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Intervista a Mary Franzese, confondatrice e CMO di Neuron Guard

Forse Mary la conoscete già, o forse avrete sentito parlare di Neuron Guard, ma per tutti quelli che vivono in un universo differente dal nostro, o che non sono avvezzi ai social network, ci penseremo noi. Partiamo subito col raccontarvi che grazie a Mary, dopo ben sei anni, l’Italia – o meglio, una giovane italiana – è tornata di nuovo a comparire tra le dodici finaliste del Premio Europeo dedicato a donne e innovazione, l’EU Prize for Women Innovators (ed. 2017). Direi niente male, ma partiamo da principio.

Mary è una brillante trentunenne italiana, nasce a San Giuseppe Vesuviano (NA) e vive, fino al diciottesimo anno di età, ad Ottaviano (NA). Oggi vive a Modena per Neuron Guard, ma non si è fatta scappare qualche altra tappa in giro per il mondo tra Buenos Aires (Argentina), Shanghai (Cina) e Turku (Finlandia), per motivi di studio e perché no, un po’ di sana curiosità e spirito avventuriero, perché di certo non possiamo dire che le manchi il coraggio. Lo stesso che, insieme alla passione, l’hanno portata a dove è oggi: co-fondatrice e CMO di Neuron Guard, start-up innovativa impegnata nello sviluppo di un dispositivo medico salva-vita che mira a rivoluzionare il trattamento dei danni cerebrali. il loro motto? “Time is brain.. Freeze it!”

Curiosi di scoprirne di più? E allora, cominciamo!

 

 

Ciao Mary! Per prima cosa vorrei ringraziarti per il tempo che ci hai dedicato, sappiamo che non é facile ritagliarsi del tempo, soprattutto in questo periodo cosi frenetico – ed eccitante – della tua vita, quindi grazie!

Cominciamo subito col dire che scoprire il tuo progetto tra i 12 candidati al EU Prize for women innovators, ci ha subito fatti innamorare! Erano ben sei anni che nessun talento italiano veniva candidato a questo premio, ma raccontaci di più…

Tutto è iniziato grazie a dei tweet e ad alcune email di amici che mi invitavano a candidarmi per il Premio EU Prize for Women Innovators perché quest’anno, per la prima volta, la Commissione Europea deciso di premiare anche le giovani donne, con età massima di 30 anni, che hanno co-fondato startup. Non ho resistito un attimo e mi sono detta “facciamo conoscere il talento femminile italiano e Neuron Guard anche in Europa”. E così è stato. Avevo tanta voglia di mostrare il lavoro portato avanti in questi miei primi quattro anni con Neuron Guard, un progetto imprenditoriale di cui mi sono appassionata sin dalla prima volta in cui Enrico mi ha presentato la sua idea, decidendo coraggiosamente di condividerla con me per aiutarlo trasformarla in realtà. Una startup che ha la missione di salvare vite umane, e l’ambizione di trasformare radicalmente il modo in cui si interviene per il trattamento di patologie quali ictus, arresto cardiaco e trauma cranico. Sono orgogliosa di essere italiana, e sono molto fiera di rappresentare le giovani innovatrici della nostra terra in Europa.

Opportunità come questa non solo permettono di mettere in luce il talento femminile, spesso purtroppo sottovalutato o poco enfatizzato nel mondo del lavoro, ma danno anche l’opportunità di riscoprire i veri talenti, giovani e meno giovani, che possono fungere da forza motrice nella società. Credi che in Italia si debba fare di più per mettere in risalto ed offrire migliori opportunità a questo tipo di talenti?

Credo che in Italia ci si debba lamentare di meno e gioire di più dei successi altrui. Mi è capitato di recente di leggere forti critiche sulla mia persona e su altre ragazze che come me erano state scelte come miglior imprenditrici under 30 solo perché, a detta di questo vocio, ex studentesse di Università private. Mi chiedo: ma la gente, prima di giudicare, sa per caso i sacrifici che ci sono dietro queste scelte? Non si deve essere necessariamente “figli di” per ottenere dei riconoscimenti. Prima di digitare qualche parolina di troppo, inviterei le persone a cercare opportunità di confronto e di crescita. L’Italia è lenta, e noi italiani siamo troppo burocrati, non ammettiamo scelte “errate” e siamo sempre sul chi va là per addossare le colpe a qualcuno. Perché non ci diamo una mossa, ci rimbocchiamo le maniche, e iniziamo a LAVORARE facendoci in quattro per il nostro futuro? Pensando a noi, penseremo alla nostra comunità e al benessere del nostro Paese.

Sappiamo che non molto tempo fa sei stata a Bruxelles, terra di expat, per un congresso #unconventional proprio per parlare del tuo progetto. Cos’hai notato di diverso dagli ambienti italiani, se di differenze ce ne sono?

La forte dinamicità ed il continuo confronto. Quando partecipo agli eventi all’estero ci sono sempre tante domande a ravvivare le sessioni di Q&A. In Italia, invece, tante volte si partecipa agli eventi tanto per postare una foto sui social e dire “c’ero anche io”. Dobbiamo imparare a fare networking, a sfruttare queste occasioni per dire la nostra e per entrare in contatto con le persone che seguiamo come modelli di ispirazione. Poi, ti dirò: anche una chiacchierata con il vicino e la vicina possono trasformarsi in opportunità di business. Homo faber fortunae suae dicevano gli antichi romani, ed io oggi dico “datevi da fare” che dalle occasioni sprecate non è mai emerso nulla.

Noi parliamo spesso di questione intergenerazionale, di un problema che frena i talenti e drena risorse. Tu cosa ne pensi? Cosa faresti per migliorare le cose, se pensi vadano migliorate?

Credo nella necessità di dare spazio ai giovani meritevoli e talentuosi, così come penso sia necessario un supporto di modelli di riferimento senior con esperienza. I due mondi devono lavorare insieme, comunicare e scambiarsi costantemente informazioni, perché ciascuno di loro ha tanto da insegnare all’altro.

Come forse saprai, il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, ma sappiamo che – invece – la perdita di talenti (e non solo dal punto di vista economico, seppur importante) è inestimabile. Tu cosa faresti, beninteso se potessi, per invertire la tendenza?

Snellirei il sistema scolastico con meno anni di scuola superiore, potenzierei lo studio delle materie STEM, punterei più sulla pratica che sulla mera teoria, sfrutterei al massimo le potenzialità del digitale per dare ai bambini la libertà di creare/codificare e agli adulti quella di lavorare da qualunque postazione. Da ultimo, intensificherei il legame scuole-aziende da consentire un più facile accesso al mondo del lavoro.

La meritocrazia c’entra qualcosa in tutto questo? Pensi che in Italia ci si sia davvero scordati di cosa sia il merito, o la trovi una retorica stantia e poco funzionale a migliorare le cose?

La meritocrazia c’entra ma non del tutto. Lo scorso Febbraio è stato presentato dall’OCSE il rapporto “Economic Survey of Italy 2017”, ed il suo segretario generale, Angel Gurria, ha palesato forti preoccupazioni circa l’aumento della povertà tra i giovani e l’incremento del tasso di disoccupazione. Dobbiamo fare in modo che il nostro Paese si risollevi da questa crisi e cresca affinché ci sia voglia di viverlo. Il Governo deve favorire la crescita della produttività e degli investimenti, perché se il nostro sistema economico funziona, in pochi si chiederanno della questione meritocratica. Saremo tutti impegnati a lavorare per noi, e per il nostro Paese.

Restando in tema giovani talenti, spulciando il tuo profilo online ci siamo accorte che fai parte anche tu, come la nostra fondatrice, del team di adviser dell’Innovation Hub dello IULM, a Milano. Come sei approdata a questa nuova esperienza? Come intendi aiutare i “giovani innovatori” in quanto adviser?

Io vivo per i giovani ed amo stare tra i giovani. Sono felice di trascorrere del tempo con loro, di lasciarli liberi di comunicarmi le loro idee, di osservarli mentre sognano ad occhi aperti. Condividere esperienze quali anche lo Startup Weekend a Caserta mi ha dato la possibilità di mettermi in gioco e di capire che non voglio che loro commettano i miei stessi errori. Non voglio che siano imprudenti, superficiali o frettolosi nel voler raggiungere “tutto e subito” senza i mezzi adeguati. Le situazioni devono essere analizzate, studiate e poi affrontate. La passione, la tenacia ed il coraggio a loro non mancano.

E adesso vado forse un po’ fuori tema, ma non posso astenermi. Donne e imprenditorialità innovativa in Italia, oggi. Per alcuni é una mission impossible, tu che – diciamolo – ce l’hai fatta e coon ottimi risultati, cosa ne pensi?

Io ce la sto mettendo tutta per farcela. Nulla è impossibile se si crede davvero in quello che si fa. Bisogna crederci e mettere insieme quello che aiuta nel raggiungimento degli obiettivi. Bisogna essere tenaci, coraggiose e pazienti, perché come spesso accade, le cose più belle arrivano solo con il tempo e dopo aver fatto tanti sacrifici.

Che consigli ti sentiresti di dare a dei giovani professionisti che desiderano avviare la propria azienda o carriera professionale in Italia?

Quello di cui sopra, oltre a studiate, studiate, studiate! Vale tanto per le donne quanto per gli uomini. Per me non vi è differenza alcuna. Siate curiosi, leggete, documentatevi. Noi donne fatichiamo di più, ma se ci uniamo agli uomini e chiediamo anche aiuto a loro nel favorire questo nostro percorso di crescita, sono certa che sarà possibile avviare qualunque tipo di carriera.

Concludiamo invece con una domanda di rito. Che consigli daresti invece, ai policy makers italiani al fine di combattere quella questione intergenerazionale che così fortemente drena talenti e frena risorse, con un impatto a dir poco negativo sul sistema italiano e, forse ancor più drammaticamente, pesa sui giovani professionisti del nostro Paese?

Fate spazio ai giovani talentuosi e volenterosi di mettere il proprio sapere al servizio del nostro Paese!

In bocca al lupo, Mary! E grazie infinite.

Alle volte ritornano

“Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove.” (Pino Cacucci)

Parigi è sempre bella, anche se devo ammettere di esserci sempre stata d’inverno. Non ho mai visto gli alberi sugli Champs-Élysées verdi, né mi sono mai potuta godere il sole sulla Senna: no, anziché l’approccio romantico alla capitale francese – quello che si vede nei film – io me la sono sempre goduta imbardata da capo a piedi per evitare la laringite.

Che poi a Parigi fa anche più freddo che ad Edimburgo.

Come potete vedere dal mio ultimo post, lo scorso dicembre ho passato una settimana a Strasburgo durante la sessione parlamentare mensile.

Dopo essere finalmente riuscita a trovare una sistemazione che non richiedesse la vendita né del mio primogenito né di un rene, e dopo aver avuto una lunga conversazione telefonica con la povera Sabine dell’agenzia viaggi – in un francese che ha probabilmente fatto rigirare Rousseau nella tomba – sono finalmente partita alla volta di Francia.

Per poter arrivare nella sede francese del Parlamento Europeo sono dovuta passare per Parigi, dove ho imparato che avere amici in Erasmus fa sempre comodo anche se vivono in minuscoli appartamenti raggiungibili solo con un ascensore pericolosamente stretto.

Lunedì mattina, nascosta dietro due sciarpe, mi sono avviata verso Gare de l’Est per prendere il TGV direzione Strasburgo.

Arrivata in stazione dopo due ore e mezza è iniziata la corsa ad ostacoli: la capitale della regione Grand Est – precedentemente conosciuta con il più rinomato nome di Alsazia-Lorena – ospita uno dei più grandi mercatini natalizi d’Europa. Durante il mese di dicembre le strade della città si illuminano di banchetti ricchi di cibarie tipiche ed idee regalo per i meno creativi.

Per far si che i turisti possano godersi pienamente l’atmosfera natalizia, tutte le vie centrali vengono chiuse al traffico e i bus vengono deviati, inclusa la navetta che porta al Parlamento. Ovviamente, forse in omaggio ad uno degli stati fondatori dell’Unione, l’ufficio centrale ha comunicato il cambiamento di percorso una settimana dopo la sessione mensile, quando ormai ero già ritornata in Scozia.

Trovato un tram che portasse al palazzo Louise Weiss, sede ufficiale del Parlamento Europeo, sono finalmente riuscita ad arrivare a destinazione e mi sono potuta godere per qualche minuto la visione di decine e decine di persone inghiottite in questo gigantesco cilindro di metallo e vetro come fossero formiche richiamate dalla loro regina. Il dolore alla spalla causata dallo zaino che mi portavo appresso da circa otto ore mi ha poi ricordato che dovevo ancora ottenere il badge identificativo per poi andare alla mia scrivania.

Badge in mano – oltretutto venuto talmente male che anche io stentavo a riconoscermi – è iniziata la seconda sfida: trovare il palazzo con l’ufficio dedicato agli impiegati dei vari uffici informazione sparsi sul territorio europeo. Credo di aver attraversato tre ponti, sei fiumi, due pareti infuocate e cinque piscine riempite di piraña prima di riuscire a trovare anche solo un cartello con un accenno di indicazione… diciamo che una cartina sarebbe stata utile, ecco.

Dopo gli ostacoli al viaggio iniziale – accompagnati nei giorni successi da picchi acuti di labirintite – mi sono potuta godere a pieno l’esperienza al Parlamento.

Quasi tutti i dibattiti sono aperti al pubblico, anche perché ci sono molte scolaresche che vengono appositamente portate a Strasburgo per vedere come funziona realmente il parlamento, ed è sempre interessante vedere dal vivo i politici che così spesso sembrano distantissimi dalle persone comuni. Si possono osservare gestualità e comportamenti che spesso si perdono al di fuori dei live-streaming, regalando quindi l’opportunità di capire anche minimamente meglio queste persone.

Durante l’ultima sessione dell’anno ho anche avuto occasione di partecipare alla premiazione del premio Sakharov, che annualmente riconosce individui o gruppi che hanno contribuito alla cause dei diritti umani. A Edimburgo avevo partecipato ad una serie di dibattiti organizzati da studenti universitari per discutere chi, secondo loro, fosse più meritevole di ricevere questo riconoscimento, ed è stata una vera e propria emozione essere presente alla premiazione del 2016.

Nadia Murad e Lamiya Aji Bashar sono due giovani donne (21 e 19 anni rispettivamente) irachene della comunità Yazidi rapite, e sottoposte ad abusi e violenze da parte dell’ISIL. Riuscite a scappare dalla loro prigionia ed a raggiungere l’Europa, sono diventate il volto e la voce della loro comunità, condividendo la loro esperienza con il mondo per cercare di accrescere la consapevolezza delle sofferenze patite dalla loro gente.

Vederle parlare davanti alle telecamere ed agli europarlamentari – molti dei quali si sono spesso espressi negativamente contro i rifugiati scampati agli orrori della guerra e dall’ISIL – è stato un vero e proprio onore che ricorderò sempre. Queste due donne sono sopravvissute ad orrori inimmaginabili e che hanno coraggiosamente deciso di parlarne apertamente per evitare che ciò possa continuare a succedere, fregandosene altamente dei critici per continuare a concentrarsi sul loro attivismo ed il loro messaggio.

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Il tempo fuori dall’emiciclo parlamentare l’ho quasi interamente passato insieme ai due stagisti di Londra ed alla nostra addetta stampa, che ci ha mostrato i servizi messi a disposizione dei giornalisti dal Parlamento Europeo: oltre all’equipaggiamento tecnico, i reporter possono usufruire di un servizio di ricerca che permette loro di mettersi in contatto con l’europarlamentare più adatto per ogni tipo di articolo/intervista, due studi video e quattro studi radiofonici. Ci ha anche poi rivelato che ogni mese viene tutto spostato da Bruxelles appositamente per la sessione mensile, in modo tale che tutti i video seguano le linee guida filmiche decise dal dipartimento generale di comunicazione.

Dopo quattro giorni passati tra conferenze stampa, ore in biblioteca a completare ricerche, un quasi frontale con Federica Mogherini ed alcuni istanti di rabbia isterica – cortesemente offerti da Nigel Farage – sono dovuta risalire sulla navetta alla volta della stazione per poter tornare nel minuscolo appartamento a Belleville per un’ultima notte in Francia.

Intervista a Giulia Liberati – ricercatrice a Louvain la Neuve

 

Oggi chiacchieriamo con Giulia Liberati, 34enne italiana in Belgio. Nata a Roma, già da bambina Giulia ha presto fatto le valigie, destinazione New York prima, Stoccolma poi, con la sua famiglia. Crescendo, ha sempre colto l’occasione per non privarsi di nessuna nuova, eccitante esperienza. Prepara la tesi della sua laurea triennale a Varsavia grazie ad una borsa Erasmus; trascorre 3 anni a Tübingen (Germania) durante il periodo di dottorato e da 4anni vive nella capitale belga, facendo la spola con Louvain la Neuve.

Giulia inizia la sua carriera professionale nell’ambito della ricerca a Roma, nel 2008, alla Facoltà di Psicologia della Sapienza, grazie a una borsa di collaborazione universitaria. L’anno successivo iniziato il suo dottorato, dove ha potuto occuparsi di  interfacce cervello-computer (dispositivi per la comunicazione e la riabilitazione motoria di pazienti con deficit motori, che si basano sulla classificazione di segnali cerebrali, ci spiega).

Poco dopo aver discusso la tesi di dottorato, Giulia presenta il suo lavoro in un seminario all’Università di Louvain la Neuve, dove è potuta entrare in contatto con una docente e alcuni ricercatori della Facoltà di Psicologia dell’Université Catholique de Louvain, dove ha svolto il suo primo post-doc. Successivamente, Giulia ottiene una posizione da Research Assistant alla facoltà di Medicina della stessa università (con sede a Bruxelles) ed è lì che ha iniziato a occuparsi di percezione del dolore.

 

Quando le chiediamo di dirci di più, uscire dal mood puramente biografico delle – necessarie – presentazioni, Giulia ci racconta: “Non ho mai considerato la mia scelta di lasciare l’Italia una “fuga”, come spesso viene definita la decisione dei ricercatori di lasciare il proprio paese. In Italia mi sono trovata bene e ho anche avuto la fortuna di fare ciò che mi piaceva e di essere sempre retribuita per il mio lavoro – cosa purtroppo non scontata in ambito accademico. Piuttosto, nel mio caso, trasferirmi è stata una questione di opportunità, legata sia a collaborazioni e a offerte di lavoro interessanti, che a motivi più personali, dato che anche il mio compagno vive a Bruxelles.

Che dire, cominciamo?

 

Parliamo un po’ meglio dalla tua esperienza da “Italians”: sappiamo che sei nata a Roma e che ora vivi a Bruxelles. Raccontaci di più su questo cambiamento, su come sono andate le cose. Coincidenza o progetto?

Pochi giorni dopo la discussione della tesi di dottorato, sono stata invitata a presentare parte del mio lavoro in un seminario all’Università di Louvain la Neuve. Questo mi ha permesso di entrare in contatto con alcuni docenti e ricercatori della Facoltà di Psicologia, che poco tempo dopo mi hanno offerto una posizione. Ho deciso di prendere un appartamento a Bruxelles, anziché a Louvain la Neuve (che dista 40 minuti di treno), perché preferivo vivere in una città più grande. Prima di trasferirmi, Bruxelles non aveva mai rappresentato la meta dei miei sogni, anche perché la conoscevo poco. Devo dire che oggi sono però estremamente soddisfatta della mia scelta. Bruxelles è una città molto viva e al tempo stesso a misura d’uomo. Anche il mio ambiente di lavoro è stimolante e piacevole. Insomma, non mi lamento!

 

Sappiamo che ti occupi di ricerca, ma dicci di più sul tuo lavoro! Spulciando i tuoi social sono approdata sull’hashtag #NocionsLab e ho scoperto che ti occupi di percezione del dolore, raccontaci di più!

Dal 2014 lavoro come ricercatrice nel Nocions Lab (http://www.nocions.org/), diretto dal Prof. André Mouraux, all’Institute of Neuroscience dell’Université catholique di Louvain. La principale linea di ricerca del laboratorio, che ha sede a Bruxelles, è lo studio dei processi cerebrali che sono alla base della percezione del dolore negli essere umani. In particolare, le mie sperimentazioni si svolgono nell’ospedale universitario di Saint-Luc, dove lavoro con pazienti con elettrodi impiantati nel cervello. Questo mi permette di registrare direttamente l’attività elettrofisiologica legata alla percezione di stimoli dolorosi. Di recente, ho ottenuto un finanziamento FNRS (Fonds National de la Recherche Scientifique), che mi permetterà di continuare a lavorare in questo ambito per i prossimi 3 anni.

 

Restando nell’ambito ricerca e università, di cui anche noi ci siamo occupati, quali sono le tendenze e le differenze che hai potuto osservare tra il sistema italiano e quello estero (Belga, per l’esattezza). Credi inoltre che in Italia avresti potuto avere le stesse opportunità?

La prima lampante differenza tra università italiana e belga è di tipo economico. Per quanto in graduale diminuzione, i fondi per la ricerca messi a disposizione in Belgio sono nettamente superiori rispetto all’Italia. Innanzi tutto, a parità di costo della vita, gli stipendi dei ricercatori sono decisamente più alti qui. Inoltre, ci sono maggiori possibilità di partecipare a convegni internazionali, di pubblicare su riviste scientifiche open access (il cui costo può essere anche di migliaia di euro), di acquistare strumentazioni più all’avanguardia, e di usufruire di numerosi spazi dedicati alla ricerca (in Italia avevamo un’unica stanzetta che poteva – su prenotazione – essere adibita a laboratorio). Queste possibilità, che non dipendono dalla professionalità e competenza dei ricercatori, influiscono pesantemente sulla qualità della ricerca e sulla reputazione di un laboratorio.

Un’altra differenza che ho riscontrato è che nell’università belga non si lavora gratis, mai. Non esiste che un dottorando lavori senza borsa. Non esiste che un ricercatore tenga un corso solo perché “fa curriculum”. La ricerca è vista come un lavoro vero e proprio, e un lavoro non è tale senza retribuzione. In Italia, purtroppo, viene spesso dato per scontato che la passione e la determinazione possano compensare la mancanza di una retribuzione dignitosa.

Infine, il Belgio accoglie molti più studenti e ricercatori stranieri rispetto all’Italia. Esiste un’iniziativa, quella della cosiddetta “mobilité internationale”, che prevede agevolazioni per chi viene da università straniere, in modo da favorire gli scambi inter-universitari. Al tempo stesso, gli studenti e ricercatori belgi sono fortemente incoraggiati a trascorrere dei periodi di formazione in università estere. In Italia, nella maggior parte delle università (anche se non tutte), le possibilità di accogliere studenti e ricercatori stranieri sono spesso limitate: non sempre esistono corsi in inglese, e la burocrazia costituisce in molti casi un ostacolo insormontabile per chi non parla italiano.

Non so cosa sarebbe accaduto – per quanto riguarda la mia carriera accademica – se fossi rimasta in Italia. Nel caso mi trovassi attualmente a lavorare come post-doc in Italia, sicuramente guadagnerei di meno e non avrei accesso alle strumentazioni e ai dispositivi che utilizzo ora nella mia ricerca. Probabilmente dovrei dedicare ancora più energie alla ricerca di fondi e alla stesura di progetti per ottenere finanziamenti (cosa che comunque già faccio), e questo sicuramente toglierebbe tempo alla sperimentazione e alla ricerca vera e propria.

 

Passiamo adesso al tema “giovani e lavoro”, passando per il sistema universitario italiano. Personalmente, quanto è stato importante il tuo percorso universitario per il lavoro che oggi porti avanti? Che differenze ci sono, secondo te che hai studiato in Italia e all’estero? Noi spesso abbiamo parlato di un mancato link tra università italiane e mondo del lavoro, cosa ne pensi?

Sicuramente aver intrapreso un corso di laurea specialistica improntato alla ricerca (psicologia sperimentale) mi ha favorito nel lavoro. Contrariamente a quel che spesso si dice, io trovo la formazione in Italia molto buona dal punto di vista teorico. Trovo anche che in Italia si studi di più sui libri rispetto ad altri paesi come la Germania o il Belgio (dove spesso gli esami vengono preparati solo sugli appunti e i manuali sono facoltativi). Ciò che però purtroppo manca nell’istruzione italiana è l’applicazione pratica delle nozioni che vengono apprese. Per esempio, in molti paesi, fare esperienze di laboratorio fin dai primi anni di università (indipendentemente dalla scelta di proseguire poi nella ricerca) è la norma per le discipline scientifiche. Mi sembra che in Italia ciò rappresenti più l’eccezione che la norma.

 

Rimanendo sempre in tema “Italia”, credi il sistema meritocratico in Italia funzioni?

Il sistema meritocratico in Italia funziona limitatamente. Il principale problema è la mancanza di trasparenza, come nel caso dei concorsi universitari farlocchi in cui “ufficiosamente” si conosce già il vincitore. Si tratta di un meccanismo molto ipocrita. Sarebbe più onesto a questo punto affidarsi alla cosiddetta “chiamata diretta”, per cui si può assumere chi si desidera, salvo poi rendere conto del proprio operato (una procedura abbastanza comune all’estero). Senza trasparenza e senza criteri oggettivi di valutazione è purtroppo difficile capire se a vincere sia il merito.

Detto ciò, esistono in Italia ricercatori eccellenti, riconosciuti come tali a livello internazionale. L’impressione è che le persone brave comunque emergano, ma facendo più fatica, sia perché i fondi per la ricerca sono limitati e la competizione è più spietata, sia perché effettivamente in alcuni dipartimenti vengono favorite qualità diverse dalla bravura, quali il servilismo al professorone di turno.

 

Si parla spesso di eccellenze italiane all’estero e di fuga di cervelli con una retorica spesso noiosa e superficiale, secondo te come andrebbe approcciato il problema, sempre che per te si tratti davvero di un problema?

Non ho mai sopportato la retorica dei cervelli in fuga. Spostarsi di laboratorio in laboratorio, quando si fa ricerca, non è una fuga, ma un processo di formazione necessario. Andare all’estero dovrebbe essere incoraggiato e non visto come il segnale che nel proprio paese si è fallito. Il vero problema è che una volta all’estero, spesso ci si accorge che le condizioni sono migliori e non si ha più il desiderio di tornare.

Si dà poi spesso per scontato che quelli che partono siano quelli “bravi”, quelli che “ce la fanno”. Eppure, non è che tutti quelli che scelgono di lavorare all’estero siano geni. Come già detto, si stratta di una questione di opportunità. Se si hanno legami sentimentali / figli / genitori a carico, decidere di trasferirsi a lungo termine in un altro paese diventa quasi impossibile. Ci sono ottimi ricercatori che continuano a svolgere bene il proprio lavoro in Italia, così come esistono ricercatori mediocri che riescono a cogliere delle opportunità all’estero.

Sento anche spesso dire che i ricercatori italiani all’estero dovrebbero, a un certo punto, decidere di rientrare nel proprio paese, per favorirne lo sviluppo. Non sono d’accordo neanche su questo. Il ricercatore non è necessariamente un martire votato al sacrificio. Può capitare che, dopo tanti anni all’estero, una carriera avviata e spesso la costruzione di una famiglia, si preferisca continuare a vivere fuori dall’Italia. Penso che il vero problema non siano i ricercatori italiani che scelgono di lavorare all’estero: nella maggior parte dei laboratori internazionali lavorano ricercatori di nazionalità diverse. Non sono solo i ricercatori italiani a trasferirsi all’estero! Il vero problema è che, salvo alcune eccezioni, l’università italiana non è in grado di attirare ricercatori stranieri – per lo meno non in numero uguale ai ricercatori italiani che si spostano all’estero.

 

Perché, secondo te, sempre più giovani preferiscono partire e portare altrove le proprie competenze? È un problema della mancata meritocrazia e un ricambio generazionale quasi nullo, o credi sia più che altro una scelta?

In linea di massima, oggi i giovani sono più aperti a fare nuove esperienze rispetto al passato, viaggiare costa meno e trasferirsi è meno drammatico. Nella ricerca, lavorare in diversi laboratori costituisce un vantaggio perché si instaurano nuove collaborazioni e si apprendono tecniche diverse. Sono davvero pochi i giovani ricercatori che non hanno mai trascorso un periodo all’estero, anche se breve (e questo non è un fenomeno solo italiano, ma esteso a tutto il mondo).

Sinceramente, io non conosco nessuno che partendo dall’Italia abbia pensato “mi trasferisco per sempre”. In genere si parte pensando di star fuori per un periodo più o meno breve, soprattutto per fare nuove esperienze. Ciò che poi spesso accade è che all’estero ci si trova bene, le opportunità di carriera sono migliori, si creano nuovi legami, e alla fine non si ritorna più.

 

Supponendo che questa fuga sia davvero dovuta a delle mancanze del nostro sistema, personalmente credi esista una soluzione, cosa consiglieresti al “sistema” e ai decision makers italiani per impedire questa fuga di competenze?

Finché non si investirà sulla ricerca, finché i ricercatori non saranno pagati decentemente, finché non saranno messi a disposizione gli strumenti e gli spazi per svolgere la ricerca, e finché i criteri di selezione non saranno del tutto trasparenti, difficilmente chi ha una carriera avviata all’estero sceglierà di tornare in Italia.

 

Più nello specifico, domanda facile forse per un’italiana in Belgio dove la comunità italiana é tra le più grandi, cosa pensi della questione della migrazione qualificata? É davvero un problema o pensi possa trasformarsi in una spinta motrice alla professionalizzazione dei giovani italiani (ed europei)?

Sicuramente per i giovani italiani, e in particolare per i ricercatori, può essere una spinta motrice alla professionalizzazione. Come già sottolineato, l’ideale sarebbe però avere altrettanti ricercatori stranieri che accettino di portare le loro competenze in laboratori italiani, cosa che ad oggi accade molto limitatamente.

 

E per finire, domanda di rito. Torneresti in Italia, adesso? Essere lontani é davvero cosi difficile o é diventata quasi una normalità?

Ora come ora no! In effetti, sto progettando di comprare casa a Bruxelles, dove mi piacerebbe stabilizzarmi. Amo molto l’Italia, dove comunque vivono i miei familiari e i miei amici più stretti, e torno sempre molto volentieri quando posso, anche perché per fortuna è possibile volare da Bruxelles a Roma spendendo relativamente poco.

 

 

Casa é dietro, il mondo avanti.

“E adesso andate, e fate errori interessanti, fate errori grandiosi, fate errori gloriosi e fantastici. Rompete le regole. Lasciate un mondo più interessante grazie al vostro esserci stati.” (Neil Gaiman)

Mi sembra passato un secondo da quando mi sono imbarcata per la mia avventura inglese: mi ricordo come se fosse ieri l’emozione e l’ansia di quando ho riattaccato il telefono e sono corsa giù per il corridoio – lo stesso in cui pattinavo quando ero piccola, ed in cui facevo le gare di scivolata con mia sorella – per dire a mia madre che, nonostante tutto, sarei andata a
studiare a Londra.

E invece sono qui, ad un anno dalla laurea ed a qualche giorno dalla consegna della copia definitiva della mia seconda, ma forse non ultima, tesi per il Master. Le dovute celebrazioni, in concomitanza con il mio compleanno, sono già avvenute e tra qualche mese, se tutto va bene, dovrò indossare una nuova toga per ricevere un altro diploma.

Per quanto sia felice della fine di questo ennesimo percorso d’istruzione, che mi ha dato l’opportunità di crescere non solo intellettualmente, ma anche come persona, mi si presenta una prospettiva poco allettante per il mio futuro. La cerimonia di laurea.

La cerimonia di laurea Inglese si celebra in pompa magna. Non ci si presenta impreparati, tutto dev’essere calcolato nei  minimi dettagli. I biglietti – ovvio, mica si può andare così, senza prenotare, alla propria laurea – vanno prenotati come minimo due mesi prima, così come toga e tocco d’ordinanza. Per la mia laurea triennale l’outfit era molto sobrio: nera la
toga, nero il tocco, ma con un punto luce color viola dato dal cappuccio – sì, ci sono state rievocazioni di Dissennatori e Batman: per quanto adulti il mondo ci dica di essere, ci sono delle opportunità che non si possono far passare.

L’abito da sfoggiare non deve essere strettamente da cerimonia come mi era stato suggerito dagli amici, visto che c’è chi si è laureato in jeans e scarpe da ginnastica, ma visto che mia madre sfrutterà per anni le foto scattate in mancanza di quelle di matrimonio e/o pargoli, lo sforzo andava fatto. Quei tacchi andavano indossati per forza.

Ora, visto che sono amica di incurabili secchioni – e di una studentessa di medicina che ci metterà anni ad arrivare alla laurea, ma la sua è una pena autoinflitta – nel 2015 si sono laureati TUTTI i miei amici, quindi ho potuto osservare ripetutamente le differenze che hanno caratterizzato la mia cerimonia di laurea in Inghilterra e quella dei miei amici in Italia.

Prima di tutto, le sessioni laurea italiane hanno meno partecipanti, probabilmente perché ce ne sono diverse durante l’anno. In Inghilterra l’intero corso, se superati gli esami, si laurea allo stesso momento, motivo per cui le discussioni e proclamazioni Italiane si fanno in aule della facoltà mentre per quelle Inglesi bisogna prenotare un auditorium. Da 2500 posti, perché bisogna stare comodi.

In secondo luogo, la durata della cerimonia in Italia non è eterna. Trenta minuti, metti un’ora e poi puoi uscire e gridare per la gioia fino a quando ti ricordi che con la triennale non puoi farci niente e che ti tocca fare ancora due anni. In Inghilterra dopo la triennale puoi già lavorare se vuoi, ma il karma te la fa pagare facendoti stare seduto minimo due ore a vedere una parata di gente vestita tutta uguale – che poi in realtà sembrano vestiti uguali, ma cambia a seconda del livello di istruzione che hai. Tipo per il Master a me daranno un cappuccio più lungo ricoperto di velluto. Perché il velluto fa serio, direbbe mia mamma.

Dopo la loro proclamazione i miei amici hanno tutti fatto quello che tradizionalmente si dovrebbe fare ottenuto un diploma di laurea: si sono fatti fotografare con in mano la prima delle tante bottiglie di alcol di cui avranno bisogno per gli anni avvenire, per poi festeggiare in famiglia e, più tardi, con gli amici per sfogare l’eccitazione.

Dopo la mia proclamazione, trasmessa in diretta web per quegli ‘spilorci’ che non avevano voluto pagare £28 per venirmi a vedere camminare precariamente sui tacchi davanti a 300 persone, ho aspettato che mia sorella e mia madre svegliassero mio padre che si era appisolato dopo il laureando no. 150. Ho mangiato una caprese con la “mozzarella di bufala” – non era mozzarella e non mi convinceranno mai del contrario – sono salita su un bus e sono andata a casa a levarmi i tacchi.

Un anno ed una quasi laurea dopo e sono seduta ad una scrivania che da su un meraviglioso Arthur’s Seat illuminato dal tepido sole autunnale. Inaspettatamente Edimburgo è diventata una delle mie case lontane da casa, però non credo che la mia avventura Inglese sia finita. In fondo ha solo cambiato rotta.

Forse è solo un caso, ma mi piace pensare che questa nuova esperienza sia anche dovuta alle somiglianze che vedo tra me ed un personaggio molto speciale con cui condivido non solo alcuni tratti tipici, ma anche il mio giorno di nascita. Spero solo, caro Bilbo Baggins, di non mettere mai mano sull’Ultimo Anello.

“Il cambiamento è il risultato finale del vero apprendimento.” (Leo Buscaglia)

“Il cambiamento è il risultato finale del vero apprendimento.”
(Leo Buscaglia)

Palazzo Nuovo si erge in tutta la sua discutibile bellezza a pochi passi dalla Mole Antonelliana, ed è dove per quasi tutta la mia adolescenza pensavo di finire per completare la mia carriera scolastica: sede delle facoltà umanistiche dell’Università del loro trasferimento nel nuovo campus ipertecnologico sulla Dora, era anche sede dei corsi di Giurisprudenza.

Dopo discussioni varie sui costi, la distanza e le possibilità di lavoro, anziché farmi dieci minuti di camminata per andare all’università, ho deciso di andarmene ad esattamente 1221.49 km di distanza dal palazzone grigio farcito di amianto che ancora adesso il comune sta facendo bonificare.

Destino ha voluto che anche la mia nuova università avesse sede in un blocco di cemento costruito negli anni ’70, oltretutto in una delle zone di traffico più caotico di Londra: Elephant&Castle è soprattutto rinomata per il pittorescamente decrepito centro commerciale – reso ancor più caratteristico da vari accoltellamenti al suo interno e da un fantastico ristorante cinese al piano terra – e per i vari incidenti d’auto che sono avvenuti presso l’enorme rotonda che domina il suo epicentro.

Il London College of Communication (LCC) si trova a sud-ovest della rotonda, ed è facilmente individuabile grazie alla torre di quattordici piani che ne ospita le aule. Un edificio sproporzionato rispetto ai numeri degli studenti: parte della più grande University of the Arts, LCC conta 6.500 dei 17.775 iscritti in corsi triennali o master.

Sproporzionato soprattutto per il corso di Giornalismo anno 2012-2013, il mio primo anno.

Dopo una settimana di presentazione dell’università – inclusi tour dell’edificio di cui, dopo tre anni, penso di non averne esplorato neanche 1/3 – mi sono ritrovata seduta in un’aula magna da 150 posti con altre 90 persone. 90 persone che mano a mano son diminuite a 65 quando ci siamo laureati.

Non avevo mai seguito una lezione universitaria in Italia, ma avevo ascoltato con terrore – non amo particolarmente le folle, soprattutto di gente della mia età – i racconti di mia sorella, veterana all’università di Torino, sulle condizioni degli studenti costretti a presentarsi con largo anticipo alle lezioni, o a doversi addirittura portarsi le sedie da casa.

Ecco, sedermi in quell’aula magna il primo giorno di corsi è stato come sedersi in treno senza nessuno che ti si metta accanto: pura gioia!

Gioia alla quale si è poi aggiunta la sorpresa di essere ulteriormente suddivisi in mini gruppi per i settimanali seminari di discussione sulla storia del giornalismo internazionale. Nel mio caso, il rapporto studente-insegnante era dieci a uno, il che permetteva di essere molto ben seguiti da un unico professore per tutto l’anno scolastico: questa particolare attenzione aiuta specialmente gli studenti internazionali che, come me all’inizio, si aspettano un trattamento del tutto diverso.

Il primo anno il professore di riferimento era molto attaccato al suo studiolo e ci sfidava, di settimana in settimana, a sfruttare le abilità acquisite da grandi partite a Tetris durante le ore buche del liceo per trovare alle sedie posizioni che garantissero il libero passaggio e la comodità di almeno cinque di noi.

L’anno successivo i gruppi vennero cambiati, così come i supervisori, per garantire una varietà nella discussione degli argomenti: dopo sette mesi passati sempre con le stesse persone avevamo iniziato a capire come pensavamo mentre invece, da bravi giornalisti, dovevamo già abituarci ad avere a che fare con persone diverse, con concetti ed ideologie sempre in movimento. Un inaspettato esercizio che però si è rivelato presto utile quando ho iniziato a lavorare.

Sei mesi dopo l’inizio della mia avventura in Inghilterra sono ritornata a casa per le vacanze di Pasqua ed ho avuto la possibilità di seguire una lezione a Torino. Nonostante ci sia nata e cresciuta, ho sempre avuto un problema nel calcolare le tempistiche per arrivare da qualche parte, quindi sono arrivata a Palazzo Nuovo mezz’ora prima dell’inizio della lezione – ancor prima di mia sorella che doveva effettivamente seguirla.

A differenza dei corsi in Inghilterra, il professore domina la scena sul suo piedistallo di legno all’inizio dell’aula. Le lezioni sono meno interattive, vuoi per l’elevato numero di partecipanti, vuoi per l’intrinseco terrore degli insegnanti che rimane tangibile dal primo anno.

Si sentiva però l’interesse dei presenti, la voglia di imparare enfatizzata dal crepitio delle penne su quaderni ed il tic-tac sui tasti dei computer. Anche quelli costretti a sedersi sulle scale seguivano affascinati la lezione sull’influenza del ‘Teatro delle Crudeltà” di Antonin Artaud sul lavoro scenico del Living Theatre, Peter Brook e le forme del teatro povero.’

Non esattamente il mio tipo di lezione, ma è stata comunque in grado di farmi capire che non importa dove si studia, basta che si studi quello che piace.

Intervista a Giulia Dessì, ricercatrice e giornalista a Londra

Welcome back alla nostra rubrica dedicata alle eccellenze italiane nel mondo, questo mese versione al femminile: oggi conosciamo infatti Giulia Dessì, ricercatrice e giornalista ventinovenne di origine sarda con una forte passione per il giornalismo ma anche per le marionette e i burattini, che costruisce a mano per ideare spettacoli. La storia di Giulia inizia nella città natale di Oristano, ma da qui ha poi preso strade diverse: l’università di lettere moderne l’ha portata a Cagliari; l’erasmus a Bergen (Norvegia); il master di giornalismo internazionale a Cardiff (UK), dove ha anche lavorato ad un progetto di ricerca commissionato dalla BBC Trust; nel 2012 è approdata a Londra (UK) per uno stage per l’organizzazione internazionale Media Diversity Institute dove tutt’ora lavora come project manager e editorial and content officier del sito internet; infine, da quasi un anno vive a Brighton. Il suo ultimo progetto, che verrà pubblicato proprio questa settimana, è un rapporto per l’ENAR (European Network Against Racism) sulla dimensione di genere dell’islamofobia in Italia.

Ciao Giulia, iniziamo subito con le domande: da dove inizia la tua storia da Italians in giro per il mondo? Ma soprattutto, cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia per vivere in Gran Bretagna?

Credo che sia iniziata in Norvegia, con l’Erasmus, spinta dalla voglia di conoscere un paese nuovo e mettermi alla prova, ed è poi continuata con gli studi in Galles, spinta da migliori prospettive lavorative dopo la laurea. Sono arrivata in Gran Bretagna nel 2011 per studiare giornalismo. Dopo avere finito la laurea triennale in Lettere Moderne a Cagliari, volevo avviarmi verso il giornalismo ma le collaborazioni saltuarie che stavo facendo sembravano non portare a niente di concreto, né erano stimolanti. La scelta era tra rimanere in Italia fino a settembre e tentare il test d’ingresso per le scuole di giornalismo (col rischio di non passare e ripiegare per una laurea specialistica in Sardegna che di specialistico aveva ben poco), o studiare un master in Gran Bretagna. Quando ho ricevuto la lettera di accettazione dalla Cardiff University non ho avuto esitazioni. Pensavo che, studiando in inglese, avrei avuto opportunità lavorative non solo in Italia, ma anche all’estero. In realtà, poi, vivere per un po’ di tempo all’estero era già nei miei piani a prescindere dagli studi e dal lavoro. Non sono partita con l’intenzione di vivere in Gran Bretagna a lungo se non per il master e di certo non avrei immaginato che dopo 5 anni sarei stata ancora qui.


Quando sei partita per il Regno Unito quali erano i tuoi obiettivi? Sappiamo che non è stata la tua prima esperienza all’estero, cos’è quindi che ti ha convinto a rimanere qui e a non tornare in Italia?

Nei cinque anni che sono in Gran Bretagna ho vissuto un anno e mezzo a Cardiff, due e mezzo a Londra e uno a Brighton, dove tuttora vivo. Mi sono laureata con l’obiettivo di lavorare come giornalista, ma ci sono riuscita solo in parte e ora non sono nemmeno più sicura di volerlo fare come lavoro a tempo pieno, se non a certe condizioni. Ci ho provato, ma sono sempre stata molto selettiva. Non volevo lavorare per una pubblicazione Business2Business, né per una rivista di moda o per un quotidiano locale, né ero disposta a lavorare in comunicazione. Volevo lavorare per una pubblicazione intelligente, in linea con i miei principi e con i miei interessi. A Londra la competizione è tanta. Trovi sempre chi ha un curriculum migliore del tuo, e nel settore del giornalismo, lo dicono anche i locals che è molto difficile entrare. Servono contatti, persistenza, e competenze ovviamente. Se mi guardo alle spalle, in tre anni sono cresciuta tanto professionalmente e personalmente. Ho iniziato come stagista non pagata e ora sono project manager. Come responsabile progetti, dall’anno scorso sono a capo di un progetto a contrasto dell’antisemitismo online in Europa. In cinque paesi europei e con altre cinque organizzazioni, monitoriamo i media e rispondiamo ai discorsi antisemiti con vignette satiriche, video, programmi radio e articoli, sfatando falsi miti ed educando al rispetto.


Raccontaci della tua vita inglese e del tuo lavoro: ne sei soddisfatta? Oppure anche in Gran Bretagna ci sarebbero cose da sistemare e migliorare?

Certamente ci sono cose da migliorare in Gran Bretagna. Dopo la laurea non pensavo di faticare così tanto per trovare un lavoro buono in linea con i miei studi e interessi. Quando mi sono trasferita a Londra, andavo tre giorni a settimana in ufficio per uno stage part time (non retribuito) e passavo gli altri giorni della settimana a cercare lavoro e mandare candidature. Non è stato semplice. A Londra senza un lavoro non si può vivere. Affitti e trasporti sono carissimi. Pensa che l’abbonamento mensile del treno da Brighton a Londra, un’ora di viaggio, costa oltre 500 euro. Una camera in affitto, in una casa condivisa, a Londra costa 900 euro al mese. La qualità della vita è in parte migliore e in parte peggiore. Dal mio punto di vista, a Londra si lavora troppo e si passa troppo tempo nei mezzi di trasporto. Le distanze sono troppo grandi e la vita può essere molto stressante. Per me questo rende difficile incontrare gli amici, coltivare i rapporti. Dopo una giornata passata in ufficio fino alle sei e mezza, non vai volentieri dall’altra parte di Londra per una birra, sapendo che poi devi riattraversare la città per tornare a casa. Tutti sono molto impegnati.
Certamente questo è lo stile di vita di Londra. A Brighton è già completamente diverso. Ancora di più in Devon e in Cornovaglia, dove vado spesso. Se non avessi l’opportunità di staccare andando al mare o in campagna, impazzirei. Anche se molti in Italia non ci credono, ci sono posti bellissimi in Gran Bretagna.

Vivendo all’estero sicuramente avrai incontrato e fatto amicizia con tantissimi altri giovani expat come te. Il motivo che vi spinge ognuno lontano dalla propria casa è uguale per tutti, oppure cambia di persona in persona? Pensate mai di tornare in Italia affrontando tutte le difficoltà del caso?

Gli italiani a Londra sono tanti, a Brighton pure. Il motivo che ci spinge credo che sia simile per tutti: la molla è trovare un lavoro che ti permetta di vivere bene e di crescere professionalmente. Le persone che sono qui scelgono di starci perché non sono disposte ad accettare un lungo periodo di disoccupazione, a vivere a casa dei genitori, a ripiegare per fare un lavoro sottopagato in cui non sei nemmeno apprezzato. Il resto, la consapevolezza che si vive meglio sotto tanti aspetti, non solo sotto quello lavorativo, arriva dopo, e finisce per essere altrettanto importante. Tra i miei amici, la maggior parte giornalisti, nessuno pensa di tornare in Italia. Come fai, senza iscrizione all’albo e con pochi contatti, a cercare di inserirti in un settore già saturo? E sei davvero disposto a tornare e accettare, ammesso che trovi lavoro, di essere sottopagato? Io, sinceramente, non saprei nemmeno da dove iniziare per cercare lavoro. Gli annunci che vedo sono per collaborazioni per giornali online in cui non mettono né il loro nome né il compenso. Nei siti, anche di ONG, nessuno pubblicizza opportunità di lavoro. Probabilmente tutto funziona tramite contatti.


In merito alla fuga dei cervelli, secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di fuggire via?

Credo che gli italiani preferiscano spendere le proprie competenze e professionalità altrove perché ci sono maggiori opportunità e si è maggiormente valorizzati. Personalmente, però, non credo che siano qua solo ed esclusivamente per il lavoro. Non tutti almeno. Si vive meglio in una società in cui si hanno più diritti civili, in cui c’è meno maschilismo, meno razzismo, meno omofobia. In Italia questi sentimenti sono talvolta così radicati, che spesso nemmeno ci si accorge. La lingua italiana al momento non ha un vocabolario adatto per parlare di diversità e di discriminazione. Non voglio vivere in un paese in cui i lavoratori stranieri fanno quasi esclusivamente lavori poco qualificati, in cui la tv mostra showgirl senza competenze, in cui abortire è un percorso ad ostacoli e in cui non si rispettano le regole del vivere comune. Questa situazione sta lentamente cambiando e sicuramente non è un problema solo italiano, ma ha un impatto nella vita di tutti i giorni.


Come giornalista, possiamo leggere gli articoli di Giulia sia in italiano che in inglese nelle pagine del Corriere della Sera, dell’Huffington Post e su openDemocracy – tanto per citarne alcuni. In virtù della tua esperienza personale, quali pensi che siano le maggiori differenze che lo stesso mestiere presenta in paesi diversi? Hai qualche preferenza?

Parto dal presupposto che mi è sempre piaciuto scrivere. A prescindere dal genere. Ora mi sto cimentando in nuove forme di scrittura. Tantissime email di lavoro, per esempio! Scherzi a parte, da poco ho scritto la sceneggiatura di due brevissimi spettacoli di burattini che ho realizzato da sola. Scrivere in italiano e in inglese non è lo stesso. Anche se spesso ho la parola giusta in inglese e non riesco a trovare l’equivalente in italiano, quando scrivo in inglese non sono mai sicura al 100% che la frase sia corretta e che suoni bene. Questo è un limite, soprattutto se vuoi lavorare come giornalista, o editorial assistant. Sapere scrivere bene in lingua inglese è essenziale.


Andando sul personale – hai mai qualche rimpianto dell’aver lasciato l’Italia? Essere inseriti in un ambiente dinamico e internazionale, con possibilità di mettersi alla prova e di conoscere persone e culture diverse: tutto questo può bastare per farcela? Cos’è che ti manca di più?

Non ho rimpianti. Anche se è vero che in Italia avrei difficoltà a trovare lavoro, non credo di essere all’estero solo per necessità. Sono qua perché, per il momento, voglio essere qua. Conoscere persone di culture diverse, di pensiero diverso, ti fa crescere, ti fa avere una prospettiva diversa della vita. Dell’Italia mi mancano gli affetti: la mia famiglia e i miei amici più stretti, anche se molti di loro vivono in parti diverse d’Italia (e del mondo, in realtà) quindi, anche se fossi in Italia, mi mancherebbero comunque. Mi dispiace non poter stare vicino alle persone a cui voglio bene. Al di là della sfera affettiva, forse mi manca quella sensazione di non sentirmi straniera e di non essere vista come tale. Mi manca molto anche la frutta fresca. E l’accento sardo.


Concludendo: quali sono i tuoi prossimi progetti? Ritornare in Italia in un futuro prossimo sarà possibile, oppure ormai la tua vita è altrove?

Non so ancora dove sia la mia vita. Credo che sia sempre più qua, in Gran Bretagna, ma non riesco ad avere piani a lungo termine. Ho progetti per il futuro imminente, invece: staccare un po’ dalla routine di questo ultimo anno e andare in un altro paese per un breve periodo, conoscere nuovi posti, nuove persone. In Italia mi piacerebbe ritornare, per qualche mese, per rimettermi al passo con quello che è successo in questi anni e sentirmi a casa. Tornerei definitivamente, però, solo se avessi un progetto ben preciso in mente o un lavoro.

Grazie Giulia!

Welcome on board! Enrico Pugliese – blogger #theitalians

Eccoci di nuovo qui, la ciurma si fa grande! Vi presentiamo oggi un nostro nuovo blogger, Enrico. Ci scrive dalla magica Parigi e noi già non vediamo l’ora di addentrarci nella sua nuova sezione blog che chiameremo “On vaut mieux que ça”, ovvero “Meritiamo di più”.

E allora eccovi una piccola prima presentazione del nostro nuovo autore ufficiale per The Italians Blog…

 

Studioso e consulente di politica, ricercatore votato all’insegnamento, Enrico si laurea nel 2008 in storia contemporanea. Cultore della materia all'Università di Roma Tre si trasferisce presto in Inghilterra dove nel 2013 riceve un Phd in European Studies grazie ad una ricerca sul rapporto tra cultura politica socialista e EC/EU. Negli stessi anni frequenta il dipartimento di European studies dell’Università di Amsterdam e svolge attività di ricerca presso l’Istituto di storia sociale della capitale olandese. Poi nel 2012, il ritorno in Italia, alla Fondazione Basso, dove approfondisce i temi della sovranità politica negli stati nazione europei, le forme delle solidarietà transnazionali nell’epoca della globalizzazione, la trasformazione degli spazi politici contemporanei. Nel 2013 partecipa in qualità di autore e di relatore al progetto del Ministero di Giustizia del Brasile “Democrazia, verità e giustizia” ricostruendo la memoria degli esiliati latinoamericani in Europa durante le dittature militari. Convinto sostenitore della formazione continua si diploma al master in management politico del sole24ore. A Parigi da due anni si prende cura delle sue più grandi passioni, la politica, il suo studio e la sua organizzazione, e l’insegnamento.

 

Enrico, welcome on Board !

 

Welcome on board! Camilla orsini, co-editor – blog #theitalians

The Italians non va in vacanza! Cogliamo proprio l’occasione di questo inizio settimana pre-festivo come occasione giusta per presentarvi un nuovo preziosissimo membro del team che si occupa di gestire, far crescere e coordinare la nostra attività di blogging. Dallo scouting e al reclutamento di nuovi blogger e collaboratori, alle nuove proposte editoriali, vi presentiamo oggi Camilla Orsini, nuova Co-Editor del nostro blog!
Camilla nasce a Umbertide (Perugia) nel 1991. Fin da piccola s’appassiona alla musica e alla scrittura. Nel 2013 si laurea con il massimo dei voti alla triennale in Scienze umanistiche presso la LUMSA di Roma. Due anni dopo si laurea in pianoforte presso l’Istituto superiore di studi musicali G. Briccialdi di Terni e, contemporaneamente, nella specialistica di Editoria e scrittura presso La Sapienza, Roma.
Scrive una tesi di laurea sperimentale sulla figura di suor Teresa Eletta Rivetti, monaca badessa del ‘700 e della quale propone la trascrizione diplomatica di una parte del suo carteggio. Un estratto della tesi è pubblicato nella rivista semestrale dell’Istituto Teologico di Assisi “Convivium Assisiense” (anno XVI, luglio-dicembre 2014).
La sua attività di giornalista inizia nel 2014 presso NewsMediaset, nella redazione cronaca-cultura. Continua poi in ambito locale come collaboratrice di Teleterni, come ufficio stampa del festival cinematografico Popoli e religioni di Terni e come redattrice web del sito online mauxa.com, dove si occupa invece del mondo cinematografico. Attualmente collabora per Il Messaggero Spa, dove scrive per la cronaca di Terni di cultura e mondo giovanile.
Camilla, welcome on board!

Intervista a Oreste Madia, ricercatore a Leuven.

L’intervista di questo mese ci porta in Belgio e, no, non vi racconteremo la “solita” storia dei tanti expat che vivono a Bruxelles (che un giorno forse vi racconteremo…).
Oggi parleremo invece di ricerca scientifica e vita accademica, temi da sempre cari a The Italians. Ma adesso basta chiacchiere… Vi presentiamo Oreste, giovanissimo ricercatore, anche lui under 30. Dopo un tirocinio al CNR di Napoli, un’esperienza lavorativa al centro di ricerca IMEC a Leuven e un periodo di due mesi come visiting researcher all’Università Aalto di Helsinki, Oreste oggi sta svolgendo un Dottorando in Fisica alla KULeuven.

Cominciamo!

 

Ciao Oreste, dalla tua breve presentazione sappiamo che vivi e lavori come ricercatore in Belgio, ma raccontaci la tua “avventura” da Italians.

La mia avventura e’ iniziata nel 2009, come tanti, con il progetto Erasmus. Ho studiato per un anno all’Università Autonoma di Barcellona. Nonostante io volessi molto partire, almeno per un periodo, un grande merito va al mio ex professore Felice Crupi che nel corso di Ingegneria Elettronica dell’UNICAL incoraggia molto gli stundenti a provare esperienze all’estero.
Sempre grazie a Felice ho poi avuto modo di iniziare un tirocinio al centro IMEC, uno dei più grandi e importanti d’Europa,  e infine il dottorato di ricerca alla KULeuven.
In realtà la mia storia é molto simile a tanti altri miei ex-colleghi all’università della Calabria. Qui a Leuven esiste un folto gruppo di ex-studenti dell’UNICAL e tutti devono ringraziare Prof. Crupi per questo. Testimonianza di come volenterosi, ma spesso isolati, individui possano fare tanto per la propria gente.

 

Quali sono le opportunità che a Leuven – o altrove –  sei riuscito a trovare e sfruttare e che in Italia non hai trovato?

Per me questa é una domanda più semplice che per altri compagni “Italians”. Purtroppo la ricerca nell’ambito della fisica e della microelettronica in Italia non offre molte posizioni. I centri di ricerca e le università italiane non hanno la capacità di accogliere un numero, sempre crescente, di studenti che vogliono percorrere la carriera di ricercatore in questo campo.
Ad ogni modo gli istituti di un certo prestigio in Italia sono per la grande maggioranza situati al nord Italia e, da calabrese, la distanza da casa sarebbe stata praticamente la stessa: 1 volo diretto.
Da un punto di vista più specifico, la ricerca in Italia e all’estero viaggiano, seppur non esclusivamente, su due binari divergenti. Il sistema universitario italiano é cementificato.
I dottorandi sono spesso costretti a sorreggere enormi carichi didattici con il risultato di lasciare molto poco tempo per poter portare avanti la propria ricerca, formarsi e farsi conoscere nell’ambito scientifico.
Da dottorando a Leuven ho avuto modo di presentare il mio lavoro praticamente in tutta Europa, ho avuto modo di conoscere autentiche autorità nel mio campo e poter far conoscere loro la mia ricerca e le mie capacita’. Tutto questo sarebbe stato molto difficile in molte realtà italiane.

 

Prima o poi vorresti rientrare in Italia o ormai preferisci l’estero? Per quali ragioni?

Al momento direi che la probabilità che un giorno rientri stabilmente sia inferiore al 10% (ed e’ una stima generosa). Il tutto per i motivi sopra elencati.
Dato un panorama industriale concentrato sul manifatturiero, l’unica possibilità che l’Italia possa offrirmi e’ tentare di perseguire la carriera accademica. Anche considerando una immediata rivoluzione del mondo universitario italiano, non vedo prospettive da questo punto di vista. E questo e’ un gran peccato perché esistono un numero straordinario di competenze di altissimo livello (e come dicevo solo qui a Leuven se ne contano a centinaia) che il mercato del lavoro italiano non e’ in grado di recepire.
Chi ha un dottorato in campo scientifico di certo non può contribuire a un PIL che solo per una piccola, quasi trascurabile, percentuale é generato da ricerca e sviluppo.

 

Secondo te, la mancata corrispondenza tra formazione e mercato del lavoro esiste davvero ed è una delle ragioni di questa enorme fuoriuscita di talenti dal Bel Paese? O credi le motivazioni siano altre?

Posso parlare di quello che, almeno un po’, conosco.
Come detto prima, l’industria italiana, a maggioranza, non necessita di fisici o ingegneri microelettronici.  Le università formano menti che il paese non può utilizzare. E’ dai tempi dell’Olivetti che ciò avviene e le poche aziende ancora in vita affrontano problemi crescenti di fuga di capitali e ridimensionamento (vedi caso Micron Segrate di circa un anno fa’ che solo questo luglio si e’ risolto senza licenziamenti).
Ciò che preoccupa é che l’industria italiana é basata su settori ad alta esposizione verso le cicliche crisi economico-finanziarie e settori con bassa abilità  a rinnovarsi.
Mentre una gran parte di noi “italians” popola settori d’avanguardia, chiaramente basati sull’R&D, che invece competono a discapito delle “intemperie” mondiali.
In pratica ho l’impressione che l’emigrazione di questi anni sia frutto di un distacco generazionale, con Italiani figli del terzo millenio e un paese ancora ancorato alla nostalgia del boom economico degli anni 60.

 

Ti sentiamo parecchio felice della tua esperienza di ricercatore a Leuven, credi che seguire lo stesso percorso in Italia ti avrebbe regalato le stesse soddisfazioni? O meglio… credi sarebbe stato possibile anche solo intraprenderlo? 

Sò di per certo che non sarebbe stato possibile intraprendere questo percorso.
L’unica offerta ricevuta in Italia da neo-laureato non offriva garanzie di continuità che andassero oltre 1 anno di progetto.

 

Quali sono le differenze che hai potuto constatare nel mondo della ricerca scientifico accademica in Italia e in altri Paesi?

Le differenze sono molte. La connettività in primis, il famoso Networking. Tutti i professori e ricercatori in Europa devono combattere per ottenere finanziamenti per la propria ricerca. Ma soprattutto nel mondo di oggi la ricerca non é fatta da singoli straordinari geni stile Einstein, ma da grandi team, ognuno con le proprie eccellenze, spesso lontani migliaia di km l’un l’altro.
Uno dei problemi della ricerca in Italia é un certo grado di isolamento di molte realtà. Chiaramente non sto’ includendo gli esempi di eccellenza che tutti conoscono, ma in Italia esistono migliaia di realtà relativamente isolate che drenano risorse a tanti altri istituti che invece potrebbero far molto meglio. Poi non posso non citare la mancanza di rinnovamento, indipendenza e intraprendenza. Tutti fattori correlati. In Italia siamo così malfidati che ogni posizione é selezionata per concorso nazionale, la cui mole burocratica viene paradossalmente spesso utilizzata per realizzare gli imbrogli che si propone di evitare.
Questo lascia poco spazio per la scelta di professori giovani e dotati (le chiamate dirette di personalità affermate nel proprio campo sono la norma all’estero ma quasi una blasfemia in Italia) e lascia poco spazio per la scelta degli studenti. Per esempio, io sono stato assunto a Leuven dopo una breve telefonata, in Italia avrei dovuto rispondere al concorso nazionale, con esami scritti, orali etc.
Le università devono essere lasciate libere di competere e i professori dovrebbero finalmente iniziare ad essere valutati regolarmente, come del resto accade all’estero. Se si compiono scelte sbagliate e la ricerca e produzione scientifica ne risentono, é giusto che i responsabili ne paghino le conseguenze.

 

Cosa pensi dovrebbe fare, secondo te, l’Italia per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)? O magari anche per attrarre talenti esteri?

La domanda, quasi retorica, é: l’Italia vuole incentivare il ritorno di questi talenti? Non ci si può illudere di ottenere i benefici di una rivoluzione senza la rivoluzione stessa. E non si può pretendere una rivoluzione senza la disponibilità a sacrificarsi in prima persona.
In Italia dovremmo iniziare una grande discussione generazionale, che non sia appiattita su questioni politiche e tifo da stadio.
Far rientrare chi é partito, e attrarre altri con simili capacità, significa mettere l’università e la scuola al passo con il mondo senza dover assistere a scene da guerriglia nel centro di Roma. Significa ristrutturare il panorama industriale anche e soprattutto lasciando entrare chi ne ha la possibilità, senza che ci si scandalizzi che questa o quell’altra azienda sia stata “svenduta agli stranieri”. Significa, forse soprattutto, che per una volta i padri diano fiducia ai figli e facciano un passo indietro.

 

E per concludere… Sappiamo che avresti tantissimo altro da dire, e allora ti chiediamo di condividere con noi un tuo pensiero sulla situazione della ricerca in Italia. Tu che ci vivi “dentro”, cosa vorresti che l’Italia concedesse e permettesse di poter fare, ai propri ricercatori?

L’Italia dovrebbe dare libertà ai ricercatori.

Libertà di aprire una posizione di dottorato senza i “concorsoni”. Libertà di lanciare progetti di ricerca senza la risaputa mole burocratica che tutto frena. E dovrebbe anche garantire che solo chi effettivamente ne ha le capacità si trovi a dirigere gruppi di ricerca. Come detto prima, sistemi di valutazione del corpo accademico basati su criteri di produzione scientifica, sono in funzione praticamente ovunque. Così come sistemi di ripartizione dei fondi tra gli istituti pesati sulla qualità della didattica e della ricerca.

 

Beh, cosa aggiungere? Un enorme grazie ad Oreste e al tempo che è riuscito a dedicarsi, sappiamo che sta lavorando a dei progetti parecchio interessanti, di cui magari un giorno vi parleremo, o dei quali forse sentirete presto parlare fuori di qui. 

Vorremmo ricordarvi solo una cosa, un paio di punti che ci sembrano fondamentali: il distacco generazionale di cui anche Oreste ci parla e di cui noi abbiamo spesso parlato sotto il nome di “questione generazionale”, e la fiducia che le vecchie generazioni dovrebbero riporre nei giovani, due fattori indubbiamente legati tra loro e alla base di ogni qualsivoglia “rivoluzione” per non perdere i nostri giovani talenti.

Voi cosa ne pensate? Siete partiti anche voi? Fateci sapere cosa ne pensato con un commento o una mail!