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L’importanza di essere ed avere mentor al femminile

Nel mondo del lavoro, all’estero come in Italia, c’è sempre più bisogno di donne.

Maggiore empatia, ascolto, compassione e capacità di dialogare e comunicare con un’intelligenza emotiva elevata. Guardando alle attività e ai risultati, certo, ma ascoltando anche i bisogni familiari e il desiderio di mettere in circolo l’amore verso il partner, gli altri, e i propri figli.

Sono stata educata alla stessa maniera di mio fratello e, in due, siamo cresciuti insieme nell’uguaglianza e nel rispetto reciproco, senza fare troppe distinzioni di vestiti, giocattoli e cibo. Tutto era uguale, per entrambi (ed entrambi avevamo i capelli corti). Sono stata educata al lavoro e a raggiungere risultati tangibili, alla meritocrazia e allo studio arduo per poter guardare in alto e sognare di raggiungere le stelle e cambiare il mondo attraverso la solidarietà e l’unione delle persone. Il consenso attraverso il dialogo e la negoziazione, la pazienza e l’umiltà, il sorriso e parole di speranza, coraggio e conforto per le nostre squadre di lavoro. L’Unione fa la forza, se vogliamo possiamo, il lavoro di squadra fa sì che il Sogno diventi Realtà. Ci ho creduto crescendo e ci credo ancora oggi.

Per questo, avvicinandoci alla giornata internazionale delle giovani ragazze e donne nella Scienza, il messaggio che le Nazioni Unite da è: più ragazze scienziate, ingegnere, appassionate di macchinari, matematica, tecnologia, app, innovazione.

Le statistiche parlano chiaro: secondo uno studio condotto in 14 paesi, la probabilità che studentesse  conseguano una laurea breve, un master o un dottorato in campo scientifico è solo del 18 %, 8 % e 2% rispettivamente, con una percentuale di studenti di sesso maschile di 37 %, 18 % e 6 %.

Secondo il rapporto di UNESCO nella Scienza verso il 2030, il programma STEM – Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica per le giovani, mira a ispirare e coinvolgere le ragazze e le giovani donne ad intraprendere carriere in campo scientifico. A livello mondiale, la parità di genere e la scienza sono due elementi vitali per poter raggiungere gli obiettivi dell’ambiziosa Agenda dello Sviluppo Sostenibile 2030, che include- tra i suo 17 obiettivi- quello delle parità di genere e di uguali opportunità tra donne e uomini.

A livello regionale in Africa, la rappresentazione femminile nelle scienze si trova, per la maggior parte,  in Mozambico e Sud Africa, con il 34 % e 28 % rispettivamente di diplomate in ingegneria. Le difficoltà di una formazione scientifica sono però legate ad una combinazione di fattori che riduce la proporzione delle donne ad ogni gradino della carriera scientifica: l’ambiente scolastico; il cosiddetto “glass ceiling” – il soffitto di cristallo della maternità; i criteri di valutazione della perfomance scolastica; gli scarsi riconoscimenti; la mancanza di supporto, di mentorship e di leadership; e fattori culturali di diseguaglianza di genere.

Tutto questo scoraggia fortemente le donne ad “ambire in alto”, soprattutto a livello africano, dove le donne, in molte comunità rurali, fuori dalle città, sono ancora considerate come creatrici di figli e dedite alla casa, con l’uomo “breadwinner”- colui che porta il pane a casa attraverso il lavoro fuori di casa.

L’istruzione è una via per sfuggire alla povertà, per imparare e per avere maggiori opportunità future di lavoro, non dovendo cosi dipendere economicamente dall’uomo. Le professioni scientifiche danno poi maggior respiro e possibilità di scelta di una professione, spaziando da ricercatrici, professoresse di chimica, fisica, astrofisica, astronaute, chimiche, fisiche, e maggiori libertà per poter esplorare il mondo.

Il lavoro di UNESCO in ambito di ragazze e donne nella Scienza è quello di organizzare e guidare giovani a rompere gli stereotipi della “matematica non cool per le ragazze”, ma anzi, un appassionante viaggio alla scoperte di scienze e di misteri non ancora svelati.

Rompere gli stereotipi di genere e culturali, ed avventurarsi nelle carriere scientifiche: non lasciarsi scoraggiare e non credere che questo sia un ambito solo per uomini.

Per questo, per ispirare e incoraggiare a non mollare, altre donne – oggi scienziate – possono essere il loro esempio, il loro modello per proseguire e non arrendersi. In una società in cui l’uomo viene premiato e la donna non sufficientemente apprezzata per i suoi risultati, il mentoring è necessario per avere figure di riferimento, che possono apprezzare, incoraggiare e guidare altre giovani al raggiamento dei loro sogni.

Chi dice che non possiamo diventare scienziate e aprire le porte verso nuovi orizzonti scintifici?

REF: JSC 247-37-003 ONBOARD PHOTO STS-47 ONBOARD PHOTO VIEW. ASTRONAUT MAE JEMISON, MISSION SPECIALIST WORKING IN SL-J MODULE.

Personalmente ho sempre ammirato la prima donna afro-americana a viaggiare nello spazio, con il programma spaziale americano della NASA, Mae Carol Jeminson, nel settembre del 1992.

Lavorare nello spazio e arrivare fino alle stelle, non è meraviglioso?

Celebriamo insieme la giornata internazionale delle giovani ragazze e donne nella Scienza, e, innamoriamoci delle materie scientifiche! Questo è il sito con maggiori informazioni: United Nations International Day of Women and Girls in Science

 

 

 

Connettiamo il mondo partendo da…

Nella vita penso che un pizzico di riflessione personale sulle attività che si intraprendono, sulle persone che si conoscono e sui progressi professionali che si raggiungono sia sempre necessaria.

L’autovalutazione, come quando al liceo organizzavamo le giornate “autogestite”, gestite da noi – e quindi senza la supervisione dei professori, attingendo alla nostra creatività e alle nostre passioni, diventando noi stessi i professori di pittura, di viaggi, di scambi culturali, di sport, di lingua e psicologia, di politica e riflessioni economiche sul cambiamento del mondo attraverso i cellulari e internet – è estremamente importante e utile per capire dove siamo (nel presente) e dove vogliamo andare (nel futuro). Da dove veniamo, la maggior parte delle volte già lo conosciamo.

Nel mio lavoro, ora – tempo presente – amo quello che faccio. Mi occupo di gestione dei social media, coordinamento di stampa durante eventi culturali, riunioni regionali, training dei beneficiari e attività di sensibilizzazioni di giovani. Scrivo in continuazione, ma quello che mi appassiona di più è seguire LIVE, attraverso gli strumenti social media, gli eventi che organizziamo. Interagire con i partecipanti, ascoltarli, capire cosa li spinge ad avvicinarsi a noi, intervistarli e “catturare magici momenti di straordinaria quotidianità”. Una volta che passa un evento, ci si rende conto che l’organizzazione segue uno schema prestabilito, ma quello che cambia sono le persone che partecipano. Ogni volta ti rimane addosso la sorpresa sempre nuova del conoscere l’altro, del discutere su argomenti differenti (dalle convenzioni per la protezione del patrimonio mondiale culturale all’educazione per uno sviluppo sostenibile delle città e delle comunità) e di sviluppare le notizie nel momento presente, che scivolano con hashtags su Twitter, registrando magari i video sulle emozioni dei partecipanti. Molto spesso, impegnati a cambiare il presente del mondo intavolando discussioni sui temi del futuro.

Ascoltando gli altri, capendo l’altro veramente, si sviluppa empatia, si diventa più “morbidi”. E i social media possono servire anche a questo: ad amplificare e a espandere nel mondo quei messaggi di pace, di compassione e quelle voci di menti brillanti con idee straordinarie che possono essere d’ispirazione. Ma possono anche traghettare le voci di quei giovani alle prese con le sfide della vita, che devono essere ascoltati: noi serviamo anche per portare le loro voci in alto, ossia verso livelli politici e ministeriali dove i negoziatori e i governi devono essere pronti – con orecchie e cuore aperto – a studiare e valutare le richieste dei possibili giovani leader del domani.

Le piattaforme dei social media sono la rivoluzione del nostro presente. Bisogna usarle senza però abusarne, quasi “capendole”: per far questo si deve saper pubblicare contenuti utili, rilevanti e interessanti, e si deve anche interagire con il pubblico, rispondendo a domande e chiarimenti. E – perché no – anche sfidando gli ascoltatori o i lettori attraverso immagini, video e quiz per approfondire determinate conoscenze e risvegliare il proprio senso della curiosità. Così si possono davvero (s)muovere persone, sviluppare storie vere e rompere stereotipi, stravolgendo trends (#) negativi in attitudini e comportamenti positivi delle persone. Questo in tutto il mondo.

Se dovessi definire quello che faccio e perché lo faccio, è perché ogni giorno credo fermamente nel cambiamento di cui, ad oggi, ho fatto esperienza e ho testato sulla mia pelle. Questa è l’unica costante, l’unica certezza. Credo negli esseri umani, credo nei comportamenti giusti, nel rispetto, nel dialogo, nella solidarietà, nel buon cuore, senza abusi, nell’amore multiculturale, nell’ascolto senza giudizio, e cerco di portare il mio messaggio nel mondo attraverso un’organizzazione che ha combattuto le guerre e che vuole portare la pace nelle menti degli uomini e delle donne. Per un mondo dove le Nazioni possano essere uniti. Tutto comincia da noi, dagli esseri umani di questa terre che costituiscono queste Nazioni. I social media sono solo uno strumento di quello che sappiamo già ma che, purtroppo, abbiamo dimenticato.

Vediamo se la tecnologia può riportarci vicini, insieme, in un’immensa pangea di abbracci condivisi. Uniamo il mondo. Attraverso le nostre azioni quotidiane. E impariamo ad usare questi strumenti a nostra disposizione in maniera positiva, utile per connettere il mondo in ogni modo possibile.

Ps. Nell’immagine, vado in bicicletta durante l’assemblea generale delle Nazioni Unite programma per l’ambiente il 4 dicembre. Un’iniziativa per valorizzare l’aria pulita, con meno automobili e maggiore contatto con la natura. Questa immagine rispecchia anche il mio spirito, con una citazione di Albert Einstein, che recita più o meno cosi: la vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio, bisogna continuare ad andare, senza fermarsi.

Cosa imparare dagli oceani

Ogni anno, l’8 giugno, i paesi di tutto il mondo celebrano “Giornata Mondiale degli Oceani” per sensibilizzare le popolazioni sui benefici che l’acqua può apportare all’umanità.

Secondo pubblicazioni dell’agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente, gli Oceani sono la linfa vitale del nostro pianeta. Gli oceani sono una risorsa per la pesca, e quindi per la produzione di cibo, e l’acqua degli oceani mitiga anche il cambiamento climatico, mantenendo stabili le temperature. L’ossigeno che respiriamo ogni giorno è generato dagli oceani. Tuttavia, i nostri oceani si trovano in condizioni critiche e troveremo, se non agiamo ora, molta più plastica di quanti siano in pesci nella acqua.

Da New York a Nairobi, attività di sensibilizzazione e di apprendimento sull’importanza degli oceani si stanno ora svolgendo in tutto il mondo.

Qui a Nairobi, ad UNESCO, che si occupa di studio degli oceani, abbiamo organizzato una pulizia della spiaggia di Watamu, nel Sud del Kenya, per fare comprendere alla popolazione locale che l’acqua, gli oceani, e il riciclare la plastica (senza buttarla nel mare) può anche divenire un’attività economica e produttiva e può creare attività di lavoro alternativa, in un’economia mondiale che cambia ed è in constante movimento.

Giovani imprenditori all’opera allora, raccogliendo plastica e inventando un business entrepreneurship innovativo e creativo, dove la plastica diventa  oggetto d’arte e reddito.

Qualche dato in più ci dice che gli oceani coprono quasi tre quarti della superficie terreste e contengono circa il 97 per cento di acqua. Piu’ di 3,5 miliardi di persone dipendono dagli oceani per il loro reddito e la nutrizione, non da ultimo nei paesi in via di sviluppo. Gli oceani ospitano 200.000 specie identificate, anche se le cifre esatte sono arrivare fino a milioni.  Gli oceani sono importanti per il commercio e il turismo, e sono da sempre stati i migliori amici nella battaglia contro il cambiamento climatico, per assorbire l’anidride carbonica e il calore che gli umani rilasciano nell’atmosfera.

Purtroppo gli oceani nel mondo si trovano in una situazione crtiica, a causa della pesca eccessiva, dei rifiuti gettati nel mare e dagli acidi. Una pesca eccessiva significa che le specie piu’ resilienti prendono il sopravvento, cio’ che puo’ portare, ad esempio, a delle invasioni di meduse, e ancora di maggiori pressioni sugli stock ittici commestibili.

L’attiviita’ umana e’ responsabile per lo stato dell’arte, e quindi solo l’attivita’ umana puo’ risolvere questo problema.

Il divieto di sacchetti di plastica attuato dal Governo del Kenya ( ora andiamo al supermercato con le buste di tela) e’ un ottimo esempio di misure necessarie per proteggere il pianeta dai nostri rifiuti.

La plastica consumata in terra finisce eventualmente nell’oceano e a quel punto – sempre se non agiamo in fretta- ci sara’ piu’ plastica negli oceani che pesci. La plastica infatti, si trasforma, a poco a poco, in microparticelle, che vengono mangiate dai pesci e arrivano nei nostri piatti successivamente.

L’obiettivo di sviluppo sostenibile e’ proprio quello di proteggere l’ecosistema marino, ed e’ fortemente collegato alla riduzione della poverta’ (obiettivo  1, alla sicurezza alimentare, obiettivo 2, all’azione per il clima, obiettivo 13, produzione e consumo sostenibile, obiettivo 12, e un corretta, sicura e sostenibile fornitura di acqua 6).

Quello che sto apprendendo e mi appassiona è il coinvolgimento attivo della popolazione, di tutta la comunità, dei giovani, delle ONG, di tutta la società civile. In Africa si ha sempre voglia di ascoltare, di fermarsi un attimo per salutare, per imparare cose nuove, nuovi concetti, nuove metodologie di lavoro. Sempre. Questo engagement, questa voglia di stare sempre insieme, di vivere insieme, di condividere, l’ubuntu, l’ “essere tu perché tu sei parte di un noi”, di una comunità, mi coinvolge altrettanto e mi trasmette un’ energia di “ce la facciamo, insieme, ci riusciamo”. Una società pacifica, inclusiva e diretta, che dice le cose per come sono, che ti fa vedere la dura realtà, ma che ti accetta per come sei, e che trova sempre uno spazio per te, che tu sia musungu ( il termine per definire le persone di colore bianco qui in Kenya, senza accezione negativa, giusto per definire il colore) oppure no.

Per quanto riguarda invece a livello internazionale, tra governi e Nazioni Unite, un passo importante sono i partenariati pubblico-privato e il dialogo costante tra società civile, politici e accademici, per migliorare quello che non va, in termini di ambiente, cambiamento climatico, e protezione-conservazione degli oceani e delle risorse marine.

Un mare e un oceano pulito e’ il prerequisito per la sopravvivenza di tutti noi.

Vi lascio con un bellissimo libro che il nostro ufficio di UNESCO a Nairobi ha prodotto, e che illustra immagini disegnate da bambini dell’est e ovest dell’Africa, la percezione dei bambini del mare, l’ocean paradise, come alcuni lo chiamano, il paradiso oceano, e da cui ahimé anche io, non posso proprio fare a meno! Ecco il libro! http://unesdoc.unesco.org/images/0023/002338/233802e.pdf

Un abbraccio da Nairobi e alla prossima avventura!

 

La felicità dei bambini

Vivere in Africa è un’esperienza che ti cambia la vita. Essere a contatto con i kenioti, o con i senegalesi, o con i nigeriani, è un contatto umano che ti toglie il fiato. Pensiamo di essere diversi, Europei e Statunitensi, Brasiliani o Nigeriani, ma siamo fatti tutti della stessa pasta, dello stesso sangue del genero umano, e abbiamo tutti bisogno di protezione, accoglienza, affetto.

E con questo, dobbiamo essere in grado di sviluppare un’empatia e un’intelligenza emotiva cosi forte che ci possa permettere di affrontare qualunque situazione, faccia a faccia con la dura realtà e le condizioni di vita di bambini lasciati a loro stessi, con genitori deceduti per HIV, in un circolo interminabile di povertà.

La povertà è derivata dall’assenza di protezione sociale. A livelli politici e comunali, è necessaria la chiamata e l’azione dei governi di ciascuno stato per garantire il benestare della popolazione. A livello sociale, sono i leader e rappresentanti eletti in carico e responsabili per la presenza di infrastruttura sanitarie, di scuole e di mense per crescere una popolazione più forte e pronta a fronteggiare le nuove sfide globali. È importante conoscere la geografia, la storia, la matematica, l’economia, e le relazioni tra gli stati.

Una popolazione con accesso all’educazione è il futuro di una nazione. Le difficoltà emotive, strutturali di una famiglia e logistiche di un ambiente ( trasporti, supermercati, accesso agli ospedali) non devono e non possono impedire lo sviluppo e la fioritura di una popolazione. Lo stato deve intervenire, e le organizzazioni non governative possono fare molto, entrando direttamente a contatto con le persone. Gli organismi internazionali devono garantire e monitorare il lavoro tecnico e finanziario dei governi, affinché questi ultimi mettano in pratica le politiche necessarie a migliorare i servizi e il benestare della popolazione.

Leggendo il recente rapporto annuale della felicità 2017, non mi stupisco che non vi siano nelle posizioni top paesi africani. Il livello di felicità è basato su indicatori quali l’empatia, la compassione, la libertà, la generosità, l’onestà, la salute, l‘aspettativa di vita, il reddito, la good governance e l’avere qualcuno su cui contare in momenti di difficoltà. Qui c’è bisogno di good governance, di maggiore responsabilità e coscienza del futuro. Il Futuro è l’Africa. Ma l’Africa ha bisogno di una popolazione forte, sana, che sia in grado di studiare e che possa contribuire con l’intelligenza e la resilienza ad affrontare la vita vera, quella che richiede sforzi sovra umani per servire gli altri. Non a livello della sola comunità, ma aprendo gli occhi ad una solidarietà globale e all’accoglienza di popolazioni che sfuggono alla mancanza di speranza e alla perdita di vite.

Nello scenario dei nazionalismi, della Brexit e dei populismi europei, dobbiamo aprire gli occhi e guardare lontano, davanti a noi, molto più lontano, per poter alleggerire i pesi di milioni di persone che combattono, ogni giorno, a piedi nudi, attraversando chilometri di terra, per raggiungere i luoghi protetti e felici delle scuole, che hanno bisogno di essere migliorate, con migliori servizi igienici per i bambini, migliori mense e cibo genuino e gratuito per tutti, l’avvento e l’apprendimento di internet, degli smartphones e dei 4 G, di come gli strumenti della tecnologia e dell’informazione possano accelerare il progresso, lo sviluppo economico di un paese, di una regione intera, di un continente, da cui siamo tutti partiti, ma non ci ricordiamo più.

Resilienza e affrontare ogni giorno la vita, questa la sfida, e il guardare lontano, il sapere aspettare, agire al momento giusto e lanciarsi appassionatamente nel vortice della vita, che ci prende e ci aiuta, sempre. È necessario appoggiarsi gli uni con gli altri, chiedere, essere pazienti, dormire e mangiare per ricaricare le energie, ed essere pronti ad eventi e sorprese inaspettate. Con energia, determinazione, forza e coraggio, la felicità dei bambini è l’obiettivo più alto a cui dobbiamo ambire tutti. Dobbiamo essere felici, e dobbiamo trasmettere amore, speranza e aprire la mano all’immaginazione, per sognare mondi migliori, in cui il tenersi per mano da molti più frutti a lungo-termine, che il semplicemente correre verso un isolamento che ci porterà alla depressione sociale e economica, un tunnel buio da cui potrebbe essere molto difficoltoso uscire.

Per alleggerire gli animi, questa è la canzone a cui ho pensato scrivendo il pezzo,

Che Rumore fa la felicità: https://www.youtube.com/watch?v=Za0MWILUQcM

e qui alcune foto della visita del nostro ufficio nella slum di Kibera, in Kenya, la maggiore in Africa, per estensione e popolazione. I sorrisi ci sono ancora,la volontà di imparare c’è, serve solo energia e good governance. Siamo qui a lavorare per questo.

A presto,

Gaia

L’energia (solare) di Nairobi

Sono arrivata a Nairobi, chiamata la citta’ verde nel sole, capitale del Kenya, Africa dell’Est, da quasi un mese ormai. La temperatura è di circa 25-28 gradi durante la giornata, fresco alla sera e ci stiamo preparando al’inverno (18 -20 gradi). Respiro aria fresca, a 143 km dall’Equatore, molto verde intorno a me e persone gentili e affabili, che parlano inglese e Swahili.

Mi trovo qui per questioni lavorative: sono con Unesco nella pubblica informazione, e più nello specifico mi occupo di promuovere le attività dei cinque settori dell’Organizzazione delle Nazioni Unitie che sono l’educazione, le scienze naturali, quelle umane e sociali, la comunicazione e l’informazione ed infine la cultura.

“Habari Za Asubuhi” significa “Buongiorno”; “Asante Sana” invece “Grazie”. Queste sono le prime parole che ho imparato in Swahili, utili per connettermi ai Kenioti che guidano gli Uber per la città, molto trafficata a tutte le ore del giorno.

C’è molta vegetazione, alberi, piante, scimmiette, foreste e parchi nazionali, il sole ci riscalda e le persone parlano di elezioni presidenziali (agosto di quest’anno). I Kenioti qui si animano molto per la politica e amano uscire alla sera per parlare e guardare le partite del football inglese (tracce della presenza britannica in Kenya fino al 1963, anno della sua indipendenza).

I miei primi amici sono di origine pakistana e indiana. Ad oggi, dei 3,138 milioni di abitanti di Nairobi, 46,000 sono kenioti di origine asiatica, e tra gli asiatici la maggioranza proviene dalle regioni indiane del Gujarat, Odisha e Punjab.

La città offre molta musica (la scorsa settimana, per esempio, è stata la settimana del Jazz, organizzata e proposta da Safaricom, la compagnia telefonica maggiore in Kenya). Safaricom è un’azienda privata molto presente sul territorio, pioniera di M-Pesa (M per mobile, pesa significa denaro in Swahili), un servizio di telefonia che permette il trasferimento, deposito, ritiro e trasferimento di denaro, nonché pagamento di beni e servizi, tutto attraverso il proprio cellulare. Si tratta di una rivoluzione del finanziamento e della micro finanza, lanciato nel 2007 da Vodafone per Safaricom e Vodacom, i più grandi operatori di telefonia mobile dell’epoca in Kenya e Tanzania. Da allora il servizio M-Pesa si è espanso in Afghanistan, Sud Africa, India e nel 2014 in Romania, nel 2015 in Albania. Questo ha richiesto un’educazione finanziaria, permettendo un empowerment economico della popolazione, in grado di utilizzare i servizi finanziari e gestire le proprie finanze. Una rivoluzione tecnologica finanziaria senza precedenti.

Nel frattempo passeggio per le foreste, ascolto i suoni della natura, degli alberi e moltissimi uccellini cantare, e ci aggiorniamo presto con le nuove avventure dell’Africa dell’Est, dal Kenya, passando per il Madagascar, Zanzibar, Tanzania e Seychelles!

 

Karibu! Benvenuti!

 

 

Il fare squadra

Nella vita ho imparato che due é sempre meglio di uno, e che la squadra che gioca unita vince. Penso al maxibon due gusti, diversi ma complementari, come in una coppia, e nella squadra di calcio che si passa il pallone e insieme stabilisce la miglior tattica per fare goal, come in una squadra di lavoro, giocando con trasparenza e rispetto dell’avversario.

Il lavoro deve essere inteso come sforzo comune verso il raggiungimento di un obiettivo (o di vari) obiettivi in cui la passione per quello che si fa é indispensabile. Se mi piace scrivere, allora sarebbe bello trovare un lavoretto nel campo della comunicazione, se mi piace cantare sfondo e vado tutte le settimane a cantare con gli amici al karaoke nel bar della città, se mi piace ballare idem, in un locale in cui suonano musiche e melodie che fanno schioccare una scintilla nel mio ritmo del corpo, se mi piace fare sport cerco un gruppo di nuovi amici con cui allenarmi.

Ci complichiamo la vita alla volte e veniamo abbattuti dalla competizione che non vediamo, ma che sentiamo solo. Per tutte le persone
che conoscono le lingue, che hanno milioni di master e di dottorati, che hanno viaggiato e conosciuto, ma che ancora non sono soddisfatti di sé e vorrebbero essere di più. Non dare di più, intendiamoci. Non stiamo parlando della canzone “Si può dare di più” perché, in questo caso, tutti sono incoraggiati a dare di più in questa vita, ad imparare, ad essere tecnicamente preparati, ad essere teoricamente un pozzo di scienza e conoscenza e in pratica saper fare tutto quello che il capo chiede in ufficio. Con efficienza, con sorrisi e senza mai una goccia di sudore o una possibilità di stanchezza.

Quello che ci abbatte è sempre la paura del diverso, dell’avversario, del non fare abbastanza, del non essere abbastanza, di volere dare di più non ascoltandoci (in senso di corpo e mente) e continuando a correre all’impazzata verso degli obiettivi cartacei che probabilmente nel corso della nostra vita terrena e nel corso della nostra “leggenda personale” (citando sempre il mio amato autore Brasiliano Paulo Coelho) probabilmente non vedremo mai realizzati.

Il lavoro ci insegna che ci vuole molta pazienza, molto coraggio, molta motivazione per svegliarsi ogni giorno e credere fortemente in quello che si fa. Che si sta facendo qualcosa di utile per il mondo, o per il proprio paese, o per la propria comunità, o per i propri amici, o per la propria famiglia, o per la persona che si ama e con cui si vuole passare il resto della vita.

Ognuno ha la propria battaglia giornaliera, i propri sogni, i propri obiettivi. Ma se scegliamo, e ci battiamo per ottenere, un lavoro che ci “nobilita” (citando Marx) e in cui crediamo di poter dare e fare il meglio che possiamo, allora tutto il resto non conta. L’Amore per un lavoro, esprimendosi a suono di canzoni (“L’amore conta” di Ligabue) è tangibile nella volontà di unirsi agli altri, e, insieme, a dare il meglio per la creazione, lo sviluppo e la realizzazione di un progetto nella realtà, e non solo su carta e nell’immaginario della nostra fantastica testa (che spesso e volentieri immagina più di quanto dovrebbe, alienandosi dalla realtà e creando storie surreali – positive e/o negative – che possono ledere al nostro sviluppo mentale e alla nostra relazione sociale con gli altri).

UN InterAgency Games 2016 Malaga, Spain & Community building 832Queste riflessioni scaturiscono da un viaggio sportivo a Malaga, in cui ho avuto l’opportunità di nuotare con 4 colleghe straordinarie di lavoro (provenienti da Paesi diversi e lavorando tutte in Paesi diversi) ma collegate da una comunità di lavoro che attraversa paesi, barriere geografiche e socio-culturali. Ci siamo conosciute in loco e abbiamo messo tutte le nostre energie e la passione per lo sport nelle gare di nuoto. Ci siamo sostenute, appoggiate, ci siamo allenate insieme, condividendo tutto, abbiamo riso, gridato, ci siamo abbracciate, volute bene, abbiamo vinto insieme. Come noi, altri 1200 partecipanti, provenienti da tutte le agenzie delle Nazioni Unite nel mondo si sono incontrati – chi per la prima volta, chi veterani di gare sportive UN – per condividere momenti, lavorare insieme attraverso lo sport, attività ludiche e ricreative, per fortificare uno spirito di team che ci possa unire nelle nostre attività giornaliere, nella speranza di poter contribuire, anche con un piccolo granellino di sabbia – come mi sta insegnando questa Dakar sull’oceano – al progresso socio-economico del mondo – nel paese in cui lavoriamo. Con la consapevolezza che tutto – ogni nostra singola azione – é un’attività umana e che per questo, il progresso è possibile solo se le nostre azioni quotidiane sono svolte con rispetto reciproco, cura e delicatezza, empatia e forza interiore, con un pensiero aperto agli altri, a nuovi orizzonti, nuove tipologie di lavoro e un sorriso verso ciò che non conosciamo. Che l’Altro sia una finestra che non abbiamo paura di aprire e che invece sia un motivo di Gioia e di Sorpresa.

Il mondo ci riserva sorprese. Impariamo a vivere nel presente e non preoccuparci troppo di ciò che avverrà nel futuro. Lavoriamo con cura, e amiamo i nostri compagni di lavoro, come amiamo i membri della nostra famiglia, i nostri fratelli e sorelle, i nostri amici e i nostri partner.

“Segui il tuo cuore e arrivando alle stelle prova a prendere quelle” Irene Grandi, La tua ragazza sempre

I can see clearly now– Johnny Nash

Hundred Miles– Yall feat Gabrielle Richard

Aerodynamic– Daft Punk

Welcome on board! Gaia Paradiso – blogger #theitalians

Ci pensavate assopiti e in vacanza dopo la pausa di fine marzo? Ebbene, abbiamo ricche news e stiamo lavorando su più fronti per voi e per il lavoro di The Italians, ma andiamo per ordine… Cominciamo la settimana presentandovi Gaia Paradiso, new entry del team internazionale dei nostri blogger ufficiali !
 
Classe 1987, Gaia ha studiato Relazioni Internazionali presso l’università degli studi di Firenze e si trova ora a Dakar, dove lavora per UNESCO per il quale si occupa di comunicazione e informazione.
I suoi racconti, tra le pagine virtuali del nostro blog, saranno una finestra aperta sull’Africa, vista e vissuta in tutti i suoi aspetti dagli occhi della nostra Italians: occhi che si erano già fermati in Spagna, Belgio, Francia, Brasile e Stati Uniti.
 
Conosciamo dunque Gaia, una ragazza con un’attitudine decisamente positiva e piena di passioni, dalla fotografia al nuoto fino anche al canto, passando per tutto ciò che è arte, musica, cinema e Tv. Una Italians curiosa e piena di domande, con un futuro da reporter.
 
Gaia, welcome on board!