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Intervista a Giulia Dessì, ricercatrice e giornalista a Londra

Welcome back alla nostra rubrica dedicata alle eccellenze italiane nel mondo, questo mese versione al femminile: oggi conosciamo infatti Giulia Dessì, ricercatrice e giornalista ventinovenne di origine sarda con una forte passione per il giornalismo ma anche per le marionette e i burattini, che costruisce a mano per ideare spettacoli. La storia di Giulia inizia nella città natale di Oristano, ma da qui ha poi preso strade diverse: l’università di lettere moderne l’ha portata a Cagliari; l’erasmus a Bergen (Norvegia); il master di giornalismo internazionale a Cardiff (UK), dove ha anche lavorato ad un progetto di ricerca commissionato dalla BBC Trust; nel 2012 è approdata a Londra (UK) per uno stage per l’organizzazione internazionale Media Diversity Institute dove tutt’ora lavora come project manager e editorial and content officier del sito internet; infine, da quasi un anno vive a Brighton. Il suo ultimo progetto, che verrà pubblicato proprio questa settimana, è un rapporto per l’ENAR (European Network Against Racism) sulla dimensione di genere dell’islamofobia in Italia.

Ciao Giulia, iniziamo subito con le domande: da dove inizia la tua storia da Italians in giro per il mondo? Ma soprattutto, cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia per vivere in Gran Bretagna?

Credo che sia iniziata in Norvegia, con l’Erasmus, spinta dalla voglia di conoscere un paese nuovo e mettermi alla prova, ed è poi continuata con gli studi in Galles, spinta da migliori prospettive lavorative dopo la laurea. Sono arrivata in Gran Bretagna nel 2011 per studiare giornalismo. Dopo avere finito la laurea triennale in Lettere Moderne a Cagliari, volevo avviarmi verso il giornalismo ma le collaborazioni saltuarie che stavo facendo sembravano non portare a niente di concreto, né erano stimolanti. La scelta era tra rimanere in Italia fino a settembre e tentare il test d’ingresso per le scuole di giornalismo (col rischio di non passare e ripiegare per una laurea specialistica in Sardegna che di specialistico aveva ben poco), o studiare un master in Gran Bretagna. Quando ho ricevuto la lettera di accettazione dalla Cardiff University non ho avuto esitazioni. Pensavo che, studiando in inglese, avrei avuto opportunità lavorative non solo in Italia, ma anche all’estero. In realtà, poi, vivere per un po’ di tempo all’estero era già nei miei piani a prescindere dagli studi e dal lavoro. Non sono partita con l’intenzione di vivere in Gran Bretagna a lungo se non per il master e di certo non avrei immaginato che dopo 5 anni sarei stata ancora qui.


Quando sei partita per il Regno Unito quali erano i tuoi obiettivi? Sappiamo che non è stata la tua prima esperienza all’estero, cos’è quindi che ti ha convinto a rimanere qui e a non tornare in Italia?

Nei cinque anni che sono in Gran Bretagna ho vissuto un anno e mezzo a Cardiff, due e mezzo a Londra e uno a Brighton, dove tuttora vivo. Mi sono laureata con l’obiettivo di lavorare come giornalista, ma ci sono riuscita solo in parte e ora non sono nemmeno più sicura di volerlo fare come lavoro a tempo pieno, se non a certe condizioni. Ci ho provato, ma sono sempre stata molto selettiva. Non volevo lavorare per una pubblicazione Business2Business, né per una rivista di moda o per un quotidiano locale, né ero disposta a lavorare in comunicazione. Volevo lavorare per una pubblicazione intelligente, in linea con i miei principi e con i miei interessi. A Londra la competizione è tanta. Trovi sempre chi ha un curriculum migliore del tuo, e nel settore del giornalismo, lo dicono anche i locals che è molto difficile entrare. Servono contatti, persistenza, e competenze ovviamente. Se mi guardo alle spalle, in tre anni sono cresciuta tanto professionalmente e personalmente. Ho iniziato come stagista non pagata e ora sono project manager. Come responsabile progetti, dall’anno scorso sono a capo di un progetto a contrasto dell’antisemitismo online in Europa. In cinque paesi europei e con altre cinque organizzazioni, monitoriamo i media e rispondiamo ai discorsi antisemiti con vignette satiriche, video, programmi radio e articoli, sfatando falsi miti ed educando al rispetto.


Raccontaci della tua vita inglese e del tuo lavoro: ne sei soddisfatta? Oppure anche in Gran Bretagna ci sarebbero cose da sistemare e migliorare?

Certamente ci sono cose da migliorare in Gran Bretagna. Dopo la laurea non pensavo di faticare così tanto per trovare un lavoro buono in linea con i miei studi e interessi. Quando mi sono trasferita a Londra, andavo tre giorni a settimana in ufficio per uno stage part time (non retribuito) e passavo gli altri giorni della settimana a cercare lavoro e mandare candidature. Non è stato semplice. A Londra senza un lavoro non si può vivere. Affitti e trasporti sono carissimi. Pensa che l’abbonamento mensile del treno da Brighton a Londra, un’ora di viaggio, costa oltre 500 euro. Una camera in affitto, in una casa condivisa, a Londra costa 900 euro al mese. La qualità della vita è in parte migliore e in parte peggiore. Dal mio punto di vista, a Londra si lavora troppo e si passa troppo tempo nei mezzi di trasporto. Le distanze sono troppo grandi e la vita può essere molto stressante. Per me questo rende difficile incontrare gli amici, coltivare i rapporti. Dopo una giornata passata in ufficio fino alle sei e mezza, non vai volentieri dall’altra parte di Londra per una birra, sapendo che poi devi riattraversare la città per tornare a casa. Tutti sono molto impegnati.
Certamente questo è lo stile di vita di Londra. A Brighton è già completamente diverso. Ancora di più in Devon e in Cornovaglia, dove vado spesso. Se non avessi l’opportunità di staccare andando al mare o in campagna, impazzirei. Anche se molti in Italia non ci credono, ci sono posti bellissimi in Gran Bretagna.

Vivendo all’estero sicuramente avrai incontrato e fatto amicizia con tantissimi altri giovani expat come te. Il motivo che vi spinge ognuno lontano dalla propria casa è uguale per tutti, oppure cambia di persona in persona? Pensate mai di tornare in Italia affrontando tutte le difficoltà del caso?

Gli italiani a Londra sono tanti, a Brighton pure. Il motivo che ci spinge credo che sia simile per tutti: la molla è trovare un lavoro che ti permetta di vivere bene e di crescere professionalmente. Le persone che sono qui scelgono di starci perché non sono disposte ad accettare un lungo periodo di disoccupazione, a vivere a casa dei genitori, a ripiegare per fare un lavoro sottopagato in cui non sei nemmeno apprezzato. Il resto, la consapevolezza che si vive meglio sotto tanti aspetti, non solo sotto quello lavorativo, arriva dopo, e finisce per essere altrettanto importante. Tra i miei amici, la maggior parte giornalisti, nessuno pensa di tornare in Italia. Come fai, senza iscrizione all’albo e con pochi contatti, a cercare di inserirti in un settore già saturo? E sei davvero disposto a tornare e accettare, ammesso che trovi lavoro, di essere sottopagato? Io, sinceramente, non saprei nemmeno da dove iniziare per cercare lavoro. Gli annunci che vedo sono per collaborazioni per giornali online in cui non mettono né il loro nome né il compenso. Nei siti, anche di ONG, nessuno pubblicizza opportunità di lavoro. Probabilmente tutto funziona tramite contatti.


In merito alla fuga dei cervelli, secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di fuggire via?

Credo che gli italiani preferiscano spendere le proprie competenze e professionalità altrove perché ci sono maggiori opportunità e si è maggiormente valorizzati. Personalmente, però, non credo che siano qua solo ed esclusivamente per il lavoro. Non tutti almeno. Si vive meglio in una società in cui si hanno più diritti civili, in cui c’è meno maschilismo, meno razzismo, meno omofobia. In Italia questi sentimenti sono talvolta così radicati, che spesso nemmeno ci si accorge. La lingua italiana al momento non ha un vocabolario adatto per parlare di diversità e di discriminazione. Non voglio vivere in un paese in cui i lavoratori stranieri fanno quasi esclusivamente lavori poco qualificati, in cui la tv mostra showgirl senza competenze, in cui abortire è un percorso ad ostacoli e in cui non si rispettano le regole del vivere comune. Questa situazione sta lentamente cambiando e sicuramente non è un problema solo italiano, ma ha un impatto nella vita di tutti i giorni.


Come giornalista, possiamo leggere gli articoli di Giulia sia in italiano che in inglese nelle pagine del Corriere della Sera, dell’Huffington Post e su openDemocracy – tanto per citarne alcuni. In virtù della tua esperienza personale, quali pensi che siano le maggiori differenze che lo stesso mestiere presenta in paesi diversi? Hai qualche preferenza?

Parto dal presupposto che mi è sempre piaciuto scrivere. A prescindere dal genere. Ora mi sto cimentando in nuove forme di scrittura. Tantissime email di lavoro, per esempio! Scherzi a parte, da poco ho scritto la sceneggiatura di due brevissimi spettacoli di burattini che ho realizzato da sola. Scrivere in italiano e in inglese non è lo stesso. Anche se spesso ho la parola giusta in inglese e non riesco a trovare l’equivalente in italiano, quando scrivo in inglese non sono mai sicura al 100% che la frase sia corretta e che suoni bene. Questo è un limite, soprattutto se vuoi lavorare come giornalista, o editorial assistant. Sapere scrivere bene in lingua inglese è essenziale.


Andando sul personale – hai mai qualche rimpianto dell’aver lasciato l’Italia? Essere inseriti in un ambiente dinamico e internazionale, con possibilità di mettersi alla prova e di conoscere persone e culture diverse: tutto questo può bastare per farcela? Cos’è che ti manca di più?

Non ho rimpianti. Anche se è vero che in Italia avrei difficoltà a trovare lavoro, non credo di essere all’estero solo per necessità. Sono qua perché, per il momento, voglio essere qua. Conoscere persone di culture diverse, di pensiero diverso, ti fa crescere, ti fa avere una prospettiva diversa della vita. Dell’Italia mi mancano gli affetti: la mia famiglia e i miei amici più stretti, anche se molti di loro vivono in parti diverse d’Italia (e del mondo, in realtà) quindi, anche se fossi in Italia, mi mancherebbero comunque. Mi dispiace non poter stare vicino alle persone a cui voglio bene. Al di là della sfera affettiva, forse mi manca quella sensazione di non sentirmi straniera e di non essere vista come tale. Mi manca molto anche la frutta fresca. E l’accento sardo.


Concludendo: quali sono i tuoi prossimi progetti? Ritornare in Italia in un futuro prossimo sarà possibile, oppure ormai la tua vita è altrove?

Non so ancora dove sia la mia vita. Credo che sia sempre più qua, in Gran Bretagna, ma non riesco ad avere piani a lungo termine. Ho progetti per il futuro imminente, invece: staccare un po’ dalla routine di questo ultimo anno e andare in un altro paese per un breve periodo, conoscere nuovi posti, nuove persone. In Italia mi piacerebbe ritornare, per qualche mese, per rimettermi al passo con quello che è successo in questi anni e sentirmi a casa. Tornerei definitivamente, però, solo se avessi un progetto ben preciso in mente o un lavoro.

Grazie Giulia!

Una Piazza che incide

Continua la mobilitazione contro la Loi Travail che modifica lo statuto del lavoro in Francia.
L’energia della piazza, di Place de La Republique, è riuscita a valicare i confini della sfera pubblica francese per approdare nel resto d’Europa dove la questione è stata in buona parte già affrontata dalle classi dirigenti. Eppure oggi Parigi è in grado di riportare ovunque l’attenzione sul tema dei diritti del lavoro lasciando pensare a tutti, francesi in testa, che la partita possa essere riaperta.

La Parigi di queste ore, che esprime ancora una volta il carattere combattivo e resistente di un popolo, è un laboratorio. Qui, attorno a questa battaglia, complice l’affannoso respiro del socialismo di governo di Hollande, sembrano unirsi le spinte della nuova economia, dalla comunicazione veloce, dal gusto per le opportunità offerte dalla rete, dalla ricerca del consenso attraverso il marketing, con le rivendicazioni più rabbiose degli esclusi. La banlieue, la stessa “attenzionata” dalle forze dell’ordine per prevenire gli attacchi terroristici, si confonde, soprattutto nei tanti scontri con le forze dell’ordine, con il prodotto più tipico della Parigi post-industriale, tutta servizi, di inizio secolo, quella generazione bobo (Bourgeois-bohème) ricca delle contraddizioni e delle ipocrisie del nostro tempo.

Non c’è mitizzazione nell’immaginare i figli dei migranti di terza generazione ritrovarsi accanto ai liceali benestanti, che pure un futuro ce l’avrebbero, per trarre le conseguenze di una riforma che raccoglie più consensi in Parlamento che nel Paese. Da Place de La République pare poter sbocciare una nuova politica che nelle modalità comunicative e di partecipazione potrebbe ricordare il movimento degli Indignados, in buona parte confluiti nel progetto di PODEMOS, ma che nei fatti indica una possibile via, non ancora del tutto percorsa nel panorama delle forze politiche europee anti establishment: la mobilitazione comunicativa per issues.

Ciò implica un rinnovamento dei linguaggi e degli strumenti d’azione. Condensare modernità e tradizione per dare slancio e prospettiva a un semplice, eppure terribilmente complesso, NO.

Un sito, nato a ridosso dell’approvazione a tappe forzate del progetto di legge da parte del governo, racconta meglio delle parole questa capacità informativa e creativa http://loitravail.lol.
La natura politica ancora una volta è nel gesto e nell’immaginazione.

Natale con i tuoi… Pasqua con i tuoi

Mi stavo domandando con quale maschera, da quale paese straniero iniziare, ma dopo le vacanze di Pasqua ho trovato qualcosa che preme ancora di più. I rientri sono importanti tanto quanto le partenze. La prima faccia da Italian di cui voglio parlare è quella di quando il biglietto andata e ritorno ci porta a casa, dalla famiglia e dagli amici rimasti nella città o paese di origine. Non si può scampare, spesso e volentieri nemmeno quando ci si trova letteralmente dall’altra parte del globo. Ho sentito raccontare di trasferte natalizie dalla Cina, dall’Australia, solo perché il panettone a casa è stato tagliato nelle solite parti uguali, con una fetta apposta per te. Non si può dire di no insomma.

Quando si torna a casa ci si pone sempre di fronte al dilemma di come raccontarsi con chi non condivide la quotidianità un poco diversa del vivere all’estero. Ci sono gelosie, rancori, i non detti e una montagna di eventi e avvenimenti delle vite altrui persi e sentiti come racconti di terza mano. Ci si deve preparare a vedere tutti un poco più stanchi e un poco più vecchi, a sentirsi irriconoscibili a propria volta. Ma sono giorni di festa, a sentirsi quasi, a poco a poco, degli zii e zie d’America rimpatriati per le vacanze, in versione ‘Millennial’.

Quello di cui è difficile capacitarsi è spesso l’astio e il risentimento a cui assistiamo da Italians che tornano a casa per un breve periodo, o quando ci ritroviamo davanti articoli triti che elencano statistiche sul fenomeno dell’emigrazione – puntando il dito e lamentando lo stato delle cose. Una cosa che si ripete con la stessa cadenza dei servizi sulla prova costume e sugli esami di maturità. Magari non dovremmo basarci su questi exploit giornalistici e sui commenti altrui, specialmente se emergono dagli angoli più scontrosi dei social media. Sarebbe come leggere la sezione commenti di YouTube o credere a ogni singola recensione su Tripadvisor: nocivo e sconfortante. Fioriscono  articoli, generalmente molto condivisi, su testate conosciute, che raccontano i perché dell’emigrazione Italiana, e insieme a essi il fiume di commenti e di giudizi di chi non si trova d’accordo, di chi non comprende e soprattutto giudica senza filtri. Choosy e bamboccioni? E lenti a studiare e laurearsi, lenti a trovare lavoro, ma comunque sempre pronti a partire. Innegabile come tutto questo sia parte di una cultura generale che sembra inasprire le critiche e cercare scontri generazionali a ogni occasione. Ma noi Italians abbiamo la faccia di chi sta facendo un percorso difficile da identificare, nonostante i numeri delle partenze siano in crescita, e comunque veniamo tacciati di aver abbandonato a nave che affonda.

Dobbiamo essere la generazione dei sensi di colpa? Del volere biciclette e pedalarle? Nel momento in cui torniamo a casa per le agognate vacanze e incontri di famiglia e amici, non possiamo che sentirci al centro di una tensione difficile: l’orgoglio della famiglia, il paragone con il coetaneo, le censure che ci autoimponiamo per non apparire – minimizzando successi e fatiche per la paura di sembrare troppo finti e troppo diversi. Ci si rende piccoli piccoli tra un uovo pasquale e uno spumante stappato per non urtare le sensibilità, arrivando alla profezia così auto-compiuta di sembrare altezzosi e distanti. Ci ricordiamo di santificare le feste, amando il Paese che per come è e come potrebbe essere. Siamo timidi in patria, e armati fino ai denti nella competizione all’estero. Non guardate a queste facce spesso stressate come a smorfie che deridono chi non è con noi. Siamo pronti a costruire ponti e creare network, proprio come facciamo qui a The Italians, con blog come il mio e soprattutto con le proposte sfornate dal nostro Policy Lab, per abbandonare quella mentalità  ‘noi vs loro vs voi’ e impegnarci a cambiare le cose. A casa, in Italia, la nostra maschera la vorremmo davvero gettare: per ora ci accontenteremo di sembrare stereotipicamente affamati di cucina nostrana, mantenendo la stoica, cauta espressione, soddisfatta-ma-non-troppo, di chi vive le cose un po’ di qua e un po’ di là.

Ore 9: Ricorda fare foto rinnovo passaporto

Stamattina sono arrivata dieci minuti in ritardo in ufficio a causa di un appuntamento molto glamour: 6 fotografie (formato fototessera che deve spaccare il millimetro a 35x40mm, £9.99, ‘Miss, here is your change‘) per il rinnovo del passaporto. Mi dispiacerà abbandonare quel documento un poco bruttino e ormai maltrattatissimo, soprattutto perché perderò visti e bolli di una manciata di paesi diversi, la testimonianza del mio percorso e dei miei viaggi in quattro continenti. Un secondo passaporto a 24 anni è comunque, in fin dei conti, un buon segno.

Mi serve con una certa urgenza, per motivi di lavoro e per una remota possibilità: che il Regno Unito lasci l’Unione Europea, quest’anno, un giorno, si vedrà. In questo clima di ‘Brexit‘ e discussioni pro e contro l’Unione, sono pur sempre un’Italiana a Londra. Nonostante io non faccia ancora parte di quella che risulterebbe al Censo Italiano come ‘tredicesima città italiana per abitanti‘ – devo ancora affrontare la burocrazia per spostare ufficialmente la residenza – sento di essere ‘più qui che altrove’, e con ottime ragioni per rimanere nel futuro più immediato.

Sono arrivata presto a concepire la mia carriera e vita personale come non legata necessariamente all’Italia come unica opzione e casa. L’aver studiato in particolar modo Lingue prima e Relazioni Internazionali poi mi sta portando lontano, sicuramente avvantaggiata da un punto di partenza positivo per quanto riguarda supporto da parte della mia famiglia. La mia faccia da Italian l’ho truccata negli ultimi 5 anni, in cui ho arraffato due lauree nel tempo più breve possibile nei tempi dell’università italiana includendo studio e tirocinio all’estero. L’obiettivo: entrare nel mondo del lavoro su mercati ai miei occhi più attraenti di quello italiano, spinta dal sogno di una carriera globale.

Cosmopolita dunque? … la mia identità di italiana all’estero si è rafforzata proprio grazie a questa vita all’estero, quasi come uno scudo e una rivendicazione della mia identità che non avrei saputo ritrovare altrimenti. Per carità, non tacciatemi di vano patriottismo da osteria! Non mi sono mai sentita più italiana di quando ero in Cina, di quando dovevo affrontare gli stereotipi alla ‘The Godfather’ in California o di quando in Brasile ragazzi e ragazze del posto mi raccontavano orgogliosi di nonni e bisnonni emigrati da tutt’Italia. Molti Italians sembrano riconoscersi in un simile processo di riscoperta, altri invece si distaccano totalmente da questa etichetta a loro stretta. Per esperienza personale posso dire però che questi ultimi sono sempre poco numerosi, e spesso semplicemente frustrati e disillusi nei confronti di un Paese visto comunque con affetto. Insomma, la storia di molti ‘Italians in fuga’ che ci è stata documentata in video, in ‘istruzioni per l’uso’ e reti varie di supporto e assistenza. La mia idea per ‘Facce da Italians’ è dettata meno dal concetto di fuga e più da un’accettazione riconoscente delle opportunità che ho potuto ricavarmi.

E quindi come sono questi Italiani che partono? Come vengono visti e come si presentano? Mi sono trovata spesso a fare domande simili nel momento in cui riconoscevo il mio bisogno di appartenenza e alle diverse culture e storie che mi si trovavano davanti. Sento davvero il bisogno di condividere questo esercizio di riconoscimento dell’ ‘Italian’, perché’ vorrei aiutare a sfatare il mito dell’expat altezzoso, di chi guarda il coetaneo rimasto in Italia dall’alto al basso, il mito che fa dell’Italian emigrato un piacione e un piagnucoloso in terra straniera. Chiarire questo punto, sia tra chi è via e chi è in Italia, è un passo necessario a capire i bisogni, le aspirazioni e le idee di chi resta e chi va, con l’idea, un giorno, di informare chi le politiche su questi temi le fa.

Nel frattempo, sul mio passaporto ‘very Italian’, una nuova faccia, per i prossimi 10 anni.

Intervista a Isabella Abate, Disbursement Professional a Bratislava

Oggi The Italians atterra nella fredda ma accogliente Slovacchia e più precisamente a Bratislava! L’Italians del mese è Isabella, origini campane, 26 anni e un passato accademico e lavorativo diviso tra Roma, New York City, Nizza, Berlino, fino ad arrivare a dov’è oggi.
A Bratislava Isabella lavora in IBM come Disbursement professional, ma non esclude cambiamenti e nuove avventure per il futuro… Ma cosa pensa delle sue esperienze passate, del suo Paese e delle opportunità che il suo continuo viaggiare le hanno offerto lo scopriamo adesso, con la nostra consueta intervista mensile.
… buona lettura!

 

Ciao Isabella, sappiamo che ormai da un paio d’anni vivi a Bratislava, dopo un’esperienza Berlinese presso l’istituto di cultura diplomatica, e che in Slovacchia lavori come Disbursement Professional all’IBM. Raccontaci come mai sei lì, com’è iniziata la tua storia.

Avevo appena finito il master in studi diplomatici alla SIOI e stavo inviando application in giro per il mondo. Mi é sempre piaciuto viaggiare e dopo le due esperienze di soggiorno all’estero a NY e Nizza, avevo voglia di iniziare una nuova avventura! Ho cosi concluso il mio tirocinio a Roma presso l’archivio Disarmo e sono stata assunta dall’Istituto di diplomazia culturale a Berlino. Dopo quasi un anno, stavo gia pensando di cambiare paese e vivere in un posto nuovo. Ho colto cosi l’occasione di tasferirmi a Bratislava dopo aver superato le selezionibdi ingresso in IBM. Ho scelto il lavoro prima di scegliere la citta!

 

Quali sono le opportunità che a Bratislava hai trovato e che in Italia invece non c’erano?

Bratislava é una città giovane, che deve ancora imparare ad essere una capitale! Ci sono molte multinazionali che hanno aperto i loro uffici qui non da molto tempo. La città é in crescita, ma si respira ancora, sotto molto aspetti, l’aria del post-comunismo.

Sicuramente il mercato del lavoro é molto dinamico e aperto ai giovani. Si cerca e si trova lavoro in poco tempo. Le vacancies sono molte, soprattutto per le entry level position in aziende prestigiose come IBM. Credo che questa sia la maggiore differenza con l’Italia e la ricchezza più grande per gli stranieri a Bratislava: la possibilità di non doversi accontentare del primo lavoro che capita

Intendi fermarti a Bratislava (SK) o il desiderio di tornare nel tuo Paese è ancora forte? 

Non ho mai avuto un forte legame con il mio paese di origine e la curiosità e i nuovi stimoli che provengono dall’estero, mi spingono a vivere in contesti sempre nuovi. É un po come se non smettessi mai di mettermi alla prova e la ragione per la quale non ho mai cercato lavoro in Italia.

 

A tuo parere la mancata corrispondenza tra capacità acquisite durante il percorso di studi e il mondo del lavoro sia uno dei fattori fondamentali della fuga dei talenti italiani? O quali sono secondo te le motivazioni di questo fenomeno?

Non credo questo sia il fattore determinante, piuttosto la poca propensione a riconoscere il merito ed il valore aggiunto di molti.

 

Paragonando l’Italia ai Paesi nei quali hai vissuto possiamo quindi dire che credi che in Italia la meritocrazia sia qualcosa di dimenticato? 

Mi rifaccio alla mia risposta precedente! All’estero c’é più competitività: le persone sono più semplici e disposte a mettersi in discussione. Si parte dal concerto del nulla ti é dovuto e tutto é da dimostrare.

 

Se fossi restata in Italia, credi che il tuo attuale stile di vita e la tua posizione lavorativa sarebbero arrivate lo stesso?

Nel mio caso concerto, no. IBM Italia non ha praticamente vacancies per gli entry level nel settore di supporto ai business partners. Probabilmente, avrei avuto più chances di lavorare nel privato in aziende più piccole, con contratti di apprendistato.

 

Quali sono le differenze che hai potuto constatare nel mondo del lavoro in Italia e in Slovacchia?

Come ho già accennato, la principiale differenza è la dinamicità del mercato del lavoro in Slovacchia, caratterizzato da continue job openings (anche se con salari bassi) in diversi settori. Certamente, poi, essendo per la maggior parte entry level positions, le qualifiche richieste sono minori ed è più facile essere assunti, soprattutto per i giovani,

 

Cosa pensi che manchi all’Italia per riportare le proprie eccellenze a servizio del Paese e cosa dovrebbe fare, secondo te, per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)? E cosa pensi, personalmente, di questa continua fuoriuscita di talenti?

Credo che in ogni stato ci siano problemi riguardanti il mercato del lavoro, sebbene le realtà siano diverse. Credo che un 50% dei giovani italiani che cercano lavoro all’estero lo faccia indipendentemente dalla situazione lavorativa in Italia e piuttosto per scelta. Certo, come ben sappiamo la disoccupazione giovanile è a livelli ben elevati (più del 42% secondo dati OCSE) e questo spinge una fetta importante della popolazione ad “emigrare”. Probabilmente, per incentivare il ritorno dei giovani lavoratori dall’estero bisognerebbe pensare ad investire sulle loro capacita’, ma questa é un’altra storia…

 

Skill e mondo del lavoro, capacità individuali ed opportunità. Concetti a noi cari e sempre al centro del nostro ragionamento e dei nostri progetti. Qualcosa che in Italia pare – purtroppo – lontano dalla realtà e che vorremmo riportare al centro del dibattito nel nostro Paese.
Nel caso di Isabella l’estero è stato una scelta, non un obbligo o l’ultima spiaggia, ma come lei stessa ci racconta, in Italia probabilmente sarebbe ancora alle prese con contratti di apprendistato e probabilmente, come lei stessa suggerisce, bisognerebbe ripartire proprio sulle capacità di ognuno ed investire affinché esse possano crescere e venire sfruttate, nel senso più nobile del termine, al servizio del Paese!

Ringraziamo Isabella per aver condiviso con noi la sua storia e i suoi pensieri, ora però aspettiamo di sentire cosa ne pensate voi! A presto!

Il Paese della mamma di Anastasia

Parigi, sotto il perpetuo controllo del Grande Fratello dell’intelligence internazionale, è investita da un’ondata di controlli e di arresti preventivi che stanno facendo mormorare molti riguardo alla violazione di quel concetto di liberté sul quale si fondano le radici dell’intera nazione, ma la vita va avanti. Bruxelles, invasa dai militari a guardia degli obiettivi sensibile e dai gattini di #BrusselsLockdown per confondere i terroristi, è blindata, ma la vita deve andare avanti. E a Roma? Beh Roma al solito non succede niente, è immobile, ma tutti sono confusi: dalla rapida successione degli eventi e dalla “mamma di Anastasia”, o meglio, dalle mamme di Anastasia. Ecco perché in un posto già immobile di suo qualcosa si è fermato.

Nelle ultime settimane mi sono sentito parecchio disagio: non tanto perché Angelino Jolie è il nostro Ministro degli Interni e i servizi segreti (che dovrebbero sventare gli attentati) sono alle sue dipendenze; e nemmeno tanto perché in ogni bar, o ristorante, o angolo della strada in cui io mi sia trovato a sostare, mi sono imbattuto puntualmente in gente che straparlava di terrorismo, Jihad e terza guerra mondiale manco fossi perseguitato da un falshmob dove i partecipanti simulano il G20 scandendo con cazzate e luoghi comuni a turno. Il motivo per cui mi sono sentito a disagio deriva dal notare come in molti, troppi, punti di ritrovo della città: di norma sovraffollati fino all’asfissia da giovani e meno giovani anche in pieno inverno, non ci sia più anima viva. Suggestione? Forse, pensavo inizialmente. Ma quando ti squilla il telefono e dall’altra parte c’è gente che ti da forfait per l’attesissima inaugurazione del posto x, magari troppo vicino a Pzz. San Pietro, oppure ti avverte che pacca la festa y, perché è troppo in centro, si fa largo una spiazzante verità: dopo gli attentati di Parigi i giovani italiani hanno paura degli attentati. Sono dei rammolliti, e le ansie delle ritorsioni terroristiche che ormai prosciugano da settimane i contenuti dei nostri telegiornali (che non si è capito bene per chi giochino: se per la sana informazione o per lo share di una nuova televisione del terrore) li hanno permeati, sopraffatti. Sono bastati gli approfondimenti del TG a piegarli, non un colpo sparato. Le preoccupazioni delle mamme questa volta hanno la meglio: li hanno convinti a correre ai ripari tra pantofole e plaid.

Quando due settimane fa ricevetti su whatsapp una nota vocale che, dopo l’allarme bomba alla stazione metro di Lepanto, intendeva diffondere le informazioni scottanti per la sicurezza nazionale di cui era entrata in possesso la mamma di Anastasia, che lavorerebbe al Ministero degli Interni – E questo, a parte gli scherzi, dovrebbe seriamente preoccuparci sul piano assunzioni, analisti e ministeriali – confessando ad amiche e figlie la reale “entità del rischio attentati “per metterle in allerta, mi preoccupai immediatamente: per la stupidità della gente che mi circonda. Citando loschi occultamenti da parte delle istituzioni, dichiarando che la smentita su una bomba era una macchinazione dei media: ” perché in realtà quella bomba c’era” e asserendo che loro ( i terroristi) “vogliono colpire i giovani come voi”, la mamma di Anastasia metteva in guardia due teenager dall’IS e dal frequentare i luoghi della movida romana. Le invitava a diffondere il più possibile il consiglio di restare a casa, o meglio, di rimanere nella sedicente zona bunker “Cassia” (dove per mia fortuna vivo e dalla quale al sicuro vi scrivo) e tutti ci cascavano passandosi preoccupati il messaggio.

Cestinata immediatamente la bufala come patetico tentativo da parte di una madre per non far uscire la figlia quel sabato sera, ho provato subito a fare un test con la mia di mamma, mentre intanto la stessa registrazione mi arrivava da chiunque. Ebbene il test dette esito positivo: mia mamma ci era cascata subito. Lì ho percepito la vera natura e entità del problema: la mancanza d’informazione adeguata mista all’ansia del momento (per non dire la stupidità). L’allarmismo e la preoccupazione hanno svelato in poco il reale stato delle cose: una città impietrita davanti alla sola evenienza. Questa è la cifra del paese.

A pensare che in un paese che fa parte del G8, durante il consumarsi di un’intricata crisi internazionale che potrebbe portarci sull’orlo della Terza Guerra mondiale, il nostro purtroppo Presidente del Consiglio è stato costretto da due mamme che non volevano perdere d’occhio le figlie ha fare una smentita pubblica di una nota vocale per citare l’accaduto su giornali e telegiornali e per frenare il dilagare dell’allarmismo prodotto da questa bravata da deficienti abbastanza mature, viene un po’ da ridere. A pensare che da noi il fondamentalismo e la guerra santa pensano di combatterle stando chiusi dentro casa e #uscendo i presepi nelle scuole. Lanciando un’altra crociata, l’ennesima per strumentalizzare un altro po la cosa con la scusa che il Natale e la religione non possono essere messe in discussione, perché fanno parte delle nostre radici culturale (?), invece di limitarsi a prenderle per quello che sono: una festa tramandata e pianificata nel giorno del Sole per salvaguardare l’unità dell’Impero Romano ai tempi della diffusione del Cristianesimo, e una pratica religiosa molto diffusa in una stato laico per costituzione, viene un po’ da ridere. Ma a pensare che in un paese che è stato solo minacciato, mai colpito dall’ISIS, i giovani, che sono lo spirito della vitalità per eccellenza, stiano già dando forfait per paura dell’avversario, incominciando, anche se lentamente, a cambiare le proprie abitudini, dandola vinta ai terroristi così, invece di prendere esempio dai giovani parigini che hanno visto morire dei loro compatrioti ma trovano la forza per andare avanti fregiandosi del motto “Nous n’avons pas peur”, beh viene po’ da piangere.

Per quando il rischio sia evidente, e la nostra preparazione ad arginarlo inadeguata: l’unica soluzione dovrebbe essere lavorare su noi stessi riflettendo e sfidare a viso aperto la paura che ci vogliono mettere. Se il governo perde tempo a fare bei discorsi, dicendo che – “il problema terrorismo va risolto con investimenti su sicurezza e cultura” – dato che stanno a pezzi tutte e due, e stanzia 4 miliardi di euro da dividere nelle suddette, di cui però la metà andranno totalmente sprecati nei 500 euro per i diciottenni che strizzano l’occhio all’elettorato al primo voto, piuttosto che fare qualcosa di utile contro la minaccia reale; io dico che forse i soldi per la cultura dei giovani italiani potrebbe essere un buon inizio, ma serve ben altro: serve qualcosa di più profondo e di più diffuso. I giovani italiani invece di regalie futili e di mamme preoccupate per la loro libertà hanno bisogno di responsabilità e di coscienza civica. Tempo fa, ma anche più recentemente, diciamo continuamente, mi trovo a citare i giovani israeliani, così dediti, così responsabili: servono il loro paese indipendentemente dal loro sesso, ne conoscono a fondo la loro storia, conoscono il rischio che si corre nel difendere qualcosa, e per questo forse apprezzano di più la vita dopo. Abitano sull’ultimo bastione dell’occidente, perennemente in guerra e tirano avanti. Ecco forse ai giovani italiani più che tessere pagate dai contribuenti per andare a concerti e teatri di loro gradimento, dovrebbero imparare qualcosa dai giovani figli d’Israele: che vadano a lezione con frequenza obbligatoria da loro. Forse i giovani italiani, piuttosto di avere sconti per musei e biblioteche dove secondo l’ISTAT non vanno comunque, nemmeno gratis, dovrebbero investire del tempo nell’ascoltare in conferenza i racconti dei giovani che sono cresciuti nei Balcani negli anni ’90: di quando sentivano distintamente le bombe a grappolo della NATO che cadevano, ma si facevano coraggio, e continuavano a vivere, ad uscire, ad andare avanti. Che la frequenza anche lì, sia obbligatoria.

Il nostro Paolo Borsellino diceva: “chi ha paura muore tutti i giorni, chi non ha paura muore una volta sola”. Ma del coraggio di Borsellino, sapessero tutti chi era, ci si ricorda una volta l’anno: come dell’essere buoni a Natale. Ecco forse i giovani italiani invece di ascoltare le preoccupazioni delle mamme, che ricordano, ma non insegnano gli Anni di piombo o lo Stragismo, o di ascoltare le preoccupazioni che istigano i telegiornalisti, che potrebbero insegnare a capire e invece passano il tempo ad amplificare il nulla per fare ascolto, avrebbero bisogno di confrontarsi con giovani come loro, di esperienze diverse, che gli parlino dalla stessa altezza e gli ricordino quanto loro siano fortunati. Che li invitino a trovate il coraggio, all’essere uomini, non eroi, solo uomini. Ecco forse questo potrebbe bastare a scoraggiare chi vuole mettergli paura, e a farli crescere.

 

 

Intervista a Oreste Madia, ricercatore a Leuven.

L’intervista di questo mese ci porta in Belgio e, no, non vi racconteremo la “solita” storia dei tanti expat che vivono a Bruxelles (che un giorno forse vi racconteremo…).
Oggi parleremo invece di ricerca scientifica e vita accademica, temi da sempre cari a The Italians. Ma adesso basta chiacchiere… Vi presentiamo Oreste, giovanissimo ricercatore, anche lui under 30. Dopo un tirocinio al CNR di Napoli, un’esperienza lavorativa al centro di ricerca IMEC a Leuven e un periodo di due mesi come visiting researcher all’Università Aalto di Helsinki, Oreste oggi sta svolgendo un Dottorando in Fisica alla KULeuven.

Cominciamo!

 

Ciao Oreste, dalla tua breve presentazione sappiamo che vivi e lavori come ricercatore in Belgio, ma raccontaci la tua “avventura” da Italians.

La mia avventura e’ iniziata nel 2009, come tanti, con il progetto Erasmus. Ho studiato per un anno all’Università Autonoma di Barcellona. Nonostante io volessi molto partire, almeno per un periodo, un grande merito va al mio ex professore Felice Crupi che nel corso di Ingegneria Elettronica dell’UNICAL incoraggia molto gli stundenti a provare esperienze all’estero.
Sempre grazie a Felice ho poi avuto modo di iniziare un tirocinio al centro IMEC, uno dei più grandi e importanti d’Europa,  e infine il dottorato di ricerca alla KULeuven.
In realtà la mia storia é molto simile a tanti altri miei ex-colleghi all’università della Calabria. Qui a Leuven esiste un folto gruppo di ex-studenti dell’UNICAL e tutti devono ringraziare Prof. Crupi per questo. Testimonianza di come volenterosi, ma spesso isolati, individui possano fare tanto per la propria gente.

 

Quali sono le opportunità che a Leuven – o altrove –  sei riuscito a trovare e sfruttare e che in Italia non hai trovato?

Per me questa é una domanda più semplice che per altri compagni “Italians”. Purtroppo la ricerca nell’ambito della fisica e della microelettronica in Italia non offre molte posizioni. I centri di ricerca e le università italiane non hanno la capacità di accogliere un numero, sempre crescente, di studenti che vogliono percorrere la carriera di ricercatore in questo campo.
Ad ogni modo gli istituti di un certo prestigio in Italia sono per la grande maggioranza situati al nord Italia e, da calabrese, la distanza da casa sarebbe stata praticamente la stessa: 1 volo diretto.
Da un punto di vista più specifico, la ricerca in Italia e all’estero viaggiano, seppur non esclusivamente, su due binari divergenti. Il sistema universitario italiano é cementificato.
I dottorandi sono spesso costretti a sorreggere enormi carichi didattici con il risultato di lasciare molto poco tempo per poter portare avanti la propria ricerca, formarsi e farsi conoscere nell’ambito scientifico.
Da dottorando a Leuven ho avuto modo di presentare il mio lavoro praticamente in tutta Europa, ho avuto modo di conoscere autentiche autorità nel mio campo e poter far conoscere loro la mia ricerca e le mie capacita’. Tutto questo sarebbe stato molto difficile in molte realtà italiane.

 

Prima o poi vorresti rientrare in Italia o ormai preferisci l’estero? Per quali ragioni?

Al momento direi che la probabilità che un giorno rientri stabilmente sia inferiore al 10% (ed e’ una stima generosa). Il tutto per i motivi sopra elencati.
Dato un panorama industriale concentrato sul manifatturiero, l’unica possibilità che l’Italia possa offrirmi e’ tentare di perseguire la carriera accademica. Anche considerando una immediata rivoluzione del mondo universitario italiano, non vedo prospettive da questo punto di vista. E questo e’ un gran peccato perché esistono un numero straordinario di competenze di altissimo livello (e come dicevo solo qui a Leuven se ne contano a centinaia) che il mercato del lavoro italiano non e’ in grado di recepire.
Chi ha un dottorato in campo scientifico di certo non può contribuire a un PIL che solo per una piccola, quasi trascurabile, percentuale é generato da ricerca e sviluppo.

 

Secondo te, la mancata corrispondenza tra formazione e mercato del lavoro esiste davvero ed è una delle ragioni di questa enorme fuoriuscita di talenti dal Bel Paese? O credi le motivazioni siano altre?

Posso parlare di quello che, almeno un po’, conosco.
Come detto prima, l’industria italiana, a maggioranza, non necessita di fisici o ingegneri microelettronici.  Le università formano menti che il paese non può utilizzare. E’ dai tempi dell’Olivetti che ciò avviene e le poche aziende ancora in vita affrontano problemi crescenti di fuga di capitali e ridimensionamento (vedi caso Micron Segrate di circa un anno fa’ che solo questo luglio si e’ risolto senza licenziamenti).
Ciò che preoccupa é che l’industria italiana é basata su settori ad alta esposizione verso le cicliche crisi economico-finanziarie e settori con bassa abilità  a rinnovarsi.
Mentre una gran parte di noi “italians” popola settori d’avanguardia, chiaramente basati sull’R&D, che invece competono a discapito delle “intemperie” mondiali.
In pratica ho l’impressione che l’emigrazione di questi anni sia frutto di un distacco generazionale, con Italiani figli del terzo millenio e un paese ancora ancorato alla nostalgia del boom economico degli anni 60.

 

Ti sentiamo parecchio felice della tua esperienza di ricercatore a Leuven, credi che seguire lo stesso percorso in Italia ti avrebbe regalato le stesse soddisfazioni? O meglio… credi sarebbe stato possibile anche solo intraprenderlo? 

Sò di per certo che non sarebbe stato possibile intraprendere questo percorso.
L’unica offerta ricevuta in Italia da neo-laureato non offriva garanzie di continuità che andassero oltre 1 anno di progetto.

 

Quali sono le differenze che hai potuto constatare nel mondo della ricerca scientifico accademica in Italia e in altri Paesi?

Le differenze sono molte. La connettività in primis, il famoso Networking. Tutti i professori e ricercatori in Europa devono combattere per ottenere finanziamenti per la propria ricerca. Ma soprattutto nel mondo di oggi la ricerca non é fatta da singoli straordinari geni stile Einstein, ma da grandi team, ognuno con le proprie eccellenze, spesso lontani migliaia di km l’un l’altro.
Uno dei problemi della ricerca in Italia é un certo grado di isolamento di molte realtà. Chiaramente non sto’ includendo gli esempi di eccellenza che tutti conoscono, ma in Italia esistono migliaia di realtà relativamente isolate che drenano risorse a tanti altri istituti che invece potrebbero far molto meglio. Poi non posso non citare la mancanza di rinnovamento, indipendenza e intraprendenza. Tutti fattori correlati. In Italia siamo così malfidati che ogni posizione é selezionata per concorso nazionale, la cui mole burocratica viene paradossalmente spesso utilizzata per realizzare gli imbrogli che si propone di evitare.
Questo lascia poco spazio per la scelta di professori giovani e dotati (le chiamate dirette di personalità affermate nel proprio campo sono la norma all’estero ma quasi una blasfemia in Italia) e lascia poco spazio per la scelta degli studenti. Per esempio, io sono stato assunto a Leuven dopo una breve telefonata, in Italia avrei dovuto rispondere al concorso nazionale, con esami scritti, orali etc.
Le università devono essere lasciate libere di competere e i professori dovrebbero finalmente iniziare ad essere valutati regolarmente, come del resto accade all’estero. Se si compiono scelte sbagliate e la ricerca e produzione scientifica ne risentono, é giusto che i responsabili ne paghino le conseguenze.

 

Cosa pensi dovrebbe fare, secondo te, l’Italia per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)? O magari anche per attrarre talenti esteri?

La domanda, quasi retorica, é: l’Italia vuole incentivare il ritorno di questi talenti? Non ci si può illudere di ottenere i benefici di una rivoluzione senza la rivoluzione stessa. E non si può pretendere una rivoluzione senza la disponibilità a sacrificarsi in prima persona.
In Italia dovremmo iniziare una grande discussione generazionale, che non sia appiattita su questioni politiche e tifo da stadio.
Far rientrare chi é partito, e attrarre altri con simili capacità, significa mettere l’università e la scuola al passo con il mondo senza dover assistere a scene da guerriglia nel centro di Roma. Significa ristrutturare il panorama industriale anche e soprattutto lasciando entrare chi ne ha la possibilità, senza che ci si scandalizzi che questa o quell’altra azienda sia stata “svenduta agli stranieri”. Significa, forse soprattutto, che per una volta i padri diano fiducia ai figli e facciano un passo indietro.

 

E per concludere… Sappiamo che avresti tantissimo altro da dire, e allora ti chiediamo di condividere con noi un tuo pensiero sulla situazione della ricerca in Italia. Tu che ci vivi “dentro”, cosa vorresti che l’Italia concedesse e permettesse di poter fare, ai propri ricercatori?

L’Italia dovrebbe dare libertà ai ricercatori.

Libertà di aprire una posizione di dottorato senza i “concorsoni”. Libertà di lanciare progetti di ricerca senza la risaputa mole burocratica che tutto frena. E dovrebbe anche garantire che solo chi effettivamente ne ha le capacità si trovi a dirigere gruppi di ricerca. Come detto prima, sistemi di valutazione del corpo accademico basati su criteri di produzione scientifica, sono in funzione praticamente ovunque. Così come sistemi di ripartizione dei fondi tra gli istituti pesati sulla qualità della didattica e della ricerca.

 

Beh, cosa aggiungere? Un enorme grazie ad Oreste e al tempo che è riuscito a dedicarsi, sappiamo che sta lavorando a dei progetti parecchio interessanti, di cui magari un giorno vi parleremo, o dei quali forse sentirete presto parlare fuori di qui. 

Vorremmo ricordarvi solo una cosa, un paio di punti che ci sembrano fondamentali: il distacco generazionale di cui anche Oreste ci parla e di cui noi abbiamo spesso parlato sotto il nome di “questione generazionale”, e la fiducia che le vecchie generazioni dovrebbero riporre nei giovani, due fattori indubbiamente legati tra loro e alla base di ogni qualsivoglia “rivoluzione” per non perdere i nostri giovani talenti.

Voi cosa ne pensate? Siete partiti anche voi? Fateci sapere cosa ne pensato con un commento o una mail! 

Radio 24, “Giovani Talenti”, intervista a Costanza Balboni Cestelli – The Italians

Nella homepage del sito ufficiale di “Giovani Talenti“, il programma radiofonico di Sergio Nava su Radio 24 leggiamo: “Decine di migliaia di giovani lasciano ogni anno l’Italia. Si tratta molto spesso di laureati, appartenenti a tutte le categorie professionali. Provenienti dal Nord e dal Sud del Paese. E’ un’emigrazione di élite, lontana anni luce da quella degli inizi del XX° secolo. “Giovani Talenti” porta in radio per la prima volta le loro storie: il faticoso percorso lavorativo in Italia, l’occasione all’estero e l’espatrio. Le difficoltà da superare oltreconfine, fino all’affermazione finale. La trasmissione punta a rispondere alla domanda fondamentale: perché se ne vanno? E cosa dovrebbe cambiare in Italia, affinché restino… o tornino?

Notate qualche vicinanza a The Italians? Beh noi sì, e questo sabato l’ospite della trasmissione sarà proprio la nostra fondatrice, Costanza Balboni Cestelli. Sintonizzatevi su Radio24 questo sabato, alle 13:30 e condividete con noi il vostro pensiero.

Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo a servizio del Paese!” – The Italians #unconventionalthinking

 

 

 

Intervista a Maria Chiara, produttrice cinematografica a Londra.

Una storia al mese, questa la nuova rubrica The Italians. Una volta al mese intervisteremo un Italians in giro per il mondo, giovani (e non solo) che vivono, studiano o lavorano all’estero. Piccole grandi storie di quell’eccellenza italiana all’estero e che ci piacerebbe veder crescere in Italia, senza fuggire via.

Perché allora non cominciare questa rubrica con la storia di un Italians che da anni vive nella meta preferita dai ragazzi italiani? Ecco a voi Maria Chiara, giovane Italians a Londra (ormai da parecchio…). Lei non è fuggita via, non è scappata, ma scopriamo insieme la sua storia e cosa pensa Maria Chiara dell’Italia e non solo.

Maria Chiara Ventura ha 26 anni, nata e cresciuta a Roma, si trasferisce in Gran Bretagna a soli 19 anni: prima a Bristol, dove per 3 anni ha studiato Sociologia all’ University of Bristol e poi a Londra per il master in Producing alla National Film & Television School, finito nel 2013. Ora Maria Chiara lavora per una casa di distribuzione cinematografica e allo stesso tempo produce film corti, alcuni di quali hanno vinto alcuni premi in vari festival in UK e USA.

E allora ciao Maria Chiara! Raccontaci com’è andata la tua storia made in UK.

La mia storia é un po’ particolare, nel senso che non sono scappata dall’Italia per necessità, sono sempre stata attratta dall’Inghilterra (non so neanche dire perché ma la lingua, la musica e la letteratura inglesi le ho sempre sentite mie…) e ho deciso di venire a studiare qui già da quando ero al liceo. Infatti é proprio per questo che a Roma avevo scelto di frequentare il Liceo Europeo, pensando che mi avrebbe aiutata o comunque dato maggiori possibilità. Verso i 16 anni, quando si trattava di concretizzare la scelta dell’università, ho iniziato a fare un po’ di ricerche ed ho optato per sociologia, dato che pensavo di voler fare la giornalista. Ho poi scelto le università a cui fare domanda in base alle graduatorie nazionali e durante l’ultimo anno di liceo ho fatto domanda a sei università diverse, tra le quali poi ho scelto Bristol. Da lì non mi sono mai guardata indietro e, avendo sviluppato l’amore per il cinema e per la produzione grazie alle mie attività  extracurriculari all’università, ho deciso di buttarmi sul cinema. Ho quindi fatto domanda per il master a varie università in America e Inghilterra, riuscendo alla fine ad ottenere uno degli 8 posti al Master di Produzione alla NFTS. Dopo due anni alla NFTS ho fatto internships varie, lavorato sui set di film indipendenti ma anche di blockbuster come Frankenweenie e Alice In Wonderland 2: Through The Looking Glass (che uscirà nel 2016) e ora lavoro in distribuzione ma anche come produttrice indipendente, per ora di film corti e poi, si spera, anche di lungometraggi…

Cos’è che a Londra hai trovato – o pensavi di trovare – e che in Italia non vedevi, o magari non c’era proprio?

Come ho detto in realtà originariamente dall’Italia non sono andata via perché non trovavo, ma più che altro perché ero affascinata dall’Inghilterra e pensavo che la mentalità di qui fosse più adatta al mio carattere e la cultura più aperta ai miei interessi personali… come infatti e’ stato.

Intendi tornare a Roma prima o poi o la tua casa ormai é Londra? Come mai?

E’ da quando avevo 16 anni che volevo vivere a Londra e appena mi sono trasferita, a 22, mi sono subito sentita a casa e devo dire, non ho mai smesso. Mi piacerebbe poter lavorare di più con l’Italia, ma non credo che potrei tornare in pianta stabile, almeno al momento. Da un punto di vista professionale é complicato perché il mio lavoro si basa sui contatti e tutti i miei contatti sono qui, sia per quanto riguarda la parte di “business” dell’ industria cinematografica (case di produzione e di distribuzione, talent agencies, investitori, registi e sceneggiatori emergenti con cui collaborare…) che quella più tecnica: se dovessi produrre un film, anche un corto, in Italia non saprei a chi rivolgermi! In più farei fatica a tornare perché da un punto di vista personale mi sentirei “indietro”: per motivi spesso logistici la maggior parte delle volte, i film che escono in qui non escono in Italia per mesi; amo andare a teatro ma a Roma non trovo la stessa enfasi sul teatro che c’e’ a Londra (certo, ci sono ottimi teatri, ma a Londra l’intero West End e’ pieno e gli spettacoli hanno spesso come protagonisti star internazionali che purtroppo per la barriera della lingua, a Roma non potremmo avere). Inoltre amo i concerti, cerco di andare almeno una volta ogni due mesi, e spesso gli artisti che interessano a me in Italia non arrivano proprio oppure si fermano a Milano… insomma, non é colpa dell’Italia, ma abbiamo “interessi diversi”. Di certo mi fa sempre piacere tornare (soprattutto d’estate!) e sono fiera di poter chiamare “casa” due città fantastiche come Roma e Londra, ma le due mi danno cose diverse.

Sappiamo che hai studiato in UK, ma avrai sicuramente ancora molti amici a Roma che ti racconteranno delle loro (dis)avventure accademiche e professionali, cosa pensi che manchi all’Italia per dare ai ragazzi un adeguato impiego? E quali sono secondo te le motivazioni di quella che possiamo chiamare una vera e propria migrazione di massa?

Sinceramente non riesco a dare un  parere, molte delle mie amiche alla fine si sono spostate/ si stanno spostando o pensano di spostarsi, ma questo é dato anche dalle scelte di vita (e di percorso) che hanno fatto – lo studio del diritto internazionale oppure essersi specializzate in campi di ricerca che in Italia purtroppo non ricevono abbastanza fondi. Non mi sento di poter colpevolizzare l’Italia perché io in realtà non ho mai cercato lavoro full time, però quello che ho visto e sentito in Inghilterra é che c’é più flessibilità sin dall’inizio: fin dal liceo i giovani sono spinti verso le materie che più interessano e in cui riescono meglio, cosa che li guida poi verso un percorso universitario e lavorativo più ampio, da noi sembra che se si vuole trovare un lavoro si possa studiare solo legge, economia e medicina, le altre lauree vengono quasi derise… cosa che poi in realtà diventa spesso controproducente, dato che avendo tutti la stessa laurea, la competizione diventa problematica. In Inghilterra arrivano a lavori di altissimo livello (e alto compenso) anche persone che ha studiato storia, filosofia o lingue, e in fatti l’enfasi non é sulla materia studiata ma sugli “skills” e le esperienze di vita accumulati durante il percorso formativo, non solo nello studio ma anche durante esperienze lavorative, di volontariato o anche semplicemente viaggi.
La migrazione di massa credo sia il prodotto di vari fattori: una frustrazione data dal doversi inserire in un mercato del lavoro che quasi ti rigetta piuttosto che chiamarti ad entrare, ma anche da fattori positivi come il costo dei viaggi che si é abbassato notevolmente, le frontiere europee aperte e il fatto che noi italiani, a differenza degli inglesi, spesso parliamo due o addirittura tre lingue.

Credi che in Italia la meritocrazia sia un concetto ormai perduto? E a Londra, lo studio e il duro lavoro pagano?

Di nuovo, non ho abbastanza esperienza per poterlo dire, spero di no. Quello che posso dire e’ che certe dinamiche esistono anche qui, nel senso che anche qui nepotismo e raccomandazioni mandano avanti chi ha meno esperienza… Per esempio, Bristol e’ una delle università migliori del paese,ma se ci si trova a competere con qualcuno uscito da Oxford e Cambridge, anche con meno esperienza e che magari ha studiato una materia che non c’entra nulla con il lavoro in questione, spesso e volentieri questi ultimi avranno la meglio. Senza contare che io, anche dopo un master a quella che l’Hollywood Reporter ha definito “the best film school in the world”, ho dovuto lavorare gratis per un anno e poi lavorare sul set iniziando dal basso, vedendomi a volte passare avanti persone con il curriculum meno pieno ma con l’albero genealogico giusto. In più qui c’e’ un’ulteriore suddivisione che in Italia non é altrettanto sentita: la classe sociale. Mi ci sono voluti anni per capire come questa pervadesse la società inglese: qui una persona viene “schedata” in base al proprio accento, a che tipo di scuola é andata, se é cresciuta in campagna o in città (e in quale campagna e in quale città!), e forse poi questa suddivisione non sarà utilizzata, ma ci sarà sempre una consapevolezza del fatto che la persona con cui si sta parlando é “posh” oppure “common”, soprattutto in ambienti considerati elitari come l’industria del cinema.
Forse quello che però bilancia questo aspetto e che viene insegnato qui (e con cui io all’inizio ho faticato a confrontarmi, forse proprio perché culturalmente diverso da ciò a cui ero abituata) é che se vuoi una cosa, un lavoro, devi andartelo a prendere. Il networking é incoraggiato, come anche il mettersi in contatto direttamente con le persone o aziende per cui si vuole lavorare. I giovani di qui hanno spirito di intraprendenza e una sicurezza di sé nel campo lavorativo che a noi non vengono insegnate. Forse é data dal fatto che loro iniziano a lavorare e fare “internships” dall’eta’ di 16 anni, per cui quando finiscono l’università hanno già una conoscenza delle dinamiche del mondo del lavoro e dei contatti e delle esperienze con cui iniziare ad orientarsi, cosa che a noi manca.

 

Credi che se non fossi partita, il tuo attuale stile di vita e la tua carriera sarebbe state le stesse? Avresti avuto le stesse opportunità?

Non credo proprio. Di certo non mi sarebbe venuto in mente di lavorare nel cinema, una cosa che in Italia vedevo come un hobby ma non un “lavoro”. Grazie al sistema universitario inglese, che oltre alla materia in sé permette e incoraggia a concentrarsi e coltivare i propri interessi attraverso attività extracurriculari ben organizzate e soprattutto incentivate dalla stessa università, permette di scoprire le proprie passioni ma anche di iniziare “sul serio”. Il fatto di essere partecipante attivo in una society dell’università (che può comprendere qualsiasi interesse e hobby, dalla società del teatro a quella della musica rock fino a quella della birra artigianale…) é considerata un’esperienza arricchente che viene messa sul CV a testimonianza di una molteplicità di interessi e di intraprendenza nel perseguire le proprie passioni. Ma non si tratta solo di trovarsi a giocare a scacchi o parlare di fumetti una volta a settimana, sono spesso esperienze formative tenute poi in considerazione nel mondo del lavoro. I giornali dell’università, per esempio: a Bristol a volte scrivevo articoli e recensioni per la sezione musicale del giornale e quella che al tempo (solo sei anni fa) era la mia redattrice, ora e’ una giornalista musicale e scrive per importanti siti e giornali come Pitchfork, NME, Guardian e Rolling Stone. Insomma, a differenza da quella che mi sembra l’università italiana, quella inglese e’ una vera e propria esperienza formativa a 360 gradi, piena di opportunità che sta poi alla persona cogliere (certamente c’é anche chi passa i tre anni solo a ubriacarsi, ma il fatto che ci sia un limite fisso di anni in cui si può rimanere io lo trovo positivo).

 

E ora dicci… Quali sono le differenze che hai potuto toccare con mano o che puoi osservare, tra Roma e Londra?

Vedi risposta 3, ma anche… Amo Roma ma la trovo un po’ stagnante, non sento lo stesso clima di innovazione e continua ricerca di qualcosa di più. Per alcuni Londra può essere estenuante: troppa gente, troppo lavoro, troppo grande, troppa scelta, troppi estremi… ma io, personalmente la preferisco. A Roma si può andare avanti quasi per inerzia, a Londra se non ti dai da fare resti indietro. Anche forse a causa della cultura inglese c’é molto pressione, ci si chiede continuamente “sto facendo abbastanza? Ho raggiunto gli obiettivi che, considerata la mia eta’, dovrei aver raggiunto?”…e’ stressante e frenetico come clima, però anche molto stimolante.

 

Cosa pensi che manchi all’Italia per riportare le proprie eccellenze a servizio del Paese e cosa dovrebbe fare, secondo te, per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)?

Io credo sia una questione di mentalità diverse. Noi Italiani abbiamo molti pregi, siamo intraprendenti e flessibili, ci adattiamo bene, e abbiamo una cultura generale che a molti Europei (soprattutto gli inglesi), spesso manca dato che loro tendono a specializzarsi piuttosto che avere una visione d’insieme. Eppure da un punto di vista lavorativo siamo più indietro, quello che secondo me manca sono legami più  forti tra l’istruzione e il mondo del lavoro. Gli inglesi su questo vincono perché, come ho detto, iniziano prima.
Forse farebbe bene anche noi poter iniziare a fare esperienze lavorative dai 16 anni, per renderci conto di quello che ci aspetta dopo e di come uscire dall’università senza trovarci persi e confusi in un ambiente che sembra non ci voglia nemmeno. Certo anche lo stato potrebbe aiutare: per esempio qui le società vengono incoraggiate ad assumere giovani come “trainees” o “apprentices” e parte del loro salario é coperto dallo stato… ma questo presupporrebbe pagare più  tasse, quindi alla fine dovrebbe essere uno sforzo comune, una presa di coscienza pubblica. Inoltre, quello che a me piace della Gran Bretagna é la flessibilità nella formazione: il basarsi sulle capacità ma anche sugli interessi dei giovani piuttosto che cercare di farli entrare tutti nelle stesse tre o quattro categorie.


Quanto pensi sia grave questo fenomeno? Cosa pensi, personalmente, di questa continua fuoriuscita di talenti?

Io non credo che la migrazione in sé sia un problema, alla fine siamo cittadini europei ed il fatto di poterci spostare dove ci troviamo meglio o dove le prospettive ci sembrano migliori e’ uno dei motivi per cui l’Europa é stata fondata, ma é anche frutto di un’intraprendenza da parte nostra che altre popolazioni magari non hanno.
Questo infatti va detto: il fatto che gli inglesi non si spostino altrettanto non é dato solamente dal fatto che sono necessariamente felici della propria situazione, i giovani faticano anche qui, ma spesso sono costretti a cercare soluzioni alternative e spesso non ottimali, ma non si possono (o non si vogliono) spostare anche perché non conoscono una seconda lingua.
Certo, la mia e’ una posizione particolare e privilegiata, non me ne sono andata per necessità ma perché volevo, rimango comunque fiera di essere Italiana, semplicemente qui ho trovato un’ambiente più consono alla mia personalità e alle mie esigenze, che ovviamente sono diverse per ciascuno.


Concludiamo con un’enorme grazie a Maria Chiara per averci regalato un po’ del suo tempo ed aver condiviso con noi la sua esperienza e le sue opinioni. In una sola intervista abbiamo parlato di tante cose: dalla voglia di partire, al mancato collegamento – in Italia – tra formazione e mercato del lavoro, topic affrontato anche dal nostro team formazione e del quale potete consultare analisi, ricerca e proposte nel nostro policy lab. Ora però sta a voi dirci la vostra! Siete partiti anche voi? Lottate per le vostre passioni e il vostro talento? Raccontaci la tua storia, lasciaci un commento o mandaci pure una mail, The Italians non vede l’ora di condividere le vostre storie!

 

 

Tornando s’impara.

Una delle cose belle di vivere all’estero è avere la possibilità di fare il turista a Roma, per cui l’unico rimpianto per esserci nato è il non poterlo mai essere realmente. Lo scorso weekend, con la scusa del compleanno di uno dei miei più cari amici, ho potuto assaporare quel gusto di eterno, quella bellezza libera dalla condanna di occhi abituati, quell’eccitazione sorpresa di chi scarta un regalo non immaginandolo così bello.

Durante quest’esperienza all’estero non sono tornato spesso a Roma, se non nelle situazioni “dovute”, come Natale e Pasqua. Vuoi perché non avrebbe senso farsi ogni weekend a casa, vuoi perché ogni volta ripartire è una sofferenza, che ho cercato di limitare il più possibile.

Quando decidi di vivere all’estero, porti avanti un percorso che se interrotto continuamente, perde parte della spinta di cui si nutre. Anche perché ogni volta che si torna, automaticamente si tirano le somme dei risultati ottenuti, di quelli mancati e di quelli che dovranno venire. Ti accorgi se hai raggiunto determinati obiettivi, oppure se sei ancora lontano dal farlo. Ecco, forse tornare a casa rappresenta l’unità di misura con cui valuti quanti cambiamenti ci sono stati, per te, i tuoi amici, la tua città. E l’unico modo per vederli è distaccarsi dal contesto ed ammirare tutto da una prospettiva neutrale, perché l’abitudine copre gli occhi e rende le differenze sfocate, impossibili da percepire.

No, Roma non è migliorata così tanto da poter dire di avercela fatta. Ciò che è migliorato, però, siamo noi. La generazione italiana, quella nata nel benessere di un paese ubriaco ed ingordo e precipitata nel malessere di un paese rimasto vittima dei propri vizi e del proprio egoismo. La generazione che per limiti d’età prima e per limiti di possibilità poi, ha dovuto subire passivamente cambiamenti tragicamente rapidi, per i quali non era preparata e di cui non era neanche responsabile. Non è facile salvarsi da un mare in tempesta, se chi ti ci ha spinto dentro non ha avuto neanche l’accortezza di insegnarti a nuotare. Eppure, piano piano, stiamo raggiungendo tutti la riva.

C’è chi ha continuato a studiare ed ora tiene lezioni all’università, la stessa che i dinosauri desiderosi di mantenerne la poltrona, ritenevano impenetrabile, inaccessibile. C’è chi ha aperto una propria attività, incurante dell’indolente burocrazia italiana e consapevole di non voler lasciare alle complicazioni, paventate da coloro i quali non vogliono novità sul mercato che sovente manipolano, l’energia e la vitalità della propria età, quella più bella. C’è chi lavora in quelle aziende giganti in Italia o all’estero, che fanno del proprio fatturato una giustificazione all’arroganza con cui trattano quei ragazzi colti, svegli e preparati, che umili e testardi non mollano un centimetro, seppur soffrendo ogni colpo ricevuto, consci di essere il futuro. C’è chi lotta per una politica migliore, nonostante i “sono tutti uguali” e i “le cose non cambieranno mai”. Chi, guadagnando quello che in una società libera dallo sfrenato consumismo basterebbe, lavora nel sociale solo per aiutare realmente gli altri, consapevole di quanto sia stato difficile crescere in una società plasmata sull’egoismo sociale. C’è anche chi, stanco di chiedere chi erano i Beatles e compagnia bella, rinnova la musica, la fotografia, la scrittura e l’arte, magari colorando un intero quartiere periferico con murales che portano la pittura a un livello successivo, tanto più alto quanto più vicino alle persone. C’è pure chi partorisce, chi fa nascere nuova vita, ridendo in faccia alle paure di questa società che mai potranno qualcosa contro la forza più grande del mondo.

C’è un nuovo vento, un vento di consapevolezza. Quella consapevolezza che cresce forte e prorompente dentro l’anima di chi non si è fatto abbattere dai colpi meschini e vili ricevuti, mostrandone ora con orgoglio e sorriso beffardo i lividi. La consapevolezza di una generazione nata a cavallo tra la fine di un mondo materiale, avido, corrotto e l’inizio di un altro, che si spera essere più alto, più vero, più umano. Una generazione disorientata e lasciata in balia degli eventi, come dovesse essere solamente qualcosa di passaggio e che invece, spensierata ed incosciente come i giorni migliori, giorno dopo giorno sta cambiando quel mondo, che l’egoismo e la pigrizia delle generazioni passate, preferiva dare per spacciato.