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Intervista a Bernardo Dolce, dottorando ad Amburgo: “In Italia siamo indietro nella ricerca, bisogna investire di più”

Siamo ad Amburgo, nel nord della Germania. È qui che ha fatto campo base il nostro Italians del mese Bernardo Dolce, 30 anni originario di Ivrea (Torino) ma vissuto per tanti anni tra Fabriano nelle Marche e poi Perugia.

Bernardo, dopo una laurea magistrale in Biologia, ha vinto una borsa di dottorato Marie Curie e sta portando avanti alla Universitätsklinikum Hamburg-Eppendorf la sua ricerca sulla formazione di una particolare malattia denominata “Fibrillazione Atriale” per trovare nuovi target biologici e poterla dunque curare.

Quando non è impegnato tra proteine e molecole, Bernardo ama leggere, suonare la batteria e la chitarra. E passare le serate con gli amici, italiani o che vengano da altri paesi del mondo.

Ciao Bernardo! Raccontaci qualcosa di te: sappiamo che sei ad Amburgo, ma come e quando ci sei arrivato? Quali scelte di vita ti hanno portato a lasciare l’Italia?

Questa domanda apre un file molto grande. Ad un certo punto, durante la mia tesi di laurea magistrale, mi sono reso conto che fare ricerca mi piaceva e che stavo imparando molto. Ho presto realizzato che le opportunità di fare un dottorato a Perugia, o più in generale in Italia, erano poche e a volte non retribuite… Dovevo decidere se iniziare ad aprire le porte all’estero o no. Non ero mai stato fuori dal Paese per studi o lavoro e il mio inglese era molto molto basic. È chiaro quindi che ti tremavano un po’ le gambe all’idea. Insomma qui si gioca il primo punto: se hai un’idea sul tuo futuro e quello che vuoi fare, ma ad un certo punto vacilla, hai bisogno di qualcuno, anche solo una persona, che creda in te più di quanto tu creda in te stesso. A sostenermi io ho avuto la mia ragazza, la mia famiglia e amici… e così mi sono messo sotto. Periodo Ottobre – Dicembre 2015 “lavoravo”in lab, studiavo per l’esame di stato per entrare nell’albo dei biologici, andavo a lezione di inglese e preparavo le candidature da inviare per vincere dottorati all’estero.

Come sono arrivato ad Amburgo? In quei mesi sopracitati mi sono sorpreso di come è possibile accrescere il proprio network di conoscenze quando si ha chiaro un obbiettivo. Ho conosciuto dunque questo imprenditore di Jesi, nelle Marche, a capo di una piccola ma prestigiosa azienda farmaceutica. Ottenni in qualche modo un colloquio con lui e mi ricordo ancora bene il nostro dialogo. Lui mi disse: “Io potrei assumerti, il tuo cv è valido. Ma è light, quindi ti troveresti a fare cose routinarie nella mia azienda. Tu dovresti andare all’estero, fare un dottorato valido, possibilmente con una borsa Marie Curie e poi riaffacciarti nel mondo delle aziende. Pensaci”.
Le borse di dottorato Marie Curie sono finanziate dall’unione europea e sono molto prestigiose e competitive. Vincerle ti permette un budget per la ricerca e un salario più alto della media. Allora mi sono detto: “Perché non provare?”. Una mia cara amica, da più anni nella ricerca, mi ha aiutato e ci siamo messi a guardare tutte le posizioni di dottorato aperte con la borsa Marie Curie in Europa. Abbiamo lavorato su CV, cover letter e così ho inviato candidature un po’ in giro. Tra questi progetti ce n’era uno anche ad Amburgo.

Cito un fatto per me essenziale. Come dicevo prima, hai bisogno di persone che ti sostengono, anche perché ne troverai altre che magari non lo fanno. Una persona, lavorativamente vicina a me e di rilievo, mi disse di non perdere tempo con questo tipo di domande di dottorato Marie Curie, perché erano troppo competitive per me. Certe parole, dette da certe persone perlopiù, possono abbatterti. Ma se qualcosa in te ti dice di andare avanti e quel qualcosa è sostenuto da fatti di positività, anche piccoli, allora vale la pena lottare!
Insomma a fine dicembre faccio un colloquio skype con il gruppo di ricerca di Amburgo, un colloquio dal vivo a gennaio e a metà gennaio ricevo la risposta positiva che vogliono me e che se accetto inizierò il primo marzo. Tutto finanziato, ovviamente!

A tuo parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani italiani a mollare tutto, oppure quella di partire è più una vocazione personale?

Io direi entrambi. L’estero offre sicuramente tante opportunità. In un discorso più generale credo ci sia meno la concezione che il datore di lavoro ti stia facendo un favore assumendoti ma il contrario, cioè che assumendoti sarai te stesso un plus per l’azienda e quindi hai un valore. Come numero di job offers inoltre devo ammettere che non c’è paragone tra Germania e Italia. Le posizioni sono di più e di solito la media di stipendi più alta. Potrei dire lo stesso per la Danimarca. Non ho esperienza del resto.

Con questo non voglio assolutamente dire che bisogna abbandonare l’Italia in ogni caso. Anzi credo ci siano realtà interessanti… e sinceramente le sto tenendo molto presente in questo periodo di fine dottorato. Detto ciò, credo che si parta anche per vocazione personale. Sto scoprendo, incontrando tanti italiani all’estero, che devi avere un po’ questo spirito di avventura in te. Perché dal giorno alla notte ti ritrovi catapultato in un ambiente estraneo, una lingua diversa (il tedesco per esempio, veramente difficile da imparare!) e soprattutto senza amici o familiari. Li si gioca molto se hai delle certezze nella vita che reggono e ti fanno fare quello sforzo iniziale di adattamento e di apertura a qualcosa di diverso.

Nel tuo caso: quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia? C’è qualche mito da sfatare?

Per quanto riguarda la ricerca alcuni stati (vedi la Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia, Inghilterra…a meno che la brexit cambi qualcosa. Per rimanere in Europa e non aprire il discorso agli Stati Uniti o Canada…) posseggono due aspetti fondamentali credo: la cultura della ricerca e i finanziamenti. Mi colpiva i primi mesi che ero in Germania l’organizzazione e struttura del nostro istituto di ricerca. Aldilà delle strumentazioni di avanguardia, che comunque trovi luoghi che hanno tecnologie sempre più avanzate, ma anche l’internazionalità del personale, la costanza nei meeting scientifici (due a settimana in cui vedi persone condividere idee e dati perché davvero credono nel confronto come momento utile e non come un evento formale che devi per forza attendere). Possibilità di attendere workshops e congressi internazionali. Questo è quello che conosco meglio. Ma ovunque vai, anche se hai il sistema perfetto, tutti i giorni devi rapportarti con le persone. E puoi sempre trovare il capo un po’ più difficile o un collega estremamente competitivo… e su questo si dice molto spesso che le persone del sud Europa siano più affabili!
Nota trasporti: Amburgo top! Una città collegata così bene non l’ho mai vista.

Parliamo del tuo dottorato di ricerca: di cosa ti occupi alla Universitätsklinikum Hamburg-Eppendorf, qual è lo scopo del tuo progetto?

Il mio progetto si occupa dello studio di due proteine in particolare chiamate fosfodiesterasi 3 e 4, il loro ruolo di controllo sul sistema di contrazione delle cellule cardiache e quindi di conseguenza sulla formazione di una particolare malattia denominata Fibrillazione Atriale. La Fibrillazione Atriale è la forma di aritmia più diffusa ed è definita come un episodio o condizione, in base alla gravità, di movimento non coordinato dei due atri del cuore. La Fibrillazione Atriale incrementa significativamente il rischio di infarto, insufficienza cardiaca e demenza.

Il mio progetto in particolare, essendo finanziato da una borsa Marie Curie, si inserisce in un network più ampio, chiamato AfibTrainnet, composto da altri 14 PhD students localizzati in diverse sedi tra Università e Aziende nel nord Europa. Siamo appunto ad Hamburg, Copenhagen, Glasgow, Maastricht e Oslo. Tutti lavoriamo sulla Fibrillazione Atriale ma studiando la malattia da punti di vista diversi. In questi 3 anni ci siamo incontrati con dottorandi e supervisors molte volte per workshops, congressi, status meetings e collaborazioni varie. Lo scopo dunque del mio progetto, come anche dell’intero network, è quello di comprendere più affondo il meccanismo della malattia e trovare nuovi target biologici per poterla curare. In tutto ciò inoltre, cosa per me essenziale, sono nate vere e proprie amicizie con alcuni ragazzi in questo network. Solo un’amicizia vera assicura che quando il contesto di incontro finisce, il rapporto non finisca.

Finora hai potuto notare differenze tra il sistema educativo italiano e quello tedesco? Immagino che fare il ricercatore e studiare in Germania sia diverso rispetto che in Italia. Potresti aiutarci a fare un confronto?

Una cosa che mi ha molto colpito all’Università di Hamburg sono le tasse Universitarie. Il massimo che si paga sono 600 euro all’anno, quindi molto poco. Non saprei entrare nel merito di come vengono gestite le borse di studio. Il ricercatore, aldilà delle opportunità descritte precedentemente, viene considerato sin dal livello di dottorando come un lavoratore a tutti gli effetti. Quindi la retribuzione è molto buona se paragonata con l’Italia.

Per quanto riguarda il sistema educativo universitario, l’Italia viene sempre riconosciuta tra le migliori per quanto riguarda la teoria. Anche per questo trovi ricercatori italiani davvero ovunque quando giri per congressi… Se non si evidenziano grandi differenze con la Germania comunque, a detta di alcuni miei colleghi, con la Danimarca esiste un vero scarto in termini di preparazione degli studenti. Il punto forte di questi due stati esteri rimane l’attenzione alla parte pratica del percorso universitario e la maggior facilità di sbocco lavorativo. Le università sono molto meglio collegate al mondo del lavoro.

Inoltre – questa non è la tua prima esperienza fuori casa, c’è stata anche Copenaghen: cosa puoi dirci di quel trimestre di studi?

L’esperienza a Copenhagen è avvenuta durante il mio periodo ad Hamburg. È nata una collaborazione tra il nostro laboratorio e una start up, Acesion Pharma, presente all’interno dell’Università di Copenhagen. I tre mesi (Maggio – Luglio 2017) passati a Copenhagen sono stati per me una bellissima esperienza. Ho potuto da una parte acquisire nuove conoscenze scientifiche (convogliate poi nella pubblicazione di un articolo scientifico) e dall’altra assaporare la vita in Danimarca. La città di Copenhagen è una citta molto costosa che però non suona tale per chi vive li poiché gli stipendi sono molto alti. La città offre tantissime possibilità per i giovani sia lavorativamente che come svago.
Quello che dico sempre è che Copenhagen credo sia la città più a nord Europa dovrei riuscirei a vivere. Più su fa troppo freddo ed è troppo buio per troppo a lungo. Inoltre il mio spirito è decisamente mediterraneo e sanguigno… al nord c’è un po’ troppo fairplay!

Qualcosa sulla tua vita ad Amburgo: c’è una comunità di italiani lì? Ti senti ben accettato, integrato anche negli spazi lavorativi, o ci sono pregiudizi che hai dovuto superare?

Questi tre anni ad Amburgo sono stati bellissimi per me. Sono nate amicizie importanti sia con italiani che tedeschi che con persone da altri paesi del mondo. L’impressione iniziale è che con i tedeschi sia difficile diventare amici. E credo sia vero… però mi accorgo anche che se da una parte richiede più tempo, dall’altra poi ti ritrovi con amicizie forti. Nell’Università, luogo dove ho incontrato e incontro la maggior parte delle persone, la mentalità è di respiro molto internazionale. Questo vale per tutti, tedeschi e non.
Una cosa certa di cui mi sono accorto è che l’integrazione è direttamente proporzionale alla conoscenza della lingua. Ad Amburgo la maggior parte della gente parla anche inglese per cui fin da subito si riesce a comunicare. Poi però dopo un po’ senti sempre di più il bisogno di imparare il tedesco per avvicinarti al loro modo di essere e per essere più diretto.

Io personalmente non ho avvertito nessun tipo di pregiudizio. Aggiungo una cosa: è interessantissimo viaggiare e conoscere le altre culture: sia per accorgersi di tante diversità che esistono tra gli uomini, ma anche per accorgersi di alcune similarità. Infatti puoi essere italiano come me o Pakistano come un mio collega/amico, e accorgerti che certe domande o problemi sono sempre gli stessi… dalla domanda di felicità al problema per esempio della performance a lavoro o del riconoscimento degli altri. E questo dato di fatto, diciamo meglio, se uno è attento a scoprire questo dato di fatto nell’altro, ti fa trovare amici ovunque.

Cosa ne pensi del problema della mancata meritocrazia che oggi porta sempre più giovani a lasciare l’Italia e portare altrove le proprie competenze? 

È un discorso troppo ampio e in cui c’entra molto il modo di pensare e agire comune e la politica. Provando a sintetizzare tralascerò di certo degli aspetti. Direi che il problema della meritocrazia è un problema oggettivo a cui credo si possa dare una sterzata solo mostrando la convenienza di un sistema diverso. Convenienza sociale ed economica. Ma qui non si tratta solo di leggi… si tratta del cuore e della mente delle persone. Credo siano le nostre generazioni e quelle più giovani a cui dev’essere insegnato a respirare un’aria diversa. E comunque vorrei aggiungere che non credo l’Italia sia sola in questo in Europa.

Secondo te è così negativa la situazione lavorativa per i giovani italiani che vorrebbero rimanere a lavorare in Italia? E, in confronto con gli altri paesi, in cosa potremmo migliorare per essere competitivi anche a livello internazionale? Penso alla conoscenza delle lingue, alle competenze informatiche ecc…

Credo che per quanto riguardi il mondo accademico si. È un luogo chiuso dove pensare ad una carriera accademica per diventare professore è come parlare di un miraggio. Per esempio per quanto riguarda me tornare in Italia ora, dopo il PhD, sarebbe interessante solo nel caso trovassi un posto di eccellenza, uno dei pochi posti. Facendo così un’esperienza che poi potrei rigiocarmi ovunque, anche fuori Italia. Perché in caso contrario rischierei di tornare semplicemente per iniziare una lunga serie di postdoc senza mai accedere ad una posizione di ricercatore. Magari pregando ogni anno di trovare i fondi per prolungare di un altro anno il contratto.

Credo il mondo delle aziende sia ancora valido invece, anche se i dottorati, per esempio in Germania, vengono cercati di più dalle aziende che in Italia. Anche qui però non generalizzerei. Dal mio punto di vista Milano appare più città europea, quindi con più possibilità.
Non mi ritengo un esperto del settore né tantomeno di politica quindi non saprei quali mosse potrebbero essere quelle giuste per essere competitivi di nuovo. Mi accorgo che un punto veramente debole e che velocizzerebbe tanti processi sarebbe una maggiore conoscenza della lingua inglese. Su questo in Italia siamo indietro e non capisco perché non ci sia una netta riforma. Inutile a dirlo poi che per essere competitivi dovremmo investire più soldi a mio avviso sulla ricerca.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Il desiderio e l’intenzione di tornare in Italia ci sono. O sul fronte accademico o su quello industriale. Detto ciò, se da una parte ho imparato che certe proprie idee bisogna seguirle e dare tutto perché si realizzino, dall’altra bisogna guardare sempre i suggerimenti che la realtà ti da. Un po’ come accadde con una chiave e la serratura. Bisogna provare ad infilare la chiave ma se non gira non gira…bisogna cambiare chiave o forse cambiare porta! Questa ho scoperto essere la cosa più avvincente della vita. Le cose non sempre vanno come vuoi tu, ma poco male: vuol dire che, se non perdi la tenacia, c’è qualcosa di ancora meglio ad aspettarti dietro l’angolo!

Intervista a Filippo Maria Sposini, dottorando all’University of Toronto in Storia e Filosofia della Scienza 

Da Marsciano – un piccolo paese nella provincia di Perugia – a Padova e quindi ancora più su, fino a Toronto. Per l’intervista di questo mese The Italians vola fino al Canada per incontrare Filippo Maria Sposini, 28 anni originario di Assisi (Umbria), attualmente al secondo anno del dottorato in Storia e Filosofia della Scienza alla University of Toronto.

Il clima così diverso dall’Italia ma anche i sistemi educativi a confronto, la vita da college, l’esperienza precedente a Boston e il futuro insieme alla sua compagna: queste sono solo alcune delle cose che ci ha raccontato Filippo. Ma il tema principale rimane ovviamente l’emigrazione dei giovani, “un problema finanziario, sociale, demografico per il paese e per quelli di noi che sono all’estero”, spiega Filippo. “Penso che sia un problema critico e più attuale che mai”.

 

Partiamo dall’inizio Filippo: raccontaci la tua storia da italians. Avresti mai immaginato di essere dove sei ora?

Devo dire che fin dalle scuole superiori avevo scelto l’indirizzo linguistico studiando inglese, francese e spagnolo. Con l’università poi è maturata la scelta di iscrivermi in Psicologia con l’idea di poter fare lo psicologo in azienda, gestire le risorse umane, occuparmi delle relazioni sociali: così sono andato a Padova perché c’è una delle più importanti università in materia. Sono sempre stato supportato da borse di studio annuali, non ho mai pagato le tasse universitarie: già solo per questo per l’Italia sono stato una perdita, dal momento che non ho avuto l’opportunità di re-investire in patria le conoscenze e le competenze raggiunte.
Ho fatto la triennale, un periodo di studi a Boston, la magistrale e quindi ho provato a fare il dottorato in Filosofia delle Scienze in Italia. È stata un’esperienza che non è andata a buon fine, i professori stessi mi dicevano che era meglio non provare neppure per via di alcune logiche “oblique” di assegnamento delle borse di studio. In pratica, i professori avevano già scelto i vincitori, si dovevano spartire i loro studenti. Ci rimasi molto male perché avevo fatto davvero tutto bene. Come alternativa trovai un buon posto di lavoro in Randstad, la società più importante per la consulenza nelle risorse umane al mondo.

E poi cos’è successo? Di cosa ti occupavi in Randstad?

Facevo parte di un master program, un programma di formazione per persone che avrebbero poi dovuto selezionare figure “professional“, ossia dirigenti con una retribuzione annua lorda di almeno 35mila euro. Lavoravo a Padova ma ogni 2-3 settimane avevo un corso di formazione a Milano.
Mi piaceva ma anche questa volta fui sfortunato, perché in effetti nell’ufficio c’era un clima molto strano, molto teso, era davvero una situazione critica. E da qui la motivazione di cercare altre esperienze, magari di riprovare un dottorato ma questa volta all’estero.
Staccavo alle 18.00 da lavoro e subito dopo andavo in biblioteca per fare le application per le università estere: riuscii a candidarmi in sei posti, ma fu pesante perché dovevo presentare due progetti di ricerca, contattare professori, scrivere lettere di referenza, fare test di lingua inglese… Alla fine mi accettarono in tre università e scelsi quella di Toronto. Sono molto contento perché è stata anche una rivalsa personale dopo la primissima esperienza non andata bene.

Nelle università canadesi ti sei trovato subito a tuo agio?

In realtà la questione andò in un modo che, dal punto di vista strutturale, nelle università italiane non potrà mai succedere. Come dicevo, ero stato accettato in tre diverse università canadesi e avevo da dare una preferenza. Durante un colloquio Skype con l’università di Toronto (la mia prima scelta) spiegai tutta la situazione: erano in ballo altre possibilità, avevo vinto altre borse di studio, e per invogliarmi ad andare da loro, l’allora direttore del programma mi propose un incremento di 10mila dollari della borsa di studio per il prossimo anno. Fu una cosa molta bella. Che in Italia non succederà mai, perché in Italia l’università non può modificare l’importo della borsa di studio essendo questa statale, cosa che in Canada (nonostante l’università sia pubblica) non succede. Da quel momento in poi io e la mia fidanzata – convivevamo già insieme a Padova – ci siamo uniti civilmente, ho fatto il visto che permette un permesso di soggiorno aperto per il partner e abbiamo deciso di partire: era agosto 2017.

Immagino che fare il ricercatore in Canada sia diverso rispetto che in Italia. Potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi?

Fare il ricercatore in Canada è sicuramente diverso rispetto che in Italia. In realtà in tutti e due i paesi il sistema di formazione, sia primario che secondario, è pubblico. Con la sola differenza che le università e le province canadesi hanno un’autonomia decisionale maggiore sui criteri di accesso, sui curriculum, sulle ammissioni e sui fondi. L’università qui è organizzata nel modello college: c’è una grande università da cui si ramificano i diversi college.
Fondamentale, la differenza più grande rispetto all’Italia è che le università nel nord-America sono delle potenze economiche spaventose: gli edifici sono di loro proprietà, hanno una rete di ex studenti che finanziano le loro iniziative, hanno strategie intelligenti per attrarre studenti, sono istituti formativi a 360 gradi. Per non parlare delle strutture, non ci sono proprio paragoni purtroppo: l’università di Toronto ha tre palestre, due piscine. Qui il dottorato dura 5 anni mentre in Europa 3, e durando di più c’è un contratto più lungo ovviamente. Si fanno anche molte esperienze di insegnamento: ad esempio c’è il ruolo del teaching assistant (TA), ruolo di supporto al professore, dove per ogni lezione ci sono dei tutorials guidati dallo studente che è anche responsabile della valutazione di tutti i compiti. E si viene pagati per farlo.

Parlaci della ricerca che stai portando avanti in Canada…

All’università di Toronto mi occupo di Storia della psichiatria e della psicologia. Sono particolarmente interessato alla storia della normalità, ossia ai vari criteri che sono stati utilizzati nel corso della storia dalle discipline scientifiche per definire e dichiarare ciò che può definirsi normale da ciò che è anormale o comunque patologico.
Una declinazione che sto utilizzando in questo momento è quella di studiare la certificazione della follia tra la metà dell’800 fino al 1970, soprattutto in paesi che parlano inglese (come l’Ontario, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, ecc). Si trattava di una procedura medico-legale in cui uno o più dottori erano coinvolti nel dichiarare sul posto i fatti della follia, scrivendoli in questo certificato medico che dava valore per l’ammissione in un manicomio. Migliaia e migliaia di persone sono state internate per vari motivi in questo modo.

Qualcosa anche su Boston, brevemente: com’è stato il tuo semestre di studi lì?

Come accennavo prima, durante gli anni universitari in Italia ho avuto l’opportunità di fare uno scambio con la Boston University, perché Padova e Boston sono città gemellate. Si trattava di un programma selettivo, con tanto di lettere di referenza da preparare, un test di lingua inglese abbastanza alto da superare e via dicendo. Non avrei mai pensato di riuscire a far parte di questo progetto, già solo per i numeri: ogni anno ne prendono 6 su 60mila. E invece fui il primo psicologo di Padova ad entrare nel programma. Fu una svolta perché da lì in poi, anche nei colloqui di lavoro successivi, mi hanno sempre detto che questa esperienza fa la differenza rispetto agli altri candidati.

Com’è realmente vivere a Toronto? Essere italiani viene visto come un valore aggiunto, ti senti ben accolto?

Io e la mia compagna siamo entrambi molto molto contenti, ci diciamo spesso che siamo fortunati: il Canada si trova in una posizione geopolitica agevolata, con una qualità della vita molto alta. Toronto è una città dinamica e giovane, multiculturale e aperta, frizzante e con tanti programmi nuovi. C’è una grandissima cultura dell’accoglienza e della differenza. Lo slogan nazionale è “la diversità è la nostra forza”. Inoltre sta vivendo una fase economica diversa rispetto all’Europa e soprattutto all’Italia: la mia ragazza ha trovato lavoro una settimana dopo essere arrivata qui. Certo, hanno anche loro i loro problemi, dovuti al fatto che la città è estremamente grande e fa veramente molto freddo, ma basta vestirsi adeguatamente.

Dal tuo profilo LinkedIn emerge anche un altro tratto della tua personalità: quello legato al mondo sociale. Di cosa ti occupavi per AltreStrade? Dal Canada, cosa pensi della situazione italiana dei centri di accoglienza per richiedenti asilo?

Per AltreStrade mi occupavo dell’accoglienza e del supporto ai richiedenti asilo e ai rifugiati politici assegnati alla regione Veneto. Facevo tutta la procedura burocratica di riconoscimento, da quando arrivano ai centri di accoglienza all’accompagnamento ai centri di polizia scientifica di Venezia per l’identificazione e l’esame medico. Mi occupavo di fare la traduzione dal francese e dall’inglese con medici e con i richiedenti asilo, con l’obiettivo di costruire autonomia in queste persone cosicché potessero iniziare a tutti gli effetti a far parte della comunità e del territorio circostante.
Non è mai facile per un territorio integrare queste realtà, ci sono stati episodi abbastanza spiacevoli e noi come psicologi eravamo lì per mitigare e creare delle vie alternative. Ho letto da poco che il Canada è al mondo il paese che accoglie più rifugiati politici al mondo, ma nella pratica non so come avvenga. In Italia mancano fondi, ci sono vuoti burocratici e c’è un problema fondamentale per quando si fa domanda per il riconoscimento della domanda di asilo. È un procedimento lungo e logorante per chi si trova nei centri d’accoglienza, perché stanno lì anche anni senza far nulla, senza aver neppure la possibilità di lavorare. E poi c’è un altro rischio: può succedere che, nell’attesa della risposta o quando la domanda viene negata, le persone scappino dai centri senza farsi più vedere. Si creano delle identità-non identità, persone totalmente oscure al sistema amministrativo burocratico europeo.

Cosa ne pensi di chi vi chiama “cervelli in fuga”? A te piace questa definizione?

Devo dire che non sono molto per le neuroscienze e per questa neuro-mania che fa girare tutto intorno al cervello. È pregnante come termine, sicuramente.
La mia è stata una scelta libera ma dettata dalle circostanze, diciamo. Non avremmo mai avuto le possibilità che abbiamo qui, sia economiche che professionali e personali, restando in Italia. È la triste realtà. Non è possibile che una persona in Italia nonostante tutto quello che fa, nonostante si laurei con il massimo dei voti ed in tempo, si impegni 10-12 ore di lavoro al giorno con straordinari e tutto il resto, poi non abbia una ricompensa adeguata. Non c’è l’altro lato della medaglia, è questo il vero problema.

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze?

Penso che le persone vadano via per vari motivi: c’è il problema della meritocrazia, dei contratti di lavoro poco vantaggiosi o umani e dei salari sostanzialmente più bassi della media europea e non paragonabili a quelli che esistono nel nord-America. Quando stavo a Marsciano avevo una comitiva di una quindicina di persone molte affiatate, oggi sul territorio ne sono rimaste 5: chi è andato in Irlanda, Canada, Germania. Chi è rimasto in Italia si è comunque spostato a Milano. Gruppi come noi ce ne sono ovunque. C’è la possibilità di fare esperienza in un altro posto: giusto. Di guadagnare di più: giusto. Di accrescere le proprie competenze e conoscenze: giusto. Ma la maggior parte delle volte non sono scelte che vengono fatte a cuor leggero, soprattutto non succede quasi mai che sia l’estero che cerchi proprio te. Siamo noi piuttosto che cerchiamo all’estero e che veniamo accettati, non è il contrario: già questo dovrebbe far riflettere molto.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Per i prossimi 4 anni sicuramente saremo qua. Una volta finito il dottorato, il Canada poi ti da la possibilità di rimanere per un altro paio di anni per fare domanda per la cittadinanza: penso che sarà questo il nostro futuro. Tornare in Italia è veramente un grandissimo costo, fa piacere tornare a casa e riabbracciare famigliari e amici, però è complicato perché ci si ritrova immersi in un tessuto diverso, nebuloso sotto tanti aspetti. Un progetto però c’è: abbiamo in mente di fare con questo gruppo di amici un progetto pilota per non abbandonare il nostro territorio d’origine, una sorta di società di consulenza che ci vedrebbe tutti soci per valorizzare start up e micro-imprenditoria del territorio, portando una visione internazionale a disposizione degli imprenditori della zona che stanno a contatto con la realtà delle cose ma molte situazioni anche burocratiche non sanno come gestirle. Ne sapremo riparlare più avanti!

 

 

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La differenza tra le università italiane e quelle inglesi: il tempo

In quanto studente al secondo anno alla University of Warwick, ho ormai iniziato a capire come funzioni il mondo universitario anglosassone. Non che ne fossi completamente all’oscuro prima di partire, ma ora le sfumature saltano più facilmente all’occhio. Mi vorrei soffermare principalmente su una di queste: il tempo che ogni studente ha a disposizione per se stesso. Ci tengo a precisare che il mio scopo è quello di presentare due realtà in maniera parallela: sta poi al lettore il compito di tirare le somme e arrivare a delle conclusioni; lungi da me il voler affermare che le università inglesi siano le migliori al mondo.

Seppur non abbia mai frequentato un’università italiana, sono al corrente di come sia strutturato questo sistema nella mia madrepatria. Perdonatemi la generalizzazione, ma a volte è necessario cogliere i tratti in comune che più istituzioni hanno, per definire un trend generale. E quindi, parlando con i miei amici, so delle giornate intere passate in facoltà, delle ore interminabili di lezione e della stanchezza e frustrazione che ne deriva. Obbligo di frequenza, poche sessioni d’esame durante l’anno, esami scritti e orali: l’immagine che danno delle nostre università è quella di “nemiche” dello studente. Ripeto, ci sono delle eccezioni e ne sono consapevole, ma i racconti e le testimonianze che ho raccolto non sono comparabili all’esperienza che sto avendo io in Inghilterra.

Ogni giorno nella savana, quando sorge il sole, una gazzella sa che per non venir mangiata dovrà correre. Ogni giorno in Italia, quando sorge il sole, uno studente sa che per non andare fuori corso, dovrà correre. Guai ad essere fuoricorso! Guai a cambiare facoltà! Guai a prendere un anno di pausa! Chi perde tempo, non ha alcuna giustificazione!…

Ed è qui la differenza principale con la mia esperienza universitaria: l’avere tempo. E la maggiore presenza di questa componente si declina in diversi modi. In primo luogo, è davvero comune aver preso un gap year, ovvero un “anno sabbatico”, che in italiano ha già una concezione di pigrizia insita nel nome; semplicemente per il fatto che non tutti hanno le idee chiare rispetto a quello che vogliono fare all’università. Non preferiresti investire un anno facendo delle esperienze lavorative o di volontariato per poi riuscire a scegliere una materia che veramente ti appassiona? O magari, com’è successo a dei miei amici, capisci che l’università non fa proprio per te e te ne allontani in maniera rispettosa.
E’ però la maggior quantità di tempo da investire durante il trimestre di studio e durante i periodi di vacanza a fare la differenza. Non voglio che leggendo questo articolo pensiate che da noi non si studi nulla e che si faccia sempre baldoria, ma semplicemente il nostro è un sistema differente dove lo studente è già libero: libero di organizzarsi da solo, di scegliere e anche di sbagliare. Le mie ore di lezione saranno minori rispetto a quelle dei miei amici in Italia, tuttavia a me tocca mettermi a studiare articoli o capitoli di libri scritti da professori esperti nel settore e poi sviluppare il mio “pensiero critico” a riguardo. In Italia – con le dovute eccezioni, s’intende – ti studi il tuo libro di Economia Politica, lo impari per bene e la storia finisce lì. Nessuno ti chiede se, secondo te, Marx aveva ragione o se Smith può essere ancora attuale. Mentre a noi, richiedono esplicitamente di maturare una nostra opinione; cosa che potrebbe spaventare uno studente proveniente dal nostro sistema scolastico. Ed io ne sono la prova, perché all’inizio dello scorso anno non sapevo neanche da dove cominciare.

E così, per quanto riguarda la mia materia, ti scrivi i tuoi saggi brevi sviluppando una tua tesi originale e ti prepari per i tuoi esami, essendo sicuro di avere un’idea originale da proporre all’esaminatore. In tutto questo però, si riesce ad avere il tempo per fare nuove esperienze e aprire i propri orizzonti. Ad esempio, a Warwick è quasi scontato partecipare agli eventi di una “society”  o essere nel direttorio di una di queste. Si tratta di gruppi di studenti che si riuniscono perché hanno un interesse in comune, e così organizzano eventi a riguardo, promuovendo la socializzazione tra i membri, invitando professori a tenere conferenze o semplicemente andando in discoteca insieme. Agli occhi di chi non ne ha fatto esperienza, non sembrano nulla di eccezionale, ma essere in carico di una di esse ti permette di sviluppare delle abilità che saranno utilissime in futuro (e di conoscere anche molta gente e divertirsi ovviamente, a chi lo voglio nascondere). E’ sia un momento di crescita personale, sia un’opportunità di dimostrare ad un futuro datore di lavoro che il tuo unico interesse non è la materia che stai studiando e che le tue abilità vanno oltre i 30 e lode che hai preso. Lo stesso vale per i club sportivi: avere tempo di fare dell’attività fisica è sicuramente una necessità fisica in quanto esseri umani, ma anche un modo attivo per allargare i propri orizzonti.

Arriviamo così alle vacanze di Natale, Pasqua e quelle estive, in cui tendenzialmente hai dei saggi brevi da scrivere o dei progetti a cui lavorare, ma siccome sono molto lunghe (quattro settimane per le prime due e tre mesi durante l’estate), trovi del tempo anche per dedicarti ad altre cose. Una volta fatto il tuo dovere, nessuno ti vieta di fare esperienze lavorative, del volontariato o di scrivere degli articoli come faccio io. Quindi la differenza maggiore sta nel tempo che possiamo investire in attività che mettono a frutto gli insegnamenti acquisiti all’università o che semplicemente ci fanno sentire bene. Io ho addirittura iniziato a fare musica…

Che senso ha obbligare gli studenti a stare a testa bassa sui libri per tutto il giorno, se poi non sanno applicare nel mondo reale quello che stanno imparando? Concordo che le scuole superiori siano un periodo di scoperta che necessariamente mantiene ampio il grado di specializzazione delle materie trattate, ma all’università, ormai, non bisogna solo “imparare”, ma anche “imparare a fare”. In una “society”, con un’organizzazione di volontariato, attraverso un lavoro part-time, ci si conosce, si impara a conoscere i propri limiti e le proprie abilità. Se non si ha il tempo di conoscersi, come si possono fare delle scelte sensate in ambito accademico, lavorativo, ma anche, e soprattutto, di vita? Ripeto che esistono sicuramente delle istituzioni che fanno eccezione o studenti che in Italia trovano il tempo di fare tutto quello di cui ho parlato, ma è palese che il sistema non sempre li facilita. Vedo quest’articolo, perciò, più come un appello ai miei coetanei e alle università: trovate, e date la possibilità di far trovare, le proprie passioni. Le passioni assumono tante forme ed è grazie a loro che troviamo la spinta per impegnarci in quello che facciamo e per fare quel fatidico “miglio in più”. Alcuni fortunati sono appassionati di quello che studiano e quindi riescono ad unire l’utile al dilettevole; altri trovano la propria forza nella musica, nella scrittura, nella lettura, nello sport e in mille altre cose. Se non ci venisse data la possibilità di comprendere cosa ci fa battere il cuore? Se non ci venisse dato abbastanza tempo per capirlo? Sia in Italia, sia in Inghilterra, sarebbe davvero un grandissimo peccato.

Ogni partenza é un arrivo

Bisogna subito mettere in chiaro una cosa: la parola “partenza” non avrebbe senso se non ci fosse un luogo dal quale partire. E’ il fatto che si stia per abbandonare un posto che consideri così importante, a rendere la partenza difficile. Se non vi avessi vissuto intensamente, se non vi avessi creato dei legami e se non avessi avuto nulla da perdere, la separazione non sarebbe stata dolorosa.

Ma è questo, ripeto, che rende ogni partenza difficile.  

E allora fa male pensare a quello che lasci dietro e a tutte quelle cose che non potrai fare e che per tutta la tua vita sono state la “normalità”. Sai cosa perdi, e non sai cosa ti aspetta dall’altra parte.

Così è cominciata la mia avventura in Inghilterra quando a fine settembre 2016 sono partito per Coventry per frequentare l’University of Warwick. Sono arrivato qualche giorno prima che iniziasse l’anno accademico ed ho perciò speso delle notti in un hotel, per poi trasferirmi nel campus universitario. Ecco, quei giorni sono stati il mio limbo. No, non sto parlando di alcuna danza sudamericana; mi riferisco al vivere un periodo in cui tutto sembra cristallizzato, fermo, ma allo stesso tempo carico di novità che ancora non puoi conoscere. E’ come se il passato ti trattenga, mentre in lontananza vedi la luce di quello che verrà. E sei fermo lì nel mezzo, immobile. Sapevo cosa avevo perso, ma non cosa mi aspettava dall’altra parte.

Se vi state chiedendo come abbia superato questo stallo frustrante, rispondo che ho semplicemente aspettato. Aspettato, e sofferto un po’. Credo che la gente non si aspetti di leggere queste cose nel blog di un ventenne, ed è proprio questo il problema: ad oggi, “l’attesa” e “la sofferenza” sono due taboo. Si cerca di evitare di soffrire e di aspettare, a tutti i costi, come se l’unico scopo nella vita sia avere tutto e subito, sempre col sorriso in faccia. Nella vita reale, però, non è così; per fortuna aggiungerei, visto che il mio limbo di attesa ha reso ancora più luminoso quello che avrei trovato dopo. Il vuoto che si è creato, ha lasciato ancora più spazio a tutto ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Ma abbiamo paura del vuoto, forse perché è l’unico momento in cui siamo veramente da soli con noi stessi, e allora ci riempiamo di cose senza significato, peggiorando ulteriormente la situazione.

A Warwick, sicuramente, di significato ne ho trovato, e anche molto. Ce n’era un po’ in chi ho conosciuto i primi giorni e non ho più rivisto, in chi mi ha deluso e in chi mi ha voluto bene, in chi mi ha guardato con curiosità e in chi ha suscitato la mia di curiosità, in chi mi ha fatto star male e in chi ho fatto soffrire, in chi ha creduto in me, in chi se n’è andato e in chi prima o poi tornerà. E la lista continua, ed è lunghissima. Sarebbe fantastico elencare quello che mi ha reso ciò che sono diventato, ma anche se provassi a nominare dalla prima all’ultima tutte queste esperienze, ne mancherebbe sempre qualcuna visto che magari alcune me le scorderei, altre mi farebbe troppo male nominarle o semplicemente, ad altre ancora non darei l’importanza che si meriterebbero.

E dopo un anno, mentre lascio l’università, mi rendo conto che quello che ho vi costruito ha reso difficile, per la seconda volta, la partenza. Va bene così, mi dico, perché significa che qui a Warwick ho creato una nuova “normalità”. Significa che vi ho vissuto intensamente e vi ho creato dei legami. Significa che non ho alcun rimpianto. Il segreto è rendere ogni partenza, un arrivo.

 

 

 

 

Le tempistiche della scelta

 

“Ogni impresa sembra impossibile finché non viene realizzata.” (Nelson Mandela)

 

Ed eccoci finalmente giunti a giugno, con le sue giornate sempre più lunghe ed le frenetiche ultime settimane di scuola prima della placida accettazione che ormai la fine è vicina.

La maturità ha abbandonato il suo mantello d’ombra ed aspetta che le maree di studenti italiani si gettino disperati tra le sue braccia nella speranza di potersi lasciare finalmente gli anni del liceo alle spalle ed iniziare il loro viaggio indipendente nelle istituzioni universitarie da loro scelte.

O anche no, visto che in Italia la scelta dell’università può essere facilmente posticipata alla fine dell’estate per potersi godere pienamente la libertà guadagnata con le ore passate sui libri a memorizzare fatti che nella vita non torneranno mai più utili – tranne che in quei brevi momenti di nostalgia durante le sessioni esami in cui le declinazioni di latino sembreranno giochi da ragazzi.

Per esperienza, anche i maturandi intenzionati a sottoporsi agli esami di ammissioni in facoltà come Medicina hanno la tendenza a rimandare ad Agosto l’inizio dello studio intensivo: dopotutto molti degli argomenti sono ancora freschi nelle loro teste e rilassarsi un po’ dopo anni di terrorismo psicologico caratterizzato da frasi come “La maturità vi farà a pezzi,” fa solamente bene alla salute mentale.

Mentre in Italia la scelta dell’università è ponderata e supportata da interminabili giornate di orientamento durante l’ultimo anno di studi, in Regno Unito lo stress per l’iscrizione inizia addirittura il penultimo anno: studenti e genitori consultano i vari elenchi compilati da enti indipendenti e giornali per scoprire quali università hanno ottenuto i punteggi piú alti in varie categorie d’interesse. Partendo dal numero di laureati impiegati nei primi sei mesi dall’uscita dell’ateneo, questi elenchi collezionano dati sul livello di soddisfazione degli studenti per dare un’idea generale ai futuri iscritti su cosa potrebbero ottenere a livello personale e professionale durante i tre anni di studio.

Essendo un processo totalmente estraneo a quello solitamente raccontato ai liceali italiani, il primo impatto che ho avuto quando mi sono dovuta iscrivere io è stato traumatico. Grazie al mio caro amico Google ho scoperto che anziché contattare direttamente l’ateneo scelto mi sarei dovuta iscrivere al fantomatico sito della UCAS, che annualmente gestisce le pratiche di iscrizione di migliaia di studenti su tutto il territorio britannico.

Registratami al sito ed immessi i miei dati personali, il sito mi ha in seguito inviato una lista di tutta la documentazione necessaria per presentare la mia richiesta d’iscrizione a massimo cinque università da me scelte: innanzitutto un elaborato in cui spiegare le mie motivazioni per intraprendere una carriera universitaria – un documento importante sia per monitorare il livello di conoscenza della lingua sia per permettere all’ufficio ammissioni di conoscere meglio il candidato – la lista dei voti ottenuti negli ultimi tre anni di scuola superiore, ed una predizione del possibile voto finale di maturità controfirmato da due insegnanti.

Molto diverso dalla semplice pre-iscrizione ed immatricolazione a cui si era sottoposta mia sorella.

Ottenuti questi documenti, scritto il mio elaborato ed ottenuto – dopo settimane di inseguimenti – due referenze dalle professoresse di Latino ed Inglese, sono finalmente riuscita a mandare la mia candidatura ai cinque istituti di mia scelta prima della data di scadenza. Quest’ultima varia in base alla facoltà scelta: medicina, veterinaria ed odontoiatria sono le prime a dover ricevere le richieste il 15 di Ottobre; le altre solitamente accettano la documentazione entro il 15 di Gennaio dell’anno in cui si vuole iniziare. Alcune università, la maggior parte quelle che includono corsi a sfondo artistico, rimandano a Marzo la presentazione in modo tale da consentire agli aspiranti studenti di creare un portfolio per dimostrare le loro doti.

Mesi dopo, quando ormai mi trovavo già a Londra e cercavo di capire come non perdermi dentro la torre di amianto anni ‘70 della mia sede, ho scoperto che alcune delle università includono nel processo di iscrizione un colloquio con i candidati in lizza per poterne giudicare personalmente il carattere e la voglia di lavorare duramente per una laurea. Col senno di poi non sarebbe stata un’esperienza così malvagia, visto tutti i colloqui di lavoro che sono venuti dopo.

Le cose sono un po’ diverse quando si tratta di proseguire gli studi dopo la triennale. Le iscrizioni per i master sono quasi interamente gestiti dalle università, che quindi hanno creati portali appositi per presentare il materiale richiesto all’ufficio di competenza interno. Questo significa che si ha un contatto diretto con i membri dello staff fin dall’inizio, un rapporto più personale rispetto a quello instaurato con la piattaforma UCAS precedentemente.

L’aspetto negativo è che bisogna creare elaborati diversi per ogni corso a cui si vuole accedere: tutto a posto se si ha il tempo ma diventa più complicato se l’iscrizione va di pari passo con l’impegno rivolto al progetto finale del corso o alla stesura della tesi. In quel caso bisogna sfoderare tutte le abilità di multi-tasker acquisite col tempo.

 

Intervista a Serena Azzi – Senior Associate presso Avisa Partners, EU Affairs Consultancy a Bruxelles

Serena Azzi, 30 anni, nata a Brescia, oggi vive e lavora a Bruxelles, dopo aver vissuto anche a Milano, Torino e Quito (Ecuador). Oggi Serena è Senior Associate presso una società di consulenza specializzata in affari europei, ma in precedenza ha lavorato – prima a Milano e poi a Bruxelles – nel dipartimento affari europei di una grande azienda italiana. Durante gli studi ha svolto alcuni stage all’estero presso diverse istituzioni internazionali: il Parlamento Europeo, l’Ambasciata italiana a Quito, un’agenzia di microcredito in America Latina. Mica male eh? Al termine degli studi ha poi passato un po’ di tempo anche a Torino, dove ha svolto un’altra importante esperienza presso un’agenzia delle Nazioni Unite, l’ITC-ILO. E perdonateci se vi raccontiamo tutto questo sotto forma di una scorrevole e forse poco emotiva biografia, ma il bello deve arrivare, perchè Serena ci ha regalato un’intervista di quelle che ci lasciano lì, a riflettere, a farci altre domande, che poi è quello che ci piace.

Senza ulteriori indugi, allora, eccovi qui di seguito l’intervista a Serena, che definire “expat” a Bruxelles ci sembra riduttivo.
Ciao Serena! Innanzitutto grazie per la disponibilità che ci hai concesso, ma cominciamo subito! Partiamo dalla tua esperienza da “Italians”: sappiamo che sei nata e cresciuta a Brescia e che ora vivi a Bruxelles. Come sei approdata nella capitale europea, era forse un tuo progetto da sempre?

Direi di sì. La diversità – intesa come varietà di valori, colori, religioni, etnie e culture – mi ha affascinata sin da piccola. Alla fine degli anni ‘80, quando ancora di immigrati in Italia se ne vedevano ben pochi, sorte ha voluto che una famiglia di rifugiati somali si stabilisse a pochi metri da casa mia. Credo che il fatto di avere trascorso la maggior parte della mia infanzia con dei bambini di etnia e religione diversa, e di avere assistito – mio malgrado – a svariati episodi di razzismo nei loro confronti, mi abbia portata a riflettere su questioni che, a quel tempo, erano forse più grandi di me, insegnandomi il gusto per tutto quello che è “altro” ed a considerare la diversità come ricchezza.

Se ho decido di trasferirmi nella capitale belga è perché è a Bruxelles che hanno sede le istituzioni europee e difficilmente, altrove, potrei occuparmi di relazioni pubbliche ed istituzionali con l’UE – professione che ho desiderato intraprendere dal primo anno di Università.

 Sulla base anche della tua esperienza, quali credi siano le reali opportunità che aspettano i giovani italiani all’estero e che in Italia stessa – forse – non avrebbero avuto? Cosa ne pensi? È davvero tutta colpa del sistema Italia?

Che in Italia ci siano molti problemi – dalla mancanza di lavoro e meritocrazia alla presenza di un sistema gerontocratico che attanaglia aziende, fondazioni ed università – è fuor dubbio. Ciò detto, penso che le opportunità – in Italia come all’estero – non “aspettino” nessuno e che spetti al singolo darsi da fare per mettersi nella condizione di cogliere tali occasioni. Tutti coloro che vivono all’estero hanno amici e conoscenti che, dopo un periodo trascorso lontano dal Bel Paese, decidono di rientrare in Italia perché insoddisfatti di quanto sono riusciti ad ottenere all’estero in termini professionali. Essere ragazzi o giovani adulti nell’Italia di oggi non è facile, ma non bisogna credere che, professionalmente parlando, l’estero sia l’Eldorado. Le regole del gioco per trovare un lavoro soddisfacente sono universali e, in Italia come altrove, restano le stesse: disciplina, sacrificio, motivazione, ambizione. E – forse l’elemento più importante che spesso manca ai più o meno giovani -: avere un progetto chiaro, e realistico, in testa. Flessibile, adattabile, modificabile… ma pur sempre un piano d’azione, ancor meglio se corredato da piano b.

Bene, giovani e lavoro, ma anche l’educazione ricopre un ruolo importantissimo nel nostro dibattito. Personalmente, quanto è stato importante il tuo percorso universitario per il lavoro che oggi porti avanti? Che differenze ci sono, secondo te che hai studiato anche a Bruxelles, tra l’Italia e il Belgio?

I miei studi in Scienze Politiche e relazioni internazionali mi hanno insegnato a ragionare in maniera multidisciplinare, una qualità molto importante per il lavoro che svolgo. Condivido la critica che spesso si rivolge all’Università italiana circa la sua incapacità nel preparare gli studenti al mondo del lavoro. In linea generale, l’Università italiana fornisce una buona preparazione – migliore forse di quella di tante altre Università – ma troppo teorica. Ciò è frutto, a mio avviso, della mentalità conservatrice di un sistema poco progressista ed eccessivamente legato alle proprie tradizioni ed agli onori del passato. Un approccio senza dubbio utile e necessario quando si tratta di preservare il nostro patrimonio culturale, storico ed artistico ma insufficiente per rendere l’Italia e le sue Università competitive a livello internazionale. In Belgio, per esempio, le ore di lezione ex cathedra sono affiancate (e spesso superate) da progetti, simulazioni ed attività pratiche da svolgersi in gruppo. Tutti esercizi che stimolano la creatività, lo spirito di iniziativa, lo sviluppo delle idee, la capacità di lavorare in gruppo e di essere alle volte un buon leader, un buon coordinatore, un buon supporto. Le stesse lezioni ex cathedra sono ben lontane dal monologo del professore seduto in cattedra, ed appaiono più come un dialogo insegnante – studenti, in cui tutti sono incoraggiati ad intervenire ed esprimere giudizi, idee, critiche. L’Università “normalizza” il fatto di parlare in pubblico – altra competenza fondamentale nel mondo del lavoro, e non solo. Inoltre, gli studenti delle superiori sono incoraggiati, ancora minorenni, a svolgere attività di volontariato, servizio sociale e mentoring, così come gli studenti universitari sono incentivati a svolgere stage e tirocini durante gli studi piuttosto che al termine degli stessi. Ciò rende più semplice e veloce l’inserimento nel mondo del lavoro una volta concluso il percorso universitario.

Torniamo ora al tuo lavoro: di cosa ti occupi nello specifico? Sappiamo che attualmente sei senior associate presso una consultancy a Bruxelles e fai anche parte di un interessantissimo progetto sulla questione Google e concorrenza, raccontaci di più!

Da un anno e mezzo sono Senior Associate presso una società di consulenza in affari europei basata a Bruxelles. Mi occupo soprattutto della legislazione europea nel settore digitale – copyright, piattaforme digitali, protezione dei dati, e-privacy. L’anno scorso, ho contribuito alla creazione ed al lancio di una piattaforma nota come GRIP – Google Redress & Integrity Platform. Si tratta di un progetto finalizzato a fornire assistenza alle vittime di abuso di posizione dominante da parte di Google. Il lancio della piattaforma, di cui sono Manager, ha suscitato l’interesse della stampa internazionale – dal New York Times al Wall Street Journal e, a livello nazionale, ANSA e La Repubblica.
Oltre all’attività lavorativa, gestisco, insieme ad una giovane donna inglese ed una spagnola, un progetto di volontariato a favore di donne vittime di abusi e/o in condizioni di difficoltà economiche.

Rimanendo sempre in tema “Italia”, credi il sistema meritocratico in Italia funzioni? Affrontiamo un’ipotesi difficile: credi che, volendo ritornare in patria, riusciresti a trovare una posizione lavorativa analoga?

Purtroppo non sono in grado di rispondere a questa domanda. Ciò che posso dire è che l’azienda italiana per la quale lavoravo a Bruxelles mi propose di rientrare in Italia, offrendomi un contratto a tempo indeterminato ed affidandomi responsabilità non indifferenti.
Pertanto, non mi sento di poter dire che le opportunità in Italia non esistono e che la disoccupazione sia da imputare unicamente al “sistema Italia”. Credo, al contrario, che da parte di molti giovani e meno giovani ci sia una diffusa fuga dalle responsabilità, che si traduce in una tendenza a procrastinare le scelte di vita per insicurezza e mancanza di progettualità. Pensiamo a tutti quei giovani adulti che, sebbene percepiscano un regolare stipendio, continuano a vivere con i propri genitori. Vorrei far notare che ben prima della crisi, oltre il 70% degli italiani tra i 19 ed i 39 anni viveva con i genitori e che, secondo gli ultimi dati dell’OECD, l’Italia è il primo Paese (su 35) per numero di giovani che vivono con mamma e papà (l’81% dei giovani tra i 19 ed i 29 anni). Tra i 35 Paesi spiccano la Grecia, la Turchia e diversi Stati dell’America Latina: Paesi in cui le condizioni economiche non sono certo migliori di quelle dell’Italia. Ciò che voglio dire è che la mancata – o meglio “ritardata” – conquista dell’indipendenza da parte di giovani e meno giovani in Italia dipende solo in piccola parte dal contesto politico ed economico. È una questione culturale, una tendenza a privilegiare la comodità, a rimanere nella propria “comfort zone”, in un contesto nel quale gli interessi sono limitati all’immediato e le scelte fondamentali sono rinviate nella convinzione che tutte le possibilità rimangano intatte, che ogni scelta sia reversibile. Che in Italia vi siano molti problemi e che il mondo del lavoro nel nostro Paese sia poco accogliente, nessuno lo nega. D’altro canto, c’è una diffusa tendenza a pensare che con un minimo di impegno tutto ci sia dovuto. Studiare all’Università, avere un buon livello di inglese, concludere gli studi nei tempi previsti, svolgere delle esperienze formative durante gli studi – che si tratti di lavori part-time, Erasmus, stage, attività di volontariato, partecipazione politica, o impegno in progetti culturali o sociali -: iniziative lodevoli, ma che rientrano nel normale svolgimento del proprio dovere e che non solamente non ci rendono eccezionali, ma nemmeno più bravi degli altri, soprattutto in un mondo competitivo come quello di oggi. Non dimentichiamo che, salvo qualche rara eccezione, per ottenere dei risultati bisogna faticare, e faticare significa privarsi di tempo libero, impegnarsi di più della media, diversificarsi dagli altri. È un argomento impopolare, lo so, ma il lavoro è innanzitutto sacrificio -se porta soddisfazione, autorealizzazione, crescita… tanto meglio, ma è e resta sacrificio. Soprattutto durante i primi anni.
Ritengo infine che se molti giovani faticano ad uscire da questo “limbo” tra giovinezza ed età adulta, ciò dipenda anche dal sistema gerontocratico che caratterizza la vita sociale, politica, professionale. Nel sistema gerontocratico, il giovane, sebbene talentuoso, non solamente è scarsamente responsabilizzato e valorizzato, ma è spesso trattato con fare paternalistico – nelle migliori delle ipotesi – o da “bamboccione” – nelle peggiori – da colleghi e superiori più anziani. Questo atteggiamento penalizza i più giovani, mortificandone entusiasmo e potenzialità.

Ci racconti che l’azienda per la quale lavoravi ti ha proposto di rientrare in Italia, offrendoti ottime condizioni contrattuali ed un lavoro interessante. Come mai non hai accettato?

Per alcuni anni ho lavorato – dapprima a Milano e successivamente a Bruxelles – nel dipartimento affari europei di una grande azienda italiana. Un’ottima esperienza, che mi ha insegnato molto e che mi ha permesso di affacciarmi al mondo del lobbying e delle relazioni con l’UE. Sebbene lusingata, nonché grata al mio datore di lavoro, ho deciso di rinunciare alla promozione ed al rimpatrio in Italia per rimanere a Bruxelles e continuare la mia carriera professionale nel settore che più mi interessa – quello delle relazioni con le istituzioni europee. Quando ho comunicato la mia intenzione di rifiutare l’offerta, tanti mi hanno considerata imprudente ed alcuni non si capacitavano di come potessi rifiutare un contratto a tempo indeterminato, in Italia, presso un’azienda di successo. Ho deciso di rischiare, di scegliere la strada meno semplice, di uscire dalla mia “comfort zone”. Penso di essere stata coraggiosa. Oggi lavoro in un ambiente molto dinamico ed internazionale, con una cultura del lavoro più “nordica”, un datore di lavoro che incoraggia l’iniziativa personale, non perde occasione per gratificare me ed i miei colleghi e non esita a coinvolgerci nella presa di decisioni chiave. Un ambiente di lavoro poco gerarchico, dove tutti i membri del team sono coinvolti e trattati alla pari – indipendentemente dall’età anagrafica -, gli orari sono flessibili e massima è l’autonomia nella gestione del lavoro.

Dal tuo profilo professionale emerge anche un altro tratto della tua personalità e preparazione: quello legato all’ambito del multilinguismo. Leggiamo che parli italiano, inglese, francese, spagnolo ed un po’ di olandese. Giusto a sfatare il mito dell’italiano in difficoltà anche con il classico “the pen is on the table”, insomma. Ma toglici una curiosità, si tratta di pura passione per le lingue, o di una mossa strategica per la tua crescita professionale?

Le lingue straniere mi sono sempre piaciute, pertanto le ho studiate con passione, ma è chiaro che le mie ambizioni professionali hanno rappresentato uno stimolo importante. Nella “Eurobubble” l’ottima padronanza delle lingue (inglese, certo, ma anche francese, tedesco…) è un requisito essenziale ed è raro imbattersi in persone che parlino meno di due lingue. Non dimentichiamo poi che il Belgio ha ben tre lingue ufficiali.

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze? È un problema della mancata meritocrazia o credi che non sempre sia una vera e propria “fuga” dall’Italia, quanto più una scelta?

Non credo sia solo una questione legata alla mancanza di lavoro e meritocrazia. Come un’altra vostra intervistata, Giulia Dessì, ha affermato, credo che a tanti, l’Italia, o, per meglio dire, la mentalità dell’italiano medio, “vada stretta”. Ho già fatto riferimento al fatto che i giovani, lungi dall’essere considerati avanguardie del nuovo e componenti da valorizzare, sono spesso lasciati in disparte ad attendere il proprio turno, poco coinvolti nella presa di decisioni e scarsamente responsabilizzati. Una situazione che causa frustrazione, aggravata dal fatto che in Italia il concetto di gioventù si è esteso a dismisura, al punto da considerare “ragazza/o” (quindi persona non matura) una/un donna/uomo di 35 anni.
I giovani non sono i soli ad essere penalizzati. Penso alle donne, agli omosessuali, a coloro che si sentono italiani (e magari lo sono a tutti gli effetti) ma hanno origini straniere. Mi rendo conto che si tratti di un tema poco popolare, che forse gli uomini italiani, bianchi ed eterosessuali, faticheranno a condividere, ma – a prescindere dall’età anagrafica – l’Italia non è un Paese per tutti. Sebbene ami l’Italia, come giovane donna mi sento più libera, rispettata ed a mio agio in Belgio che nel mio Paese.

A contrario, supponendo che questa fuga sia davvero dovuta a delle mancanze del nostro Paese, personalmente hai mai pensato a possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via? Hai anche un solo consiglio che daresti a decision makers, ai datori di lavoro ed alle famiglie?

Ai decision maker italiani suggerirei di riformare il sistema educativo e dotare l’Italia di un’Università in grado di fornire ai giovani le competenze necessarie per affrontare il mondo del lavoro. Mi piacerebbe inoltre che le aziende, pubbliche e private, responsabilizzassero maggiormente i giovani ed incoraggiassero un maggiore ricambio ai vertici, premiando il più dotato – non il più anziano. Ai genitori italiani suggerirei di evitare comportamenti iperprotettivi e troppa ingerenza nelle scelte dei figli. Penso che tanti genitori, dettati da nobili intenzioni, spianino eccessivamente la strada ai propri figli, sostituendosi a loro. Atteggiamenti che rischiano di trasformare i giovani in adulti fragili, poco maturi dal punto di vista emotivo ed incapaci di prendere decisioni.

 E per finire, una domanda di rito. Torneresti mai in Italia, adesso?

Al momento sono felice di vivere in Belgio e non prevedo di rientrare in Italia nei prossimi anni. Nonostante Bruxelles abbia vissuto un anno non facile e sia stata spesso criticata dalla stampa internazionale – in seguito all’attentato terroristico e, più recentemente, al rifiuto della regione vallona di firmare l’accordo commerciale con il Canada – devo molto a questa città, che mi ha permesso di realizzarmi, non solo professionalmente, e di trovare affetti importanti.

Scintille di Ricerca

“Educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco” (W.B. Yeats)

Non so se avete notato la funzione offerta da Facebook da un anno a questa parte: si chiama On This Day e raccoglie tutti i post, foto e video pubblicati in un determinato giorno a partire dall’anno di iscrizione alla piattaforma.

La maggiorparte delle volte ci ritrovo status risalenti ai primi anni dell’adolescenza, quelli che uno rilegge e si genera in automatico una fossa e dopo ci si puó seppellire dalla vergogna; spesso a questi si aggiungono anche quelle belle foto tipiche del primo decennio degli anni 2000, quelle scattate nei bagni dei locali con le amiche tutte in tiro in abiti che adesso farebbero solo venire dei dubbi sul buon gusto collettivo degli adolescenti.

Altre volte invece trovo post sulla scuola, i dibattiti fatti con gli amici sul partecipare o meno alle manifestazioni – come quella volta che i miei amici sono tutti andati a protestare mentre io mi facevo interrogare di storia ed inglese. Grazie mamma, questa me la lego al dito – o le trattative sulle programmate.

Lo ammetto, diciamo che non mi sono mai ritenuta particolarmente fortunata in materia di scuola: alle elementari se non sapevi la matematica non eri nessuno – io pippa ero, e pippa sono fedelmente rimasta – mentre alle medie mi sono ritrovata ad avere come insegnanti un caso umano dietro l’altro. Come la professoressa di francese che, avendo giá dei problemi pregressi, abbiamo rischiato di mandare in manicomio.

Al liceo ho avuto la fortuna di ritrovarmi una banda di amici che purtroppo – tanto loro i miei articoli non li leggono mica perché sono tutti rinchiusi in casa a studiare – mi porto dietro ancora adesso. Insieme a loro ho affrontato cinque anni di crescita e maturazione che mi hanno portata dove sono adesso.

È anche grazie a loro se ho sviluppato un apprezzamento per la ricerca: diciamo che viene piú facile fare amicizia se sei bravo a fare le ricerche o se hai un’innata capacitá di sapere cose inutili che poi risultano invece essere utili – come sapere se esiste un film sul libro da cui la professoressa prenderá ispirazione per le domande.

Devo ammettere peró che, come molte cose nella mia vita, la mia passione per la ricerca è stata fondamentalmente influenzata dalla mia voglia di fare i dispetti.

Quando dico fare i dispetti mi riferisco al concetto che in inglese si esprime con “Do things out of spite”: la traduzione italiana non è fedelissima, ma indica in maniera generale il metodo che ho deciso di adottare per vivere la mia vita.

Io al liceo facevo schifo nelle versioni di latino, tanto che la mia professoressa aveva probabilmente raggiunto la conclusione che il debito ed io saremmo andati a braccetto per tutto il liceo… Io per ripicca ho iniziato a presentarmi alle interrogazioni con approfondimenti di letteratura latina e non ho mai avuto il debito a fine anno. Peró ancora adesso mi rode un po’ che la soluzione suggerita fosse sempre la stessa: studia di piú, mettici piú impegno. Io dopo cinque anni e centinaia di versioni mi fermo a “Gallia est omnis divisa in partes tres.”

Quando ho iniziato l’universitá a Londra – anche questa “out of spite” visto che mio padre era molto restio all’idea all’inizio – mi sono ritrovata in un mondo basato sulla ricerca.

Mi sento di ribadire che in questo caso posso basarmi solo sulla mia esperienza di vita universitaria in Gran Bretagna, ma è una cosa che ho sentito molto in entrambe le facoltá e universitá frequentate: qui si è spronati a pensare fuori dall’ordinario.

Purtroppo, o forse per fortuna, gli schemi non mi sono mai piaciuti e ho sempre pensato che le lezioni migliori fossero quelle che non avevano una struttura ben definita ma da cui si imparava divertendosi.

Uno dei miei professori preferiti al liceo era il mio insegnante di italiano del triennio. Un ex sessantottino con piú di trent’anni d’esperienza alle spalle, Il Prof basava le sue lezioni sul sarcasmo ed il nonsense. Ho pagine e pagine di sue citazioni e consigli che superano largamente i confini del sensato – del tipo: “Cavalcanti non c’è dubbio che sia un poeta con la P maiuscola. Guinizzelli non è altro che un poetucolo con la mezza.” – peró le sue sono le lezioni che mi ricordo meglio perché mi costringevano ad andare a casa ed immergermi nei libri per riuscire a creare un pensiero sensato da usare alle interrogazioni.

All’universitá ho trovato un professore simile, che probabilmente ho giá menzionato in qualche post precedente. Anche lui era piú anziano rispetto a molti studenti – cosa che è cambiata nella mia seconda universitá, dove i professori avevano in media cinque-sei anni piú degli allievi – anche lui prone al sarcasmo. I suoi seminari iniziavano sempre con un riassunto dell’ultimisimo episodio di Homeland o di The Newsroom, ed all’inizio nessuno di noi studenti capiva bene perché si ostinasse a parlare di serie tv.

Poi abbiamo realizzato che aveva un piano. Il mio primo anno di universitá é stato nel 2012, un anno in cui sono iniziate a cambiare molte cose sia per il giornalismo che per il resto del mondo: l’Inghilterra si preparava alla pubblicazione del Rapporto Leveson sulle basi etiche del giornalismo Britannico dopo lo scandalo sulle intercettazioni del News of the World, la Scozia annunciava la possibilitá di fare un referendum sull’indipendenza, mentre la Siria si preparava al terzo anno di guerra civile.

Partendo dalle nostre discussioni sulle serie televisive, il mio professore ci ha spronati a vedere le cose da punti di vista diversi, analizzando determinate scelte mediatiche in base all’impatto che avevano sulle trame delle serie. Le nostre capacitá analitiche si sono sviluppate in maniera trasversale rispetto al metodo a cui ero abituata al liceo: non ero piú costretta a seguire una determinata linea di pensiero e a sviluppare la mia opinione personale su quella, ma potevo creare una mia interpretazione dei fatti e delle loro conseguenze.

Questo modo “alternativo” di insegnare mi ha aperto gli occhi sul quantitativo di opinioni che ci vengono continuamente offerti e che alle volte non siamo in grado di apprezzare pienamente perché spinti a seguire gli schemi, a stare alle regole di un sistema che spesso rimane troppo indietro per le generazione che aspira ad istruire.

Come dice la citazione scelta per aprire questo post, la scuola dovrebbe incitare lo studente a scoprire di piú. L’istruzione è una scintilla che continua a bruciare e bruciare senza consumarsi mai, che spinge ad approfondire senza accontentarsi mai delle informazioni generali che ci vengono fornite.

E sono convinta che i giovani italiani, ovunque loro decidano di farlo, continueranno a brillare grazie alla loro voglia di ricercare nuove risposte a tutto ció che li circonda.

Casa é dietro, il mondo avanti.

“E adesso andate, e fate errori interessanti, fate errori grandiosi, fate errori gloriosi e fantastici. Rompete le regole. Lasciate un mondo più interessante grazie al vostro esserci stati.” (Neil Gaiman)

Mi sembra passato un secondo da quando mi sono imbarcata per la mia avventura inglese: mi ricordo come se fosse ieri l’emozione e l’ansia di quando ho riattaccato il telefono e sono corsa giù per il corridoio – lo stesso in cui pattinavo quando ero piccola, ed in cui facevo le gare di scivolata con mia sorella – per dire a mia madre che, nonostante tutto, sarei andata a
studiare a Londra.

E invece sono qui, ad un anno dalla laurea ed a qualche giorno dalla consegna della copia definitiva della mia seconda, ma forse non ultima, tesi per il Master. Le dovute celebrazioni, in concomitanza con il mio compleanno, sono già avvenute e tra qualche mese, se tutto va bene, dovrò indossare una nuova toga per ricevere un altro diploma.

Per quanto sia felice della fine di questo ennesimo percorso d’istruzione, che mi ha dato l’opportunità di crescere non solo intellettualmente, ma anche come persona, mi si presenta una prospettiva poco allettante per il mio futuro. La cerimonia di laurea.

La cerimonia di laurea Inglese si celebra in pompa magna. Non ci si presenta impreparati, tutto dev’essere calcolato nei  minimi dettagli. I biglietti – ovvio, mica si può andare così, senza prenotare, alla propria laurea – vanno prenotati come minimo due mesi prima, così come toga e tocco d’ordinanza. Per la mia laurea triennale l’outfit era molto sobrio: nera la
toga, nero il tocco, ma con un punto luce color viola dato dal cappuccio – sì, ci sono state rievocazioni di Dissennatori e Batman: per quanto adulti il mondo ci dica di essere, ci sono delle opportunità che non si possono far passare.

L’abito da sfoggiare non deve essere strettamente da cerimonia come mi era stato suggerito dagli amici, visto che c’è chi si è laureato in jeans e scarpe da ginnastica, ma visto che mia madre sfrutterà per anni le foto scattate in mancanza di quelle di matrimonio e/o pargoli, lo sforzo andava fatto. Quei tacchi andavano indossati per forza.

Ora, visto che sono amica di incurabili secchioni – e di una studentessa di medicina che ci metterà anni ad arrivare alla laurea, ma la sua è una pena autoinflitta – nel 2015 si sono laureati TUTTI i miei amici, quindi ho potuto osservare ripetutamente le differenze che hanno caratterizzato la mia cerimonia di laurea in Inghilterra e quella dei miei amici in Italia.

Prima di tutto, le sessioni laurea italiane hanno meno partecipanti, probabilmente perché ce ne sono diverse durante l’anno. In Inghilterra l’intero corso, se superati gli esami, si laurea allo stesso momento, motivo per cui le discussioni e proclamazioni Italiane si fanno in aule della facoltà mentre per quelle Inglesi bisogna prenotare un auditorium. Da 2500 posti, perché bisogna stare comodi.

In secondo luogo, la durata della cerimonia in Italia non è eterna. Trenta minuti, metti un’ora e poi puoi uscire e gridare per la gioia fino a quando ti ricordi che con la triennale non puoi farci niente e che ti tocca fare ancora due anni. In Inghilterra dopo la triennale puoi già lavorare se vuoi, ma il karma te la fa pagare facendoti stare seduto minimo due ore a vedere una parata di gente vestita tutta uguale – che poi in realtà sembrano vestiti uguali, ma cambia a seconda del livello di istruzione che hai. Tipo per il Master a me daranno un cappuccio più lungo ricoperto di velluto. Perché il velluto fa serio, direbbe mia mamma.

Dopo la loro proclamazione i miei amici hanno tutti fatto quello che tradizionalmente si dovrebbe fare ottenuto un diploma di laurea: si sono fatti fotografare con in mano la prima delle tante bottiglie di alcol di cui avranno bisogno per gli anni avvenire, per poi festeggiare in famiglia e, più tardi, con gli amici per sfogare l’eccitazione.

Dopo la mia proclamazione, trasmessa in diretta web per quegli ‘spilorci’ che non avevano voluto pagare £28 per venirmi a vedere camminare precariamente sui tacchi davanti a 300 persone, ho aspettato che mia sorella e mia madre svegliassero mio padre che si era appisolato dopo il laureando no. 150. Ho mangiato una caprese con la “mozzarella di bufala” – non era mozzarella e non mi convinceranno mai del contrario – sono salita su un bus e sono andata a casa a levarmi i tacchi.

Un anno ed una quasi laurea dopo e sono seduta ad una scrivania che da su un meraviglioso Arthur’s Seat illuminato dal tepido sole autunnale. Inaspettatamente Edimburgo è diventata una delle mie case lontane da casa, però non credo che la mia avventura Inglese sia finita. In fondo ha solo cambiato rotta.

Forse è solo un caso, ma mi piace pensare che questa nuova esperienza sia anche dovuta alle somiglianze che vedo tra me ed un personaggio molto speciale con cui condivido non solo alcuni tratti tipici, ma anche il mio giorno di nascita. Spero solo, caro Bilbo Baggins, di non mettere mai mano sull’Ultimo Anello.

La bellezza della differenza

“Il buon insegnante rende il cattivo studente buono ed il buon studente superiore.” (Marva Collins)

Ora, checché ne dicano i miei amici, andare via dall’Italia non è stato drammatico.

Certo, bisogna fare a meno di quei comfort a cui si è abituati fin dalla nascita – il pranzo e la cena pronti quando si rientra, le uscite serali con gli amici di una vita, il semplice contatto fisico con le persone a cui si vuole bene – ma lasciare tutto per ricominciare altrove è una sfida.

Una sfida contro le avversità, contro il resto del mondo, ma anche una sfida con sé stessi che si vuole vincere a tutti i costi.

L’università inglese, come menzionato nel mio post precedente, è molto diversa da quella italiana, non solo per una questione linguistica, ma anche di persone: mentre in Italia è raro trovare persone della mia generazione che non abbiano affrontato perlomeno un anno di studi universitari, in Inghilterra risulta invece molto facile.

Principalmente ritengo sia soprattutto una questione economica che spinge un gran numero di giovani diciassettenni britannici – che terminano il loro percorso scolastico un anno prima rispetto a noi dopo aver sostenuto i così detti A Levels – a non proseguire la loro carriera scolastica con corsi universitari.

L’esagerata tassa annuale da £9,000 è un limite che in molti stentano a superare nonostante l’esistenza di prestiti appositi creati da molte banche, e di innumerevoli borse di studio messe a disposizione dalle università stesse. In alcuni casi, molto semplicemente, non ne vale la pena.

Fino all’anno scolastico 2011/2012, le tasse universitarie inglesi – che sono fisse per tutti gli studenti ed il cui ammontare varia solo tra studenti Home/EU ed Internazionali – erano più “abbordabili”: solo £3,000 sia per corsi triennali che per i master. In seguito alle riforme promosse dal governo di coalizione Cameron-Clegg, le cifre sono aumentate a quelle di oggi (£15,000 per studenti provenienti al di fuori della EU) e sembrerebbe siano destinate soltanto a crescere nei prossimi anni.

Questi sostanziali cambiamenti potrebbero dunque portare ad una diminuzione di studenti universitari in favore di una crescita di iscritti presso istituti professionali.

Mentre in Italia molti corsi specialistici vengono denigrati per la loro apparente inferiorità rispetto agli insegnamenti dei licei e delle università, l’Inghilterra ha dimostrato una certa maturità offrendo ai propri giovani college ed istituti in cui gli studenti si possono specializzare in svariate professioni pronte ad arricchire il panorama lavorativo del paese.

Quando ho iniziato a fare amicizia con i miei compagni di corso quattro anni fa, sono rimasta piacevolmente stupita nello scoprire che gli studenti universitari inglesi in realtà non manifestano quella puzza sotto al naso che viene attribuita all’intera nazione nei film o nella letteratura, soprattutto quando si parla di loro coetanei che hanno deciso di affrontare percorsi lavorativi alternativi.

Prima delle francamente disgustose rimostranze xenofobe scaturite dai risultati della Brexit ho avuto l’occasione, e l’onore, di vedere giovani dalle più svariate origini sociali uniti dall’amore per la cultura e per l’apprendimento riunirsi per condividere le proprie esperienze in Inghilterra e all’estero. Sono stata testimone di amicizie che crescono e migliorano grazie alle diversità tra ragazzi, siano esse di nazionalità o lavorative.

Una cosa che noto con piacere è che adesso anche l’Italia si sta aprendo agli studenti stranieri che scelgono di far diventare il mio paese la loro scuola, e che gli studenti italiani – come i britannici fanno da molti anni – hanno colto l’occasione per arricchire non solo i loro giri di amicizie, ma anche l’apprezzamento per il diverso e le loro conoscenze in generale.

Mi piacerebbe poter vedere in futuro un ulteriore incremento di giovani studenti e lavoratori stranieri in Italia perché una delle cose che ho sempre amato di questo paese è la capacità di implementare insegnamenti che vengono da lontano per garantire la fiorente crescita del paese.

L’Inghilterra – oggi come in passato; per il futuro toccherà sperare in un change of heart del Primo Ministro Theresa May nei confronti degli stranieri – ha fatto dell’università una fiorente industria che annualmente produce e sprona migliaia di studenti a migliorare non solo loro stessi ma anche quella che è per molti la loro nazione di origine o di adozione. Spero in un’Italia che a sua volta sia in grado di ispirare i suoi giovani ad impiegare le loro capacità – qualunque esse siano – per renderla ancora più bella ed accogliente.

Perché nonostante io abbia scelto di andare via dall’Italia a 18 anni, per me rimane casa mia e un giorno ci tornerò. Ma prima ho ancora tante sfide davanti a me.