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Intervista a Laura Ribichini, stagista presso il servizio giuridico del Parlamento europeo: “Vorrei tornare, ma ho paura di non trovare un lavoro simile in Italia”

In Italia è praticante avvocato. In Lussemburgo è tirocinante presso il servizio giuridico del Parlamento europeo. No, non è una doppia vita – e soprattutto: una cosa non esclude l’altra!

Per Laura Ribichini, la nostra Italian del mese, è la normalità. Laura ha 27 anni – a brevissimo 28 –  ed è originaria di Terni, in Umbria. Dopo aver vissuto anche a Perugia per l’università e a Parigi per l’erasmus, da 4 mesi è approdata in Lussemburgo grazie al tirocinio Schuman.

Iniziamo dal principio: come sei arrivata in Lussemburgo?
Dopo due anni di pratica forense in Italia, l’idea di un lavoro che potesse darmi anche solo la parvenza di una mia autonomia si è palesata più forte che mai. Ci sono stati dei momenti di frustrazione (anche di autocommiserazione, perlopiù ingiustificata) durante questo percorso e, proprio in uno di questi, ho deciso di guardarmi un po’ intorno. Non avevo un piano molto definito, ma l’idea di partire e poter fare delle esperienze all’estero non mi ha mai abbandonata da prima di partire per l’Erasmus. Sapevo della possibilità di far domanda per dei tirocini nelle istituzioni europee, quindi mi sono fatta forza e ho presentato la mia candidatura al Parlamento per il tirocinio Schuman.

E come è andata?
Al momento della domanda ho visto che c’era un posto al Legal Service, nell’unità “Staff Unit”. Non sapevo benissimo di cosa si occupasse, immaginavo solo che avrei trattato di diritto del lavoro, con riferimento alle carriere dei funzionari dell’Unione europea. In pratica mi occupo di funzione pubblica (contratti, reclami, ricorsi alla Corte di Giustizia) e di consulenza. Spesso la mia unità è chiamata a dare pareri formali e informali alla DG PERS (Direzione Risorse Umane), relativamente allo Statuto dei funzionari (base normativa su cui lavoriamo) o ad altre tematiche inerenti. Io aiuto i giuristi nella redazione degli atti o dei pareri giuridici, effettuo ricerche di giurisprudenza, scrivo riassunti di sentenze o di ricorsi per la fruizione interna al servizio legale e controllo e valuto (sulla base di documenti che mi vengono forniti) se sia necessario l’intervento del Parlamento in una particolare causa dinanzi alla Corte, nei casi in cui viene sollevata un’eccezione di illegalità relativamente allo Statuto.

Lavorare in Lussemburgo, nel tuo settore, è diverso che in Italia?
Lavorare qui è sicuramente diverso dal punto di vista degli orari. Inizio presto la mattina e finisco alle 18 più o meno del pomeriggio. Non torno a casa per il pranzo, perché è distante, ma anche perché qui si usa mangiare alla mensa. Pranzo spesso insieme agli altri tirocinanti e a volte con alcuni colleghi verso le 12:40/13 e ricomincio alle 14 circa. La cosa che più mi ha sorpreso è lavorare in una grande struttura, che contiene al suo interno un’enorme collettività. Tutti lavorano in differenti ambiti, ma allo stesso tempo per il funzionamento di qualcosa di grande e di comune. Per quanto riguarda i miei colleghi, i giuristi del servizio legale sono persone competenti, mi seguono e mi coinvolgono nel lavoro e l’ambiente è piacevole e molto inclusivo. In più, trovo che sia un ambiente molto stimolante, si parlano moltissime lingue, anche solo durante la pausa caffè del Legal Service. Non penso che riuscirei a trovare un ambiente simile in Italia, o almeno non ne ho conoscenza, ma lavorativamente parlando penso di sì, magari all’interno delle grandi imprese o dei grandi studi.

Com’è la tua vita da italiana in Lussemburgo? C’è una comunità di connazionali lì, ti senti ben accolta?
Ammetto che la situazione in Lussemburgo è molto tranquilla, non c’è moltissimo da fare in città ma i dintorni offrono moltissime possibilità di svago. Per quanto riguarda gli aspetti negativi, il più grande sicuramente è quello del traffico. La situazione è quasi catastrofica, qui tutti usano la macchina anche per brevi percorsi. Pensa che da domani, per incentivare a usare i mezzi pubblici, tram e autobus saranno gratuiti per sempre! E stasera, per festeggiare, hanno organizzato dei concerti in giro per la città.
Sulla comunità di italiani, so che ce n’è una anche bella sostanziosa, ma sinceramente non ho avuto modo di venirne a contatto. Sull’integrazione però posso dire di non aver dovuto superare alcun pregiudizio, uno degli aspetti positivi di questa città è che ci sono persone che provengono un po’ da ogni dove, di tutte o quasi le nazionalità. In più, si parlano tre o quattro lingue fluentemente (francese, inglese, tedesco e – ma solo dagli autoctoni e pochi altri prescelti – il lussemburghese) e non è raro che si senta spesso parlare italiano.

Parlando di esperienze lontano da casa, c’è stata anche la Francia: raccontaci qualcosa
Ho un bellissimo ricordo del mio erasmus a Parigi, ho conosciuto delle persone meravigliose e ho vissuto in una delle più belle città d’Europa. Ero emozionatissima all’idea di partire, io volevo partire. Sono stata via 5 mesi, ho vissuto in residenza e studiato nell’università di giurisprudenza Descartes, Paris V. Sicuramente l’integrazione è stata molto più difficile là che qui in Lussemburgo, la città è molto grande e anche all’università è stato difficile rapportarsi con gli studenti del posto. Di positivo c’è stato il poter conoscere ragazzi/e di quasi tutta Europa e condividere con loro dai più piccoli ai più complessi ostacoli burocratici e non che si sono presentati (ho detto piccoli, ma in realtà la burocrazia è il male di questo mondo, in qualsiasi luogo ci si trovi).

Il sistema educativo francese è diverso da quello italiano? Quali sono le difficoltà più grandi che uno studente italiano si trova ad affrontare in un’università di un altro paese, nel tuo caso la Francia?
Il metodo è un po’ differente, so che ci sono alcune classi particolari in cui lo studio è più intenso (si chiamano travaux dirigés) e viene effettuato in piccoli gruppi, in modo da permettere al professore un maggior controllo. Non ho avuto l’occasione di partecipare, perché gli esami che avevo scelto di frequentare non prevedevano questa tipologia di studio. Inoltre, ho constatato che praticamente non sono consigliati libri dai professori per la preparazione degli esami, la scelta è rimessa agli studenti. Quasi tutti prendono appunti con il computer ed è con quelli maggiormente che ci si presenta all’esame. Per quanto riguarda le difficoltà, una delle prime è stata la lingua, eravamo in classe con altri francesi e quindi ci siamo subito dovuti adattare, anche a scrivere.

Secondo la tua esperienza, in cosa noi italiani potremmo prendere spunto per migliorare – e cosa potremmo invece esportare?
Sicuramente l’approccio all’università è più pratico e un po’ l’ho invidiato, perché a far solo teoria poi si entra nel mondo del lavoro ancora più tardi e meno preparati. Non ho mai scritto nulla in cinque anni di legge (nulla che rimandasse al futuro lavoro di avvocato) e sembra assurdo che appena usciti ci si debba confrontare con pareri e atti, mai visti prima. Ecco, questa mi sembra sia un’incongruenza bella evidente. Chiedendo a ragazzi come me, francesi e non, penso che quello che ci manchi sia uno stampo meno accademico, una formazione più completa. Si potrebbe raggiungere con simulazioni o law clinics (ora so che stanno prendendo piede anche da noi) al fine di rendere consapevole lo studente di cosa si troverà davanti una volta laureato.

Quando si parla di ragazzi che studiano o lavorano fuori casa, subito scatta il bollino “fuga di cervelli”. Ti senti una di loro?
Non mi sento un cervello in fuga, mi sento un cervello frustrato che vorrebbe trovare la sua strada e, soprattutto, trovarla in Italia. So che non avrei potuto fare questa esperienza a “casa” e quindi sono partita. Ora che sono qua mi rendo conto che ci sono tantissime altre occasioni che potrei e vorrei cogliere, tuttavia mi piacerebbe poter tornare. Ho inviato moltissime candidature nel mio Paese, senza ricevere alcuna risposta, forse è questo che spinge le persone a guardare altrove. A volte anche un no sarebbe stimolante per migliorarsi. In più, parlo per i praticanti avvocato come me, questa situazione di limbo orribile, sospesa, impedisce di trovare la giusta posizione e sfocia, nella maggior parte dei casi, in stage sottopagati o in una nuova pratica legale non ben definita. Ho fatto fatica a compilare candidature, non so come definirmi, e spesso è difficile trovare realtà disposte a formare i candidati e a investire su di loro.

Qualche soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?
Non so, a mio parere, bisognerebbe investire e dare possibilità di crescita a chi entra nel mercato del lavoro dopo gli studi, tutto qua. Formare il nuovo assunto nel migliore dei modi e retribuirlo il giusto. I sacrifici si fanno, ma non in eterno. E dopo aver espresso l’ovvio, anche un po’ utopico, passiamo alla prossima domanda!

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia?
Ho un po’ sorriso, non so come rendere questo lieve imbarazzo a parole. Ho dei progetti, mi piacerebbe poter impiegare in Italia quello che ho imparato qui, magari in città un po’ più grandi della mia. Penso di aver individuato qualche ambito in cui vorrei focalizzare la mia attenzione, ma vista l’assenza di risposte alle mille candidature inviate, ne manderò altre anche qui in Lussemburgo e dintorni. Vorrei acquisire più esperienza e se il riscontro positivo verrà dall’estero è qui che dovrò restare, anche per approfittare di opportunità che non potrei ritrovare in Italia. Spero che questa situazione non duri in eterno, sia chiaro, il progetto che ho più a cuore resta quello di tornare in Italia e trovare lì un lavoro che mi soddisfi (su quello dei sogni poi ti farò sapere).

Intervista a Luca Pilati, export manager in Germania: “Potrei tornare e lavorare in Italia, ma l’instabilità politico-economica non mi rassicura”

Hof, Germania, una piccola cittadina a nord della Baviera. Dopo aver viaggiato in lungo e largo per l’Europa, in Russia, ma anche in America Latina e in Canada, è qui che oggi vive il nostro Italians del mese Luca Pilati, 31 anni originario di Marsciano (Perugia).

Luca è ad oggi export manager (area europa) in Germania, e si occupa cioè di vendite seguendo sia il canale tradizionale fisico che l’e-commerce. Un lavoro che lo porta a viaggiare per circa il 30% del suo tempo, a stretto contatto con agenti, distributori e clienti diretti per stabilire prezzi, promozioni, sconti e lancio di nuovi prodotti.

“Il mondo è grande ed ho la costante voglia di vederlo tutto – ci anticipa Luca – in ogni luogo che visito, mi chiedo sempre come sarebbe vivere lì, la routine, le persone, la vita. Più che lasciare l’Italia mi piace vedere il rovescio della medaglia: concentrarmi cioè su quello che questo percorso mi porta a scoprire”.

Ciao Luca! Raccontaci la tua esperienza da Italian: sappiamo che attualmente vivi e lavori in Germania, ma come ci sei arrivato? Faceva tutto parte di un tuo progetto oppure hai seguito il corso degli eventi?
Diciamo che faceva parte del mio progetto e poi il corso degli eventi – che in fondo mi sono creato io – mi ha di certo aiutato. Ho sempre agito in visione di un possibile spostamento all’estero. Sin dal liceo mi sono sempre orientato verso un percorso che potesse aiutarmi in questo senso. E in primis, già dagli anni degli studi superiori, ho capito che lo studio dell’inglese sarebbe stato necessario e questa si è poi rivelata una scelta fondamentale considerando che oggi, per poter essere competitivi ed avere maggiore libertà di movimento, l’inglese rappresenta davvero il minimo indispensapide in termine di lingue straniere da conoscere. Ora con anche lo spagnolo, il tedesco ed un po’ di francese mi sento più tranquillo!
L’obiettivo di trasferirmi all’estero per lavorare me lo ero prefissato per completare le mie pregresse esperienze di periodi trascorsi fuori dall’Italia nei momenti di tempo libero o per studiare. Lavorativamente parlando, mi mancava quindi un’esperienza all’estero ed è cosi che ho colto l’opportunità di trasferirmi in Germania.

Qualcosa sul tuo lavoro: cos’è che fa di preciso un export manager, compiti e responsabilità? Credi che in Italia avresti potuto trovare un’occupazione simile, ci hai provato, oppure lavorare all’estero era quello che volevi?
Come export manager mi occupo di vendite e seguo sia il canale tradizionale (retailers) sia l’e-commerce. Mi relaziono con agenti e distributori esistenti o, dove necessario, cerco io stesso persone in loco per sviluppare i mercati di mio interesse, e mi relaziono anche direttamente con i clienti. Stabilisco promozioni, sconti, lancio di nuovi prodotti in base al mercato di riferimento. Viaggio circa il 30% del mio tempo, principalmente in Olanda, Belgio, Svizzera, Austria, Polonia, Repubblica Ceca, Norvegia, Francia e Germania. Per quanto riguarda l’e-commerce, invece, il discorso è leggermente diverso perché gestisco il flusso di informazioni che poi il cliente (ad esempio Amazon) utilizzerà per vendere il prodotto online (informazioni su prodotti, prezzi, immagini, stock prodotti, testi marketing). È un lavoro con meno interazione tra persone dal momento che la stragrande maggioranza del lavoro può essere svolto tramite “ticket” (sistema informatizzato).
Come dicevo prima, lavorare all’estero è sempre stato un mio chiodo fisso. In Italia, il mio ruolo viene molto apprezzato perché, specialmente in questo momento, le aziende italiane hanno bisogno di esportare i propri prodotti e non sempre sono preparate per poterlo fare. Non ho ancora preso in considerazione questa possibilità, perché pensare un futuro in Italia considerando l’outlook negativo dato dal crescente debito pubblico, la costante incertezza legata alla politica affiancato da una crescita debole o inesistente del Paese, non mi rassicura. Quindi ho optato per paesi con scenari più positivi e livelli salariali più alti.

Il lavoro in Germania è strutturato in maniera diversa rispetto che in Italia? Penso alla flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età…sono problemi solo italiani?
Si, qui la differenza è notevole. Dal punto di vista pratico e di organizzazione del proprio lavoro c’è molta più libertà. Gli orari di entrata ed uscita dall’ufficio sono flessibili e si lavora 38 ore settimanali e non 40. Inoltre le ore di straordinario, che capita sovente di fare, vengono accumulate e possono essere utilizzate successivamente come ore di permessi. Il lavoratore è molto più tutelato anche dal punto di vista della salute e del benessere in ufficio. Un esempio carino che voglio citare che non mi è mai capitato di vedere in Italia è la possibilità di richiedere una scrivania con pianale elettrico che si alza e si abbassa per poter permettere alle persone di lavorare in piedi. In pratica: stare seduti per molte ore in ufficio non è salutare, quindi è possibile richiedere una scrivania con pianale elettrico che si alza e si abbassa a tuo piacere per poter lavorare anche stando in piedi.
Si fa molta attenzione a rispettare la pausa pranzo e gli altri intervalli che ti permettono poi di lavorare in maniera più efficace il resto della giornata. Per quanto riguarda le responsabilità ho notato che qui il binomio giovane=inesperienza è quasi inesistente. Al contrario, si valorizza di più il concetto di giovane=risorsa. E questo è un fattore da non sottovalutare. I giovani hanno più spazio, più responsabilità e quindi la capacità di apprendimento e di sviluppo è maggiore. il lavoro è più appagante dal momento che hai maggiore libertà di prendere decisioni e le tue idee vengono prese in considerazione.

Quello della meritocrazia in Italia è un tema delicato dove sfortunatamente il più delle volte si è costretti a constatare che il merito passa in secondo piano, scavalcato da quel clientelismo ormai radicato sia nelle organizzazioni pubbliche che private. Credo sia difficile cambiare in un paese che ha questa impostazione. Riguardo la possibilità di emergere, secondo me, oltre al problema della mancanza di meritocrazia, in Italia c’è anche il problema della stagnazione del lavoro. Qui in Germania, ad esempio, come in molti altri Paesi c’è più offerta di lavoro, pertanto, trovo ci siano più possibilità di emergere in contesti dove si investe, dove si aprono aziende, dove si crea lavoro.
In Italia succede l’opposto: i posti di lavoro non ci sono, le aziende italiane non investono o addirittura delocalizzano ed infine, non abbiamo la capacità di attrarre capitale estero vista la burocrazia e soprattutto la perenne instabilità politico – economica. Alla fine i giovani vivono il risultato di questo insieme di fattori, oscillando tra il minimo sindacale e lo stage non retribuito che, come detto prima viene giustificato anche dalla mancanza di esperienza.

Ho notato anche che c’è ostilità da parte di chi, invece, dovrebbe trasmettere ed insegnare ai giovani come lavorare. L’egoismo secondo me è uno dei fattori più penalizzanti in Italia. Egoismo che porta a pensare sempre a se stessi e non alla comunità. Questo sfocia spesso anche in mancanza di senso civico e di interesse verso quello che succede anche al di fuori della vita personale. Non essendoci coesione sociale, gli individui cercano di “sopravvivere” come meglio possono salvaguardando i propri interessi, ignorando però la situazione complessiva della comunità e più in generale dell’Italia stessa.

Com’è vivere ad Hof? C’è una comunità di italiani lì? Ti senti ben accolto oppure ci sono pregiudizi che hai dovuto superare? Inoltre, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita?
Sono sempre stato affascinato più dal nord Europa che dal sud. Non a caso quando la stragrande degli studenti facevano l’erasmus in Spagna io sono andato in Polonia. Sono sempre stato attratto dal freddo e non dal caldo, dalle montagne e non dal mare, dagli sport invernali piuttosto che dal calcio. Diciamo che non sono proprio italianissimo sotto questo punto di vista! Approdare in Germania, quindi, sotto questo punto di vista ha avuto un impatto decisamente positivo. Mi sono quasi sentito a casa, circondato da paesaggi, clima e cultura che mi hanno sempre affascinato. La parte più difficile del trasferimento è stata la barriera linguistica. Vivere in una piccola cittadina, seppur universitaria, significa non poter parlare sempre in inglese, dato che in pochi lo sanno. Devo ringraziare i miei colleghi che si sono presi cura di me e mi hanno aiutato in tutto quello che concerne la vita quotidiana (affittare un appartamento, comprare mobili, pagare le bollette, trasferire la residenza, etc..) Però alla fine, dopo un anno qui in Germania, posso dire che effettivamente queste difficoltà iniziali si sono rivelate utili dal momento che l’apprendimento del tedesco è stato e tutt’ora è molto più rapido. Apprendere una nuova lingua e conoscere da vicino una cultura differente mi affascina ed è per questo che ho costruito una rete di amicizie principalmente con tedeschi e non con italiani. Anche qui, all’inizio non ti senti proprio a tuo agio circondato da persone che parlano una lingua praticamente indecifrabile e spesso anche in dialetto! Però con un po’ di coraggio, molta pazienza e svariate bottiglie di birra riesci man mano ad interagire sempre di più.
Secondo me è fondamentale come uno si pone. Se sei tu privo di pregiudizi, aperto e sorridente, non ci sono problemi di integrazione. Almeno questa è stata la mia esperienza fino ad oggi in tutti i luoghi in cui ho vissuto ed ho visitato sia in Italia che all’estero. Porto con me sempre bellissimi ricordi di persone con cui ho condiviso momenti della mia vita e che mi hanno sempre accolto con entusiasmo ed amicizia.

Questa non è la tua prima esperienza all’estero: c’è stato anche l’Erasmus in Polonia e poi la Spagna per tre mesi e anche la Svizzera, seppur solo un mese. Raccontaci qualcosa di queste esperienze – punti di forza e punti negativi, ovviamente!
Vedendo sempre il bicchiere pieno o, nei momenti peggiori, mezzo pieno, sinceramente non saprei di che punti negativi parlare. Un’esperienza all’estero che sia di lavoro, di studio o di svago, secondo me, è sempre costruttiva e soprattutto ti lascia il segno. L’erasmus è sicuramente un’esperienza indimenticabile soprattutto in un Paese come la Polonia, dinamico con molti giovani e centro di forti investimenti da parte di moltissime aziende. Dopo l’erasmus sono tornato spesso in Polonia sia a visitare gli amici che per lavoro ed ogni anno rimango piacevolmente colpito dalla dinamicità di quel Paese. Per quanto riguarda la Spagna e la Svizzera in entrambi i casi sono stato ospite di una famiglia. è stato davvero bello sentirsi parte di loro, vedere i loro usi e costumi, parlare la loro lingua e vivere il loro quotidiano.
È qui che mi viene in mente la parte negativa di questo stile di vita: lasciare la famiglia, gli amici, la quotidianità che ti ha accompagnato per anni nel posto in cui sei nato e cresciuto. Il prezzo da pagare per chi decide di spostarsi è effettivamente abbastanza alto, specialmente per chi vive in Italia, dove la cultura della famiglia è ancora molto forte. Lasci il luogo dove sei sicuro di trovare sempre il supporto degli amici, l’amore della famiglia, e soprattutto la quantità di cibo che ti prepara la nonna che ti vede sempre deperito. Vivendo lontano e soprattutto viaggiando spesso, mi ritrovo ad essere con me stesso, e devo dire che è  veramente piacevole. Schopenhauer dice: “Un uomo di grandi doti spirituali nella più completa solitudine si intrattiene in modo eccellente con i suoi pensieri e le sue fantasie…”. Essere il punto di riferimento di se stessi è impegnativo. Occorre avere un discreto carattere ed una sufficiente energia interiore per vivere momenti facili e difficili sempre rimanendo sereno e felice.

Tornando al tuo periodo di studi in Polonia e guardando all’Italia, potresti aiutarci a fare un confronto tra questi due sistemi educativi? In cosa possiamo prendere esempio per migliore, e viceversa?
In Italia sicuramente la preparazione è ottima. quello che ho notato però è che spesso si riduce a studiare interi libri e “recitarli” il giorno dell’esame. Parlare di Erasmus significa fare un passo indietro di circa 10 anni. Al tempo rimasi colpito dalla modalità in cui le lezioni venivano svolte, ricche di progetti, esercizi.
Il professore, sempre pronto ad aiutarti, era più al tuo stesso livello. In Italia, secondo me, c’è molto più divario tra studente e professore. In Polonia ad esempio ricordo di aver sostenuto un esame basato su una piattaforma virtuale in cui il team di cui facevo parte, formato da studenti di diversi paesi, doveva virtualmente gestire un’azienda che produceva laptop. Ogni membro del gruppo aveva un compito (Marketing, Finanza, Sales… etc..) e giornalmente dovevamo inserire nel portale virtuale le azioni che volevamo venissero fatte nei giorni successivi. In base al posizionamento dell’azienda dopo 6 mesi rispetto alle aziende degli altri team (formati da altri studenti), si riceveva il voto finale dell’esame. Ci siamo posizionati secondi perché abbiamo perso fatturato a seguito di un’apertura di un negozio in Brasile dove però ci siamo scordati di assumere il personale di vendita. Svolgere esami in questo modo ti permette di interagire con persone del tuo corso, scambiare idee, capire dal punto di vista pratico le azioni e soprattutto le conseguenze di quello che decidi di fare o nel mio caso..ti scordi di fare.
Chiaramente la teoria è fondamentale durante il percorso di apprendimento. Devo essere riconoscente del fatto che sia a Perugia che a Torino ho appreso moltissimo. Ma secondo me se venisse curato di più l’aspetto pratico si avrebbero sicuro risultati maggiori sulla preparazione finale dello studente a fine corso di laurea. Poi, una cosa tutta italiana credo sia la probabilità di essere bocciati in base ai capricci del professore o dell’assistente di turno. Andare a sostenere un’esame sapendo di avere la probabilità di essere bocciato o comunque di ricevere un voto non idoneo alla tua preparazione in base allo stato d’animo del professore non è rassicurante soprattutto considerando che tu sei lì per crearti un futuro ed un giorno in più passato in università è un costo per te o per la famiglia che ti mantiene e soprattutto è un giorno in più necessario per entrare nel mondo del lavoro – dove di per se è già difficile entrare.

Si parla spesso (e a volte a sproposito) della cosiddetta “fuga di cervelli”: te cosa ne pensi? Ti senti uno di loro? Secondo la tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?
Per quanto mi riguarda la decisione di andare a lavorare all’estero è stata semplicemente la naturale evoluzione del mio percorso sia di vita che lavorativo. Attualmente la mia fidanzata vive ad Istanbul, io abito in Germania e la mia famiglia in Italia. Questo non mi disturba affatto anzi mi motiva e mi rende felice. Vivere in equilibrio tra 3 nazioni mi piace e mi fa sentire cittadino del mondo. Tutte le volte in cui mi sono spostato non mi sono mai sentito straniero. Mi sono sempre sentito a casa. Le diversità le ho sempre vissute con entusiasmo e mai mi sono sentito isolato. Come già detto, ovviamente i rapporti che lasci con le persone che ti hanno sempre circondato difficilmente sono ricreabili, però questo fa parte del gioco. In Europa si sta lavorando da decenni, anche se con moltissima difficoltà, per creare un mercato unico, una moneta unica e soprattutto libero scambio di capitali, merci, servizi e soprattutto libera circolazione di persone. È su questo che mi piace soffermarmi, la libera circolazione di persone. Purtroppo probabilmente non c’è molta educazione da parte degli stati membri rivolta ai giovani sotto questo aspetto. Ma io la fuga di cervelli, in una visione di globale di interscambio tra paesi, non la vedo. È uno spostamento e dal mio punto di vista è positivo. La domanda che secondo me dovremmo farci è: quanti cervelli in fuga da altri paesi vengono nel nostro paese? Perché alla fine un po’ come la bilancia commerciale ci sono 2 fattori l’import e l’export. Non ho mai sentito parlare di un bilancio finale. Non ho mai avuto modo di leggere notizie relative alla capacità dell’Italia di attrarre giovani.
Non sempre la fuga di cervelli deve essere vista come scelta disperata che deriva da una situazione di disagio nel proprio paese. L’interscambio di persone è fisiologico in un mondo con sempre meno barriere. Nel caso dell’Italia secondo me occorre soffermarsi non solo sulla fuga di cervelli perché alla fine i “cervelli” non esistono solo in Italia. Quindi secondo me bisognerebbe discutere anche sul perché i “cervelli” più preparati e competitivi di altri paesi non scelgono l´Italia. L’Italia purtroppo viene vista come il “Bel Paese” dove poter andare a mangiar bene, a bere vino e stare al caldo. Questo sotto un certo punto di vista gioca a favore di noi italiani, dato che il turismo rappresenta uno spicchio molto importante dell’economia italiana. Sotto un altro punto di vista gioca nettamente a sfavore dato che il “Bel Paese” non viene considerato come meta interessante per investimenti o come luogo dove intraprendere una carriera lavorativa.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?
Viaggiando mi sono reso conto che il livello di vita in Italia è mediamente alto e di questo me ne sono reso conto solamente dopo aver vissuto in Polonia ed aver visto paesi come la Romania Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina, Serbia, Argentina, Turchia dove in alcune zone vivono in condizioni veramente critiche o quantomeno basiche. Da lì ho iniziato ad aver bisogno di molto meno per essere felice. Ed ho iniziato a riflettere di più si dove indirizzare le risorse disponibili. Anche in Germania, dove gli stipendi medi sono nettamente più alti rispetto all’Italia si fa moltissima attenzione a quanto si spende e come si spende.
In Italia molte cose si danno per scontate. vestiti, cellulare, macchina, vacanze, cene, aperitivi, moto. Ma non e´ poi scontato che in Paesi anche a solo 2 ore di volo queste cose siano possibili. Considerando uno stile di vita del genere come la normalità, effettivamente poi lo stipendio non basta.
Inoltre personalmente non so neanche quanto valga la pena poi dover lavorare per cercare di mantenere uno stile di vita caratterizzato per lo più da beni futili, necessari solo per il “riconoscimento sociale” che viene messo troppo spesso al primo posto. Quindi a volte trovo eccessivo puntare il dito verso l’estero e dire che le cose in Italia non vanno bene e che altrove i giovani riescono a trovare felicità successo e lavoro. Non sono d’accordo nella visione di un estero come una sorta di paese dei balocchi. È sbagliato. Riconoscere ciò che si ha la fortuna di avere, secondo me è doveroso. Da lì dovremmo poi ripartire per capire come poter migliorare senza accanirsi troppo sul problema Italia. Solo che si parla sempre al condizionale o al futuro ma mai al presente. Ed ho la sensazione che questo sia possibile perché in un certo senso ancora in Italia c’è una situazione di agio tale per cui nessuno vuole veramente cambiare le cose o sente il bisogno di farlo. In fondo l’Italia è fatta di italiani quindi se le cose non vanno come vorremmo che andassero, allora un esame di coscienza andrebbe fatto.
Per quanto riguarda l’inglese la situazione sta migliorando, soprattutto tra i giovani dove con l’uso di piattaforme come Youtube o Netflix, la lingua inglese sta diventando più diffusa e soprattutto accettata.
Ovviamente siamo ancora in ritardo rispetto alla media Europea insieme a Francia e Spagna ma spero che vengano prese misure per sensibilizzare gli studenti sull’importanza della lingua inglese. L’Erasmus ad esempio rappresenta uno strumento ideale per poter permettere alle persone di studiare l’inglese e vivere periodi all’estero. In merito alla tecnologia, secondo me, in Italia pur essendo un Paese periferico la situazione è più che soddisfacente. Il costo della telefonia – internet compreso – è basso, i servizi ci sono, l’alta velocità è praticamente presente ovunque. In Germania un contratto per telefonia mobile con 6 giga per navigare lo paghi 40€. Con una compagnia lowcost, 10 GB li paghi 30€.
In Italia oggi “navighiamo” con la fibra ottica. I tedeschi che prendo come riferimento dato che sono una delle economie più forti al mondo, invece, utilizzano ancora cavi in rame. Durante lo scorso decennio, a differenza di altri Paesi, Italia compresa, la Germania non ha installato la fibra visti gli enormi costi che avrebbe dovuto sostenere data la vastità del territorio ed una popolazione equamente distribuita. Questo ha portato alla scelta di aggiornare la rete già esistente in rame invece che investire in cavi in fibra ottica. Il prezzo lo pagano oggi dal momento che le velocità ridotte stanno ostacolando la digitalizzazione delle aree industriali che impattano di conseguenza sulla fornitura di prodotti e servizi al consumatore finale. In Italia, come al solito, rispetto alla media europea non siamo messi bene. Però sono ottimista perché, come appena detto, almeno le infrastrutture ci sono.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella? Sei alla ricerca di una posizione lavorativa sempre più di rilievo oppure è una “vocazione” personale?
Entrambe le cose. Ho avuto la fortuna di intraprendere un percorso che mi motiva sia a livello personale che lavorativo. Ho deciso di viaggiare perché secondo me è il miglior modo per investire tempo e denaro, in più sono riuscito a trasformare questa mia “vocazione” in lavoro. Sono in costante competizione con me stesso. Una competizione sana che mi porta ad alzare costantemente l’asticella per evitare di rimanere impantanato in una zona di comfort che sinceramente mi spaventa. Si ha paura principalmente di ciò che non si conosce, io le mie paure le ho trasformate in curiosità. D’Annunzio scrive: “Non è mai tardi per tentar l’ignoto, non è mai tardi per andar più oltre”. Questa è la frase che mi motiva e che mi piace ricordare perché che cosa c’è di più bello che vivere con l’adrenalina e la volontà smodata di scrivere nuovi capitoli della propria vita per poi guardarsi indietro ed essere consapevoli ed appagati della strada percorsa, delle difficoltà superate e degli obiettivi raggiunti?

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?
Al momento non ho preso in considerazione di tornare in Italia. Vivere in Germania mi permette di apprendere una lingua abbastanza complicata ma molto utile a livello lavorativo pensando anche ad eventuali futuri spostamenti all’interno dell’area DACH. Quindi per ora mi interessa rimanere qui per continuare ad accumulare esperienza utile per avanzamenti di carriera futuri. Sicuramente sarebbe interessante poter contribuire alla crescita delle aziende italiane soprattutto all’estero e non nascondo che mi capita spesso di pensarci. Il potenziale delle aziende italiane è enorme e mi piacerebbe essere tra coloro i quali hanno contribuito al loro sviluppo. La realtà italiana è composta però per la stragrande maggioranza da aziende medio/piccole e non so quanto queste aziende siano preparate o quantomeno orientate al cambiamento. Da sempre il made in Italy, sinonimo di qualità e di unicità, è stato uno dei fattori chiave del nostro paese. Sfortunatamente però le piccole e medio imprese che caratterizzano la rete di aziende italiane non riescono ad essere competitive in un contesto globale. Il mercato mondiale è una risorsa preziosa che dovrebbe essere sfruttata in pieno dalle aziende del nostro territorio.
Per le aziende esportare significa avere la possibilità di crescere. Il problema è che le piccole aziende italiane, viste le dimensioni, non hanno gli strumenti per potersi ritagliare fette di mercato in altri paesi. Negli ultimi anni l’errore più grosso è stato quello della mancanza di investimenti sia da parte delle aziende sia da parte del governo. In particolare bassa spesa in ricerca e sviluppo e continui tagli all’istruzione…senza parlare dei gravi problemi legati alle infrastrutture, fattore chiave per la competitività delle aziende e la crescita economica di un Paese.

 

Ragazze di oggi, Leader di domani

Nel mondo, ogni anno, 12 milioni di ragazze under 18 vengono “sposate” da padri, fratelli e famiglie, senza il loro consenso. Ad oggi, 130 milioni di bambine non hanno ancora accesso alla scuola e 15 milioni di ragazze adolescenti dai 15 ai 19 anni hanno subito sesso forzato, sono state violentate.

Non va scordato che il lavoro delle Organizzazioni Internazionali é anche questo: sensibilizzare e appoggiare le ragazze  ad inseguire i loro sogni, elevare la loro autostima e celebrare i loro talenti. 

A livello personale e quindi non strettamente lavorativo, particolare interesse e voglia di studio approfondito ha sempre suscitato in me il tema del ruolo della donna e della sua indipendenza economica o, come più comunemente chiamato, seppur con delle nuances differenti, il tema del Women Economic Empowerment. Per esempio, l’accesso delle ragazze al mondo del lavoro é un traguardo non indifferente nei paesi in via di sviluppo e, come dimostrano diversi studi, il poter lavorare con passione su quello per cui ci si alza al mattino ogni giorno é un privilegio non solo per le donne nei paesi in via di sviluppo, ma anche nei paesi industrializzati. Non dovrebbe essere cosi.

Recenti statistiche parlano di un 40% di donne nella forza lavoro a livello globale, e, secondo Catalyst, leader nelle statistiche relative al rema delle donne nel mondo del lavoro, la grande disparità si nota soprattutto quando si analizza il tema delle donne e (alte) cariche esecutive e/o manageriali quali quelle, per esempio, di chief executive officers, o presidenti, e direttori. Infatti, solo il 5.4 % di queste posizioni nel settore privato é occupato da donne, se prendiamo in considerazione  la lista delle maggiori 500 aziende quotate sul mercato azionario. Nel settore pubblico invece, a livello globale, solo il 24% delle donne siede su un seggio in parlamento. Più in generale, le donne sono pagate ben il 23 % in meno rispetto agli uomini, a livello mondiale. Il divario di genere (gender gap) é enorme!

“Why don’t women make it to the top positions?” , perchè le donne non riescono a raggiungere posizioni di leadership ad alto livello?, ci chiede Sheryl Sandberg, Chief Operating Officer di Facebook, nel suo TED Talk “Why we have too few women leaders”. Le 3 risposte di Sheryl per ovviare al problema risiedereberro nelle seguenti formule: sit at the table, make your partner a real partner, and don’t leave before you leave. Analizziamole più da vicino e teniamole bene a moente come fossero i consigli di un’amica, di una sorella maggiore.

Sit at the table, Sheryl ci esorta a sedere al tavolo decisionale di lavoro, non solo figurativamente. Stai seduta, e siediti davanti, con tutti gli altri manager. Non esistono scuse e non é necessario giustificare nulla.

Make your partner a real partner, qui parliamo invece di un tema un po’ più personale: la coppia. In una relazione sentimentale, infatti, le due parti devono ripartirsi equamente il lavoro domestico (non pagato) e il lavoro dell’educazione dei figli, senza dare per scontato sia ruolo esclusivo della donna. L’essere donna, infatti, non dovrebbe automaticamente implicare il dover farsi carico del triplo del lavoro rispetto al partner – lavoro professionale, lavoro domestico e crescita dei figli. I figli sono il prodotto di una coppia, non di un’unica sola persona.

Don’t leave before you leave, in breve: non pensare a quello che potrebbe essere. Vivi ogni giorno e non pianificare cose che non esistono. Prendi nuovi incarichi di lavoro, non privarti di opportunità perché hai paura di non farcela. Se devi “fare spazio” a qualcos’altro, non pensare e non permettere che questo “qualcos’altro” assorba tutta la tua energia, precludendoti altre opportunità.

L’esortazione di fondo quindi, mi è parsa la seguente ed è un consiglio che voglio condividere con voi, affinchè possiamo tutte farne tesoro: non sottovalutare le tue abilità, negozia sempre per il lavoro (imparando a fare anche quella cosa che per molte di noi è la più difficile: dire di no – un piccolo consiglio a tema lo trovate qui), e non attribuire i tuoi successi a forze esterne o a colpi di fortuna vari ed eventuali (gli uomini, per contro, – ci spiega Sheryl – non si fanno remore: il mio successo é dato da me stesso!).

In definitiva, per un mondo più bilanciato, in cui il campo sia livellato in modo egalitario, dobbiamo noi per prime rafforzare la nostra autostima e spronare i nostri manager, uomini e non, a seguire questi 7 consigli: dai credito alle donne, valuta la performance in modo equo, offri mentorship e consigli, dai voce alle donne e non interromperle mentre condividono le loro idee durante le riunioni – senza pregiudizi.

Potrebbe non sembrare facile, ma insieme possiamo farcela.

In questa giornata delle Nazioni Unite, 24 Ottobre 2019, il mio auspicio é, per tutte le ragazze quello di seguire il cuore, utilizzando sempre la propria testa, senza abbattersi nel perseguimento dei proprio sogni.

Ma ho un auspicio, e forse un consiglio, per tutti i ragazzi: siate più empatici nei confronti delle ragazze (e dei ragazzi come voi) e ascoltate di più!
Twitter: @GaiaParadiso

Hit the Road Jack! Voir pour Croire. Share with the World. Vedere per credere. Condividere con il Mondo.

20 giorni nel Sud del Madagascar: parole che descrivono queste terre sono siccità, mancanza di acqua pluviale e potabile, di elettricità e di internet, strade dissestate, infrastrutture fatiscenti, scuole e centri di sanità piccoli e non completamente attrezzati: la vera povertà è il minimo comune denominatore.  Bisogna vedere per poter credere che tutto questo esiste. Voir pour Croire, è stato il nostro motto del viaggio in 4X4 con il lavoro. Vedere per capire. Per scrivere, per condividere e trasmettere al mondo. Per maggiore consapevolezza, umanità, conoscenza e, se possibile, qualche azione umanitaria per appoggiare queste popolazioni.

Scattare foto e scrivere, per far scoprire al mondo cosa succede nelle zone più remote e vulnerabili del mondo. Popolazioni che soffrono davvero, che noi dobbiamo conoscere, salutare, a cui dobbiamo parlare per capire. Per capire che il mondo non è tutto rosa e giusto come pensiamo che sia quando siamo a casa nostra. Capire che quando mettiamo il naso fuori di casa, è difficile. Ma è necessario vedere. Per comprendere che dobbiamo aiutarci, gli uni con gli altri. Per comprendere che siamo tutti uguali, senza differenze, con le stesse necessità basiche. Con gli stessi sogni e desideri. Con la stessa volontà di amore, di cura verso se stessi e verso gli altri.

Il nostro tragitto é partito dalla capitale del Madagascar, Antananarivo, chiamata anche Tana per abbreviare il nome lungo, verso la prima tappa di Manakara. Qui abbiamo potuto incontrare le associazioni di donne e di piccoli agricoltori che si occupano di trasformare la manioca in gari (per potersi nutrire e per rafforzare il corpo dei bambini); e di cucinare e conservare il pesce che i pescatori della zona scelgono di portare al villaggio per la cottura e la vendita sul mercato locale. Tutto semplice, ma tutto complesso allo stesso tempo, dipendendo tutto dalla natura, dal cambiamento climatico, dalle giornate con pesca o senza. L’obiettivo é quello di poter guadagnare qualcosa per mettere qualcosa sulle tavole delle loro case e nutrire le grandi famiglie, dove i tanti bambini sono l’orgoglio e – ahimè spesse volte – la forza lavoro nei campi in zone dove l’agricoltura è l’attività principale di sussistenza.

Alla volta poi dei bambini e delle mense scolastiche che servono a tenere i bambini a scuola – il rischio è quello che rimangano a casa, ad aiutare i genitori nei campi e che non ricevano l’educazione basica per dar loro maggiori opportunità future. Il nostro lavoro distribuisce riso, legumi secchi (arachidi, pistacchi, fagioli) e olio per colmare le necessità di base, e guida gli insegnanti, i genitori e gli amministratori delle scuole ad impartire un’educazione alimentare e nutrizionale basata sulla diversità degli alimenti per una crescita forte e corretta. Qui abbiamo parlato con le scuole di nutrizione, di ricette culinarie per permettere alle cuoche di diversificare gli alimenti sulla tavola della mensa scolastica, mescolando tra loro diversi alimenti. Abbiamo fotografato bambini con il loro piatto di riso quotidiano (che è un po’ com’è per noi la pasta), qualche foglia di insalata verde, e tanti fagioli.

Toliara, Sud del Madagascar.

Agricoltori che cercano di diversificare i loro raccolti e produzioni. Attendendo tutti la pioggia – il Sud del Madagascar soffre da cinque anni di siccità, con piogge annuali rare, ma con la costante necessità di acqua per irrigare le loro terre. Il nostro lavoro fornisce tecniche agricole e formazioni sulla cultura “contro-stagione”, permettendo quindi di diversificare le tavole, con le piantagioni di melanzane, carote, zucchine, pomodori… Aiutiamo nella costruzione di canali di irrigazione per la ritenzione di acqua e per il suo utilizzo, e ci impegniamo a coinvolgere la popolazione in lavori in corso per la riabilitazione di strade che possano poi aprire i canali di commercio tra un villaggio e l’altro, tra un mercato e l’altro per far girare l’economia e per  stimolare la vendita di prodotti e la crescita economica di ciascun villaggio, che diventa poi paese, che diventa poi provincia, regione e Stato.

Betioky e Fotadrevo, Sud del Madagascar.

“Mora mora” (nella lingua del Madagascar, il Malagasy), “doucement doucement” (in Francese),  o “piano, piano”, diremmo in Italiano. È un lavoro lungo e faticoso, pieno di ostacoli e problemi tecnici (la scarsa pioggia, internet spesso assente, così la luce, l’acqua…) ma è per questo che ci vuole qualcuno che vada ad approfondire queste tematiche, a documentarle per non dimenticare, per far suonare  un campanello di allarme fino al nostro occidente. Documentare per agire non solo a livello comunitario, ma anche a livello di strategie, a livello di politiche mondiali e internazionali.

 

Vediamo per capire. E per convincere i capi di stato che non dobbiamo solo pensare a noi. Che il cambiamento deve avvenire. Nelle nostre azioni verso il nostro paese e verso gli altri.

 

Le migrazioni sono positive, se riusciamo a gestirle. Per l’umanità e per la crescita economica. Per sapere che non esistiamo solo noi, che il mondo è grande. Che le opportunità esistono. Che dobbiamo aiutarci. Se uniti, vinciamo tutti. In un mondo in cui dobbiamo ascoltare prima di giudicare. In un mondo in cui ci sono diverse modalità di vivere, di fare le cose, di rispondere agli shocks, di agire, di aiutare, di comprendere. Che esistono diverse culture. E che la nostra non è quella “giusta”. Tutto dipende da dove siamo nati e dai valori che ci sono stati impartiti e dal tipo di formazione che abbiamo ricevuto. Che il mondo, come l’espressione italiana dice, “è bello perchè è vario”.

 

Dipende tutto da come noi vediamo il mondo, da cosa vogliamo fare, dentro a questo mondo. Quale é il nostro messaggio? Cosa vogliamo lasciare, qui sulla terra?

 

Un pezzo di mondo migliore. Trasmettendo l’informazione e sperare che tutti noi possiamo leggere e fare qualcosa. Nel nostro piccolo. Ma consapevoli che il piccolo diventa grande, che l’effetto farfalla esiste. Siamo noi i responsabili del cambiamento.

Passo passo, credere nella speranza del mondo, nelle buone azioni e intenzioni, parlare e farsi sentire. Coinvolgersi e comprendere, per poter comunicare.

 


Esplorando il Mondo e portando l’Esperienza agli Altri

 

Buona musica!
https://www.youtube.com/watch?v=Q8Tiz6INF7I
(Ray Charles, 1961)

 

Buona festa della Liberazione a tutti e buon mese di Maggio con the Italians, la nostra finestra sul mondo. 

 

 

 

 

 

 

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Simmetrie di uno scontro tra (In)Civiltà

La crisi migratoria che stiamo vivendo ci rivela l’attuale stato del mondo, il destino che inevitabilmente abbiamo in comune.

Sono le 18.32 di lunedì 16 luglio 2018 e Cristiano Ronaldo fa il suo ingresso nel club Gianni e Umberto Agnelli di Torino, la più bella sala dell’Allianz Stadium. Il migliore del mondo è un giocatore della Juventus. Con lui tutta la famiglia e il piccolo Cristiano Jr, che si diverte a fare facce buffe ai giornalisti, attenti a captare e registrare ogni singola parola del calciatore. L’Italia lo accoglie entusiasta, milioni di tifosi lo aspettano fuori, già da ore gridando il suo nome, esaltati nel vederlo con la divisa della Juve che lo veste alla perfezione.

Ore 18.32 di lunedì 16 luglio 2018 Josepha é dispersa in mare al largo delle coste libiche. Intorno il Mediterraneo, il nero della notte che si confonde con le onde del mare, poi di nuovo la luce del giorno. Per due notti e due albe. Gli occhi di Josepha sono sbarrati, profondi come il mare e scuri come le notti passate aggrappata ad una tavola di legno. Ha visto una donna morire accanto al suo bambino riversi, con il volto coperto dall’acqua. Ha sentito la loro voce farsi sempre più deboli insieme alla loro forza. Nessuno li ascoltava, nessuno sapeva i loro nomi. A lei, avvolta in coperte termiche donategli dalla stessa ONG spagnola Open Arms che l’ha salvata, l’Italia chiude le proprie porte. La motivazione? Livello migratorio ad un tasso tale che ne impossibilita l’entrata.

È dall’inizio della modernità che alla porta dei popoli bussano profughi in fuga dalla bestialità delle guerre e dei dispotismi o dalla ferocia di una vita la cui prospettiva è la fame. Per chi vive dietro quella porta i profughi sono sempre stati stranieri. Solo che oggi ci troviamo a fare i conti con un vero e proprio attacco di ‘panico morale’, il timore che questo “virus” infetti il benessere della società. Dalle promesse mancate della modernità è derivata la caduta delle illusioni: nessuno oggi crede più in un futuro accompagnato da un progresso infinito. Il 90% delle risorse e quindi della ricchezza mondiale è detenuta dall’1% della popolazione. I confini si sono aperti annullando le barriere spaziali trai continenti, mettendoci faccia a faccia con le incertezze dovute all’assenza di politiche sociali effettive. Ed ecco riaffiorare la paura irrazionale di ciò che è sconosciuto, lì pronta a dimostrarci così sfacciatamente come la modernità non sia in grado di gestire l’aspetto irrazionale dei sentimenti legati ai fenomeni sociali.

Quei nomadi, non per scelta, ma per il verdetto di un destino inclemente, secondo le affermazioni del sociologo polacco Zygmund Bauman, ci ricordano in modo irritante, esasperante e raccapricciante quanto vulnerabile sia la nostra posizione nella società e fragile il nostro benessere.

Non c’è dunque da stupirsi se nel 2017 la parola dell’anno, secondo la Fondazione Spagnola “Urgente”, sia stata “aporofobia” e che già dal settembre dello stesso anno sia stata inclusa nel Dizionario della lingua spagnola della Real Academia. Un termine che si riferisce alla paura atavica che si attiva ogni volta che entriamo in un periodo di crisi economica, dal greco áporos (colui che è privo di risorse) e che letteralmente significa “rifiuto o avversione verso i poveri”. Coniato dalla filosofa spagnola Adela Cortina ed usato per la prima volta dalla stessa nel 1995 in occasione della Conferenza Euromediterranea di Barcellona, già infocata sui temi caldi dell’area mediterranea, quali immigrazione, crisi e disoccupazione.

Ci confrontiamo ad una società che definisce “xenofobia” o “razzismo” il rifiuto degli immigrati o dei rifugiati, quando in realtà questa avversione non è dovuta al loro status di stranieri, ma al loro indice di povertà. Secondo il rapporto pubblicato nel 2017 in Spagna 17 casi sono stati segnalati per aporofobia: il 47% delle violenze subite dai senzatetto è stato un crimine di odio da aporofobia e di queste persone almeno l’81% hanno subito violenza in più di un’occasione. I dati non variano di molto in Italia, dove la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30% (18.136.663 individui), e la violenza nei loro confronti è in significativo aumento.

L’umanità non apprende e sembra aver dimenticato il proprio passato. In Italia sono lontani ormai i tempi in cui emigrare significava speranza, non si vogliono ricordare i tempi in cui intere famiglie si imbarcavano in veri e propri viaggi infernali in cerca di una possibilità di futuro oltre oceano. Ma soprattutto sembra non appartenerci più il tratto di diffidenza provato dai nostri connazionali appena sbarcati negli Stati Uniti o in Australia. La nostra generazione non l’ha vissuto, io non ho provato niente di tutto ciò sulla mia pelle. Barcellona mi ha accolto a braccia aperte e non ho mai sentito nemmeno per un momento né rifiuto sociale né repulsione per il mio status di migrante.

Mi definiscono ‘cervello in fuga’ ma non mi categorizzano per la mia provenienza geografica. Ma avrei potuto dire lo stesso se mi fossi trovata in una situazione di povertà assoluta?
La realtà dei fatti mi porta a pensare che no, gli atti particolari di empatia ed umanità di cui è capace l’essere umano mi fanno sperare che non è ancora troppo tardi. È ancora possibile fermare l’espansione di questo panico generalizzato che ci fa identificare il migrante o il povero come il nemico e non ci lascia vedere che i veri nemici siamo noi stessi. Dovremmo fermarci e riflettere sull’importanza che diamo alla vita in se e su cosa siamo disposti a fare per preservarla.

“Nessuno mette i propri bambini su di un barcone, a meno che l’acqua non sia più sicura della terra” (Warsan Shire)

 

Intervista ad Agnese Daverio, Production Manager dell’Edinburgh Jazz & Blues Festival e Festival Producer per Jazz Scotland

Crevoladossola, piccolo paesino a Nord del Piemonte a due passi dal confine svizzero. É da qui che inizia la storia della nostra Italian del mese, Agnese Daverio (28 anni), attualmente a Edimburgo dove lavora, da quattro anni, come Production Manager dell’Edinburgh Jazz & Blues Festival e Festival Producer per Jazz Scotland, l’organizzazione leader per la promozione del jazz in Scozia. In più, da gennaio è anche presidentessa dell’Associazione no profit “Be United”, che organizza eventi di vario tipo (festival, workshop, teatro, danza, ecc.) al fine di promuovere la multiculturalità e l’inclusione in Scozia.

Una vera passione che si è trasformata in un lavoro, la sua. Ma prima, Agnese ne aveva avute di esperienze all’estero: un’estate in South Dakota (US) nel 2003, una ad Osaka (Giappone) nel 2005 e un intero anno di scuole superiori in New Mexico (US) vivendo con famiglie del posto per poi rientrare e finire gli studi al liceo linguistico in Italia. Poi l’Erasmus a Stoccolma e quindi, inizialmente per un Master di un solo anno, le valigie per la Scozia.

Abbiamo chiesto ad Agnese di raccontarci dei suoi sogni, dei suoi progetti, della sua Italia vista dalla Scozia. Ecco quel che ci ha risposto…

Il trasferimento a Edimburgo faceva parte di un tuo progetto oppure hai seguito, per così dire, le opportunità della vita?

Ormai sono nella capitale scozzese da cinque anni, non mi sembra vero! Tutto è iniziato dopo la laurea triennale in Scienze Politiche a Pavia: era il 2012, sapevo di avere bisogno di un titolo di studio che potesse differenziarmi sul mercato del lavoro italiano in primis, ed europeo in secondo luogo. Quindi la decisione di guardare all’estero, soprattutto al Regno Unito. Dopo una ricerca iniziale delle varie opportunità, un’amica mi suggerì di guardare ad Edimburgo, così decisi di fare domanda per frequentare il corso di Festival and Event Management alla Edinburgh Napier University. Mi presero, feci le valigie e poco dopo mi ritrovai in questa (allora nuova) città per iniziare una nuova sfida.

Ma la mia passione per l’estero nasce dai racconti di mia madre che, già negli anni ’70, decise di fare un anno di studi in una piccola cittadina del Sud Dakota. Anche io ho sempre sentito il bisogno di esplorare, di allargare i miei confini e conoscere persone e culture diverse (non da mera turista, ma diventando parte della cultura stessa, cercando di capirla vivendola). Così, grazie all’organizzazione Intercultura, ho vissuto per due mesi in una famiglia giapponese e per un anno in una famiglia americana durante il periodo liceale; entrambe esperienze uniche che mi hanno cambiato la vita, consolidando il mio percorso verso l’estero. Volevo sempre di più diventare una cittadina del mondo a tutti gli effetti. Durante l’università ho frequentato un anno di studi all’Università di Stoccolma, per poi rientrare in Italia e conseguire la laurea, prima della partenza per la Scozia.

A tuo parere, l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a mollare tutto oppure quella di partire è più una vocazione personale?

Credo che sia una combinazione delle due. L’estero, o meglio il Regno Unito, per il momento, offre davvero molte più opportunità rispetto all’Italia. La disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è molto bassa e c’è la possibilità di fare carriera in fretta. Ma soprattutto qua in Scozia la meritocrazia è un valore seriamente rispettato: se si è bravi, si fa carriera velocemente e si aprono in fretta tante porte (indipendentemente dall’età o dal sesso). Ovviamente trasferirsi all’estero non è sicuramente una passeggiata, richiede parecchi sacrifici e la strada da percorrere è piena di ostacoli; in primis bisogna fare i conti con l’isolamento, perché la rete di amicizie e conoscenze viene subito a mancare – che non è un problema da sottovalutare. Quindi, indubbiamente, ci vuole un pizzico di vocazione personale per trovare il coraggio di fare questo passo per un lungo periodo. E ci vuole una grande forza interiore che aiuti a tenere duro nei grandi momenti di difficoltà.

Detto questo, una volta che si inizia a vivere all’estero, la cosa diventa parecchio la norma – anzi, una vita sedentaria nello stesso paese di provenienza sembra quasi impossibile; soprattutto per persone della mia generazione. Per la maggior parte dei cittadini europei di oggi – e sicuramente almeno per quelli sotto i 40 anni – è la norma spostarsi da uno stato europeo all’altro durante il periodo scolastico e lavorativo. L’Europa è relativamente piccola e, grazie a compagnie di trasporti low cost e vari progetti di scambio nelle scuole, oggi ci si può spostare molto facilmente e senza aver bisogno di grandi risparmi. Certo ci vuole la voglia di fare, di imparare e di voler mettersi in gioco, partendo dalla conoscenza di una lingua straniera.
Vivendo in grandi città si scopre anche quanto le varie culture siano molto più affini tra loro di quanto si possa pensare; si conosce davvero gente da ogni parte del mondo e si ha la fortuna di scambiare opinioni con persone con svariate prospettive – in parte plasmate dalla cultura del loro paese di origine – confrontandosi apertamente su temi grandi e piccoli. Un grande aiuto per imparare a rispettare opinioni diverse e mettere in discussione le proprie ‘certezze’. Insomma, in un mondo sempre più globalizzato come quello di oggi, l’esperienza all’estero dovrebbe forse essere una tappa obbligata fin da giovani.

Secondo te c’è qualche mito da sfatare oppure la vita all’estero è davvero così diversa da quella italiana?

La frase “tutto il mondo è paese” in realtà non è così sbagliata, nel senso che ogni paese ha i suoi problemi – che sono molto simili tra loro quando si parla di paesi in cui vige un capitalismo neo-liberale. Ma una grande differenza rispetto all’Italia all’estero c’è: il rispetto per il valore meritocratico e un maggiore rispetto tra persone – e in generale per le regole – e per le nuove generazioni. Se si guarda il mio percorso, ad esempio,  è chiaro che il merito qua é premiato: a ventitré anni, mentre scrivevo la tesi per il Master, ho fatto il mio primo stage in Scozia. Non era uno “stage all’italiana”: avevo delle vere responsabilità e venivo messa alla prova ogni giorno, imparando nuove cose velocemente. Poi mi è arrivata l’offerta di lavoro a contratto da Londra, seguito da un’altra offerta di lavoro ad Edimburgo… Insomma, in Inghilterra non sono mai stata disoccupata! Però sono convinta che se fossi rimasta in Italia la storia sarebbe andata parecchio diversamente, purtroppo, soprattutto dato il fatto che il mio lavoro sia nel settore culturale – un settore con un enorme potenziale in Italia, ma a cui mancano molte figure competenti e professionali e a cui manca la trasparenza o l’investimento pubblico. Per non parlare del problema legato all’incredibile casino burocratico che abbiamo in Italia, che rende il lavoro quasi impossibile ed assurdamente lento.

La Scozia in questo senso è un paradiso: un Paese con una grandissima voglia di riscatto e con la voglia di rinnovarsi; un paese di stampo prevalentemente socialista con una grande cura per i propri cittadini (ad esempio, un forte sostegno per il sistema previdenziale), per gli immigrati (nell’immediata fase post Brexit il primo ministro scozzese donna, Nicola Sturgeon, è stata l’unico politico di rilievo ad assicurarsi che i cittadini europei residenti in UK, quanto meno in Scozia, si sentissero ben voluti, mandando una lettera a tutti, sottolineando il valore che abbiamo per il Paese) e per i richiedenti asilo e rifugiati (la loro integrazione qua è arrivata al punto in cui a livello governativo si sta recentemente parlando di voler concedergli il diritto di voto). Insomma, è un Paese molto aperto, in cui si respira una grandissima multiculturalità e ci sono veramente persone da ogni parte del mondo. La Scozia è un paese molto meritocratico, che investe fortemente nella ricerca e nello sviluppo e soprattutto che investe nei propri giovani (basti pensare, ad esempio, all’università completamente gratuita). Qua a pochi interessa da dove vieni; se ci si identifichi come maschio, femmina, trans o altro; se si è giovanissimi oppure meno giovani… L’interesse principale sta nella capacità di fare il proprio lavoro bene oppure no. E se lo si sa fare, si viene premiati e spinti a crescere e migliorarsi ancora di più.

Sempre sulla Scozia: c’è una comunità di italiani lì? 

La comunità italiana in Scozia è gigante ma devo dire, onestamente, di averci poco a che fare. L’inciucio tra Italia e Scozia nasce dopo la prima guerra mondiale, quando un grande numero di persone provenienti per lo più dal Lazio si spostarono qua per cercare una nuova casa. Molti di questi – ormai immigrati di terza/quarta generazione – non parlano nemmeno l’italiano e molti non sono neanche mai stati in Italia, ma vendono comunque articoli alimentari italini facendo i soldoni con il brand ‘Made in Italy’. Poi c’è un’altra fetta di Italians, una comunità fatta da nuovi migranti, gli Italians ‘veri’ – italianissimi che si sono trasferiti qua per cercare di cogliere opportunità che in patria purtroppo non esistono. Devo dire che conosco parecchi italiani ad Edimburgo, ma sono legata a pochi. Non ho mai ben capito il bisogno di formare grandi gruppi principalmente con persone provenienti dallo stesso paese di origine. Ovviamente il senso di familiarità e d’immediata connectivity che si instaura con altri italiani all’estero è imparagonabile quando si confronta con expat di altri paesi (ad esempio, le referenze culturali e politiche sono le stesse), ma fortunatamente mi sono sempre sentita a mio agio ad interfacciarmi con persone provenienti da ogni parte del mondo: il mio attuale coinquilino è italiano, due delle mie più care amiche sono una scozzese e una inglese, ho stretti amici maltesi, spagnoli, bulgari e lituani… insomma, penso che quello che più accumuni all’estero sia essere l’essere un expat, piuttosto che avere una precisa nazionalità.

E a livello professionale ti senti ben accettata o ci sono pregiudizi che hai dovuto superare? 

A livello lavorativo non credo di essermi mai sentita in difficoltà per via della mia nazionalità. Al di fuori di innocenti battute in ufficio chiamando in gioco stereotipi sugli italiani – ad esempio che ci piace lavorare molto poco, fare delle grandi pause durante la giornata lavorativa ed essere spesso in ferie, o che non ci piace rispettare le regole, dato che la maggior parte le interpretiamo come dei suggerimenti piuttosto che dei diktat – non mi sono mai sentita svantaggiata. I pregiudizi sono facili da smontare, se si parte dal presupposto che gli interlocutori siano disposti al confronto e al dialogo. Qua ci sono tantissimi stranieri che provengono da ogni parte del mondo, soprattutto nel settore culturale in cui lavoro io. Per via della natura contrattuale di tanti lavori nel settore dei festival e degli eventi, moltissime persone viaggiano per il mondo alla ricerca di un nuovo contratto, quindi non penso che essere ‘stranieri’ sia particolarmente percepito nel settore. Soprattutto d’estate, la città si riempie di europei, americani e australiani che cercano lavori di ogni tipo, per non parlare degli artisti che vengono veramente da tutto il mondo. E’ un settore lavorativo molto stimolante anche per questo. Forse un pregiudizio che ho dovuto affrontare – purtroppo anche qua è un problema ancora esistente – è il sessismo esistente nell’industria musicale. Un problema radicato, ovviamente non solo in Scozia; la cosa positiva è che almeno qua (in UK) si sta finalmente notando un’inversione di trend (poiché sempre più donne sono a capo di organizzazioni che producono festival, musica, cinema, ecc). Insomma, who runs the world? Girls! E finalmente l’industria sta prendendo nota.

Parlando del tuo lavoro: sei una Festival Producer, un ruolo ben specifico. Potresti raccontarci di più? 

Essere festival producer in organizzazioni piccole come quelle in cui lavoro io (siamo in tre in tutto) vuole dire saper lavorare in qualsiasi ‘dipartimento’. All’interno del mio team mi occupo veramente di tutto: dalla ricerca dei fondi, alla programmazione degli eventi; dalla gestione di relazioni con organizzazioni governative, alla gestione dello staff (quali manager dei concerti, tecnici del suono, e altro staff che viene impiegato per lavorare durante il festival, ecc.); dall’organizzazione logistica e la produzione per l’intero festival, ai contratti per artisti, fornitori e venue; dal marketing alla promozione per garantire la vendita dei biglietti (pensare che sono per EJBF ogni anno dobbiamo vendere, in circa 10 settimane, più di 650 mila sterline in biglietti) alla gestione di relazioni con partner esterni (altri festival, media, ecc.). Insomma, il volume di lavoro, il livello di rischio e le responsabilità quando si producono progetti così grossi, in un team così piccolo, sono davvero altissimi e infatti il mio è ritenuto (ed è davvero) uno dei lavori più stressanti che ci sia in giro, ma sono davvero felice di trovarmi qui, in questo momento, con ancora tanta strada da poter percorrere davanti a me.

Edimburgo poi è rinomata per essere capitale mondiale leader per i Festival. Con Edinburgh Jazz Fest facciamo parte di un gruppo di 11 grandi festival, tra cui il Fringe Festival di agosto, che sono importantissimi per l’economia scozzese, generando un altissimo volume turistico tutto l’anno e creando uno spillover effect a beneficio di tantissimi business (sia grandi che piccoli). Nonostante Edimburgo sia leader mondiale per gli eventi, la scena musicale è abbastanza piatta. Se si toglie EJBF (uno dei più grandi festival del genere in tutta Europa, con circa 36 mila biglietti venduti ogni anno, più 35 mila spettatori ai due grandi eventi gratuito, Mardi Gras e Carnevale), rimangono pochi indpendent promoters. I probelmi principali alla base di questa situazione sono due: mancanza di un alto numero promoter professionali e la mancanza di venue adatte (e delle giuste dimensioni) per poter ospitare i musicisti. Edimburgo vanta certo tante gallerie d’arte e tanti teatri, ma di certo non ha la moltitudine di venue e spazi costruiti apposta per la musica dal vivo che ci sono, ad esempio, a Glasgow, la cui scena musicale è molto più forte, attiva ed avventurosa. Il jazz nello specifico poi, ha ancora più ‘problemi’ a livello generale. Ma detto ciò, sicuramente la scena musicale qua, rispetto all’Italia, è fantastica e molto più variegata. Credo che ciò sia anche dovuto alle politiche nazionali legate alla cultura (dall’ingresso ai musei gratuiti; al supporto economico da parte dello stato di promoter, musicisti, e in generale organizzazioni che operano nel settore creativo; alle leggi in vigore che permettono all’industria musicale di crescere, quali l’agent for change, una nuova regolamentazione che prevede l’insonorizzazione delle venue pagata da coloro che vogliono costruire abitazioni nei dintorni di uno spazio musicale già esistente; alle tariffe imposte dall’equivalente della SIAE, che sno molto più oneste di quelle italiane, un 3%, contro l’italianissimo 15%, ecc.) e dall’utenza pubblica: qua per la gente è normale acculturarsi andando a teatro, a concerti musicali (anche di gente mai sentita prima), ad andare per musei, ecc. Mentre in Italia ci sono bastati 30 anni di televisione spazzatura berlusconiana per cancellare questa sete di cultura e renderci un popolo molto passivo in questo contesto (basti pensare che X Factor in Italia sia il programma che sforna i nuovi ‘talenti’, ad esempio, per rendersi conto della gravità della situazione – mente invece artisti con un sacco di talento vengono molto spesso ignorati dalla massa e spazi che promuovono la musica dal vivo vengono molto spesso messi in difficoltà da sciocche ordinanze comunali anti movida, ecc.). Del resto, come si è visto nelle recenti elezioni, in Italia è tutto un contest dove chi si mette meglio in mostra vince, indipendentemente dalla qualità della sostanza.

 

Credi che avresti mai potuto trovare un lavoro simile anche in Italia oppure ci sono condizioni lavorative troppo diverse?

Non credo che in Italia avrei avuto così tante opportunità in uno spazio di tempo così ristretto. Ad incominciare dallo stage, che mi ha insegnato tanto, poiché le responsabilità assegnatemi erano reali: non mi avevano offerto un ruolo in cui fare fotocopie e caffè all’ufficio, ma un ruolo in cui mi era concesso di imparare (anche sbagliando), prendendo consigli su come raggiungere un obiettivo direttamente da parte dei produttori del festival, professionisti con più di 30 anni di esperienza nel settore. Ho conosciuto persone che hanno capito il mio potenziale e negli anni mi hanno aiutata – e stanno tuttora aiutandomi – a svilupparlo e ad ottenere sempre più risultati; una ‘famiglia’ che mi supporta nella crescita e mi spinge a superare i miei limiti, che mi incoraggia ad affrontare nuove sfide offrendo supporto quando ne ho bisogno. Ovviamente lavorare in un ufficio cosi piccolo, con due persone di quasi 30 anni più grandi, fa nascere delle grosse difficoltà (generazionalmente parlando, siamo su mondi diversi – per quanto riguarda l’accesso alla musica, alle news, ai trend setter, a canali di comunicazione, allo stile lavorativo, ecc.), ma la cosa ha anche i suoi vantaggi, in quanto si crea un clima di fiducia e stima reciproca molto forte – e per me è stato veramente un gran colpo di fortuna in quanto ho potuto imparare tantissimo in un breve arco di tempo, lavorando a strettissimo contatto con due big del settore. Veramente un’occasione unica. In Italia, non so quante persone a questo livello avrebbero aperto le porte ad una persona come me, investendo tempo e risorse nella mia formazione, soprattutto nel settore culturale.

 

Come si lavora a Edimburgo? Mi riferisco agli orari di lavoro, alla flessibilità, ai rapporti personali con i colleghi e alle opportunità di carriera. Ci sono delle cose che ti hanno stupita, sia in positivo che in negativo?

In Inghilterra in generale, ed anche in Inghilterra, si lavora troppo. Qua si è propriamente malati di lavoro. E in generale, i diritti dei lavoratori credo che siano minori di quelli che ci sono in Italia (ferie molto più limitate, facilità nel licenziare gli impiegati, orari di lavoro molto più lunghi e straordinari non pagati). Ma non credo si potrebbe vivere diversamente in questo Paese. L’etica lavorativa qua è completamente diversa rispetto a quella italiana – può darsi che sia una conseguenza dei principi valoriali del protestantesimo, ma qui il lavoro è letteralmente sacro e molte volte viene messo prima di tante altre cose (famiglia, tempo libero, ecc.). Quello che mi stupisce in maniera positiva è il rispetto per il lavoro di tutti e le energie che tutti mettono nel proprio mestiere – che sia fare un caffè o gestire un hotel, ad esempio – tutti vogliono sentirsi orgogliosi del loro lavoro e quindi cercano di farlo al meglio possibile. In Italia non saprei… io mi innervosisco spesso quando rientro in patria, perché sembrano che tutti ti stiano facendo un favore quando acquisti un servizio o un bene… non capisco. Forse sono diventata troppo rigida in questo senso e a dirla tutta non so se riuscirei ad inserirmi facilmente in un contesto lavorativo in Italia.

Per quanto riguarda la flessibilità, il lavoro qui – nonostante i ritmi frenetici (ad esempio, le pause pranzo non esistono, qua si mangia di solito un tramezzino davanti al computer e si riparte al volo) – concede vari tipi di flessibilità. A livello governativo vige un sistema chiamato ‘flexi time’ in cui uno può prendersi un tot di ore libere al giorno, se poi fa qualche straordinario (una specie di banca del tempo, diciamo). Forse il mio settore rimane molto meno flessibile in quante le date sono confermate e pubblicizzate in anticipo, quindi o si è pronti per quella data… o si è pronti per quella data. Quindi vicino al periodo dei festival di solito lavoro molte più ore di quelle per cui sono pagata. Ma non mi dispiace: del resto preferisco ottenere un buon risultato che arrivare a casa un paio d’ore prima alla sera (ovviamente me lo posso permettere in quanto non ho figli). Per quanto riguarda prendersi delle ore libere per andare ad appuntamenti o visite mediche, piuttosto che per questioni personali, non mi sono mai trovata in difficoltà. Basta non abusarne ed essere ragionevoli. E lavorare di più quando si può.

 

Dal tuo profilo Linkedin vedo che hai avuto anche altri lavori Inghilterra, puoi dirmi qualcosa di più? Inoltre, per coloro che ambiscono al tuo stesso lavoro, che consigli ti senti di dare?

Si, come raccontavo prima ho fatto un’esperienza a Londra. Un’esperienza illuminante, ma non troppo felice. Quindi poi sono rientrata in Scozia con una grandissima voglia di entrare a fare parte del circuito dei festival, e non solo per quello jazz per cui lavoro full time. Il circuito dei festival in Scozia – e del jazz a livello mondiale – é abbastanza piccolo e, alla fine, quando si entra a far parte del giro, si conoscono in fretta persone che sono coinvolte in molti altri progetti o che conoscono persone con cui in qualche modo si ha collaborato in altre occasioni o contesti – e questo aiuta anche ad aprire nuove porte.

Per sentirmi parte di questo mondo e per concedermi l’opportunità di lavorare con svariati tipi di musica, anni fa ho preso la decisione di collaborare, molte volte senza retribuzione, quindi facendo la volontaria, per altri festival. In Scozia sono ormai più di tre anni che collaboro con un boutique festival chiamato Kleburn Garden Party, un tre giorni di festa nel bosco nella costa ovest, vicino a Glasgow, per cui curo la parte di Artist Liaison assicurandomi che i musicisti siano felici e che la logistica per farli arrivare e partire dal festival funzioni bene. Allo stesso tempo partecipo volontaria al Wee Dub Festival, un festival di musica dub in centro ad Edimburgo, sia come Artist Liaison, che box office manager, gestendo i volontari, ecc. Insomma, aiutando come posso e come il festival necessita ogni anno. Un anno fa, grazie ad un’amica che lavora a sua volta nei festival (e che ho conosciuto lavorando ai festival) ho conosciuto il direttore di un festival che sta crescendo velocissimamente ad Edimburgo, Hidden Door (un festival pazzesco, date un occhio online) e partendo da quell’incontro ho spianato la strada per instaurare una collaborazione ufficiale tra l’EJBF e Hidden Door (esempio poi seguito da altri 5 major festival in Edimburgo). A gennaio mi hanno eletta come Presidentessa dell’organizzazione Be United, un’associazione non profit che promuove la multiculturalità attraverso l’arte, con workshop ed eventi con artisti provenienti dal sud Africa e da minoranze residenti in Scozia.

Insomma, il consiglio che potrei dare a chi vuole fare parte di questo mondo è di volersi rimboccare le maniche, lavorare tanto e soprattutto di essere pronti a fare tanto lavoro sottopagato – o non pagato. Perché una cosa è certa: le università non preparano al mondo reale del lavoro, quindi bisogna togliersi dalla mente che poiché si ha una laurea ci si merita un lavoro, e un lavoro ben pagato – e facendo volontariato o stage si ha l’opportunità di imparare di più e capire cosa i datori di lavoro cercano, cosa serve sul campo. In più, il mondo degli eventi è un mondo fatto di contatti, e l’unico modo per costruirsi dei contatti è quello di essere presenti e farsi conoscere lavorando.

 

Parlando della tua formazione: Erasmus a Stoccolma, università a Pavia, master a Edimburgo: potresti aiutarci a fare un confronto tra i diversi sistemi formativi? Quali sono i punti di forza italiani e quelli negativi da migliorare?

I sistemi formativi in Italia, rispetto al resto dell’Europa, sono ancora molto vecchi. Sicuramente le scuole obbligatorie formano di più (o almeno, formavano, prima della distruzione del sistema scolastico visto in anni recenti) soprattutto sulla conoscenza generale. Ma per quanto riguarda il sistema universitario, l’Italia è indietro anni luce. Saltando a pie’ pari il capitolo del liceo linguistico (in cui ho incontrato tanti professori completamente incapaci di fare il proprio mestiere e, a volte, impreparati sulla materia che provavano ad insegnare), trattiamo il tema universitario. La differenza più grande tra l’Italia e l’estero, è che in Italia, molti (troppi!) professori sono davvero disinteressati e fanno di tutto per far fallire l’allievo. Mentre all’estero è l’esatto contrario e i professori fanno di tutto per aiutarti a raggiungere l’eccellenza. Del resto i professori italiani sono protetti da ogni critica e hanno grande mano libera per quanto riguarda il ‘dettar legge’ invece che seguire un regolamento, ad esempio, riformato tenendo in considerazione l’opinione degli studenti… Un’altra grande differenza è che all’estero ti insegnano ad usare le informazioni che si trovano su un libro per poter argomentare un proprio pensiero; mentre in Italia ti viene solo insegnato a fare il cosiddetto “pappagallo”… Del resto, solo in Italia ci sono ancora così tanti esami orali, con le classiche 3 domande e via.

Arrivata a Stoccolma per il mio anno Erasmus, capii subito di essere stata catapultata in una realtà meravigliosa, in cui ai professori veniva dato del tu, con cui si poteva dialogare, pronti ad insegnarti mettendoti sul stesso loro piano, portandoti il rispetto dovuto e, soprattutto, trattandoti da giovane adulto e non da ragazzetta. Un posto in cui il dibattito in classe avveniva ogni giorno, in gruppi di lavoro di massimo trenta persone, in cui non c’era imbarazzo a fare domande e tutti volevano ottenere lo stesso risultato: imparare. Applicando la teoria alla realtà e al dialogo. Insomma, all’estero ti insegnano veramente ad imparare, esprimendo la tua opinione argomentandola. Per non parlare di quanto i bisogni e gli interessi degli studenti fossero presi in considerazione. A partire dal campus universitario che era una vera oasi per gli studenti, dalle biblioteche libere in cui uno, se voleva mettersi comodo, poteva togliersi le scarpe e studiare su uno dei comodissimi divani; dagli spazi sul campus adibiti apposta per gli studenti per riunirsi e fare concerti o feste di vario tipo… Insomma, la vita universitaria a Stoccolma era davvero su un altro livello. Una scuola costruita intorno agli studenti, non ai professori e ai rettori.

Penso che il modo migliore per poter esprimere questa differenza vitale, sia fornirti un esempio: a Stoccolma, dopo che mi fu chiesto in un corso di preparare un saggio sulla violazione dei diritti umani in anni recenti (eh si, qua si studiavano questi argomenti, non le guerre del 16esimo secolo e basta come a Pavia!), fallii miseramente. All’università di Pavia non mi era mai stato chiesto, in due anni, di scrivere un saggio (su niente), dovendolo argomentare con basi teoriche ed informazioni trovate su testi (che è un po’ alla base della capacità di ricerca). Così la professoressa mi convocò, offrendomi un’ora del suo tempo dopo le lezioni per aiutarmi a capire gli errori. Così, dopo quella lezione privata (e non privata perché ho dovuto pagarla, ma privata perché era solo tra noi due), mi insegnò a come cercare informazioni da varie fonti e io eccelsi nel rifare l’esame. Eh si, a Stoccolma incoraggiano gli studenti ad informarsi su vari testi, a volte anche contrari, per imparare a formare una propria opinione. Infatti, all’inizio di ogni corso, consigliano una lista di libri, che di solito sono disponibili gratuitamente nella biblioteca della scuola stessa, dove poter trovare le informazioni; ma incoraggiano inoltre a leggere ancora di più e informarsi su svariati testi, anche a scelta. L’importante è sapere solidamente argomentare e sostenere le proprie affermazioni. Insomma, insegnano a ragionare criticamente a livello individuale. Cosa che in Italia non esiste. Insomma, questo esempio era per sottolineare quanto l’interesse a Stoccolma sia quello dell’insegnamento vero. Inoltre all’estero i professori, per mantenere lo status quo, devono continuare a fare ricerca se vogliono tenere il lavoro – quindi sono costretti a rimanere informati.

In Italia, invece, sarà per i grandi numeri o sarà per la svogliatezza, o per il sistema, o per il senso di ‘intoccabilità’ dei professori universitari italiani, la mia esperienza è stata molto negativa. A parte qualche eccezione, la maggior parte dei miei professori universitari a Pavia (oltretutto rinomata per Scienze Politiche) erano svogliati, annoiati, senza tempo per gli studenti e che giocavano la partita con regole fatte da loro, che cambiavano ogni volta. Insomma, insegnavano poco (studiare il libro da sola con l’aiuto dei tutor per i chiarimenti molte volte sarebbe stato più efficace) e si disinteressavano tanto al processo formativo/educativo. A volte anche per ragioni completamente scollegate alla didattica. Un esempio azzeccatissimo è il seguente: nel 2010, mentre ero a Stoccolma con Erasmus, decisi di rientrare per una settimana in Italia per dare altri esami in sede, in quanto volevo portarmi avanti con i lavori per assicurarmi di laurearmi in tempo (e in quanto quegli esami in particolare non fossero disponibili in Italia). Così prenotai i voli, studiai per due esami (statistica e il mattone che è scienze delle relazioni internazionali) ed armata di buona volontà rientrai a Pavia. Non mi dimenticherò mai il giorno dell’esame di relazioni internazionali… Mi presentai in orario, venne chiamato il mio nome, mi sedetti alla cattedra. Fino a qua, tutto regolare. Così la professoressa mi chiese se dovevo dare l’esame per 6 CFU o per 9 CFU. Mi accorsi così di aver studiato per l’esame da 9 CFU (che voleva dire, in termini spiccioli, aver studiato 30 anni di trattati internazionali in più… del resto non può che essere un vantaggio per me, giusto?) su un libro di più di 1000 pagine. Così, prontissima sull’argomento, la professoressa mi fece notare l’errore, ma senza troppi problemi. Al che mi chiese su quale dei due tomi su cui uno DOVEVA studiare (il perché in Italia si debba studiare su un libro piuttosto che un altro mi sembra fantascienza…). Una volta che gli indicai il libro, mi chiese, dunque, se avevo comprato e avevo studiato sul libricino (forse di neanche 80 pagine) scritto e pubblicato da lei… sì, da lei! Un libricino in cui venivano studiate in dettaglio le relazioni internazionali italiane del periodo fascista. Al che, candidamente, dissi di no, pensando: beh, se ho studiato su un tomo da 1000 pagine sicuramente questi argomenti saranno stati trattati. Così la professoressa, senza nemmeno farmi una domanda per verificare se fosse effettivamente, o meno, preparata, mi guardò molto infastidita dicendomi di non potermi ammettere all’esame. Una follia. Non potevo crederci di essermi fatta il mazzo, volando fino in Italia e studiando tantissimo, per non essere nemmeno ammessa all’esame perché non avevo comprato il libretto scritto dalla professoressa. Questa cosa dovrebbe essere illegale in Italia. Una vergogna. E questa storia del ‘dover comprare’ il libro dei professori di corso o se no, non si può dar l’esame, è una storia solo italiana ed è, a mio parere una vera vergogna… capite perché penso che in Italia ai professori interessi veramente poco l’insegnamento e la formazione? Non potevo davvero crederci che questa professoressa avesse messo davanti l’aver comprato un libro, rispetto all’essere rientrata da un altro stato per dare l’esame. La decenza avrebbe almeno voluto che venissi interrogata. L’intelligenza avrebbe fatto si che venissi interrogata, e se quel libretto aveva dei contenuti esclusivi, che mi fosse fatta una domanda mirata, ed essere poi bocciata di conseguenza se non avessi avuto la risposta. Ma credo che, dopo aver studiato un tomo da 1000 pagine, quel minuscolo libricino non conteneva molto di più e l’esame l’avrei passato comunque. Infatti, un anno dopo mi ripresentai per l’esame, senza comprare il libricino in questione, ma mentendo alla domanda ‘hai anche studiato su questo libro’ per assicurarmi di essere ammessa… e l’esame lo passai senza nessun problema. Ditemi voi se questo è un atteggiamento normale da parte dei professori in un sistema meritocratico.

In Inghilterra, come a Stoccolma, il modello è molto più a misura studente. Si studia bene: si impara a fare ricerca, vera; ad usare risorse per argomentare le propri tesi, etc. Si impara a lavorare con gli altri, attraverso il lavoro di gruppo, che è molto importante in quanto aiuta ad apprendere come si lavora insieme, sfruttando le varie forze e cercando di aiutarsi a vicenda per superare le debolezze. Insegnano a fare presentazioni, ad usare software specifici per le cose che si studiano.. E il rapporto tra professori e studenti è veramente paritario. Anche qua in Scozia, l’università è veramente costruita intorno ai bisogni degli studenti. Quindi, riassumendo, penso che la meritocrazia in Italia sia ancora un mito lontano. Dove quelli bravi sono emarginati e quelli che gli stanno più in alto fanno di tutto per metter i bastoni tra le ruote. In Italia si fa fatica a mettere in discussione le istituzioni che ci sono sempre state e il cambiamento è molto, troppo, lento.

Secondo te è così negativa la situazione lavorativa per i giovani italiani che vorrebbero rimanere in Italia? E, in confronto con gli altri paesi, almeno quelli che conosci tu, in cosa potremmo migliorare per essere competitivi anche a livello internazionale? 

Ho davvero poca esperienza con il mercato del lavoro italiano. A parte ciò che sento da parte di altre persone, io ho per la maggior parte della mia vita lavorato in Inghilterra. Detto questo, sento per lo più parlare di grandi difficoltà legate all’immobilismo, al nepotismo e al nonnismo, alla mancanza di opportunità e meritocrazia. Per non parlare dell’imbarazzante livello dei salari. Purtroppo in Italia vige ancora troppo spesso la regola del ‘sono qua da 30 anni e quindi ne so più di te’. E questo atteggiamento fa si che molti giovani, capaci e molte volte con più potenziale di altri che il lavoro lo fanno da anni (a qualsiasi livello e a volte senza merito), vengano messi in un angolo e spinti ad andarsene. Anche le start up sono davvero poco supportate rispetto all’estero (mancanze di fondi d’investimento, un mercato poco preparato all’innovazione, leggi e burocrazia appartenenti ad un mondo pre-avanzamento tecnologico, mancanza di un supporto reale per la guida di queste start up…). Insomma, in Italia non si vuole sostenere i giovani. Per non parlare della vera mancanza di meritocrazia. Purtroppo l’Italia segue ancora un sistema in cui molte volte i lavori (soprattutto legati a bandi pubblici) vengono dati in base all’avere o meno una laurea invece che all’esperienza e alle vere capacità delle persone. Per non parlare dell’incubo burocratico che uno dovrebbe attraversare per il riconoscimento di titoli di studi esteri (anche europei). In Italia non si respira. E’ un sistema vecchio che non funziona e il mercato del lavoro è davvero poco stimolato. A partire dal problema dell’assenza di finanziamenti statali per stimolare l’innovazione (quindi, mancanza di finanziamenti per la ricerca).

A livello internazionale ci si renderebbe molto più competitivi se puntassimo sui giovani, facendoli subito accedere al mercato del lavoro dopo le scuole, se pensionassimo le persone prima (non parlo delle pensioni d’oro a quarant’anni, ma non capisco perché dobbiamo fare lavorare gente di 65 anni, molte volte poco preparate o che non si aggiornano, rispetto a giovani di 25 anni super formati…). Per non parlare di finanziamenti statali per aiutare piccole e medie aziende a formare nuovi lavoratori… Poi certo, potremmo anche parlare più lingue e a scuola potrebbero iniziare ad insegnare a codificare, che sarà la vera lingua del futuro, ma i problemi strutturali italiani sono di gran lunga un problema più grosso. Un altro problema italiano però è anche il voler scaricare le colpe sugli altri. Di recente mi sembrava di aver visto un articolo su dei ragazzini italiani delle superiori che scioperavano perché il curriculum scolastico aveva inserito lavoro non pagato (o simile) per insegnarli a lavorare… e questi scioperavano perché guai a chi viene fatto lavorare gratis, invece di capire che quella sarebbe stata un’opportunità per imparare a lavorare…

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Ci gioco spesso con l’idea di rientrare a casa, ma la realtà è che non saprei neanche da dove iniziare. Non so se riuscirei a rientrare in un’Italia in parte xenofoba, omofoba, razzista e populista dopo aver vissuto per più di cinque anni in uno stato (Scozia) prevalentemente socialista, in cui il tema dell’integrazione e dell’accoglienza è sostenuto dalla maggior parte dei cittadini. Con questi pagliacci al governo come si può pensare di rientrare?! Ancora una volta il paese sta per schiantarsi contro un muro, quindi, a meno che sarò costretta per via della Brexit, non credo rientrerò presto. Oltre al problema legato ai diritti civili, includendo l’assenza di vere pari opportunità e tutela dei diritti delle donne (vedi numeri elevati di femminicidio, violenze domestiche, obiettori di coscienza, etc), c’è il vero problema di un’assenza di sostegno statale per lo sviluppo del mercato culturale, soprattutto legato agli eventi e ai festival. In questo clima, quali sono le prospettive? Mi sembra, molto poche. In Scozia c’è un ministero della cultura con un proprio portafoglio e, inoltre, vari organi parastatali che elargiscono fondi pubblici a tutto il settore creativo e culturale (i principali, ovviamente ce ne sono anche altri) e fondi speciali creati apposta per i grandi festival di Edimburgo per mantenere la loro competitività su piano internazionale; in Italia cosa c’è?

Mi piacerebbe certo rientrare e poter contribuire ad un miglioramento, ma prima l’Italia deve cambiare e deve trovare il modo di rendersi attraente al punto di convincere i lavoratori italiani formatisi all’estero ad abbandonare tutto ciò che ci si è costruiti in un altro paese (con tanti sacrifici) per rimboccarsi le maniche e ripartire in Italia, con tutte le difficoltà del caso. E i cambiamenti dovrebbero partire dall’attuazione di un sistema paese che rispetta i diritti civili, da un aumento dei salari, uno snellimento della burocrazia, un miglioramento della qualità dell’offerta culturale, il riconoscimento diretto dei titoli di studio europei e una crescita degli investimenti statali per il finanziamento dell’innovazione. Non credo l’Italia sia ancora pronta a questo, nè tanto meno lo consideri un bisogno reale. Al momento sembrano siano tutti più preoccupati a vincere le poltrone facendo demagogia invece che a far ripartire il paese con proposte serie e concrete. Peccato.

Il mondo è di chi se lo prende: una guida per trovare esperienze di lavoro in grado di farci crescere

Quando torno in Italia durante le festività, mi capita spesso di affrontare con i miei amici l’argomento “esperienze di lavoro”. Il profumo d’estate e di crema solare nell’aria, purtroppo, a ventun anni, non parla più solo di spensieratezza e giornate passate al mare ma porta con sé il peso delle prime responsabilità.

Sia chiaro, non mi reputo una persona che dedica tutte le sue energie al raggiungimento di un ideale di “successo” che ci viene propinato più o meno indirettamente dalla società. Semplicemente, considero importante da un punto di vista di crescita personale il fare esperienze lavorative: per conoscersi, per capire cosa ci piaccia e soprattutto, per capire cosa non ci piaccia. Perciò, mi sono sempre dato da fare tra lavoretti ed esperienze di volontariato, accettando stage non pagati pur di scoprire qualcosa in più riguardo al mondo del lavoro, alle mie abilità e ai miei limiti. In poche parole, tutto quello che ho fatto in ambito lavorativo l’ho fatto per me. Il fatto che ci sia riuscito, soprattutto negli ultimi anni, ha molto a che fare con la libertà e le possibilità che la mia università mi sta dando.

V’invito perciò a leggere il mio ultimo articolo che tratta proprio di quest’argomento.

L’incipit di questo articolo nomina espressamente i miei amici, ma perché? Il motivo è legato al fatto che i miei amici, o più generalmente i miei coetanei, sembrano non sentirsi in grado di fare il primo passo nel mondo del lavoro. Non sto parlando di pigrizia o dei “giovani choosy”, ma dell’idea che in quanto studenti universitari non si vedano ancora capaci di affacciarsi al mondo esterno. Credo che le motivazioni siano varie, e che principalmente si colleghino ad una vera e propria mancanza di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, alla mancata offerta di possibilità da parte delle università e alla mancata conoscenza dei metodi per raggiungere potenziali datori di lavoro. Ci tengo a precisare nuovamente che il motivo per cui sto affrontando questo argomento non è per denigrare le capacità altrui, o per esaltare le mie o tantomeno per rendere tutti quanti i miei lettori delle donne/uomini d’affari. Il mio scopo è di mostrare che con un po’ d’impegno possiamo raggiungere tutto ciò che vogliamo: la distanza tra noi e quello che desideriamo è colmabile con un’email o un messaggio di LinkedIn.

Togliamoci in maniera veloce e indolore la questione università e le possibilità che quest’ultima possa offrire. Ne ho parlato ampiamente nello scorso post e non credo ci sia molto altro da dire. Tuttavia ci tenevo a precisare che, da quello che so, la mia università spinge molto i propri studenti a fare attività extra curriculari e, di conseguenza, anche a lavorare. Non tutte le università inglesi lo fanno con la stessa intensità, e forse (nel bene o nel male), anche io ne ho sentito l’influsso.

Parlavo con una mia amica dei nostri piani per l’estate, qualche mese fa, ed è stato in quell’occasione che mi sono sorpreso di quanta poca fiducia nelle proprie abilità e possibilità abbiano (alcuni) miei coetanei. Rispondendo al suo ‘Cos’hai fatto la scorsa estate?’, le ho iniziato a parlare del fatto che avessi iniziato a scrivere questo blog, delle mie collaborazioni volontarie con altre organizzazioni non governative legate allo sviluppo sostenibile e della mia esperienza in Ghana (vedi articoli precedenti). Mi è rimasta impressa la sua reazione a tutto ciò: ‘Ma hai trovato tutto questo da solo? Anche se sei solo al secondo anno di università, ti fanno lavorare con loro?’. Io che, in effetti, ero riuscito a crearmi queste possibilità, non mi ero forse reso conto dell’idea dominante tra i miei amici: uno studente universitario è semplicemente uno “studente” che deve ancora imparare. Come se essere all’università fosse un limite, una gabbia in cui ti chiudi per studiare ed ingurgitare nozioni, e non un trampolino di lancio verso la vita futura (che di esami ne avrà ben pochi e in forme diverse). Dopo aver premesso che le mie esperienze di lavoro erano state tutte (purtroppo) volontarie, le ho spiegato semplicemente che per fare tutto ciò mi ero messo in gioco. Ovvero, avevo preso l’iniziativa ed ero stato Proattivo. Nessuno verrà da te ad offrirti il lavoro dei tuoi sogni, tantomeno ti darà mai la possibilità di crescere come persona.

Che cosa ho fatto quindi, precisamente? Quali sono i miei segreti super-magici? Qual è la mia ricetta per il successo e per l’eterna giovinezza? Proattività!

Durante le vacanze di Pasqua dello scorso anno, mentre cercavo di procrastinare dallo studio, ho provato ad essere produttivo e a cercare qualcosa da fare durante l’estate. E’ così che ho iniziato a cercare organizzazioni, associazioni e think tanks il cui operato fosse in linea con i miei studi ed interessi. Ho trovato i loro siti web e di conseguenza le email per contattarli, e allo stesso tempo li ho aggiunti al mio network di LinkedIn. Perché sì, cari ragazzi, parlare di LinkedIn può fare paura, ma se usato in maniera saggia può essere piegato al tuo volere (bisogna stare al gioco nel sistema ogni tanto).

E poi? Con un profilo di LinkedIn dove parlo delle mie esperienze di lavoro passate e con un Curriculum aggiornato e in inglese, ho dato inizio ai giochi. Piccola premessa: in quel periodo non avevo nessuna esperienza nel settore dello sviluppo sostenibile o dell’ambiente, tuttavia questo non mi ha fermato! La ragione sta nell’essermi fatto avanti e aver dimostrato che, pur essendo uno studente universitario senza esperienza, avevo decisamente molta voglia di mettermi in gioco in un settore che mi appassiona. In una formula semi-matematica?

Iniziativa + Proattività + Passione + Genuinità = Possibilità.

Così ho mandato il mio curriculum via email ai potenziali datori di lavoro, utilizzando la stessa email come breve lettera di presentazione dove spiegavo chi ero, che esperienze (poche) avessi fatto e cosa stessi cercando (collaborazione volontaria, scrittura di articoli ecc.). Allo stesso tempo, mi sono messo in contatto per messaggio con persone che lavorano in organizzazioni interessanti tramite LinkedIn: esiste per questo, non abbiate paura! C’è stato chi mi ha ignorato, chi ha risposto ma poi è scomparso e chi mi ha detto di non essere interessato. No, non sto parlando della mia vita sentimentale, anche se inizio a notare dei parallelismi. Ma! Ho ricevuto anche email di interesse e messaggi che mi hanno davvero aiutato, fino ad arrivare a dei colloqui via Skype e pure a delle vere e proprie offerte (senza vedere una lira, don’t worry). ‘Great success!’ direbbe Borat. Avevo perciò riempito la mia estate ed ero pronto a tuffarmi, o meglio a bagnare la punta dell’alluce, in quello che poi sarebbe diventato il mio futuro settore professionale (mi sento vecchio ad usare certi termini, aiuto).

Mi sento soddisfatto di quello che sono riuscito a raggiungere e lo devo principalmente all’essermi messo in gioco, uscendo dalla mia comfort zone. Che poi questa sia una lezione da applicare in ogni ambito della nostra vita è un’altra storia… Tuttavia, quest’articolo voleva solamente ridare forza e sicurezza ai miei coetanei. Fare qualche lavoretto è possibile e, a questi livelli, non richiede neanche un alto grado di esperienza. Soprattutto, entrare nel mondo del lavoro (mamma mia quanto odio questa espressione) anche solo per breve tempo, offre un’incredibile opportunità di sviluppo personale e di crescita. Come avrei mai potuto capire che non sarei voluto diventare un entomologo se non avessi lavorato in un laboratorio di ricerca per tre settimane? (Grandissimo rispetto per loro, è solo che non fa per me). Come avrei capito che mi piace scrivere e che mi riesce in maniera decente, se non ci avessi mai provato e non mi fossi messo in gioco nel famelico mondo di internet? Mentre stiamo a guardare, i treni passano e perdiamo l’opportunità di crescere (a poco a poco e senza essere pagati, ovviamente). Il mondo è di chi se lo prende.

Minnesota nice e la scoperta del mondo

Il Minnesota nice: ormai mi circonda da mesi e piano piano sto imparando a capirlo ed apprezzarlo un po’ di più. Non conoscete il fenomeno? Basta fare un rapidissimo e molto-poco-scientifico giro su Wikipedia, che definisce il Minnesota nice come “The stereotypical behavior of people from Minnesota to be courteous, reserved, and mild-mannered, is popularly known as Minnesota nice (also called Midwestern nice when applied to the rest of the Midwestern states). The cultural characteristics of “Minnesota nice” include polite friendliness, an aversion to confrontation, a tendency toward understatement, a disinclination to make a fuss or stand out, emotional restraint, and self-deprecation.

Inizialmente lo percepivo unicamente come una delle tante cose poco autentiche che caratterizzano la cultura americana, una delle tante ipocrisie, un insieme di manierismi e perbenismi che mi hanno sempre indispettito in quanto amante dell’onestà e della veridicità delle cose. Ma con il passare dei mesi ho iniziato ad ampliare le mie vedute ed estendere la mia analisi, se cosi la possiamo chiamare, non solo agli adolescenti minnesotani, ma anche a tutte quelle persone più grandi, gli adulti insomma, che vivono intorno e insieme a me qui, nel Minnesota. In realtà, devo ammetterlo, è proprio grazie a loro che ho scoperto quanto il mio caro Minnesota potesse avere tutta un’altra serie di significati oltre a quella serie di manierismi apparentemente poco sinceri. Significati nuovo e ben più importanti.

Quel che ho capito, infatti, é che qui le persone non intendono il Minnesota come “solo un luogo”: il Minnesota è per loro come un valore da rispettare, uno schema di leggi e consuetudini non scritte ma ben radicate, che puntano a mettere l’ospite a proprio agio, ad integrare il diverso, a far sentire qualsiasi persona benvenuta nelle proprie case, strade e città. Ed é proprio grazie a quel Minnesota nice che all’inizio sembrava un po’ ipocrita, che ho imparato un po’ ad amarlo anche io, questo posto. Come? Beh, partiamo dalle cose semplici… qui c’è un clima bizzarro, un freddo gelido che d’inverno ci costringe tutti a ripararci e passare la maggior parte del tempo al chiuso, a casa, per evitare un vero e proprio congelamento e, in balia di queste condizioni climatiche, le persone si sono ben attrezzate di pazienza e hanno cercato di rendere le loro case confortevoli ed accoglienti, fors’anche più del dovuto – ed eccovi servito un primo piccolo pezzetto di Minnesota nice. Ma non finisce qui! La cosa più bella é che hanno cercato di diffondere una gentilezza che non esiterei a definire cosi accogliente, calda, che potrebbe persino aiutare a sciogliere il ghiaccio circostante, a spezzare l’isolamento forzato del lungo, temibile inverno.

Relazionandomi conperonse più grandi di me ho imparato nuovi modi per organizzare la mia vita, per arrangiarmi e per applicare misure di sopravvivenza che a lungo andare diventano persino piacevoli, chi lo avrebbe mai detto? Ho persino iniziato a godermi quei fine settimana caratterizzati da un fuoco in mezzo alla neve, le lunghe chiacchierate, un buon bicchiere di vino rosso e qualche marshmallows bruciacchiatoc come da copione. Ho imparato che a volte si tende a cercare altrove e negli altri quel che ci è familiare, quel che conosciamo e dal quale – per assurdo – spesso scappiamo, pretendendo poi di trovarlo in persone e luoghi completamente estranei a noi, quando invece basterebbe semplicemente ascoltare, ascoltarsi, ed imparare ad amare il diverso e ciò che è fuori dalla nostra comfort zone, ma senza mai disprezzare quel che pure conosciamo già. Avreste mai pensato che queste parole potessero venir fuori dalla bocca di una piccola marchigiana solita passare i suoi weekend in riva al mare, con qualche oliva ascolana e pasta al fumé? Io di certo non me lo sarei mai aspettata!

Ma torniamo a noi. La cittadina più grande che ho vicino, qui in Minnesota, è proprio Minneapolis, che potrei definire una metropoli vera e propria, fatta su misura e adattata alle rigide condizioni climatiche del posto. Qui invece di spostarsi e camminare e muoversi all’esterno, sono stati costruiti passaggi interni per potere permettere a chiunque di girare per la città e non privarsi di questo piacere (o necessità), restando al caldo. Ci sono tutto un insieme di ponti comunicanti che connettono le varie mete, e tutto sembra proprio esser stato progettato e costruto allo scopo di rendere l’ambiente piacevole e rilassante, che distogla l’attenzione dal problema climatico (ironicamente, un pensiero va sicuramente alla fabbrica di cioccolato di Willie Wonka, con strade e passaggi imprevedibili e lavoratori degni di nota). Insomma, anche la metropoli di Minneapolis, le sue strade, i assaggi, tutto, proprio tutto smebra essere un pezzetto, un tassello di quel puzzle chiamato Minnesota nice.

Il concetto di Minnesota nice, quindi, per quanto possa essere frainteso o mal interpretato da molti, soprattutto se ci si ferma alla prima impressione, è in realtà un proposito vero e proprio e volto al bene dell’altro e che, a mio parere, rende questi gelidi abitanti non solo amabili, ma forse pure un esempio da seguire. Basti pensare che il loro mantra è: quale mezzo migliore di parole gentili e gesti amichevoli per curare la malinconia umana, o semplicemente, per non essere tristi?

Per chi fosse già pronto a pensare che in Minnesota sia tutto perfetto, beh lasciatemelo dire, ovviamente ci sono  effetti collaterali legati a questo modo di essere e comportarsi. Quali? Vi basti pensare questo: se le persone cercano tutte e sempre di rendere ogni cosa confortevole ed indimenticabile, a dream, questo stesso comportamento puo’ tendere – e succede molto spesso – a soffocare e reprimere le emozioni reali, quelle pure negative agari, ma autentiche. Un tratto che io trovo puramente americano: pur di avere una vita senza conflitti e litigi, le persone decidono di soffocare anche l’ultimo briciolo di rancore, con tutte le conseguenze che ne derivano…

Insomma, un universo parallelo per noi italiani, che siamo tutto tranne che gente dedicata a reprime le emozioni, e cosa che ho personalmente sempre amato della nostra cultura. Per le nostre strade si percepiscono distintamente il baccano, addirittra a volte le grida, le espressioni spesso colorate e pittoresche, i gesti tipici della nostra cultura: tutte cose che mi fanno pensare ad un popolo che vive di emozioni forti, che lotta, che ricerca la bellezza e non resta mai in silenzio. Mi piace pensare che noi italiani siamo un’esplosione, un uragano di profumi, luci e rumori che ci permettono di emanare un calore particolare che spesso, mentre guardo la silenziosa e meravigliosa neve che mi circonda, tendo a ricordare malinconicamente, “alla faccia” del Minnesota nice.

 

Apriamo gli orizzonti a apprezziamo i momenti: l’Amore ai tempi di Delhi

Imparare ad apprezzare la vita. In tutti gli aspetti. Per quello che soffriamo e per quanto impariamo, Per il  Sorridere nelle giornate di sole, scrivere nelle giornate di pioggia. Interagire con tutte le tipologie di essere umano, da quelli più’ arroganti, a quelli più’ quieti, e sapere affrontare tutti Ii tipi di situazioni. Questo é quello che dobbiamo imparare dalla vita. Imparare a vedere la bellezza in ogni singolo momento.

Appena rientrata da un viaggio in India, ho riscoperto la gioia degli amici e l’importanza di rimanere legati a persone che ci hanno conosciuto nel passato e che, nonostante gli anni passino, ci considerano sempre come dolci, gentili e pronti ad aiutare.

Non sembra, ma il lavoro molto spesso attrae tutte le nostre energie e ci permette di respirare un pochino solamente uno o due giorni la settimana.

Stare con gli amici significa anche poter discutere e scambiare opinioni a proposito di temi che molte volte vogliamo capire ma che risultano difficoltose nella comprensione, in termini culturali.

A Delhi sono venuta a contatto con una cultura completamente differente dalla nostra, soprattutto per quanto riguarda le pratiche del matrimonio. I colori dell’India sono sgargianti, le danze non finiscono mai e le cerimonie per gli sposalizi durano normalmente una settimana (noi abbiamo celebrato il matrimonio di un nostro amico per tre giorni solamente).

Il matrimonio, nelle maggioranza dei casi, è combinato. i genitori del ragazzo o della ragazza cercano un partner per i propri figli, secondo la casta sociale, e i ragazzi iniziano quindi ad “incontrare” partner potenziali, con i quali sono chiamati a decidere, in tempi brevi ( in totale circa un anno dal primo incontro, se si decide di continuare gli incontri) se passare il resto della propria vita con la persona “prescelta”.

Un sistema alquanto severo, che non dà spazio al “romance”, ma piuttosto all’accettazione della persona nella famiglia dell’altra. Un “matrimonio sociale” più che d’amore, sposando la cultura e la famiglia dell’altro, con il quale poi si vive (da sposati, le coppie vivono con le famiglie, in grandi case su diversi piani).

Questa visione dell’amore è diversa dal nostro amore moderno. Noi prendiamo il tempo per conoscerci, ma facciamo anche molto in fretta a desistere e a cambiare, cercando un partner più consono alle nostre esigenze e desideri. Un amore “usa e getta”, potenziato dalla tecnologia che sembra avere la migliore risposta possibile se qualcosa non funziona. Non funziona? Non preoccuparti, troverai un’altra persona in un clic di computer.

In entrambi i casi, non dovrebbe essere così ( né matrimonio combinato da famiglie, né scelta di partner secondo le nostre necessità momentanee). Dovremmo trovare un amico/un’amica prima di tutto, che ci voglia bene per come siamo e per quello che facciamo, indipendentemente dal soddisfare i nostri desideri. Dovremmo arrivare ad essere in una relazione amorosa con un’altra persona quando la nostra felicità non dipende dall’altro, ma la completa, aumentandola.

Non essere emotivamente dipendenti da qualcuno, ma anzi, camminare fianco a fianco, e gioire insieme dei momenti insieme, apprezzandoli, e darsi una mano nei momenti di difficoltà.

Se si intende la vita come momenti passati insieme alle persone che ci sorridono e a cui noi diamo affetto, é possibile costruire un mondo felice e duraturo con un’altra persona, basandosi sul rispetto reciproco, la consapevolezza di essere individui autonomi, con propri impegni e passioni, che scelgono autonomamente di dedicare il proprio tempo vitale con una persona piacevole, che ci aiuti a comprendere il significato della vita, e che sia una luce che illumina ancora più fortemente la nostra luce di vita.

Pillole di felicità in viaggio in India. Prendiamo il tempo per decidere e per apprezzare la bellezza della vita.

Intervista a Elettra Antognetti, Media Manager presso lo Scottish Government

Partire dall’Italia – e più precisamente da una piccola cittadina del Levante ligure a due passi dalle Cinque Terre – passando da Berlino e Bruxelles per arrivare quindi a Edimburgo. Nulla di tutto questo era nei piani di Elettra Antognetti, eppure, a 29 anni appena compiuti, la nostra Italian del mese è oggi Media Manager presso lo Scottish Government.

Nella storia di Elettra – poeticamente parlando – c’è un filo rosso che unisce tutte le sue esperienze: è quello del cercare di migliorarsi continuamente, uscire dalla ‘comfort zone’ e affrontare nuove sfide mantenendo sempre lo stesso impegno e curiosità – che si tratti di imparare una nuova lingua, imbracciare una videocamera o allenarsi per una maratona. O, perché no, un lavoro nel team di comunicazione del governo scozzese. Per questo la sua è una di quelle storie positive che merita di essere raccontata.

Ecco cosa ci ha raccontato in un sabato pomeriggio di fine novembre, in collegamento Skype da Edimburgo.


Ciao Elettra! Sappiamo che sei media manager al governo scozzese, un lavoro molto ambito in Italia e non solo. Puoi raccontarci di cosa ti occupi più nello specifico?

Il mio lavoro parte dalle mansioni classiche dell’ufficio stampa, come ad esempio produrre comunicati e news che riguardano le politiche del governo. Ma non solo: a livello quotidiano, fa parte del mio ruolo consigliare i ministri circa le strategie comunicative da adottare e interagire con i media nazionali e internazionali per far si che venga dato il giusto spazio alle policies implementate a livello governativo. Più nello specifico, faccio parte del team che si occupa di consigliare il Primo Ministro Nicola Sturgeon e altri ministri in relazione alle politiche internazionali e Brexit, un tema veramente molto interessante. Ho anche il piacere di accompagnare i vari ministri nelle loro uscite ufficiali, dando supporto e interagendo con i media e il pubblico: un lavoro molto interessante che mi permette anche – perché no – di girare la Scozia e scoprire nuovi posti e realtà.

Il team di comunicazione è formato da circa ottanta persone e io sono l’unica italiana anzi, l’unica straniera della squadra e una delle pochissime nel mio lavoro, anche se è comunque presente una minima componente non anglosassone. Nonostante questo, penso sia lodevole lo sforzo di apertura – seppur ancora minima – verso gli stranieri da parte di un’istituzione come il governo scozzese: la mia esperienza è sicuramente un buon segno. Al contrario, non so quanti stranieri siano attualmente impiegati dal governo italiano, soprattutto quando si tratta di comunicazione e ufficio stampa…

In generale, il Regno Unito – e la Scozia non fa eccezione – è un paese molto aperto e accogliente, c’è molta educazione nel rispetto delle diversità. Ma a livello quotidiano essere l’unica “diversa” è un po’ complicato, ci sono tante barriere, da quella linguistica a quella culturale. Ma a parte questo, devo dire che sono contenta: è un ambiente molto stimolante.

 

Facciamo un passo indietro. Raccontaci la tua storia da “Italian”, da quando hai deciso per la prima volta di lasciare l’Italia. Credi sia una sorta di vocazione personale quella che porta sempre più persone a girare il mondo, oppure è più una questione di necessità e opportunità?

La prima volta che ho deciso di lasciare l’Italia avevo 20 anni, più o meno. Sono partita per l’Erasmus in direzione Germania per studiare e poi, una volta lì, ho anche iniziato a lavorare. È stata la mia primissima esperienza ma era “a tempo determinato”, perché sapevo sarei dovuta rientrare in Italia e continuare a studiare per la laurea magistrale. Con la laurea in mano, in Italia, mi sono subito data da fare per trovare lavoro ma senza troppi riscontri.

Per rispondere alla tua domanda, penso che quella che porti sempre più giovani a girare il mondo sia una vocazione personale. Di sicuro oggi viaggiamo molto di più rispetto ai nostri genitori, è più facile spostarsi ed è tutto molto più collegato. Ma vicino alla vocazione c’è sempre una sfumatura di necessità. Io mi sono sempre sentita una expat piuttosto che una migrante – spinta a viaggiare dalla voglia di conoscere, di imparare e fare esperienze formative che mi avrebbero aperto un futuro in qualche modo migliore. Tuttavia, il voto della Brexit mi ha costretto a rivedere un po’ la mia posizione: da un giorno all’altro, è  stato come prendere consapevolezza del fatto che i britannici percepiscono gli ‘stranieri’ – che siano giovani ‘skilled professionals’ o ‘unskilled migrants’ che vivono di benefit statali – più come migranti/immigrati che non come persone che viaggiano per conoscere nuove culture e accumulare competenze. È stato un po’ deludente, ma sicuramente mi ha fatto mettere molte cose in prospettiva. Per il momento, è ancora una situazione di grande incertezza ma c’ è  la speranza che le cose vadano migliorando con il tempo.


Prima di arrivare in Scozia, hai lavorato anche a Bruxelles alla Commissione Europea. Qui di cosa ti occupavi?

Dopo la Germania, quando è arrivata l’opportunità di lavorare in Belgio per la Commissione Europea, non ho esitato: da neolaureata ho mandato una di quelle application standard e mi hanno presa. Ero nella task-force che si occupava di gestire la partecipazione dell’Unione Europea a Expo Milano 2015. Avevamo anche un nostro padiglione: ecco, io mi occupavo di comunicazione all’interno del team, assieme a una squadra di colleghi. Ma era un lavoro a tempo, creato apposta per Expo. Una volta finito, mi sono di nuovo messa in moto per cercare lavoro. La scelta della Scozia non è stata del tutto casuale: ho scelto questo paese sia per una questione di opportunita che per ragioni personali, visto che il mio compagno sta facendo un dottorato qui.


Una volta arrivata in Scozia, cos’è successo poi? Credi che all’estero ci siano più possibilità di mettersi in gioco, magari sfruttando anche quella meritocrazia che l’Italia sembra non avere?

Era la fine del 2015-inizio 2016 quando sono arrivata a Edimburgo. Dopo l’esperienza in Germania e Belgio, pensavo di avere ormai una certa praticità nell’inserirmi in un contesto nuovo, invece ho trovato qualche difficoltà e ho riscontrato che il Regno Unito è veramente un caso a se stante, diverso da ogni altro paese in cui avevo vissuto prima. Parlo non solo dei diversi riferimenti culturali e abitudini con cui si viene inevitabilmente a contatto quando si emigra, ma anche di cose pratiche come mandare un curriculum o fare un colloquio di lavoro. All’inizio ho trovato lavoro in un settore diverso da quello della comunicazione, ma poi inaspettatamente una delle agenzie di recruitment locali mi ha contattato per quello che è poi diventato il mio attuale lavoro. Anche se all’epoca non avevo grandi aspettative di riuscire a lavorare per un’istituzione di peso come il governo scozzese, eccomi qui.

Tra le cose migliori della Scozia, devo ammettere che soprattutto in ambito lavorativo ho trovato molta meritocrazia e dinamica: se l’Italia è ancora un mondo piuttosto chiuso, in Scozia è stato più facile sia avere l’opportunità di mettermi in gioco che  affrontare nuove sfide. In generale – e non parlo solo per il mio caso specifico – ho notato che qui è possibile trovare un impiego anche in settori che non corrispondono perfettamente al tuo background accademico e personale. È tutta questione di buttarsi, studiare, formarsi e aver voglia di fare.


Secondo te, quali sono i punti su cui l’Italia dovrebbe mettersi in paro rispetto agli altri paesi in cui hai vissuto?

Non ho risposte, tantomeno ricette. Ma partiamo da un presupposto: fuori dall’Italia, la meritocrazia c’è in misura maggiore che nel nostro paese. Non voglio dire che tutti i problemi italiani si colleghino a questo, c’è anche dell’altro –  dalle troppo incerte politiche attive per i giovani a un mondo universitario scarsamente collegato a quello lavorativo.

Posso parlare della mia esperienza: quando ancora stavo studiando in Italia, ero già attiva nella ricerca di collaborazioni giornalistiche, opportunità, stage. Nonostante le varie collaborazioni e contatti nel settore, quando è arrivato il momento di cercare un lavoro vero e proprio è stato difficile – e ricordo ancora di aver passato mesi e mesi senza riscontri. Sicuramente alcuni settori (come le industrie creative e la comunicazione) sono più problematici di altri, ma la difficoltà è generalizzata: i miei coetanei in Italia si adattano lavori che non sono quelli per i quali hanno studiato, alcuni hanno contratti pessimi, altri ancora nemmeno hanno la possibilità di lavorare.

Credo che ci siano vari problemi a monte à dalla lentezza burocratica nel cambiare le cose alla classe politica poco efficiente. Tuttavia, questa non è una giustificazione valida, dal momento che tanti altri paesi con classi politiche poco efficienti offrono maggiori opportunità lavorative dell’Italia. Non so cosa sia necessario fare, ma sicuramente bisogna fare qualcosa al più presto.


Il mondo lavorativo britannico ha i suoi vantaggi, ma forse per noi italiani può essere difficile da comprendere. Almeno all’inizio, credo. Tu hai avuto difficoltà a livello pratico?

Certo, le difficoltà ci sono state eccome. Per capire, ti basta pensare che qui in UK ci sono trainer e recruiter che ti insegnano come affrontare i colloqui di lavoro. C’è tutto un protocollo da seguire, e ci sono situazioni in sede di colloquio che in Italia siamo meno abituati ad affrontare – dalle ‘competency based interviews’ in cui viene richiesto di prospettare soluzioni ideali a situazioni ipotetiche, alla tecnica STAR per rispondere ai quesiti.  Viene richiesto ai candidati di essere brillanti e propositivi e di essere impeccabilmente preparati sulla storia dell’azienda. È tutto molto pratico, preciso – magari meno ‘creativo’ dell’approccio italiano, ma forse più equo? Ad ogni modo, per i britannici sembra funzionare.

Tra le altre differenze che ho riscontrato, anche quella per cui quando invii un cv qui nel Regno Unito ricevi sempre una risposta, che sia buona o meno, un feedback che ti aiuta a migliorare. In Italia invece puoi mandare anche centinaia di candidature e non sapere neppure se sono arrivate.


Passando dal lavoro alla formazione: avendo studiato sia in Italia, sia in UK che a Berlino, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi tre paesi?

Sia in ambito lavorativo che accademico, trovo che – almeno in base alla mia esperienza – la Germania e il Belgio siano una via di mezzo tra Italia e Gran Bretagna. Mentre il Regno Unito è molto improntato alla praticità, l’Italia ha indubbiamente un approccio più “libero”, meno strutturato rispetto a quello UK. Il Belgio e la Germania, invece, per quanto ho potuto vedere si piazzano a meta strada tra rigidità/organizzazione e creatività. In particolare, durante la mia esperienza lavorativa in Belgio sono rimasta affascinata dal modo unico e speciale con cui Bruxelles, capitale europea e sede delle maggiori istituzioni UE, riesca a riunire i più diversi approcci culturali all’interno della stessa città. Estremamente multiculturale, la città attira professionisti qualificati da tutta Europa e da tutto il mondo e questo, a mio avviso, è davvero stimolante. Spesso capita anche di parlare 3 o 4 lingue diverse in una sola giornata – o addirittura durante la stessa conversazione.

Anche nel mondo universitario è la stessa cosa: possiamo mettere l’Italia e la Gran Bretagna ai due estremi, e nel mezzo il Belgio e la Germania. Nessun sistema è meglio dell’altro ma varia secondo le diverse esigenze degli studenti. In Italia si studia molto, si imparano molte nozioni e si acquisisce un bagaglio culturale davvero notevole. In UK c’è molta praticità, si fanno workshop e gruppi di lavoro e questo aiuta nelle relazioni e nel lavoro di squadra.


Succede così anche nell’ambito del giornalismo e della comunicazione, che sono i tuoi ambiti lavorativi?

Sì. Dallo scorso gennaio, ad esempio, sto facendo un master in giornalismo con la Edinburgh Napier University; avendo già preso una laurea magistrale proprio in giornalismo ed editoria in Italia, ho notato che c’è molta differenza. Se in Italia ho studiato molto sui testi, qui in Scozia sto imparando ad usare programmi come Avid e Premiere Pro per girare i miei primi videoclip, o sono stata incitata ad aprire un mio blog e portfolio online. Senza contare che qui l’ambiente accademico aiuta gli studenti a sviluppare contatti utili nel loro settore in vista di un futuro inserimento nel mondo lavorativo.

E poi, c’è da dire che per fare il giornalista in UK non serve essere iscritti a un albo professionale e l’accesso alla professione è più libero nei confronti di chi scrive notizie – conta come e cosa scrivi, non il tuo titolo di studi. Ad ogni modo, le sfide ci sono eccome per chi – come me – vuole perseguire questo tipo di carriera in un paese in cui sei costretto a usare la tua seconda lingua invece della tua lingua madre. Si deve in qualche modo reimparare a scrivere da capo – non solo acquisire nuove strutture e forme comunicative, ma una nuova forma mentis e modo di vedere il mondo.


Parlando di Brexit, cosa sta succedendo ora? Sei preoccupata?

Sinceramente, credo di essere in una situazione relativamente fortunata perché, pur non essendo qui da moltissimo, sono arrivata prima del voto della Brexit. Ovviamente spero di poter continuare a lavorare qui, ma al momento l’incertezza è tanta e non si sa cosa succedera da qui al 2019. Per adesso, la mia intenzione è quella di continuare a lavorare per un po’ di tempo in Scozia ma non so se mi piacerebbe trasferirmi in pianta stabile, restare ‘per sempre’. Devo ancora decidere cosa voglio fare da grande.


Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in mente di tornare presto in Italia oppure ormai la tua vita è altrove?

In Scozia sto benissimo, ma vorrei continuare a spostarmi e a fare esperienze lavorative anche fuori dall’Europa prima di tornare a casa. In futuro, spero di poter tornare in Italia: se devo essere sincera, non me ne sarei mai voluta andare. Nonostante cio, sono contenta di essere partita: viaggiare mi ha permesso di formarmi come persona, migliorarmi, avviare la mia carriera. Soprattutto, mi ha permesso di rivedere le mie priorita e abbandonare tanti piccoli ‘pregiudizi’. Adesso mi manca la mia famiglia, gli affetti, i miei luoghi del cuore, gli amici: per questo, l’idea è quella, un giorno, di tornare. Anche se ancora non so quando.