che cerca di crearsi un background di conoscenza in materia di immigrazione. A Londra ho trovato quello che stavo cercando e a Londra mi sono fermata. Proprio non capisco il significato di questa espressione, la gente si sposta da sempre. Il problema italiano non è il movimento di cervelli, quanto piuttosto il fatto che lasciamo andare via tutti ma non siamo in grado di attrarre nessuno. Ben venga che le persone si spostino, ma bisognerebbe compensare in qualche modo. L’Italia dovrebbe essere in grado di offrire quello che offrono gli altri paesi: più tipi di formazione e specializzazione, un nuovo regolamento per il mondo lavorativo, più opportunità e più competitività anche a livello economico, perché per lo stesso lavoro veniamo pagati di meno in Italia rispetto che a Londra, tanto per dire. Dobbiamo puntare ad essere un paese meritocratico, dove le persone competenti fanno il proprio lavoro e dove ci sono possibilità di crescita sia personale che professionale. Una volta raggiunto questo obiettivo non abbiamo più nulla da invidiare agli altri, anzi!

Intervista ad Alessia Marcantonio, traduttrice audiovisiva a Londra. Come trovare lavoro in Uk in tempo di Brexit

Per l’intervista di questo mese torniamo a Londra, terra di expat. Dal 2012 questa è la casa della nostra Italian del mese Alessia Marcantonio, 25 anni originaria di Sulmona.

In questi 6 anni fuori casa Alessia ha alternato lo studio a lavori da commessa. Tra l’ottobre 2013 e l’aprile del 2017 ha conseguito la triennale in Lingue e Culture Moderne studiando da non frequentante all’Università de L’Aquila. In quello stesso momento era a Londra, dove lavorava in negozio e preparava gli esami prima e dopo il turno, per poi tornare in Italia per le sessioni. Una vita in bilico tra due mondi.

Giusto il mese scorso ha terminato il MSc in Traduzione Audiovisiva. E adesso inizia la parte più difficile: la ricerca di un lavoro che sia contestuale al titolo di studio. Un problema solo italiano? Scopriamolo insieme!

Ciao Alessia! La tua vita in Inghilterra è iniziata molto presto, subito dopo la maturità. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? Che sogni avevi e quanto, ad oggi, ti ritieni soddisfatta?

Sì, è stato ben sei anni fa! La ragione principale è stata che non sapevo quale facoltà scegliere dopo il liceo. Avevo troppi sogni e dovermi limitare a seguirne uno solo sembrava una scelta più grande di me. Sono partita con l’idea di prendermi un anno sabbatico e schiarirmi le idee, ma quando Londra ti prende diventa impossibile lasciarla. Più che soddisfatta sono grata, non riesco ad immaginare che tipo di persona sarei oggi se non fossi partita per Londra nel 2012. Avevo sogni più “infantili” e li ho un po’ persi per strada, ma ho comunque trovato la mia “vocazione” nella traduzione audiovisiva, ed è un qualcosa che non sapevo neanche esistesse fino ad un paio di anni fa. Quindi sì, sono soddisfatta, grata e fiera della mia scelta.

Si parla molto (e a volte a sproposito) della cosiddetta “fuga di cervelli”: te cosa ne pensi? Ti senti una di loro? Secondo la tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

La mia storia non è iniziata come una “fuga”, perché la mia scelta era scaturita dal desiderio di partire e non dal bisogno, e tante persone iniziano la loro esperienza estera come me, perché si sentono “a casa lontano da casa”. Purtroppo però, tra le persone che ho conosciuto qui, sono molto più numerose quelle che sono partite perché in Italia facevano fatica, con o senza un titolo universitario. Per quanto io ami Londra, sono più che consapevole dell’infinità di lati negativi che vivere qui porta con sé, e se penso a tutte quelle persone che sono qui per necessità e non per scelta… deve essere molto dura, per loro. Basterebbe solo qualche opportunità e speranza in più, qualche riconoscimento, più meritocrazia e meno ingiustizia, e sono sicura che eviterebbero volentieri di partire.

Parlando degli studi: la tua formazione universitaria è avvenuta a cavallo tra Italia e Inghilterra, con un anno di erasmus a Leeds e la specialistica a Londra. Immagino che anche le abitudini di studio siano diverse: potresti aiutarci a fare un confronto tra sistemi educativi? Punti di forza e punti negativi, ovviamente!

Facendo la triennale da non frequentante non ho avuto modo di vivere la vita universitaria italiana a pieno. In ogni caso, sicuramente l’università in Italia offre un bagaglio culturale incomparabile a quello inglese. I libroni da cinquecento pagine che spaventano tanto gli studenti italiani forniscono inevitabilmente una preparazione e conoscenza molto più vasta, mentre in Inghilterra gli argomenti che si arriva a toccare nell’arco di un semestre sono più limitati. Oltretutto, il numero di ore di lezione è di gran lunga inferiore rispetto alle università italiane, il che può essere positivo quando si ha a che fare con lezioni che si sovrappongono inevitabilmente e giornate interminabili in aula, ma è anche molto negativo se si pensa a quanto poco si riesce a fare in due ore settimanali per ogni corso. Il lato positivo principale è che, invece di leggere libri lunghissimi, ci si concentra su ciò che servirà effettivamente una volta fuori, è tutto più orientato a preparare al lavoro invece di riempire di dati e fatti e conoscenze fine a se stessi. Anche il metodo di studio è molto diverso: non ci sono libri da schematizzare e memorizzare, né esami orali di fine corso. Si legge molto, si fa ricerca autonoma, e si scrivono saggi, commentari e analisi cercando di renderli il più originale possibile, o si fanno presentazioni davanti a tutta la classe. So che posta in questo modo sembra che l’università inglese sia molto più semplice, ma la verità è che sono difficoltà molto diverse. Per me, ad esempio, è molto più semplice preparare un esame nella maniera italiana. L’università inglese assomiglia molto ai nostri licei, dove le date delle scadenze sono fisse e devi rispettarle a tutti i costi: se non consegni il saggio in tempo, rischi di non passare il corso, e se non passi il corso spesso significa ripetere l’anno.

Una domanda su Londra – possiamo dire la meta preferita di noi expat italiani. Com’è realmente vivere lì?

Vivere a Londra è dura. Gli stipendi sembrano alti, ma l’affitto e l’abbonamento per i mezzi pubblici sono molto cari e resta ben poco a fine mese. Si perdono ore infinite sui mezzi, per andare a lavoro, per vedere gli amici. Ci si sente molto soli, perché vedersi per un caffè con un’amica richiede giorni di preavviso, e certe volte passano mesi prima di vedersi, perché incontrarsi richiede tempo e di tempo ce n’è poco. La convivenza con coinquilini da tutto il mondo (e di tutte le età) è sempre problematica, spesso ci si trova a dividere cucina e bagno con molte persone con cui ci si limita ad un saluto cordiale, e si finisce per essere molto soli anche in casa.
Gli amici che trovi a Londra, però, non li trovi in nessun altro posto. Sono persone che hanno attraversato le tue stesse difficoltà e le tue stesse scelte. Che ti possono capire davvero. Sono persone coraggiose, con sogni molto grandi e tanto talento ancora da sfruttare. E Londra offre meraviglie che nessun altro luogo offre: parchi, strade, cultura, musei, festival e musical in ogni angolo. C’è sempre qualche evento in corso da qualche parte, c’è sempre un qualcosa di nuovo ancora da scoprire, che sia un secret club o un’opera teatrale o un qualche angolo bellissimo di città nascosto in stradine secondarie. I ristoranti offrono cibo da tutto il mondo a prezzi decenti, così che un minuto sei a Londra e il minuto dopo sei in Thailandia, Giappone, Brasile, Italia. Londra è immensa e non si arriva mai a guardarla tutta, ad assaggiarla tutta, a capirla tutta. Per me, avere tutto il mondo a portata di underground merita decisamente tutti i sacrifici.

Se si parla di Londra e Inghilterra, non si può tralasciare la questione Brexit. Che clima si respira in questo momento, e cosa cambia per voi italiani che studiate o lavorate lì? Vi sentite in qualche modo minacciati da questa nuova situazione?

È ancora troppo presto per sapere qualcosa! In questo momento la situazione sembra tornata alla normalità (sarà la quiete prima della tempesta?), ma immagino che per chi si trasferisce ora ci siano molte difficoltà, dato che già da qualche anno è sempre più difficile per noi stranieri fare cose come aprire un conto in banca o registrarsi dal medico. Per noi che siamo qui da tempo, invece, è ancora tutto “regolare”. Bisogna dire, però, che il periodo subito dopo il voto di giugno 2016 è stato duro. È vero che Londra è un mondo separato che aveva votato in gran parte per restare, ma gli episodi di razzismo non sono mancati. Avevo letto di molti Italiani che si erano ormai stabiliti in Regno Unito e che dopo quel referendum hanno fatto le valigie e hanno preferito andarsene, e non mi è difficile da capire: la mattina dopo il referendum ero a fare colazione in un pub di Leeds, mi sentivo come se un muro mi fosse crollato sulla schiena, mi guardavo intorno e pensavo: l’Inghilterra è la mia casa, ma la metà di queste persone non mi vuole qui.

Passiamo ora al lavoro: sappiamo che sei alla ricerca nel settore di audiovisual translation, ma di cosa ti vorresti occupare nello specifico? E soprattutto: credi che in Italia non si riesca a trovare un’occupazione simile, ci stai provando, oppure lavorare all’estero è quello che vuoi sopra ogni altra cosa?

Mi vorrei occupare di adattamento per il doppiaggio e sottotitoli, soprattutto per serie tv e film, ma anche per documentari, reality show ecc. Per ora si sta rivelando molto duro cominciare, perché per la lingua italiana c’è molta concorrenza (per i liceali alle prese con la scelta universitaria: non scegliete Lingue, siamo troppi! / scegliete Lingue è bellissimo!) e la maggior parte del lavoro è svolto da liberi professionisti, per cui si entra nel circolo vizioso del “richiedono esperienza / nessuno mi fa fare esperienza”. Sto cercando a Londra per ora perché trovare lavoro qui è sempre più semplice, ma spero di riuscire a tornare in Italia non appena avrò abbastanza esperienza alle spalle. Ma a giudicare dalle poche offerte di lavoro che ho visto in Italia (tutte al nord, prevedibilmente) non sarà un’impresa facile.

Come si fa a cercare attivamente lavoro a Londra? Esistono centri per l’impiego, annunci nei giornali, online…? Penso alle modalità italiane, con mille cv inviati e poche risposte ricevuti: sono problemi comuni?

Ci saranno differenze a seconda del tipo di lavoro, ma la ricerca si svolge principalmente online, sia su siti di annunci (come Indeed, Totaljobs, Reed, Monster, Linkedin…) sia sui siti specifici delle compagnie. Ci sono anche numerosi job centre gestiti dal governo, ma personalmente non ne ho mai fatto esperienza perché mi sono sempre trovata bene con la ricerca online, o anche portando curriculum porta a porta quando cercavo lavoro come commessa. Sicuramente è molto più comune che in Italia trovare cartelli all’entrata di negozi, bar e ristoranti in cui scrivono che cercano personale, e da lì ad essere chiamato per un colloquio, soprattutto quando si ha un po’ di esperienza sul cv, ci vuole poco. Purtroppo il problema dei mille cv inviati e poche risposte rimane quando nel cv manca esperienza nel settore, però sicuramente ci sono strade alternative che si possono percorrere (ad esempio, lavorando in un negozio si viene a conoscere bene il brand e si può fare domanda per essere spostati a lavorare negli uffici della compagnia, e così si fa esperienza di lavoro d’ufficio).

In Inghilterra ci sono più collegamenti tra università e aziende? Siete facilitati in qualche modo nella ricerca di lavoro? Parole come flessibilità, meritocrazia, possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età, sono già entrate nel vocabolario comune inglese?

La meritocrazia e la possibilità di far carriera fin da giovani sono fatti quotidiani qui. Non importa quanti anni hai, anzi, spesso non viene neanche scritto sul cv. Così come non si usa mettere la propria foto sul curriculum, perché non è ritenuta rilevante alla scelta del candidato. Per quanto riguarda il collegamento con l’università, come dicevo l’impronta generale dei corsi stessi è basata sul preparare alla vita lavorativa, e di conseguenza l’interesse di professori e staff è quello di poter dire che una grande percentuale di laureati trova lavoro entro tot mesi. Le università generalmente hanno un dipartimento a cui gli studenti possono rivolgersi per avere un aiuto nella preparazione del cv, lettere di presentazione, colloqui, ecc., oltre ad avere un sito di annunci rivolti principalmente ai neo laureati. Quello che sto trovando più utile, nel mio campo, è il collegamento diretto tra professori e compagnie: quando ex alunni, ora professionisti nel campo, cercano persone per il proprio team o vengono a sapere di posizioni aperte nella propria compagnia, mandano una mail ai professori, che a loro volta la girano a studenti e neo laureati.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?

Ci vorrebbero più opportunità, più meritocrazia e più giustizia, e persone disposte a giocare secondo le regole; se questo fosse applicato fin dal sistema scolastico, e parlo dei giovani quanto dei professori, le competenze non mancherebbero!

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Spero di tornare in Italia prima o poi, ma temo anche che significhi rinunciare a delle reali possibilità di carriera, possibilità che con i nostri studi, sforzi, capacità ed esperienze ci meriteremmo appieno (parlo al plurale perché so che ci sono molte persone come me!). Per ora continuo a cogliere occasioni ovunque esse si trovino, ma spero di ritrovare presto la strada di casa!

Le tempistiche della scelta

 

“Ogni impresa sembra impossibile finché non viene realizzata.” (Nelson Mandela)

 

Ed eccoci finalmente giunti a giugno, con le sue giornate sempre più lunghe ed le frenetiche ultime settimane di scuola prima della placida accettazione che ormai la fine è vicina.

La maturità ha abbandonato il suo mantello d’ombra ed aspetta che le maree di studenti italiani si gettino disperati tra le sue braccia nella speranza di potersi lasciare finalmente gli anni del liceo alle spalle ed iniziare il loro viaggio indipendente nelle istituzioni universitarie da loro scelte.

O anche no, visto che in Italia la scelta dell’università può essere facilmente posticipata alla fine dell’estate per potersi godere pienamente la libertà guadagnata con le ore passate sui libri a memorizzare fatti che nella vita non torneranno mai più utili – tranne che in quei brevi momenti di nostalgia durante le sessioni esami in cui le declinazioni di latino sembreranno giochi da ragazzi.

Per esperienza, anche i maturandi intenzionati a sottoporsi agli esami di ammissioni in facoltà come Medicina hanno la tendenza a rimandare ad Agosto l’inizio dello studio intensivo: dopotutto molti degli argomenti sono ancora freschi nelle loro teste e rilassarsi un po’ dopo anni di terrorismo psicologico caratterizzato da frasi come “La maturità vi farà a pezzi,” fa solamente bene alla salute mentale.

Mentre in Italia la scelta dell’università è ponderata e supportata da interminabili giornate di orientamento durante l’ultimo anno di studi, in Regno Unito lo stress per l’iscrizione inizia addirittura il penultimo anno: studenti e genitori consultano i vari elenchi compilati da enti indipendenti e giornali per scoprire quali università hanno ottenuto i punteggi piú alti in varie categorie d’interesse. Partendo dal numero di laureati impiegati nei primi sei mesi dall’uscita dell’ateneo, questi elenchi collezionano dati sul livello di soddisfazione degli studenti per dare un’idea generale ai futuri iscritti su cosa potrebbero ottenere a livello personale e professionale durante i tre anni di studio.

Essendo un processo totalmente estraneo a quello solitamente raccontato ai liceali italiani, il primo impatto che ho avuto quando mi sono dovuta iscrivere io è stato traumatico. Grazie al mio caro amico Google ho scoperto che anziché contattare direttamente l’ateneo scelto mi sarei dovuta iscrivere al fantomatico sito della UCAS, che annualmente gestisce le pratiche di iscrizione di migliaia di studenti su tutto il territorio britannico.

Registratami al sito ed immessi i miei dati personali, il sito mi ha in seguito inviato una lista di tutta la documentazione necessaria per presentare la mia richiesta d’iscrizione a massimo cinque università da me scelte: innanzitutto un elaborato in cui spiegare le mie motivazioni per intraprendere una carriera universitaria – un documento importante sia per monitorare il livello di conoscenza della lingua sia per permettere all’ufficio ammissioni di conoscere meglio il candidato – la lista dei voti ottenuti negli ultimi tre anni di scuola superiore, ed una predizione del possibile voto finale di maturità controfirmato da due insegnanti.

Molto diverso dalla semplice pre-iscrizione ed immatricolazione a cui si era sottoposta mia sorella.

Ottenuti questi documenti, scritto il mio elaborato ed ottenuto – dopo settimane di inseguimenti – due referenze dalle professoresse di Latino ed Inglese, sono finalmente riuscita a mandare la mia candidatura ai cinque istituti di mia scelta prima della data di scadenza. Quest’ultima varia in base alla facoltà scelta: medicina, veterinaria ed odontoiatria sono le prime a dover ricevere le richieste il 15 di Ottobre; le altre solitamente accettano la documentazione entro il 15 di Gennaio dell’anno in cui si vuole iniziare. Alcune università, la maggior parte quelle che includono corsi a sfondo artistico, rimandano a Marzo la presentazione in modo tale da consentire agli aspiranti studenti di creare un portfolio per dimostrare le loro doti.

Mesi dopo, quando ormai mi trovavo già a Londra e cercavo di capire come non perdermi dentro la torre di amianto anni ‘70 della mia sede, ho scoperto che alcune delle università includono nel processo di iscrizione un colloquio con i candidati in lizza per poterne giudicare personalmente il carattere e la voglia di lavorare duramente per una laurea. Col senno di poi non sarebbe stata un’esperienza così malvagia, visto tutti i colloqui di lavoro che sono venuti dopo.

Le cose sono un po’ diverse quando si tratta di proseguire gli studi dopo la triennale. Le iscrizioni per i master sono quasi interamente gestiti dalle università, che quindi hanno creati portali appositi per presentare il materiale richiesto all’ufficio di competenza interno. Questo significa che si ha un contatto diretto con i membri dello staff fin dall’inizio, un rapporto più personale rispetto a quello instaurato con la piattaforma UCAS precedentemente.

L’aspetto negativo è che bisogna creare elaborati diversi per ogni corso a cui si vuole accedere: tutto a posto se si ha il tempo ma diventa più complicato se l’iscrizione va di pari passo con l’impegno rivolto al progetto finale del corso o alla stesura della tesi. In quel caso bisogna sfoderare tutte le abilità di multi-tasker acquisite col tempo.

 

Scintille di Ricerca

“Educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco” (W.B. Yeats)

Non so se avete notato la funzione offerta da Facebook da un anno a questa parte: si chiama On This Day e raccoglie tutti i post, foto e video pubblicati in un determinato giorno a partire dall’anno di iscrizione alla piattaforma.

La maggiorparte delle volte ci ritrovo status risalenti ai primi anni dell’adolescenza, quelli che uno rilegge e si genera in automatico una fossa e dopo ci si puó seppellire dalla vergogna; spesso a questi si aggiungono anche quelle belle foto tipiche del primo decennio degli anni 2000, quelle scattate nei bagni dei locali con le amiche tutte in tiro in abiti che adesso farebbero solo venire dei dubbi sul buon gusto collettivo degli adolescenti.

Altre volte invece trovo post sulla scuola, i dibattiti fatti con gli amici sul partecipare o meno alle manifestazioni – come quella volta che i miei amici sono tutti andati a protestare mentre io mi facevo interrogare di storia ed inglese. Grazie mamma, questa me la lego al dito – o le trattative sulle programmate.

Lo ammetto, diciamo che non mi sono mai ritenuta particolarmente fortunata in materia di scuola: alle elementari se non sapevi la matematica non eri nessuno – io pippa ero, e pippa sono fedelmente rimasta – mentre alle medie mi sono ritrovata ad avere come insegnanti un caso umano dietro l’altro. Come la professoressa di francese che, avendo giá dei problemi pregressi, abbiamo rischiato di mandare in manicomio.

Al liceo ho avuto la fortuna di ritrovarmi una banda di amici che purtroppo – tanto loro i miei articoli non li leggono mica perché sono tutti rinchiusi in casa a studiare – mi porto dietro ancora adesso. Insieme a loro ho affrontato cinque anni di crescita e maturazione che mi hanno portata dove sono adesso.

È anche grazie a loro se ho sviluppato un apprezzamento per la ricerca: diciamo che viene piú facile fare amicizia se sei bravo a fare le ricerche o se hai un’innata capacitá di sapere cose inutili che poi risultano invece essere utili – come sapere se esiste un film sul libro da cui la professoressa prenderá ispirazione per le domande.

Devo ammettere peró che, come molte cose nella mia vita, la mia passione per la ricerca è stata fondamentalmente influenzata dalla mia voglia di fare i dispetti.

Quando dico fare i dispetti mi riferisco al concetto che in inglese si esprime con “Do things out of spite”: la traduzione italiana non è fedelissima, ma indica in maniera generale il metodo che ho deciso di adottare per vivere la mia vita.

Io al liceo facevo schifo nelle versioni di latino, tanto che la mia professoressa aveva probabilmente raggiunto la conclusione che il debito ed io saremmo andati a braccetto per tutto il liceo… Io per ripicca ho iniziato a presentarmi alle interrogazioni con approfondimenti di letteratura latina e non ho mai avuto il debito a fine anno. Peró ancora adesso mi rode un po’ che la soluzione suggerita fosse sempre la stessa: studia di piú, mettici piú impegno. Io dopo cinque anni e centinaia di versioni mi fermo a “Gallia est omnis divisa in partes tres.”

Quando ho iniziato l’universitá a Londra – anche questa “out of spite” visto che mio padre era molto restio all’idea all’inizio – mi sono ritrovata in un mondo basato sulla ricerca.

Mi sento di ribadire che in questo caso posso basarmi solo sulla mia esperienza di vita universitaria in Gran Bretagna, ma è una cosa che ho sentito molto in entrambe le facoltá e universitá frequentate: qui si è spronati a pensare fuori dall’ordinario.

Purtroppo, o forse per fortuna, gli schemi non mi sono mai piaciuti e ho sempre pensato che le lezioni migliori fossero quelle che non avevano una struttura ben definita ma da cui si imparava divertendosi.

Uno dei miei professori preferiti al liceo era il mio insegnante di italiano del triennio. Un ex sessantottino con piú di trent’anni d’esperienza alle spalle, Il Prof basava le sue lezioni sul sarcasmo ed il nonsense. Ho pagine e pagine di sue citazioni e consigli che superano largamente i confini del sensato – del tipo: “Cavalcanti non c’è dubbio che sia un poeta con la P maiuscola. Guinizzelli non è altro che un poetucolo con la mezza.” – peró le sue sono le lezioni che mi ricordo meglio perché mi costringevano ad andare a casa ed immergermi nei libri per riuscire a creare un pensiero sensato da usare alle interrogazioni.

All’universitá ho trovato un professore simile, che probabilmente ho giá menzionato in qualche post precedente. Anche lui era piú anziano rispetto a molti studenti – cosa che è cambiata nella mia seconda universitá, dove i professori avevano in media cinque-sei anni piú degli allievi – anche lui prone al sarcasmo. I suoi seminari iniziavano sempre con un riassunto dell’ultimisimo episodio di Homeland o di The Newsroom, ed all’inizio nessuno di noi studenti capiva bene perché si ostinasse a parlare di serie tv.

Poi abbiamo realizzato che aveva un piano. Il mio primo anno di universitá é stato nel 2012, un anno in cui sono iniziate a cambiare molte cose sia per il giornalismo che per il resto del mondo: l’Inghilterra si preparava alla pubblicazione del Rapporto Leveson sulle basi etiche del giornalismo Britannico dopo lo scandalo sulle intercettazioni del News of the World, la Scozia annunciava la possibilitá di fare un referendum sull’indipendenza, mentre la Siria si preparava al terzo anno di guerra civile.

Partendo dalle nostre discussioni sulle serie televisive, il mio professore ci ha spronati a vedere le cose da punti di vista diversi, analizzando determinate scelte mediatiche in base all’impatto che avevano sulle trame delle serie. Le nostre capacitá analitiche si sono sviluppate in maniera trasversale rispetto al metodo a cui ero abituata al liceo: non ero piú costretta a seguire una determinata linea di pensiero e a sviluppare la mia opinione personale su quella, ma potevo creare una mia interpretazione dei fatti e delle loro conseguenze.

Questo modo “alternativo” di insegnare mi ha aperto gli occhi sul quantitativo di opinioni che ci vengono continuamente offerti e che alle volte non siamo in grado di apprezzare pienamente perché spinti a seguire gli schemi, a stare alle regole di un sistema che spesso rimane troppo indietro per le generazione che aspira ad istruire.

Come dice la citazione scelta per aprire questo post, la scuola dovrebbe incitare lo studente a scoprire di piú. L’istruzione è una scintilla che continua a bruciare e bruciare senza consumarsi mai, che spinge ad approfondire senza accontentarsi mai delle informazioni generali che ci vengono fornite.

E sono convinta che i giovani italiani, ovunque loro decidano di farlo, continueranno a brillare grazie alla loro voglia di ricercare nuove risposte a tutto ció che li circonda.

Casa é dietro, il mondo avanti.

“E adesso andate, e fate errori interessanti, fate errori grandiosi, fate errori gloriosi e fantastici. Rompete le regole. Lasciate un mondo più interessante grazie al vostro esserci stati.” (Neil Gaiman)

Mi sembra passato un secondo da quando mi sono imbarcata per la mia avventura inglese: mi ricordo come se fosse ieri l’emozione e l’ansia di quando ho riattaccato il telefono e sono corsa giù per il corridoio – lo stesso in cui pattinavo quando ero piccola, ed in cui facevo le gare di scivolata con mia sorella – per dire a mia madre che, nonostante tutto, sarei andata a
studiare a Londra.

E invece sono qui, ad un anno dalla laurea ed a qualche giorno dalla consegna della copia definitiva della mia seconda, ma forse non ultima, tesi per il Master. Le dovute celebrazioni, in concomitanza con il mio compleanno, sono già avvenute e tra qualche mese, se tutto va bene, dovrò indossare una nuova toga per ricevere un altro diploma.

Per quanto sia felice della fine di questo ennesimo percorso d’istruzione, che mi ha dato l’opportunità di crescere non solo intellettualmente, ma anche come persona, mi si presenta una prospettiva poco allettante per il mio futuro. La cerimonia di laurea.

La cerimonia di laurea Inglese si celebra in pompa magna. Non ci si presenta impreparati, tutto dev’essere calcolato nei  minimi dettagli. I biglietti – ovvio, mica si può andare così, senza prenotare, alla propria laurea – vanno prenotati come minimo due mesi prima, così come toga e tocco d’ordinanza. Per la mia laurea triennale l’outfit era molto sobrio: nera la
toga, nero il tocco, ma con un punto luce color viola dato dal cappuccio – sì, ci sono state rievocazioni di Dissennatori e Batman: per quanto adulti il mondo ci dica di essere, ci sono delle opportunità che non si possono far passare.

L’abito da sfoggiare non deve essere strettamente da cerimonia come mi era stato suggerito dagli amici, visto che c’è chi si è laureato in jeans e scarpe da ginnastica, ma visto che mia madre sfrutterà per anni le foto scattate in mancanza di quelle di matrimonio e/o pargoli, lo sforzo andava fatto. Quei tacchi andavano indossati per forza.

Ora, visto che sono amica di incurabili secchioni – e di una studentessa di medicina che ci metterà anni ad arrivare alla laurea, ma la sua è una pena autoinflitta – nel 2015 si sono laureati TUTTI i miei amici, quindi ho potuto osservare ripetutamente le differenze che hanno caratterizzato la mia cerimonia di laurea in Inghilterra e quella dei miei amici in Italia.

Prima di tutto, le sessioni laurea italiane hanno meno partecipanti, probabilmente perché ce ne sono diverse durante l’anno. In Inghilterra l’intero corso, se superati gli esami, si laurea allo stesso momento, motivo per cui le discussioni e proclamazioni Italiane si fanno in aule della facoltà mentre per quelle Inglesi bisogna prenotare un auditorium. Da 2500 posti, perché bisogna stare comodi.

In secondo luogo, la durata della cerimonia in Italia non è eterna. Trenta minuti, metti un’ora e poi puoi uscire e gridare per la gioia fino a quando ti ricordi che con la triennale non puoi farci niente e che ti tocca fare ancora due anni. In Inghilterra dopo la triennale puoi già lavorare se vuoi, ma il karma te la fa pagare facendoti stare seduto minimo due ore a vedere una parata di gente vestita tutta uguale – che poi in realtà sembrano vestiti uguali, ma cambia a seconda del livello di istruzione che hai. Tipo per il Master a me daranno un cappuccio più lungo ricoperto di velluto. Perché il velluto fa serio, direbbe mia mamma.

Dopo la loro proclamazione i miei amici hanno tutti fatto quello che tradizionalmente si dovrebbe fare ottenuto un diploma di laurea: si sono fatti fotografare con in mano la prima delle tante bottiglie di alcol di cui avranno bisogno per gli anni avvenire, per poi festeggiare in famiglia e, più tardi, con gli amici per sfogare l’eccitazione.

Dopo la mia proclamazione, trasmessa in diretta web per quegli ‘spilorci’ che non avevano voluto pagare £28 per venirmi a vedere camminare precariamente sui tacchi davanti a 300 persone, ho aspettato che mia sorella e mia madre svegliassero mio padre che si era appisolato dopo il laureando no. 150. Ho mangiato una caprese con la “mozzarella di bufala” – non era mozzarella e non mi convinceranno mai del contrario – sono salita su un bus e sono andata a casa a levarmi i tacchi.

Un anno ed una quasi laurea dopo e sono seduta ad una scrivania che da su un meraviglioso Arthur’s Seat illuminato dal tepido sole autunnale. Inaspettatamente Edimburgo è diventata una delle mie case lontane da casa, però non credo che la mia avventura Inglese sia finita. In fondo ha solo cambiato rotta.

Forse è solo un caso, ma mi piace pensare che questa nuova esperienza sia anche dovuta alle somiglianze che vedo tra me ed un personaggio molto speciale con cui condivido non solo alcuni tratti tipici, ma anche il mio giorno di nascita. Spero solo, caro Bilbo Baggins, di non mettere mai mano sull’Ultimo Anello.

La bellezza della differenza

“Il buon insegnante rende il cattivo studente buono ed il buon studente superiore.” (Marva Collins)

Ora, checché ne dicano i miei amici, andare via dall’Italia non è stato drammatico.

Certo, bisogna fare a meno di quei comfort a cui si è abituati fin dalla nascita – il pranzo e la cena pronti quando si rientra, le uscite serali con gli amici di una vita, il semplice contatto fisico con le persone a cui si vuole bene – ma lasciare tutto per ricominciare altrove è una sfida.

Una sfida contro le avversità, contro il resto del mondo, ma anche una sfida con sé stessi che si vuole vincere a tutti i costi.

L’università inglese, come menzionato nel mio post precedente, è molto diversa da quella italiana, non solo per una questione linguistica, ma anche di persone: mentre in Italia è raro trovare persone della mia generazione che non abbiano affrontato perlomeno un anno di studi universitari, in Inghilterra risulta invece molto facile.

Principalmente ritengo sia soprattutto una questione economica che spinge un gran numero di giovani diciassettenni britannici – che terminano il loro percorso scolastico un anno prima rispetto a noi dopo aver sostenuto i così detti A Levels – a non proseguire la loro carriera scolastica con corsi universitari.

L’esagerata tassa annuale da £9,000 è un limite che in molti stentano a superare nonostante l’esistenza di prestiti appositi creati da molte banche, e di innumerevoli borse di studio messe a disposizione dalle università stesse. In alcuni casi, molto semplicemente, non ne vale la pena.

Fino all’anno scolastico 2011/2012, le tasse universitarie inglesi – che sono fisse per tutti gli studenti ed il cui ammontare varia solo tra studenti Home/EU ed Internazionali – erano più “abbordabili”: solo £3,000 sia per corsi triennali che per i master. In seguito alle riforme promosse dal governo di coalizione Cameron-Clegg, le cifre sono aumentate a quelle di oggi (£15,000 per studenti provenienti al di fuori della EU) e sembrerebbe siano destinate soltanto a crescere nei prossimi anni.

Questi sostanziali cambiamenti potrebbero dunque portare ad una diminuzione di studenti universitari in favore di una crescita di iscritti presso istituti professionali.

Mentre in Italia molti corsi specialistici vengono denigrati per la loro apparente inferiorità rispetto agli insegnamenti dei licei e delle università, l’Inghilterra ha dimostrato una certa maturità offrendo ai propri giovani college ed istituti in cui gli studenti si possono specializzare in svariate professioni pronte ad arricchire il panorama lavorativo del paese.

Quando ho iniziato a fare amicizia con i miei compagni di corso quattro anni fa, sono rimasta piacevolmente stupita nello scoprire che gli studenti universitari inglesi in realtà non manifestano quella puzza sotto al naso che viene attribuita all’intera nazione nei film o nella letteratura, soprattutto quando si parla di loro coetanei che hanno deciso di affrontare percorsi lavorativi alternativi.

Prima delle francamente disgustose rimostranze xenofobe scaturite dai risultati della Brexit ho avuto l’occasione, e l’onore, di vedere giovani dalle più svariate origini sociali uniti dall’amore per la cultura e per l’apprendimento riunirsi per condividere le proprie esperienze in Inghilterra e all’estero. Sono stata testimone di amicizie che crescono e migliorano grazie alle diversità tra ragazzi, siano esse di nazionalità o lavorative.

Una cosa che noto con piacere è che adesso anche l’Italia si sta aprendo agli studenti stranieri che scelgono di far diventare il mio paese la loro scuola, e che gli studenti italiani – come i britannici fanno da molti anni – hanno colto l’occasione per arricchire non solo i loro giri di amicizie, ma anche l’apprezzamento per il diverso e le loro conoscenze in generale.

Mi piacerebbe poter vedere in futuro un ulteriore incremento di giovani studenti e lavoratori stranieri in Italia perché una delle cose che ho sempre amato di questo paese è la capacità di implementare insegnamenti che vengono da lontano per garantire la fiorente crescita del paese.

L’Inghilterra – oggi come in passato; per il futuro toccherà sperare in un change of heart del Primo Ministro Theresa May nei confronti degli stranieri – ha fatto dell’università una fiorente industria che annualmente produce e sprona migliaia di studenti a migliorare non solo loro stessi ma anche quella che è per molti la loro nazione di origine o di adozione. Spero in un’Italia che a sua volta sia in grado di ispirare i suoi giovani ad impiegare le loro capacità – qualunque esse siano – per renderla ancora più bella ed accogliente.

Perché nonostante io abbia scelto di andare via dall’Italia a 18 anni, per me rimane casa mia e un giorno ci tornerò. Ma prima ho ancora tante sfide davanti a me.