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Il mondo è di chi se lo prende: una guida per trovare esperienze di lavoro in grado di farci crescere

Quando torno in Italia durante le festività, mi capita spesso di affrontare con i miei amici l’argomento “esperienze di lavoro”. Il profumo d’estate e di crema solare nell’aria, purtroppo, a ventun anni, non parla più solo di spensieratezza e giornate passate al mare ma porta con sé il peso delle prime responsabilità.

Sia chiaro, non mi reputo una persona che dedica tutte le sue energie al raggiungimento di un ideale di “successo” che ci viene propinato più o meno indirettamente dalla società. Semplicemente, considero importante da un punto di vista di crescita personale il fare esperienze lavorative: per conoscersi, per capire cosa ci piaccia e soprattutto, per capire cosa non ci piaccia. Perciò, mi sono sempre dato da fare tra lavoretti ed esperienze di volontariato, accettando stage non pagati pur di scoprire qualcosa in più riguardo al mondo del lavoro, alle mie abilità e ai miei limiti. In poche parole, tutto quello che ho fatto in ambito lavorativo l’ho fatto per me. Il fatto che ci sia riuscito, soprattutto negli ultimi anni, ha molto a che fare con la libertà e le possibilità che la mia università mi sta dando.

V’invito perciò a leggere il mio ultimo articolo che tratta proprio di quest’argomento.

L’incipit di questo articolo nomina espressamente i miei amici, ma perché? Il motivo è legato al fatto che i miei amici, o più generalmente i miei coetanei, sembrano non sentirsi in grado di fare il primo passo nel mondo del lavoro. Non sto parlando di pigrizia o dei “giovani choosy”, ma dell’idea che in quanto studenti universitari non si vedano ancora capaci di affacciarsi al mondo esterno. Credo che le motivazioni siano varie, e che principalmente si colleghino ad una vera e propria mancanza di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, alla mancata offerta di possibilità da parte delle università e alla mancata conoscenza dei metodi per raggiungere potenziali datori di lavoro. Ci tengo a precisare nuovamente che il motivo per cui sto affrontando questo argomento non è per denigrare le capacità altrui, o per esaltare le mie o tantomeno per rendere tutti quanti i miei lettori delle donne/uomini d’affari. Il mio scopo è di mostrare che con un po’ d’impegno possiamo raggiungere tutto ciò che vogliamo: la distanza tra noi e quello che desideriamo è colmabile con un’email o un messaggio di LinkedIn.

Togliamoci in maniera veloce e indolore la questione università e le possibilità che quest’ultima possa offrire. Ne ho parlato ampiamente nello scorso post e non credo ci sia molto altro da dire. Tuttavia ci tenevo a precisare che, da quello che so, la mia università spinge molto i propri studenti a fare attività extra curriculari e, di conseguenza, anche a lavorare. Non tutte le università inglesi lo fanno con la stessa intensità, e forse (nel bene o nel male), anche io ne ho sentito l’influsso.

Parlavo con una mia amica dei nostri piani per l’estate, qualche mese fa, ed è stato in quell’occasione che mi sono sorpreso di quanta poca fiducia nelle proprie abilità e possibilità abbiano (alcuni) miei coetanei. Rispondendo al suo ‘Cos’hai fatto la scorsa estate?’, le ho iniziato a parlare del fatto che avessi iniziato a scrivere questo blog, delle mie collaborazioni volontarie con altre organizzazioni non governative legate allo sviluppo sostenibile e della mia esperienza in Ghana (vedi articoli precedenti). Mi è rimasta impressa la sua reazione a tutto ciò: ‘Ma hai trovato tutto questo da solo? Anche se sei solo al secondo anno di università, ti fanno lavorare con loro?’. Io che, in effetti, ero riuscito a crearmi queste possibilità, non mi ero forse reso conto dell’idea dominante tra i miei amici: uno studente universitario è semplicemente uno “studente” che deve ancora imparare. Come se essere all’università fosse un limite, una gabbia in cui ti chiudi per studiare ed ingurgitare nozioni, e non un trampolino di lancio verso la vita futura (che di esami ne avrà ben pochi e in forme diverse). Dopo aver premesso che le mie esperienze di lavoro erano state tutte (purtroppo) volontarie, le ho spiegato semplicemente che per fare tutto ciò mi ero messo in gioco. Ovvero, avevo preso l’iniziativa ed ero stato Proattivo. Nessuno verrà da te ad offrirti il lavoro dei tuoi sogni, tantomeno ti darà mai la possibilità di crescere come persona.

Che cosa ho fatto quindi, precisamente? Quali sono i miei segreti super-magici? Qual è la mia ricetta per il successo e per l’eterna giovinezza? Proattività!

Durante le vacanze di Pasqua dello scorso anno, mentre cercavo di procrastinare dallo studio, ho provato ad essere produttivo e a cercare qualcosa da fare durante l’estate. E’ così che ho iniziato a cercare organizzazioni, associazioni e think tanks il cui operato fosse in linea con i miei studi ed interessi. Ho trovato i loro siti web e di conseguenza le email per contattarli, e allo stesso tempo li ho aggiunti al mio network di LinkedIn. Perché sì, cari ragazzi, parlare di LinkedIn può fare paura, ma se usato in maniera saggia può essere piegato al tuo volere (bisogna stare al gioco nel sistema ogni tanto).

E poi? Con un profilo di LinkedIn dove parlo delle mie esperienze di lavoro passate e con un Curriculum aggiornato e in inglese, ho dato inizio ai giochi. Piccola premessa: in quel periodo non avevo nessuna esperienza nel settore dello sviluppo sostenibile o dell’ambiente, tuttavia questo non mi ha fermato! La ragione sta nell’essermi fatto avanti e aver dimostrato che, pur essendo uno studente universitario senza esperienza, avevo decisamente molta voglia di mettermi in gioco in un settore che mi appassiona. In una formula semi-matematica?

Iniziativa + Proattività + Passione + Genuinità = Possibilità.

Così ho mandato il mio curriculum via email ai potenziali datori di lavoro, utilizzando la stessa email come breve lettera di presentazione dove spiegavo chi ero, che esperienze (poche) avessi fatto e cosa stessi cercando (collaborazione volontaria, scrittura di articoli ecc.). Allo stesso tempo, mi sono messo in contatto per messaggio con persone che lavorano in organizzazioni interessanti tramite LinkedIn: esiste per questo, non abbiate paura! C’è stato chi mi ha ignorato, chi ha risposto ma poi è scomparso e chi mi ha detto di non essere interessato. No, non sto parlando della mia vita sentimentale, anche se inizio a notare dei parallelismi. Ma! Ho ricevuto anche email di interesse e messaggi che mi hanno davvero aiutato, fino ad arrivare a dei colloqui via Skype e pure a delle vere e proprie offerte (senza vedere una lira, don’t worry). ‘Great success!’ direbbe Borat. Avevo perciò riempito la mia estate ed ero pronto a tuffarmi, o meglio a bagnare la punta dell’alluce, in quello che poi sarebbe diventato il mio futuro settore professionale (mi sento vecchio ad usare certi termini, aiuto).

Mi sento soddisfatto di quello che sono riuscito a raggiungere e lo devo principalmente all’essermi messo in gioco, uscendo dalla mia comfort zone. Che poi questa sia una lezione da applicare in ogni ambito della nostra vita è un’altra storia… Tuttavia, quest’articolo voleva solamente ridare forza e sicurezza ai miei coetanei. Fare qualche lavoretto è possibile e, a questi livelli, non richiede neanche un alto grado di esperienza. Soprattutto, entrare nel mondo del lavoro (mamma mia quanto odio questa espressione) anche solo per breve tempo, offre un’incredibile opportunità di sviluppo personale e di crescita. Come avrei mai potuto capire che non sarei voluto diventare un entomologo se non avessi lavorato in un laboratorio di ricerca per tre settimane? (Grandissimo rispetto per loro, è solo che non fa per me). Come avrei capito che mi piace scrivere e che mi riesce in maniera decente, se non ci avessi mai provato e non mi fossi messo in gioco nel famelico mondo di internet? Mentre stiamo a guardare, i treni passano e perdiamo l’opportunità di crescere (a poco a poco e senza essere pagati, ovviamente). Il mondo è di chi se lo prende.

Fratellastri d’Italia

Da qualche anno non si fa che parlare di questi italiani all’estero: c’è chi parla di fuga di cervelli, chi dice che l’Italia sta meglio di loro; c’è chi racconta che vivere all’estero è bellissimo e chi dice che non ne vale la pena. Intelligenti, volenterosi, bamboccioni, coraggiosi, traditori della patria: quante etichette ci hanno forzato addosso il giornalista o il politico di turno. A me però le etichette non piacciono, quindi scrivo questo post nella speranza di darvi un’opinione sull’argomento che sia la più onesta possibile.

Allora chi sono questi italiani all’estero? Sono davvero il meglio o il peggio dell’Italia?

Per esperienza personale, posso dirvi che sono entrambi. Ci sono neolaureati in ricerca di un lavoro dove possono applicare le loro conoscenze e appagare le loro ambizioni e ci sono poi coloro che vengono pensando di trovare quel sogno americano in Europa che molti giornali sono così intenti a propagandare. Anche io, come molti, prima di trasferirmi in questa grande isola, la vedevo esattamente così. Me la immaginavo pulita e ordinata, con persone rispettose delle regole e con i servizi pubblici funzionanti alla perfezione.

La realtà che ho trovato, al mio arrivo, è stata un po’ diversa. La Londra di cui ho sentito così tanto parlare è come un sogno che sta svanendo, un ricordo che ha lasciato il posto a una città sovrappopolata e carissima, dove gli autoctoni vengono spinti in periferia all’aumentare dei prezzi delle proprietà, mentre noi immigrati lavoriamo spesso più di 45 ore a settimana per poterci permettere appartamenti condivisi con sconosciuti e infestati da topi. Un incubo più che un sogno, direte voi. Allora perché sempre più giovani abbandonano l’Italia per trasferirsi nel Regno Unito?

Vivendo in questo paese ho imparato, tra le tante cose, che la realtà è sempre più complicata di quello che ci vogliono far credere. La verità è che se vai all’estero solo per una questione lavorativa, spesso non ne vale la pena, come raccontano tanti expat rientrati in patria. Si, perchè la qualità della vita che l’Italia può offrirti (la dieta mediterranea e il clima mite), la trovi raramente altrove. Perchè pochi lavori valgono il freddo, il cibo scadente, le distanze e la solitudine che viviamo.

Personalmente, ci sono tantissimi motivi dietro la mia scelta di lasciare l’Italia. La paura del diverso, le discriminazioni, l’apatia sociale e l’eccessiva importanza che si da all’apparenza. Insomma, tutti quegli argomenti di cui ho gia parlato (o di cui parlerò presto) e che mi impediscono di immaginare di vivere nella mia terra natia.

Spesso non si capisce che l’esodo dei giovani italiani ha più a che fare con i demeriti dell’Italia piuttosto che i meriti dei paesi stranieri. Il nostro sistema scolastico, per quanto valido sotto molti aspetti, non ci prepara affatto al mondo del lavoro. La realtà che un giovane laureato si trova davanti è fatta di tirocini non pagati, contratti “part-time” che ti richiedono più di 40 ore alla settimana, stipendi da fame che devi accettare, visto che “stai imparando”. E se rifiuti, allora ti chiamano bamboccione, sfaticato e perfino presuntuoso.

Si dice che ammettere l’esistenza di un problema è il primo passo verso la risoluzione del problema stesso. Eppure della “fuga dei cervelli” se ne parla da diversi anni, ma senza fare nulla. Quando ancora non era presidente, Emmanuel Macron fece un appello a tutti gli emigrati francesi chiedendogli di tornare in patria, suggerendo loro quanto la Francia avesse bisogno di superare quella mentalità della “paura del fallimento” che blocca la crescita del paese.

E noi expat italiani? Beh, noi abbiamo avuto un ministro del lavoro, Giuliano Poletti, che ha detto che “alcuni italiani è meglio non averli tra i piedi”. Quindi non solo siamo stati spinti a lasciare il nostro paese perché non ci viene data la possibiltá di vivere in modo dignitoso in Italia, ma ci dobbiamo anche sentire insultati per questo. “Andate a Londra con le vostre belle lauree e poi finite a lavare i piatti o a lavorare nei bar e nei ristoranti”. Ho letto piú volte sui social media commenti simili. Questo è uno dei problemi di noi italiani: ci atteggiamo spesso a esperti di cose di cui non abbiamo nessuna conoscenza.

Lavorando come barista per cinque anni sono stata in grado di pagarmi l’università, almeno due viaggi in Italia e altre due vacanze all’estero ogni anno. In poco più di cinque anni di residenza qui, ho cambiato diversi lavori e non sono mai stata disoccupata per più di un mese. Quanti ventenni italiani possono dire lo stesso?

Il lavoro nella ristorazione è uno dei più facili per trovare a Londra, grazie ai migliaia di bar e ristoranti sparsi nella capitale. È per molti un punto di partenza, un modo per pagare le spese e nel frattempo ricostruirsi una vita. Molti expat riescono a fare altro nel corso degli anni e quelli che decidono di rimanere in questo settore hanno possibilitá di far carriera e guadagnare un bel salario, se vogliono.

L’esodo degli italiani, che non si limita soltanto ai giovani, è stato ignorato per molto tempo e poi, improvvisamente, è diventato uno degli argomenti piú discussi. Il problema è che, anche in questo caso, non si tratta di un dialogo. Ci sono tantissimi expats che hanno raccontato la loro storia, in centinaia di blog come questo, oppure intervistati da quotidiani regionali e nazionali. Quando l’ultima battuta è stata scritta, cosa ne rimane?

Soltanto un’altra storia di successo o fallimento, un’altra voce a questo infinita discussione se vale la pena o no vivere all’estero. E allora mi chiedo: perché invece di focalizzarci sul perché gli altri paesi attirano cosí tanti giovani, non iniziamo a interrogarci sui motivi per cui l’Italia non riesce a tenersi i suoi figli? Quante idee, quanti consigli, potremmo dare noi che conosciamo altri paesi, altri sistemi politici ed altre realtà. Eppure, quanti politici ci hanno mai chiesto cosa potremmo fare per cambiare il paese? Quanti politici ci hanno chiesto perché non torniamo? Cosa è stato fatto per spingerci a rientrare oppure per far si che altri giovani non seguano il nostro esempio?

Nella mia comicità spesso penso che ai nostri politici stia bene cosí. In fondo siamo dei numeri in meno sulla disoccupazione giovanile, delle pensioni in meno che lo Stato dovrà erogare e poco importa se altri paesi sfrutteranno al meglio l’istruzione che lo stato italiano ci ha pagato. Le nuove generazioni partono, lasciando indietro quelle vecchie (più facilmente manipolabili attraverso i social media e notizie false) e coloro che si “accontentano” di vivere in questa situazione.

Se qualcuno dice “io non ci sto” allora deve per forza essere migliore o peggiore dell’altro. Quante volte mi sono sentita dire “ma tu sei più coraggiosa di me”, oppure “io sono così legata alla mia famiglia, non potrei mai fare quello che hai fatto tu”, come se chi decide di partire debba essere per forza più indipendente o meno legato alla famiglia.

Italiani contro italiani. Sono passati più di 150 anni dall’unità italiana eppure degli italiani, a mio avviso, ancora non c’è traccia. Forse il motivo è che ci vediamo diversi, e lo siamo: ogni regione nel nostro paese ha le sue tradizioni, la sua lingua, una sua realtà che è totalmente diversa da quella delle regioni confinanti.

Ed esattamente come accade con le culture e tradizioni straniere, anche questa diversità ci disturba e ci divide.