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Intervista a Federico Montecchiani, chef ad Abu Dhabi: “Non ho lasciato l’Italia, è lei che ha abbandonato me”

Da Todi fino alla Germania e poi di nuovo in aereo direzione Malta, Australia, Milano, Irlanda e infine Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti. L’unico comun denominatore: quel sogno di diventare uno chef e quella vita che, alla fine, il nostro italians del mese Federico Montecchiani ha trovato. Anche se lontano da casa: «Non sono io che ho lasciato l’Italia – precisa Federico, 32 anni – ma è lei che ha abbandonato me».

Facciamo un passo indietro. Per questa volta lasciamo da parte le domande e decidiamo di concentrarci sul racconto. Da due anni ormai Federico risiede ad Abu Dhabi insieme alla sua famiglia: «Sono arrivato in questa parte del mondo dopo 5 anni di Irlanda, la compagnia per cui lavoravo anni prima cercava uno chef italiano ad Abu Dhabi e sono stato contattato – ci spiega – insieme a mia moglie avevamo il desiderio di spostarci ancora una volta, e questa volta l’abbiamo fatto non più in due ma con il nostro piccolo Nathan Paolo, nato in Irlanda». Lo chef Federico lo fa ormai da 13 anni: «Il mio lavoro richiede molta dedizione e spesso sacrificio, ma poi le soddisfazioni arrivano. Come si dice qua, hard work pay back, non importa il posto dove sei ma la determinazione, la passione, l’ingegno».

Il vero lavoro da chef è molto lontano dai talent show culinari che si vedono in tv: «La compagnia dove lavoro è internazionale, il che è una fortuna, perché significa che tende molto a trattare i dipendenti in maniera professionale e quanto più etica possibile». Per Federico la cosa importante non è tanto il lato economico, comunque con stipendi tra i più vantaggiosi in tutta Europa, ma «la meritocrazia e la possibilità di emergere che invece in Italia non sono facili da trovare». Si tratta di filosofia di vita, ci dice lui: «Per farcela in Italia devi essere disposto a sacrificare la tua vita personale in nome del lavoro – ammette con una nota di rammarico – invece in questo paese funziona tutto senza stress, la burocrazia è quasi inesistente, le tasse non ci sono, è tutto quello che vorremmo trovare in Italia ma che invece, visto da fuori, sembra ancora un’utopia».

Eppure, di contraddizioni ne è piena anche Abu Dhabi. «C’è molta differenza tra la ricchezza e la povertà vera, spesso ti capita di sentirti circondato da questo senso diffuso di servilismo e di riverenza che è fastidioso per noi occidentali – racconta Federico – ma la città è sicura. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la religione non è un limite e la coesistenza multiculturale sembra essere un marchio di fabbrica degli Emirati Arabi Uniti». Una vita lontana da quella italiana, insomma: «Essere italiani in questo paese significa essere valorizzati, stimolati e rispettati. Senza pregiudizi, almeno secondo la mia esperienza».

Federico ci racconta che anche sua moglie è un’expat come lui: «Sta finendo l’università, studia da casa e poi torna in Italia per fare gli esami. Ci siamo conosciuti in Australia, poi siamo tornati entrambi in Italia, a Milano, ma quando abbiamo deciso di sposarci lo abbiamo fatto lontano da casa. Perché l’Italia non era il posto giusto per creare una famiglia, come non lo è nemmeno oggi». Sembra una presa di posizione molto forte, dico io. Lo è, mi risponde Federico: «Il mio lavoro in Italia non ci avrebbe permesso di goderci la nostra giovinezza e neppure la nostra famiglia, per questioni puramente economiche. A livello sindacale poi non c’è appoggio o protezione, come succede del resto in moltissimi altri settori. Cercavamo un posto che ci avrebbe permesso di costruire la nostra famiglia fondandola sull’indipendenza economica e sulla crescita personale a livello umano. Per un po’ lo è stata l’Irlanda, adesso è Abu Dhabi».

Su cosa dovrebbe fare l’Italia per diventare quel posto, Federico non ha dubbi: «Noi italiani siamo portatori di eccellenze ovunque, è un vanto ma anche un male. Perché non siamo in grado di attrarne delle altre, di far crescere in Italia le eccellenze che vorrebbero rimanere in patria, di far vivere i nostri giovani a casa e di far formare nuove famiglie». E quindi? «E quindi occorre rimboccarsi le maniche tutti, dal semplice cittadino come esempio virtuoso a chi invece può davvero proporre e provare a cambiare le cose, partendo da una burocrazia più snella, da tasse minori e più eque, dalla lotta alla corruzione che non premia la meritocrazia. Resettiamo l’Italia e liberiamoci dall’odio e dall’invidia», chiede Federico.

Individuati i problemi e focalizzate le soluzioni, anche in una vita pienamente soddisfacente come quella di Federico, quello che rimane alla base è un po’ di sana e normale nostalgia. «L’Italia mi manca tantissimo. Mi manca la mia casa in Umbria, mi manca vedere la neve d’inverno. So che il giorno che tornerò in Italia le cose saranno migliorate». E fino a quel momento? «Il mio progetto di vita è aprire un ristorante tutto mio e diventare ogni giorno di più uno chef che riesce ad emozionare. Lungo la strada per esserlo, ho in progetto di andare in Nepal, fare un tracking al santuario dell’Annapurna e imparare lo spagnolo. E di sostenere mia moglie fino al termine degli studi, perché le nostre scelte si basano anche sui suoi progetti».

Ragazze di oggi, Leader di domani

Nel mondo, ogni anno, 12 milioni di ragazze under 18 vengono “sposate” da padri, fratelli e famiglie, senza il loro consenso. Ad oggi, 130 milioni di bambine non hanno ancora accesso alla scuola e 15 milioni di ragazze adolescenti dai 15 ai 19 anni hanno subito sesso forzato, sono state violentate.

Non va scordato che il lavoro delle Organizzazioni Internazionali é anche questo: sensibilizzare e appoggiare le ragazze  ad inseguire i loro sogni, elevare la loro autostima e celebrare i loro talenti. 

A livello personale e quindi non strettamente lavorativo, particolare interesse e voglia di studio approfondito ha sempre suscitato in me il tema del ruolo della donna e della sua indipendenza economica o, come più comunemente chiamato, seppur con delle nuances differenti, il tema del Women Economic Empowerment. Per esempio, l’accesso delle ragazze al mondo del lavoro é un traguardo non indifferente nei paesi in via di sviluppo e, come dimostrano diversi studi, il poter lavorare con passione su quello per cui ci si alza al mattino ogni giorno é un privilegio non solo per le donne nei paesi in via di sviluppo, ma anche nei paesi industrializzati. Non dovrebbe essere cosi.

Recenti statistiche parlano di un 40% di donne nella forza lavoro a livello globale, e, secondo Catalyst, leader nelle statistiche relative al rema delle donne nel mondo del lavoro, la grande disparità si nota soprattutto quando si analizza il tema delle donne e (alte) cariche esecutive e/o manageriali quali quelle, per esempio, di chief executive officers, o presidenti, e direttori. Infatti, solo il 5.4 % di queste posizioni nel settore privato é occupato da donne, se prendiamo in considerazione  la lista delle maggiori 500 aziende quotate sul mercato azionario. Nel settore pubblico invece, a livello globale, solo il 24% delle donne siede su un seggio in parlamento. Più in generale, le donne sono pagate ben il 23 % in meno rispetto agli uomini, a livello mondiale. Il divario di genere (gender gap) é enorme!

“Why don’t women make it to the top positions?” , perchè le donne non riescono a raggiungere posizioni di leadership ad alto livello?, ci chiede Sheryl Sandberg, Chief Operating Officer di Facebook, nel suo TED Talk “Why we have too few women leaders”. Le 3 risposte di Sheryl per ovviare al problema risiedereberro nelle seguenti formule: sit at the table, make your partner a real partner, and don’t leave before you leave. Analizziamole più da vicino e teniamole bene a moente come fossero i consigli di un’amica, di una sorella maggiore.

Sit at the table, Sheryl ci esorta a sedere al tavolo decisionale di lavoro, non solo figurativamente. Stai seduta, e siediti davanti, con tutti gli altri manager. Non esistono scuse e non é necessario giustificare nulla.

Make your partner a real partner, qui parliamo invece di un tema un po’ più personale: la coppia. In una relazione sentimentale, infatti, le due parti devono ripartirsi equamente il lavoro domestico (non pagato) e il lavoro dell’educazione dei figli, senza dare per scontato sia ruolo esclusivo della donna. L’essere donna, infatti, non dovrebbe automaticamente implicare il dover farsi carico del triplo del lavoro rispetto al partner – lavoro professionale, lavoro domestico e crescita dei figli. I figli sono il prodotto di una coppia, non di un’unica sola persona.

Don’t leave before you leave, in breve: non pensare a quello che potrebbe essere. Vivi ogni giorno e non pianificare cose che non esistono. Prendi nuovi incarichi di lavoro, non privarti di opportunità perché hai paura di non farcela. Se devi “fare spazio” a qualcos’altro, non pensare e non permettere che questo “qualcos’altro” assorba tutta la tua energia, precludendoti altre opportunità.

L’esortazione di fondo quindi, mi è parsa la seguente ed è un consiglio che voglio condividere con voi, affinchè possiamo tutte farne tesoro: non sottovalutare le tue abilità, negozia sempre per il lavoro (imparando a fare anche quella cosa che per molte di noi è la più difficile: dire di no – un piccolo consiglio a tema lo trovate qui), e non attribuire i tuoi successi a forze esterne o a colpi di fortuna vari ed eventuali (gli uomini, per contro, – ci spiega Sheryl – non si fanno remore: il mio successo é dato da me stesso!).

In definitiva, per un mondo più bilanciato, in cui il campo sia livellato in modo egalitario, dobbiamo noi per prime rafforzare la nostra autostima e spronare i nostri manager, uomini e non, a seguire questi 7 consigli: dai credito alle donne, valuta la performance in modo equo, offri mentorship e consigli, dai voce alle donne e non interromperle mentre condividono le loro idee durante le riunioni – senza pregiudizi.

Potrebbe non sembrare facile, ma insieme possiamo farcela.

In questa giornata delle Nazioni Unite, 24 Ottobre 2019, il mio auspicio é, per tutte le ragazze quello di seguire il cuore, utilizzando sempre la propria testa, senza abbattersi nel perseguimento dei proprio sogni.

Ma ho un auspicio, e forse un consiglio, per tutti i ragazzi: siate più empatici nei confronti delle ragazze (e dei ragazzi come voi) e ascoltate di più!
Twitter: @GaiaParadiso

Intervista doppia a Lorenzo Bartolozzi e Adriana Barrancotto, ingegneri felici in Irlanda, terra di boom economico

Questo mese noi di The Italians abbiamo deciso di raddoppiare: gli Italians di settembre sono due, e doppia è la loro intervista. 

Da una parte c’è Adriana Barrancotto, 27 anni, nata in provincia di Palermo e cresciuta a Polizzi Generosa, un piccolo paesino nell’entroterra siciliano, per poi approdare al Politecnico di Torino dove ha studiato Ingegneria energetica e nucleare. Dall’altra parte c’è Lorenzo Bartolozzi, 28 anni, nato a Marsciano in provincia di Perugia, e approdato anche lui a Torino per frequentare la stessa specialistica di Adriana.

Oggi Adriana e Lorenzo vivono insieme in Irlanda: due anni fa sono stati selezionati insieme per un progetto organizzato dal Politecnico e dalla regione Piemonte, che prevedeva un tirocinio post laurea in un’azienda a Cork che si occupa di progettare impianti a Biogas utilizzando l’energia derivante dai rifiuti. Tra una lezione di yoga (Adriana) e una di Muay Thai (Lorenzo) siamo riusciti ad intervistarli. Ci hanno raccontato del loro nuovo lavoro da ingegneri ma anche delle loro passioni, come il climbing e il trekking. Iniziamo dunque, partendo dalle donne!

Ciao Adriana! Sappiamo che siete in Irlanda, a Cork per la precisione. Ma dicci qualcosa in più: da dove partono le vostre strade e quand’è che si sono incrociate per la prima volta?
Io e Lorenzo abbiamo frequentato la stessa specialistica a Torino ma il destino ha voluto che ci incontrassimo in Irlanda. Abbiamo lavorato nella stessa azienda per il primo anno e mezzo anche se l’ultimo anno Lorenzo ha vissuto per la maggior parte del tempo a Derby, in Inghilterra, dove si occupava del collaudo di un impianto a Biogas mentre io, in un ufficio vicino Cork, ero coinvolta nella progettazione di un nuovo impianto. Tornava solo il venerdì sera e il lunedì mattino ripartiva di nuovo. Non è stato un anno facile ed è li che ho scoperto lo yoga.

Lorenzo, questa per voi è la prima esperienza all’estero? Inoltre: di cosa vi occupate adesso? Sappiamo che recentemente avete cambio lavoro, raccontateci
Io ho vissuto in Brasile per un anno mentre per Adriana questa è la prima lunga esperienza all’estero. Entrambi abbiamo cambiato lavoro sei mesi fa. Lavoriamo come Ingegneri di Processo/Progetto (Process /Project Engineer) in ambito farmaceutico ma per due aziende di consulenza diverse. Ci occupiamo di sviluppare progetti che contribuiscono alla normale produzione di vari farmaci. Si tratta di pianificare progetti, elaborare le specifiche per tutte le attrezzature, valutare la fattibilità di nuovi sistemi da connettere all’esistente impianto produttivo. Durante la settimana partecipiamo a meeting interni o con il cliente, collaboriamo con gli altri dipartimenti (elettrica, meccanica) per far fronte a problemi e fornire le soluzioni più adeguate anche dal punto di vista economico, ambientale.

Si tratta di un lavoro che in Italia non avreste potuto svolgere? A vostro parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a mollare tutto, oppure quella di partire è più una vocazione personale?
L’industria farmaceutica si sta rapidamente sviluppando in Irlanda e ci sono spesso posizioni aperte per ingegneri. Svolgiamo il lavoro che farebbero due ingegneri chimici ma la grande richiesta e il nostro background ci hanno permesso di iniziare una carriera in questo settore. La scelta di partire per l’estero può avere svariate ragioni. Sicuramente ci deve essere una sorta di “vocazione personale”, data da curiosità, ambizione, voglia di cambiamento o di rimettersi in gioco. Per noi italiani si aggiunge anche la difficoltà di trovare lavoro e di accettare posizioni a condizioni che spesso sono più sfavorevoli rispetto ad altri Paesi esteri.

Nel vostro caso: quali sono le reali opportunità che avete potuto cogliere fuori dall’Italia? C’è qualche mito da sfatare?
L’Irlanda ci ha permesso di iniziare a lavorare subito dopo la laurea, di trovarci in aziende che ci hanno dato tante responsabilità fin dall’inizio anche se con chiare lacune di esperienza. Stiamo utilizzando tutti gli strumenti e le conoscenze acquisite al Politecnico e il tutto a delle condizioni che ripagano e premiano gli anni di studio e il lavoro svolto quotidianamente. L’Irlanda ci permette di essere soddisfatti lavorativamente, di prendere un aereo se lo stress del lavoro incombe, di apprezzare una giornata di sole sapendo che la pioggia tornerà a cadere presto che come metafora di vita ci spinge ad essere grati per ciò che abbiamo – anche se la malinconia per la lontananza da casa e la bellezza dell’Italia torneranno a farsi vivi.

Com’è trovare lavoro in Irlanda? Funziona bene il loro sistema di posizionamento, ci sono tante possibilità per inserirsi meritocramente? Rispetto all’Italia, in cosa è diverso?
L’Irlanda sta vivendo un boom economico e offre varie opportunità lavorative in diversi ambiti. La grande richiesta lascia poco spazio a raccomandazioni e il tempo dà modo ad ognuno di crescere, mostrare le proprie capacità ed essere ricompensato. Pensiamo che il maggiore gap con l’Italia sia dovuto alla diversa crescita economica che poi crea tutte le altre divergenze, come la mancanza di meritocrazia o le scarse condizioni lavorative che spesso offre il nostro Paese.

Come si lavora a Cork? Mi riferisco agli orari di lavoro, alla flessibilità, ai rapporti personali con i colleghi e alle opportunità di carriera. Ci sono delle cose che vi hanno stupiti, sia in positivo che in negativo?
Siamo molto soddisfatti del nostro lavoro e della crescita che stiamo avendo. Gli orari sono flessibili, basta fare le 40 ore settimanali, il che significa per esempio iniziare alle otto e finire alle cinque e mezza. Il venerdì si cerca sempre di finire per l’ora di pranzo per iniziare a programmare il weekend. C’è molto lavoro da affrontare durante la giornata ma ciò non toglie tempo a delle pause con i colleghi per fare due chiacchiere e sorseggiare tè con latte come si beve da queste parti. La loro disponibilità e gentilezza aiutano a superare eventuali difficoltà legate alla lingua o all’aspetto tecnico.
L’esperienza ci darebbe la possibilità di fare salti di carriera e rivestire ruoli più importanti come Senior Process Engineer o Project Manager.

Qualcosa sulla vostra vita in Irlanda: c’è una comunità di italiani lì? Vi sentite ben accettati, integrati anche negli spazi lavorativi, o ci sono pregiudizi che avete dovuto superare?
Gli Irlandesi e i paesaggi naturali sono la tra le cose più belle da menzionare. L’isola verde è piena di parchi naturali, foreste e percorsi di vari livelli. La Wild Atlantic Way è per esempio un lungo cammino sulla costa ovest, con viste mozzafiato sull’oceano e luoghi selvaggi in cui immergersi.
Tra gli aspetti negativi troviamo la crisi abitativa che l’Irlanda sta vivendo che solleva grosse difficoltà a trovare un alloggio e porta i prezzi ad aumentare continuamente. I servizi di trasporto non sono efficienti se non a volte del tutto assenti. Il costo della vita è più alto, dai trasporti agli alloggi, dalla sanità all’intrattenimento, ma comunque rapportati ai salari.
Il clima, si sa, non è dei migliori: la temperatura si mantiene intorni ai 10-15 gradi tutto l’anno e potrebbe piovere e spuntare il sole tutti i giorni. Cork, come Dublino, sono diventate ormai multiculturali. Ci sono molti italiani, spagnoli, brasiliani ben accolti dalla popolazione che, curiosa e solare, accoglie tutti a braccia aperte e pinte di birra tra le mani.

Lasciamo da parte il lavoro e concentriamoci sulla formazione. Lorenzo, te che hai vissuto e studiato lontano da casa, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici italiani e quelli brasiliani?
Ho vissuto un anno a Sao Paulo, in Brasile, grazie ad un erasmus extra UE. I primi sei mesi ho svolto lezioni curriculari presso la Escola Politecnica da USP, Universidade de Sao Paulo, e gli ultimi cinque ho anche svolto la tesi di laurea in un centro di ricerca chiamato IPEN. La sostanziale differenza tra i due sistemi educativi è che la Escola Politecnica da USP ha un approccio più pratico rispetto a quello italiano. Ad esempio, mi è stata data l’opportunità di partecipare ad un progetto il cui fine era la realizzazione di un prodotto da poter presentare ad un’azienda, dandoci la possibilità di confrontarci con il panorama industriale. Inoltre, gli esami erano diluiti durante l’arco dell’anno, metodo che permette allo studente di seguire e avere costanza evitando le “indigestioni degli ultimi giorni.”

Spesso voi expat venite definiti come “cervelli in fuga”. Adriana, ti senti una di loro? Secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?
Il fenomeno della fuga dei cervelli, anche detto “brain drain” prevede l’abbandono di un Paese in favore di un altro da parte di persone qualificate che aspirano a trovare condizioni lavorative che gratificano il percorso di studi fatto. In base a questa definizione ci sentiamo parte di tale gruppo. I giovani di oggi sono in cerca di nuove esperienze all’estero, vogliono viaggiare, partire per l’erasmus. Sono tutte esperienze che permettono di conoscere nuove culture, migliorare la lingua, crescere al di fuori del proprio nucleo familiare e affrontare situazioni al di là della propria comfort zone. La globalizzazione e il multiculturalismo arricchiscono un individuo ed avere la pretesa che ognuno rimanga nel luogo o Paese in cui è nato ha lo stesso effetto di mettere una benda agli occhi e non far conoscere il proprio potenziale. Il problema è che in Italia lasciare e partire per un nuovo Paese spesso non è una scelta, ma l’unica alternativa possibile per costruirsi un futuro solido. Chiunque dovrebbe avere la possibilità di partire e tornare nel caso in cui lo voglia. Lo stallo economico del nostro Bel Paese lascia poca speranza ad un ritorno a chi, come noi, va via, e parte non più per un’avventura ma per maturare l’idea che casa è solo un nome che diamo al luogo in cui viviamo serenamente, seppur lontano dalla famiglia e da altri affetti.
Sempre legato alla gelata della nostra economia c’è poi l’incapacità da parte dell’Italia di attirare giovani stranieri e di creare il processo inverso. In tal caso, non esisterebbe una perdita di capitale umano qualificato, e la cosiddetta “fuga dei cervelli” potrebbe chiamarsi ricircolo o scambio dei cervelli.

Per concludere: quali sono i vostri prossimi progetti? Avete in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le vostre competenze e il vostro talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita? Oppure la vostra vita è ormai in Irlanda?
Vediamo l’Irlanda come il posto migliore in cui vivere al momento data la potenziale crescita professionale che ci riserva. Non sappiamo se staremo qui a vita ma non diamo nemmeno per scontato di tornare in Italia. Abbiamo un piano A che prevede di stare ancora per qualche tempo a Cork e magari spostarci in qualche altro luogo, prima di tornare definitivamente in Italia. Il piano B, quello più realistico, lascia spazio ad imprevisti e cambi di programma. Di certo ci auguriamo di continuare a progettare insieme e di sentirci a casa ovunque andremo.

 

Home sweet home… da quale parte della frontiera?

Ogni volta che passo la frontiera inglese, atterrata a destinazione del mio volo da Londra, sullo schermo del mio telefonino compaiono due orari: ‘home’ e ‘local’.

Durante i viaggi fatti quest’anno, nel corso di conversazioni con amici e familiari, mi sono accorta di sempre più frequenti espressioni che usavo – come “lo sistemo una volta a casa”, “ci siamo organizzate così a casa”, “quello ce l’ho a casa” – facendo riferimento alla mia stanzetta in soffitta a Londra. In un momento di così grande incertezza per gli stranieri in Inghilterra, è un po’ strano ascoltarsi parlare della città oltremanica come il luogo più familiare. Al punto che, in attesa che il numero del gate compaia sul display dell’aeroporto, venga il dubbio se si stia facendo ritorno a casa o se ci si stia prendendo una breve vacanza in Italia.

Eppure, tra le mura domestiche a Roma, i miei libri di letteratura sono disposti ancora nell’ordine in cui mi piacevano, la chitarra è rimasta appoggiata contro lo scaffale dove l’avevo lasciata, e nella credenza della cucina ci sono sempre quattro pacchi di biscotti aperti della Mulino Bianco.

L’armadio è semivuoto perché ho portato a Londra gli abiti ai quali tenevo. Quando arrivo, il trolley fluttua per giorni nel salone quasi completamente vuoto e poi gradualmente viene ri-riempito fino alla data di partenza. E il cellulare segnala l’orario di Greenwich come “home”.

La maggior parte della mia vita si è svolta nello stesso luogo, sotto lo stesso tetto: niente Erasmus, e istruzione fino alla triennale nella propria città natale. Adesso, i rientri su suolo italiano si sono limitati alle grandi feste.

Tutto sembra e suona familiare a Roma. Eppure, l’esperienza di Londra rende difficile accettare il trasporto pubblico non ramificato, le tremila carte da compilare, firmare e consegnare fisicamente quando si va agli uffici, la necessità di tenere la borsa chiusa ben stretta al fianco con una mano quando si passeggia.

Tutto sembra e suona familiare a Londra. Eppure, anche l’umore a volte sembra risentire della mancanza del sole sulla pelle, i prodotti culinari hanno il loro caro prezzo, e proprio non riesco a capire perché ci si rivolge a tutti con hi e goodbye, ma poi ci si imbarazza così tanto a salutarsi con il bacio sulla guancia: si deve essere formali o meno?

Pensando alle storie di molti connazionali arrivati nel Regno Unito per strade così diverse e quasi sempre intraprese con non poco coraggio, mi riecheggiano in testa quei versi danteschi «tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.» (Paradiso, XVII, vv. 58-60).

Ma poi torno a guardare la cronaca, alle strade di Londra dove i colori della pelle hanno le più varie sfumature, ai premi nazionali in giro per il mondo assegnati ad expats, ai curricula che pullulano sempre di più di città fuori dai confini della propria terra madre. C’è chi incolpa la globalizzazione e la libera circolazione di merci e di persone, chi ringrazia perché un tale crollo delle barriere consente una via di fuga.

Il mio pensiero si blocca comunque su una singola breve parola: casa. Home sweet home.

Incentivati sempre di più e prima a fare esperienza all’estero, si aprono gli occhi su una grande varietà di politiche interne ed ordinamenti: in fondo, non tutto rischia di essere così soffocante. Ci sono soluzioni – leggasi: altri paesi – dove si può vivere diversamente. Complice anche la tecnologia e un accesso maggiore a molteplici mezzi di trasporto e comunicazione, varcare il confine non fa più paura. La frontiera non sta più a segnalare il passaggio verso un mondo lontano ed impervio come poteva apparire ai nostri genitori, o, ancor di più’, ai nonni.

In realtà, c’è qualcosa che la loro generazione condivide con la nostra: come i migranti dal Sud al Nord o come gli Italiani che si imbarcarono per l’America a cercar fortuna, noi ci muoviamo a seconda del lavoro. Qualcuno si avvia prima, per via dello studio, ma la necessità rimane ancora la forza trainante. Mentre nel secolo scorso, però, la famiglia a casa si vedeva come abbandonata e il trasferimento fuori patria veniva sentito come un esilio, oggi tutto ciò viene abbracciato come un’opportunità.

Casa diventano le tante abitazioni condivise con amici, colleghi, lontani parenti. È vero: non è mai la propria abitazione con i mobili e la dis/organizzazione come ci piacerebbe, ma gli stili di vita diventano più spartani, e si impara ad economizzare per amor dell’esperienza. Casa è poter tornare dalla propria famiglia e parenti per Natale e sapere che si è giustificati sempre e comunque per rimanere a dormire fino a tardi e girare per le stanze in pigiama.

Casa è dove ci si sente liberi di poter praticare la professione per cui si ha studiato a lungo, dove ci si sente sotto osservazione meno per la giovane età quanto più per la propria onestà. Casa è poter tornare a passeggiare lungo i viali di dove si è trascorsa l’infanzia.

Senza rimuovere ‘tradizione’ e ‘stabilizzazione’, bisogna notare ad ogni modo che ‘opportunità’ ed ‘esperienza’ son diventate le nuove chiavi di lettura dei moderni flussi migratori intra-europei. Non si tratta di frenesia dei millennials, ma solo di una nuova evoluzione del mondo. Alle volte, però, quei versi danteschi riecheggiano ancora. Insorge un po’ di amarezza, allora, perché a differenza del grande poeta, noi suoi connazionali non abbiamo tutti un bando che ci impedisce il rientro, ma è la patria stessa in qualche modo a renderlo più difficile.

Un’esperienza a cinque e più stelle: il racconto dal London Film Festival

Polvere di stelle e glamour: i red carpet sono conosciuti come un’esperienza da incanto. Oltre ai privilegiati ospiti, gli accecanti flash a mitraglietta sono le spie della presenza di un altro gruppo presente: i media costeggiano il tappeto di premiere e gala per raccogliere un po’ di quella polvere di stelle ed illuminarci qualche pagina del loro giornale o studio radiotelevisivo.

Trascinata dall’entusiasmo e dal mio perenne desiderio di imparare, per la prima volta quest’anno sono stata coinvolta nel reportage del London Film Festival. Ho abbracciato l’esperienza a dir la verità con molto poco glamour, in scarpe da ginnastica e capelli raccolti a coda di cavallo last minute. Ma ripensando a quei miei due giorni di corse e trepidazione, non è difficile notare il salto nella formazione acquisita in campo.

Il Festival del cinema – anche conosciuto semplicemente come il BFI dal maggiore ente patrocinante, il British Film Institute – sbarca sul territorio inglese un mese e mezzo circa dopo che il fratello maggiore di Venezia ha fatto mostra della pregiata mercanzia. I quattordici giorni prevedono molteplici proiezioni delle pellicole in prossima uscita e premiere giornaliere. Presso i giardini dell’Embankment, vicino all’omonima stazione della metro che dà sul camminamento lungo il Tamigi, viene eretto un enorme tendone. L’altro principale posto che si fa bello per l’occasione è la piazza di Leicester Square, incubo della security per gli innumerevoli punti di entrata e la facile aggregazione di turisti e fan. In aggiunta ai cinema, pochi altri spazi sparsi che vengono occupati per particolari eventi.

Uno degli aspetti che mi attrae sempre molto in una calca simile della stampa è osservare gli esperti in azione: quali macchine fotografiche hanno, se c’è pronto il computer al loro fianco per un montaggio rapido, quanta aggressività mettono nella presentazione del microfono. Diverse agenzie, diversa preparazione.

Sebbene distante dall’area fotografi, i click sfrenati degli scatti erano i primi campanelli di allarme per l’arrivo di “qualcuno d’importante”. Da quel momento in poi, in tempistiche più o meno allungate, questo signor, signora o signorina avrebbe approcciato la media line. Oppure, si dedicava in parte o del tutto allo stuolo di ammiratori urlanti posizionati lungo l’altra sponda del red carpet.

All’interno del team per il magazine con il quale collaboro, ho rivestito sia il ruolo di cameraman che di intervistatrice. Sebbene mi fossi trovata già in precedenza a lavorare in entrambe le vesti, la frenesia e il concentrato qual è un evento del genere, hanno alzato non poco il livello di difficoltà.

Rapidità e veloci riflessi, oltre ad una bella dose di confidenza, erano i fondamentali ingredienti. Se non si scende in campo già attrezzati, ci si deve preparare presto ad acquistarli a colpi di domande.

Dai registi che rivelano esperienze personali molto forti dietro ai loro progetti, ad attori iper-entusiasti di chiacchierare con la stampa, dai pr con la manina già tesa per interrompere l’intervista dopo neanche cinque secondi dal suo inizio, ai selfie delle star. I giornalisti e reporters in erba che si trovavano alla nostra destra e sinistra diventavano quasi i colleghi di una vita, almeno fino a quando il proprio turno di avviare la registrazione si avvicinava, e la tensione saliva. L’obiettivo era di intrattenere l’intervistato quanto più a lungo possibile di fronte alla propria videocamera. Ed è qui che entrava in gioco la velocità unita a buone razioni di determinazione.

Per quanto riguarda maneggiare la videocamera, non potrò mai incolpare abbastanza le mie mani tremanti. Aggiustare l’altezza del monopiede, assicurarsi che luci ed ombre siano accettabili sul soggetto e che l’inquadratura sia non troppo ravvicinata, richiede movimenti fluidi (per evitare strattoni nel filmato) ed una certa rapidità. La regola da ricordare è semplice: un lieve spostamento del corpo macchina equivale ad un effetto terremoto nella registrazione. Date le premesse, avendo giusto una manciata di secondi prima che la star iniziasse a rispondere, ho dovuto addestrare le mie esitanti dita a diventare leggere come una libellula e rapide come una gazzella.

Passando invece al ruolo di intervistatrice, credo sia uno dei momenti più unici. Sebbene alcuni degli ospiti possano assumere atteggiamenti snob, l’interazione che si instaura con il giornalista è molto umana. Il dialogo diventa presto una conversazione rilassata. E stupisce quanto spesso le domande più ovvie si rivelano le più efficaci.

Ci sarebbero molte parole per descrivere l’emozione di trovarsi a meno di un braccio di distanza da giganti quali Steve Carell o Patricia Clarkson – un caso eccezionale è stato Timothée Chalamet, il quale ha completamente ignorato la stampa per dedicarsi ad abbracci e foto con i fan. Ma sarebbe una bugia dire che la magia dell’esperienza sia dovuta solo a loro. L’impaziente attesa, la sudata preparazione, le risposte dei vari talenti presenti, l’ascolto delle domande dalle altre testate, l’empatia con gli il resto del team: i livelli della persona coinvolti sono svariati.

Sebbene non un’ammiratrice dell’espressione in questione, ‘crash test’ forse è la formula idonea per descrivere il mio stato a quel tempo. L’adrenalina in corpo fa sparire ogni sensazione di spossatezza, ma poi rilascia la stanchezza in un carico unico alla fine. Come il crash test, l’ondata di informazioni e impressioni arriva tutta insieme. Ma da quei pochi secondi, feedback alla mano, insegnamenti vari e convinzioni diventano molto chiari.

Parliamo della Cina in Africa, il “secondo continente della Cina”

Al Forum della Cooperazione Cina-Africa del mese scorso a Pechino, il presidente cinese Xi-Jinping ha annunciato 60 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti in Africa.

Le otto maggiori iniziative della cooperazione Cina-Africa sono: promozione industriale, connettività delle infrastrutture, facilitazione del commercio, sviluppo verde, capacity building, sanità, scambi culturali, pace e sicurezza.

Dove l’Europa vede rischi come migrazione, terrorismo, instabilità politica, la Cina vede invece opportunità come risorse naturali e preziosi minerali. L’Africa ha infatti petrolio, rame, cobalto e minerali di ferro: per questo rappresenta un grande mercato per produttori cinesi e società di costruzioni, ed è un veicolo promettente per l’influenza geopolitica cinese. Ma il comportamento degli attori cinesi in Africa non è esemplare: vi sono stati reclami legittimi di aziende cinesi che impiegavano africani del posto maltrattandoli, sottopagandoli e ponendo poca attenzione alla cura dell’ambiente.

Tra il 2000 e il 2017, gli investimenti diretti esteri cinesi in Africa – in miliardi di dollari – hanno visto protagonisti l’Egitto (24 miliardi di dollari) seguito dalla Nigeria (6 miliardi di dollari), dall’Algeria, Sud Africa, Mozambico, Etiopia, Angola, Niger, Zambia e Marocco (2.5 miliardi di dollari).

Rinominato il “secondo continente della Cina”, l’Africa è diventata sempre di più un laboratorio di idee e di significato strategico per il commercio internazionale (porto di Gibuti, e risorse naturali della Nigeria). Circa un milione di imprenditori cinesi si sono trasferiti in Africa, imparando la lingua e apprendendo le dinamiche del territorio in maniera strategica.

Vivendo in linea diretta le nuove infrastrutture, le strade, i ponti, le residenze e i mezzi di trasporto costruiti dai manager cinesi in Africa dell’est, poso testimoniare due sono le tendenze di pensiero in merito alla questione cinese in africa sono due: diritti umani e protezione lavorativa da un lato, pensiero e azioni lungimiranti per il progresso industriale dell’Africa dall’altro.

In maniera alquanto bizzara, ma reale, coloro che si schierano per i diritti umani e la protezione dei lavoratori siamo perlopiù noi occidentali (o come siamo chiamati qui, i musungu, i bianchi). Chi si schiera invece per il progresso industriale é la popolazione africana stessa. Un caso eclatante è stato esposto dal giornale americano The New York Times –  Kenyans say Chinese investments brings Racism and Discrimination – in un articolo in cui espone la vicenda cinese sotto una diversa prospettiva e in cui si da voce ai kenioti, i quali avrebbero lamentato episodi di discriminazione e razzismo da parte dei cinesi, che a quanto pare avrebbero soprannominato i kenioti “scimmie”, con accezioni a dir poco negative ed umilianti.

La popolazione cinese in Kenya attualmente conta circa 40.000 persone; molto spesso vivono in grandi edifici con poca interazione con la popolazione locale. Lavorano e non conoscono le dinamiche del territorio. Le condizioni lavorative per entrambe le parti non sono le migliori. La vita sociale é minima per i cinesi, i kenioti vengono sottopagati e trattati al limite della dignità umana. Dobbiamo riflettere su questi punti e sull’influenza di questa Grande Cina, potenza in via di espansione, che gioca alla strategia del controllo dei mari e della win-win cooperation, cooperazione che dovrebbe appunto vedere entrambi vincitori, Cina e Africa, puntando sugli istituti di cultura e sugli scambi tra università e soft diplomacy.

Dalla parte africana, invece, ho avuto modo di confrontarmi con specialisti del commercio internazionale, con storici ed educatori di scienze umane e sociali, accomunati tutti dall’apprezzamento per la lungimiranza cinese. In breve, l’idea comune è questa: è il turno dell’Africa di saper negoziare per l’industrializzazione dei propri paesi. Come scrive anche il Foreign Policy, l’aiuto cinese e gli investimenti sono positivi per l’Africa. Questo perché l’assistenza cinese consiste, per la maggior parte, in crediti all’esportazione e in prestiti per le infrastrutture (molto spesso con poco o zero interesse). E le sue caratteristiche sono: flessibilità, velocità e zero condizioni.

Secondo gli studiosi africani, sono ora i governi africani a dover fare girare la ruota dell’economia e ad utilizzare questi investimenti nei loro paesi per industrializzarli. I Paesi africani devono, quindi, divenire i “proprietari” di questi investimenti, migliorando le competenze, le abilità dei lavoratori ed imparando le tecniche dai cinesi che, in termini di tecnologia ed innovazione, sono molto avanzati.

Not merely receivers, but proactive transformers of the opportunites“. Ossia “non meramente riceventi, ma proattivi trasformatori delle opportunità“. Questo è il pensiero comune con cui mi sono confrontata nell’ultimo periodo di acceso dibattito Cina-Africa.

Viviamo per vedere. Ma si sa, la Cina lavora sul lungo periodo. Impariamo e osserviamo.

 

Intervista ad Agnese Daverio, Production Manager dell’Edinburgh Jazz & Blues Festival e Festival Producer per Jazz Scotland

Crevoladossola, piccolo paesino a Nord del Piemonte a due passi dal confine svizzero. É da qui che inizia la storia della nostra Italian del mese, Agnese Daverio (28 anni), attualmente a Edimburgo dove lavora, da quattro anni, come Production Manager dell’Edinburgh Jazz & Blues Festival e Festival Producer per Jazz Scotland, l’organizzazione leader per la promozione del jazz in Scozia. In più, da gennaio è anche presidentessa dell’Associazione no profit “Be United”, che organizza eventi di vario tipo (festival, workshop, teatro, danza, ecc.) al fine di promuovere la multiculturalità e l’inclusione in Scozia.

Una vera passione che si è trasformata in un lavoro, la sua. Ma prima, Agnese ne aveva avute di esperienze all’estero: un’estate in South Dakota (US) nel 2003, una ad Osaka (Giappone) nel 2005 e un intero anno di scuole superiori in New Mexico (US) vivendo con famiglie del posto per poi rientrare e finire gli studi al liceo linguistico in Italia. Poi l’Erasmus a Stoccolma e quindi, inizialmente per un Master di un solo anno, le valigie per la Scozia.

Abbiamo chiesto ad Agnese di raccontarci dei suoi sogni, dei suoi progetti, della sua Italia vista dalla Scozia. Ecco quel che ci ha risposto…

Il trasferimento a Edimburgo faceva parte di un tuo progetto oppure hai seguito, per così dire, le opportunità della vita?

Ormai sono nella capitale scozzese da cinque anni, non mi sembra vero! Tutto è iniziato dopo la laurea triennale in Scienze Politiche a Pavia: era il 2012, sapevo di avere bisogno di un titolo di studio che potesse differenziarmi sul mercato del lavoro italiano in primis, ed europeo in secondo luogo. Quindi la decisione di guardare all’estero, soprattutto al Regno Unito. Dopo una ricerca iniziale delle varie opportunità, un’amica mi suggerì di guardare ad Edimburgo, così decisi di fare domanda per frequentare il corso di Festival and Event Management alla Edinburgh Napier University. Mi presero, feci le valigie e poco dopo mi ritrovai in questa (allora nuova) città per iniziare una nuova sfida.

Ma la mia passione per l’estero nasce dai racconti di mia madre che, già negli anni ’70, decise di fare un anno di studi in una piccola cittadina del Sud Dakota. Anche io ho sempre sentito il bisogno di esplorare, di allargare i miei confini e conoscere persone e culture diverse (non da mera turista, ma diventando parte della cultura stessa, cercando di capirla vivendola). Così, grazie all’organizzazione Intercultura, ho vissuto per due mesi in una famiglia giapponese e per un anno in una famiglia americana durante il periodo liceale; entrambe esperienze uniche che mi hanno cambiato la vita, consolidando il mio percorso verso l’estero. Volevo sempre di più diventare una cittadina del mondo a tutti gli effetti. Durante l’università ho frequentato un anno di studi all’Università di Stoccolma, per poi rientrare in Italia e conseguire la laurea, prima della partenza per la Scozia.

A tuo parere, l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a mollare tutto oppure quella di partire è più una vocazione personale?

Credo che sia una combinazione delle due. L’estero, o meglio il Regno Unito, per il momento, offre davvero molte più opportunità rispetto all’Italia. La disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è molto bassa e c’è la possibilità di fare carriera in fretta. Ma soprattutto qua in Scozia la meritocrazia è un valore seriamente rispettato: se si è bravi, si fa carriera velocemente e si aprono in fretta tante porte (indipendentemente dall’età o dal sesso). Ovviamente trasferirsi all’estero non è sicuramente una passeggiata, richiede parecchi sacrifici e la strada da percorrere è piena di ostacoli; in primis bisogna fare i conti con l’isolamento, perché la rete di amicizie e conoscenze viene subito a mancare – che non è un problema da sottovalutare. Quindi, indubbiamente, ci vuole un pizzico di vocazione personale per trovare il coraggio di fare questo passo per un lungo periodo. E ci vuole una grande forza interiore che aiuti a tenere duro nei grandi momenti di difficoltà.

Detto questo, una volta che si inizia a vivere all’estero, la cosa diventa parecchio la norma – anzi, una vita sedentaria nello stesso paese di provenienza sembra quasi impossibile; soprattutto per persone della mia generazione. Per la maggior parte dei cittadini europei di oggi – e sicuramente almeno per quelli sotto i 40 anni – è la norma spostarsi da uno stato europeo all’altro durante il periodo scolastico e lavorativo. L’Europa è relativamente piccola e, grazie a compagnie di trasporti low cost e vari progetti di scambio nelle scuole, oggi ci si può spostare molto facilmente e senza aver bisogno di grandi risparmi. Certo ci vuole la voglia di fare, di imparare e di voler mettersi in gioco, partendo dalla conoscenza di una lingua straniera.
Vivendo in grandi città si scopre anche quanto le varie culture siano molto più affini tra loro di quanto si possa pensare; si conosce davvero gente da ogni parte del mondo e si ha la fortuna di scambiare opinioni con persone con svariate prospettive – in parte plasmate dalla cultura del loro paese di origine – confrontandosi apertamente su temi grandi e piccoli. Un grande aiuto per imparare a rispettare opinioni diverse e mettere in discussione le proprie ‘certezze’. Insomma, in un mondo sempre più globalizzato come quello di oggi, l’esperienza all’estero dovrebbe forse essere una tappa obbligata fin da giovani.

Secondo te c’è qualche mito da sfatare oppure la vita all’estero è davvero così diversa da quella italiana?

La frase “tutto il mondo è paese” in realtà non è così sbagliata, nel senso che ogni paese ha i suoi problemi – che sono molto simili tra loro quando si parla di paesi in cui vige un capitalismo neo-liberale. Ma una grande differenza rispetto all’Italia all’estero c’è: il rispetto per il valore meritocratico e un maggiore rispetto tra persone – e in generale per le regole – e per le nuove generazioni. Se si guarda il mio percorso, ad esempio,  è chiaro che il merito qua é premiato: a ventitré anni, mentre scrivevo la tesi per il Master, ho fatto il mio primo stage in Scozia. Non era uno “stage all’italiana”: avevo delle vere responsabilità e venivo messa alla prova ogni giorno, imparando nuove cose velocemente. Poi mi è arrivata l’offerta di lavoro a contratto da Londra, seguito da un’altra offerta di lavoro ad Edimburgo… Insomma, in Inghilterra non sono mai stata disoccupata! Però sono convinta che se fossi rimasta in Italia la storia sarebbe andata parecchio diversamente, purtroppo, soprattutto dato il fatto che il mio lavoro sia nel settore culturale – un settore con un enorme potenziale in Italia, ma a cui mancano molte figure competenti e professionali e a cui manca la trasparenza o l’investimento pubblico. Per non parlare del problema legato all’incredibile casino burocratico che abbiamo in Italia, che rende il lavoro quasi impossibile ed assurdamente lento.

La Scozia in questo senso è un paradiso: un Paese con una grandissima voglia di riscatto e con la voglia di rinnovarsi; un paese di stampo prevalentemente socialista con una grande cura per i propri cittadini (ad esempio, un forte sostegno per il sistema previdenziale), per gli immigrati (nell’immediata fase post Brexit il primo ministro scozzese donna, Nicola Sturgeon, è stata l’unico politico di rilievo ad assicurarsi che i cittadini europei residenti in UK, quanto meno in Scozia, si sentissero ben voluti, mandando una lettera a tutti, sottolineando il valore che abbiamo per il Paese) e per i richiedenti asilo e rifugiati (la loro integrazione qua è arrivata al punto in cui a livello governativo si sta recentemente parlando di voler concedergli il diritto di voto). Insomma, è un Paese molto aperto, in cui si respira una grandissima multiculturalità e ci sono veramente persone da ogni parte del mondo. La Scozia è un paese molto meritocratico, che investe fortemente nella ricerca e nello sviluppo e soprattutto che investe nei propri giovani (basti pensare, ad esempio, all’università completamente gratuita). Qua a pochi interessa da dove vieni; se ci si identifichi come maschio, femmina, trans o altro; se si è giovanissimi oppure meno giovani… L’interesse principale sta nella capacità di fare il proprio lavoro bene oppure no. E se lo si sa fare, si viene premiati e spinti a crescere e migliorarsi ancora di più.

Sempre sulla Scozia: c’è una comunità di italiani lì? 

La comunità italiana in Scozia è gigante ma devo dire, onestamente, di averci poco a che fare. L’inciucio tra Italia e Scozia nasce dopo la prima guerra mondiale, quando un grande numero di persone provenienti per lo più dal Lazio si spostarono qua per cercare una nuova casa. Molti di questi – ormai immigrati di terza/quarta generazione – non parlano nemmeno l’italiano e molti non sono neanche mai stati in Italia, ma vendono comunque articoli alimentari italini facendo i soldoni con il brand ‘Made in Italy’. Poi c’è un’altra fetta di Italians, una comunità fatta da nuovi migranti, gli Italians ‘veri’ – italianissimi che si sono trasferiti qua per cercare di cogliere opportunità che in patria purtroppo non esistono. Devo dire che conosco parecchi italiani ad Edimburgo, ma sono legata a pochi. Non ho mai ben capito il bisogno di formare grandi gruppi principalmente con persone provenienti dallo stesso paese di origine. Ovviamente il senso di familiarità e d’immediata connectivity che si instaura con altri italiani all’estero è imparagonabile quando si confronta con expat di altri paesi (ad esempio, le referenze culturali e politiche sono le stesse), ma fortunatamente mi sono sempre sentita a mio agio ad interfacciarmi con persone provenienti da ogni parte del mondo: il mio attuale coinquilino è italiano, due delle mie più care amiche sono una scozzese e una inglese, ho stretti amici maltesi, spagnoli, bulgari e lituani… insomma, penso che quello che più accumuni all’estero sia essere l’essere un expat, piuttosto che avere una precisa nazionalità.

E a livello professionale ti senti ben accettata o ci sono pregiudizi che hai dovuto superare? 

A livello lavorativo non credo di essermi mai sentita in difficoltà per via della mia nazionalità. Al di fuori di innocenti battute in ufficio chiamando in gioco stereotipi sugli italiani – ad esempio che ci piace lavorare molto poco, fare delle grandi pause durante la giornata lavorativa ed essere spesso in ferie, o che non ci piace rispettare le regole, dato che la maggior parte le interpretiamo come dei suggerimenti piuttosto che dei diktat – non mi sono mai sentita svantaggiata. I pregiudizi sono facili da smontare, se si parte dal presupposto che gli interlocutori siano disposti al confronto e al dialogo. Qua ci sono tantissimi stranieri che provengono da ogni parte del mondo, soprattutto nel settore culturale in cui lavoro io. Per via della natura contrattuale di tanti lavori nel settore dei festival e degli eventi, moltissime persone viaggiano per il mondo alla ricerca di un nuovo contratto, quindi non penso che essere ‘stranieri’ sia particolarmente percepito nel settore. Soprattutto d’estate, la città si riempie di europei, americani e australiani che cercano lavori di ogni tipo, per non parlare degli artisti che vengono veramente da tutto il mondo. E’ un settore lavorativo molto stimolante anche per questo. Forse un pregiudizio che ho dovuto affrontare – purtroppo anche qua è un problema ancora esistente – è il sessismo esistente nell’industria musicale. Un problema radicato, ovviamente non solo in Scozia; la cosa positiva è che almeno qua (in UK) si sta finalmente notando un’inversione di trend (poiché sempre più donne sono a capo di organizzazioni che producono festival, musica, cinema, ecc). Insomma, who runs the world? Girls! E finalmente l’industria sta prendendo nota.

Parlando del tuo lavoro: sei una Festival Producer, un ruolo ben specifico. Potresti raccontarci di più? 

Essere festival producer in organizzazioni piccole come quelle in cui lavoro io (siamo in tre in tutto) vuole dire saper lavorare in qualsiasi ‘dipartimento’. All’interno del mio team mi occupo veramente di tutto: dalla ricerca dei fondi, alla programmazione degli eventi; dalla gestione di relazioni con organizzazioni governative, alla gestione dello staff (quali manager dei concerti, tecnici del suono, e altro staff che viene impiegato per lavorare durante il festival, ecc.); dall’organizzazione logistica e la produzione per l’intero festival, ai contratti per artisti, fornitori e venue; dal marketing alla promozione per garantire la vendita dei biglietti (pensare che sono per EJBF ogni anno dobbiamo vendere, in circa 10 settimane, più di 650 mila sterline in biglietti) alla gestione di relazioni con partner esterni (altri festival, media, ecc.). Insomma, il volume di lavoro, il livello di rischio e le responsabilità quando si producono progetti così grossi, in un team così piccolo, sono davvero altissimi e infatti il mio è ritenuto (ed è davvero) uno dei lavori più stressanti che ci sia in giro, ma sono davvero felice di trovarmi qui, in questo momento, con ancora tanta strada da poter percorrere davanti a me.

Edimburgo poi è rinomata per essere capitale mondiale leader per i Festival. Con Edinburgh Jazz Fest facciamo parte di un gruppo di 11 grandi festival, tra cui il Fringe Festival di agosto, che sono importantissimi per l’economia scozzese, generando un altissimo volume turistico tutto l’anno e creando uno spillover effect a beneficio di tantissimi business (sia grandi che piccoli). Nonostante Edimburgo sia leader mondiale per gli eventi, la scena musicale è abbastanza piatta. Se si toglie EJBF (uno dei più grandi festival del genere in tutta Europa, con circa 36 mila biglietti venduti ogni anno, più 35 mila spettatori ai due grandi eventi gratuito, Mardi Gras e Carnevale), rimangono pochi indpendent promoters. I probelmi principali alla base di questa situazione sono due: mancanza di un alto numero promoter professionali e la mancanza di venue adatte (e delle giuste dimensioni) per poter ospitare i musicisti. Edimburgo vanta certo tante gallerie d’arte e tanti teatri, ma di certo non ha la moltitudine di venue e spazi costruiti apposta per la musica dal vivo che ci sono, ad esempio, a Glasgow, la cui scena musicale è molto più forte, attiva ed avventurosa. Il jazz nello specifico poi, ha ancora più ‘problemi’ a livello generale. Ma detto ciò, sicuramente la scena musicale qua, rispetto all’Italia, è fantastica e molto più variegata. Credo che ciò sia anche dovuto alle politiche nazionali legate alla cultura (dall’ingresso ai musei gratuiti; al supporto economico da parte dello stato di promoter, musicisti, e in generale organizzazioni che operano nel settore creativo; alle leggi in vigore che permettono all’industria musicale di crescere, quali l’agent for change, una nuova regolamentazione che prevede l’insonorizzazione delle venue pagata da coloro che vogliono costruire abitazioni nei dintorni di uno spazio musicale già esistente; alle tariffe imposte dall’equivalente della SIAE, che sno molto più oneste di quelle italiane, un 3%, contro l’italianissimo 15%, ecc.) e dall’utenza pubblica: qua per la gente è normale acculturarsi andando a teatro, a concerti musicali (anche di gente mai sentita prima), ad andare per musei, ecc. Mentre in Italia ci sono bastati 30 anni di televisione spazzatura berlusconiana per cancellare questa sete di cultura e renderci un popolo molto passivo in questo contesto (basti pensare che X Factor in Italia sia il programma che sforna i nuovi ‘talenti’, ad esempio, per rendersi conto della gravità della situazione – mente invece artisti con un sacco di talento vengono molto spesso ignorati dalla massa e spazi che promuovono la musica dal vivo vengono molto spesso messi in difficoltà da sciocche ordinanze comunali anti movida, ecc.). Del resto, come si è visto nelle recenti elezioni, in Italia è tutto un contest dove chi si mette meglio in mostra vince, indipendentemente dalla qualità della sostanza.

 

Credi che avresti mai potuto trovare un lavoro simile anche in Italia oppure ci sono condizioni lavorative troppo diverse?

Non credo che in Italia avrei avuto così tante opportunità in uno spazio di tempo così ristretto. Ad incominciare dallo stage, che mi ha insegnato tanto, poiché le responsabilità assegnatemi erano reali: non mi avevano offerto un ruolo in cui fare fotocopie e caffè all’ufficio, ma un ruolo in cui mi era concesso di imparare (anche sbagliando), prendendo consigli su come raggiungere un obiettivo direttamente da parte dei produttori del festival, professionisti con più di 30 anni di esperienza nel settore. Ho conosciuto persone che hanno capito il mio potenziale e negli anni mi hanno aiutata – e stanno tuttora aiutandomi – a svilupparlo e ad ottenere sempre più risultati; una ‘famiglia’ che mi supporta nella crescita e mi spinge a superare i miei limiti, che mi incoraggia ad affrontare nuove sfide offrendo supporto quando ne ho bisogno. Ovviamente lavorare in un ufficio cosi piccolo, con due persone di quasi 30 anni più grandi, fa nascere delle grosse difficoltà (generazionalmente parlando, siamo su mondi diversi – per quanto riguarda l’accesso alla musica, alle news, ai trend setter, a canali di comunicazione, allo stile lavorativo, ecc.), ma la cosa ha anche i suoi vantaggi, in quanto si crea un clima di fiducia e stima reciproca molto forte – e per me è stato veramente un gran colpo di fortuna in quanto ho potuto imparare tantissimo in un breve arco di tempo, lavorando a strettissimo contatto con due big del settore. Veramente un’occasione unica. In Italia, non so quante persone a questo livello avrebbero aperto le porte ad una persona come me, investendo tempo e risorse nella mia formazione, soprattutto nel settore culturale.

 

Come si lavora a Edimburgo? Mi riferisco agli orari di lavoro, alla flessibilità, ai rapporti personali con i colleghi e alle opportunità di carriera. Ci sono delle cose che ti hanno stupita, sia in positivo che in negativo?

In Inghilterra in generale, ed anche in Inghilterra, si lavora troppo. Qua si è propriamente malati di lavoro. E in generale, i diritti dei lavoratori credo che siano minori di quelli che ci sono in Italia (ferie molto più limitate, facilità nel licenziare gli impiegati, orari di lavoro molto più lunghi e straordinari non pagati). Ma non credo si potrebbe vivere diversamente in questo Paese. L’etica lavorativa qua è completamente diversa rispetto a quella italiana – può darsi che sia una conseguenza dei principi valoriali del protestantesimo, ma qui il lavoro è letteralmente sacro e molte volte viene messo prima di tante altre cose (famiglia, tempo libero, ecc.). Quello che mi stupisce in maniera positiva è il rispetto per il lavoro di tutti e le energie che tutti mettono nel proprio mestiere – che sia fare un caffè o gestire un hotel, ad esempio – tutti vogliono sentirsi orgogliosi del loro lavoro e quindi cercano di farlo al meglio possibile. In Italia non saprei… io mi innervosisco spesso quando rientro in patria, perché sembrano che tutti ti stiano facendo un favore quando acquisti un servizio o un bene… non capisco. Forse sono diventata troppo rigida in questo senso e a dirla tutta non so se riuscirei ad inserirmi facilmente in un contesto lavorativo in Italia.

Per quanto riguarda la flessibilità, il lavoro qui – nonostante i ritmi frenetici (ad esempio, le pause pranzo non esistono, qua si mangia di solito un tramezzino davanti al computer e si riparte al volo) – concede vari tipi di flessibilità. A livello governativo vige un sistema chiamato ‘flexi time’ in cui uno può prendersi un tot di ore libere al giorno, se poi fa qualche straordinario (una specie di banca del tempo, diciamo). Forse il mio settore rimane molto meno flessibile in quante le date sono confermate e pubblicizzate in anticipo, quindi o si è pronti per quella data… o si è pronti per quella data. Quindi vicino al periodo dei festival di solito lavoro molte più ore di quelle per cui sono pagata. Ma non mi dispiace: del resto preferisco ottenere un buon risultato che arrivare a casa un paio d’ore prima alla sera (ovviamente me lo posso permettere in quanto non ho figli). Per quanto riguarda prendersi delle ore libere per andare ad appuntamenti o visite mediche, piuttosto che per questioni personali, non mi sono mai trovata in difficoltà. Basta non abusarne ed essere ragionevoli. E lavorare di più quando si può.

 

Dal tuo profilo Linkedin vedo che hai avuto anche altri lavori Inghilterra, puoi dirmi qualcosa di più? Inoltre, per coloro che ambiscono al tuo stesso lavoro, che consigli ti senti di dare?

Si, come raccontavo prima ho fatto un’esperienza a Londra. Un’esperienza illuminante, ma non troppo felice. Quindi poi sono rientrata in Scozia con una grandissima voglia di entrare a fare parte del circuito dei festival, e non solo per quello jazz per cui lavoro full time. Il circuito dei festival in Scozia – e del jazz a livello mondiale – é abbastanza piccolo e, alla fine, quando si entra a far parte del giro, si conoscono in fretta persone che sono coinvolte in molti altri progetti o che conoscono persone con cui in qualche modo si ha collaborato in altre occasioni o contesti – e questo aiuta anche ad aprire nuove porte.

Per sentirmi parte di questo mondo e per concedermi l’opportunità di lavorare con svariati tipi di musica, anni fa ho preso la decisione di collaborare, molte volte senza retribuzione, quindi facendo la volontaria, per altri festival. In Scozia sono ormai più di tre anni che collaboro con un boutique festival chiamato Kleburn Garden Party, un tre giorni di festa nel bosco nella costa ovest, vicino a Glasgow, per cui curo la parte di Artist Liaison assicurandomi che i musicisti siano felici e che la logistica per farli arrivare e partire dal festival funzioni bene. Allo stesso tempo partecipo volontaria al Wee Dub Festival, un festival di musica dub in centro ad Edimburgo, sia come Artist Liaison, che box office manager, gestendo i volontari, ecc. Insomma, aiutando come posso e come il festival necessita ogni anno. Un anno fa, grazie ad un’amica che lavora a sua volta nei festival (e che ho conosciuto lavorando ai festival) ho conosciuto il direttore di un festival che sta crescendo velocissimamente ad Edimburgo, Hidden Door (un festival pazzesco, date un occhio online) e partendo da quell’incontro ho spianato la strada per instaurare una collaborazione ufficiale tra l’EJBF e Hidden Door (esempio poi seguito da altri 5 major festival in Edimburgo). A gennaio mi hanno eletta come Presidentessa dell’organizzazione Be United, un’associazione non profit che promuove la multiculturalità attraverso l’arte, con workshop ed eventi con artisti provenienti dal sud Africa e da minoranze residenti in Scozia.

Insomma, il consiglio che potrei dare a chi vuole fare parte di questo mondo è di volersi rimboccare le maniche, lavorare tanto e soprattutto di essere pronti a fare tanto lavoro sottopagato – o non pagato. Perché una cosa è certa: le università non preparano al mondo reale del lavoro, quindi bisogna togliersi dalla mente che poiché si ha una laurea ci si merita un lavoro, e un lavoro ben pagato – e facendo volontariato o stage si ha l’opportunità di imparare di più e capire cosa i datori di lavoro cercano, cosa serve sul campo. In più, il mondo degli eventi è un mondo fatto di contatti, e l’unico modo per costruirsi dei contatti è quello di essere presenti e farsi conoscere lavorando.

 

Parlando della tua formazione: Erasmus a Stoccolma, università a Pavia, master a Edimburgo: potresti aiutarci a fare un confronto tra i diversi sistemi formativi? Quali sono i punti di forza italiani e quelli negativi da migliorare?

I sistemi formativi in Italia, rispetto al resto dell’Europa, sono ancora molto vecchi. Sicuramente le scuole obbligatorie formano di più (o almeno, formavano, prima della distruzione del sistema scolastico visto in anni recenti) soprattutto sulla conoscenza generale. Ma per quanto riguarda il sistema universitario, l’Italia è indietro anni luce. Saltando a pie’ pari il capitolo del liceo linguistico (in cui ho incontrato tanti professori completamente incapaci di fare il proprio mestiere e, a volte, impreparati sulla materia che provavano ad insegnare), trattiamo il tema universitario. La differenza più grande tra l’Italia e l’estero, è che in Italia, molti (troppi!) professori sono davvero disinteressati e fanno di tutto per far fallire l’allievo. Mentre all’estero è l’esatto contrario e i professori fanno di tutto per aiutarti a raggiungere l’eccellenza. Del resto i professori italiani sono protetti da ogni critica e hanno grande mano libera per quanto riguarda il ‘dettar legge’ invece che seguire un regolamento, ad esempio, riformato tenendo in considerazione l’opinione degli studenti… Un’altra grande differenza è che all’estero ti insegnano ad usare le informazioni che si trovano su un libro per poter argomentare un proprio pensiero; mentre in Italia ti viene solo insegnato a fare il cosiddetto “pappagallo”… Del resto, solo in Italia ci sono ancora così tanti esami orali, con le classiche 3 domande e via.

Arrivata a Stoccolma per il mio anno Erasmus, capii subito di essere stata catapultata in una realtà meravigliosa, in cui ai professori veniva dato del tu, con cui si poteva dialogare, pronti ad insegnarti mettendoti sul stesso loro piano, portandoti il rispetto dovuto e, soprattutto, trattandoti da giovane adulto e non da ragazzetta. Un posto in cui il dibattito in classe avveniva ogni giorno, in gruppi di lavoro di massimo trenta persone, in cui non c’era imbarazzo a fare domande e tutti volevano ottenere lo stesso risultato: imparare. Applicando la teoria alla realtà e al dialogo. Insomma, all’estero ti insegnano veramente ad imparare, esprimendo la tua opinione argomentandola. Per non parlare di quanto i bisogni e gli interessi degli studenti fossero presi in considerazione. A partire dal campus universitario che era una vera oasi per gli studenti, dalle biblioteche libere in cui uno, se voleva mettersi comodo, poteva togliersi le scarpe e studiare su uno dei comodissimi divani; dagli spazi sul campus adibiti apposta per gli studenti per riunirsi e fare concerti o feste di vario tipo… Insomma, la vita universitaria a Stoccolma era davvero su un altro livello. Una scuola costruita intorno agli studenti, non ai professori e ai rettori.

Penso che il modo migliore per poter esprimere questa differenza vitale, sia fornirti un esempio: a Stoccolma, dopo che mi fu chiesto in un corso di preparare un saggio sulla violazione dei diritti umani in anni recenti (eh si, qua si studiavano questi argomenti, non le guerre del 16esimo secolo e basta come a Pavia!), fallii miseramente. All’università di Pavia non mi era mai stato chiesto, in due anni, di scrivere un saggio (su niente), dovendolo argomentare con basi teoriche ed informazioni trovate su testi (che è un po’ alla base della capacità di ricerca). Così la professoressa mi convocò, offrendomi un’ora del suo tempo dopo le lezioni per aiutarmi a capire gli errori. Così, dopo quella lezione privata (e non privata perché ho dovuto pagarla, ma privata perché era solo tra noi due), mi insegnò a come cercare informazioni da varie fonti e io eccelsi nel rifare l’esame. Eh si, a Stoccolma incoraggiano gli studenti ad informarsi su vari testi, a volte anche contrari, per imparare a formare una propria opinione. Infatti, all’inizio di ogni corso, consigliano una lista di libri, che di solito sono disponibili gratuitamente nella biblioteca della scuola stessa, dove poter trovare le informazioni; ma incoraggiano inoltre a leggere ancora di più e informarsi su svariati testi, anche a scelta. L’importante è sapere solidamente argomentare e sostenere le proprie affermazioni. Insomma, insegnano a ragionare criticamente a livello individuale. Cosa che in Italia non esiste. Insomma, questo esempio era per sottolineare quanto l’interesse a Stoccolma sia quello dell’insegnamento vero. Inoltre all’estero i professori, per mantenere lo status quo, devono continuare a fare ricerca se vogliono tenere il lavoro – quindi sono costretti a rimanere informati.

In Italia, invece, sarà per i grandi numeri o sarà per la svogliatezza, o per il sistema, o per il senso di ‘intoccabilità’ dei professori universitari italiani, la mia esperienza è stata molto negativa. A parte qualche eccezione, la maggior parte dei miei professori universitari a Pavia (oltretutto rinomata per Scienze Politiche) erano svogliati, annoiati, senza tempo per gli studenti e che giocavano la partita con regole fatte da loro, che cambiavano ogni volta. Insomma, insegnavano poco (studiare il libro da sola con l’aiuto dei tutor per i chiarimenti molte volte sarebbe stato più efficace) e si disinteressavano tanto al processo formativo/educativo. A volte anche per ragioni completamente scollegate alla didattica. Un esempio azzeccatissimo è il seguente: nel 2010, mentre ero a Stoccolma con Erasmus, decisi di rientrare per una settimana in Italia per dare altri esami in sede, in quanto volevo portarmi avanti con i lavori per assicurarmi di laurearmi in tempo (e in quanto quegli esami in particolare non fossero disponibili in Italia). Così prenotai i voli, studiai per due esami (statistica e il mattone che è scienze delle relazioni internazionali) ed armata di buona volontà rientrai a Pavia. Non mi dimenticherò mai il giorno dell’esame di relazioni internazionali… Mi presentai in orario, venne chiamato il mio nome, mi sedetti alla cattedra. Fino a qua, tutto regolare. Così la professoressa mi chiese se dovevo dare l’esame per 6 CFU o per 9 CFU. Mi accorsi così di aver studiato per l’esame da 9 CFU (che voleva dire, in termini spiccioli, aver studiato 30 anni di trattati internazionali in più… del resto non può che essere un vantaggio per me, giusto?) su un libro di più di 1000 pagine. Così, prontissima sull’argomento, la professoressa mi fece notare l’errore, ma senza troppi problemi. Al che mi chiese su quale dei due tomi su cui uno DOVEVA studiare (il perché in Italia si debba studiare su un libro piuttosto che un altro mi sembra fantascienza…). Una volta che gli indicai il libro, mi chiese, dunque, se avevo comprato e avevo studiato sul libricino (forse di neanche 80 pagine) scritto e pubblicato da lei… sì, da lei! Un libricino in cui venivano studiate in dettaglio le relazioni internazionali italiane del periodo fascista. Al che, candidamente, dissi di no, pensando: beh, se ho studiato su un tomo da 1000 pagine sicuramente questi argomenti saranno stati trattati. Così la professoressa, senza nemmeno farmi una domanda per verificare se fosse effettivamente, o meno, preparata, mi guardò molto infastidita dicendomi di non potermi ammettere all’esame. Una follia. Non potevo crederci di essermi fatta il mazzo, volando fino in Italia e studiando tantissimo, per non essere nemmeno ammessa all’esame perché non avevo comprato il libretto scritto dalla professoressa. Questa cosa dovrebbe essere illegale in Italia. Una vergogna. E questa storia del ‘dover comprare’ il libro dei professori di corso o se no, non si può dar l’esame, è una storia solo italiana ed è, a mio parere una vera vergogna… capite perché penso che in Italia ai professori interessi veramente poco l’insegnamento e la formazione? Non potevo davvero crederci che questa professoressa avesse messo davanti l’aver comprato un libro, rispetto all’essere rientrata da un altro stato per dare l’esame. La decenza avrebbe almeno voluto che venissi interrogata. L’intelligenza avrebbe fatto si che venissi interrogata, e se quel libretto aveva dei contenuti esclusivi, che mi fosse fatta una domanda mirata, ed essere poi bocciata di conseguenza se non avessi avuto la risposta. Ma credo che, dopo aver studiato un tomo da 1000 pagine, quel minuscolo libricino non conteneva molto di più e l’esame l’avrei passato comunque. Infatti, un anno dopo mi ripresentai per l’esame, senza comprare il libricino in questione, ma mentendo alla domanda ‘hai anche studiato su questo libro’ per assicurarmi di essere ammessa… e l’esame lo passai senza nessun problema. Ditemi voi se questo è un atteggiamento normale da parte dei professori in un sistema meritocratico.

In Inghilterra, come a Stoccolma, il modello è molto più a misura studente. Si studia bene: si impara a fare ricerca, vera; ad usare risorse per argomentare le propri tesi, etc. Si impara a lavorare con gli altri, attraverso il lavoro di gruppo, che è molto importante in quanto aiuta ad apprendere come si lavora insieme, sfruttando le varie forze e cercando di aiutarsi a vicenda per superare le debolezze. Insegnano a fare presentazioni, ad usare software specifici per le cose che si studiano.. E il rapporto tra professori e studenti è veramente paritario. Anche qua in Scozia, l’università è veramente costruita intorno ai bisogni degli studenti. Quindi, riassumendo, penso che la meritocrazia in Italia sia ancora un mito lontano. Dove quelli bravi sono emarginati e quelli che gli stanno più in alto fanno di tutto per metter i bastoni tra le ruote. In Italia si fa fatica a mettere in discussione le istituzioni che ci sono sempre state e il cambiamento è molto, troppo, lento.

Secondo te è così negativa la situazione lavorativa per i giovani italiani che vorrebbero rimanere in Italia? E, in confronto con gli altri paesi, almeno quelli che conosci tu, in cosa potremmo migliorare per essere competitivi anche a livello internazionale? 

Ho davvero poca esperienza con il mercato del lavoro italiano. A parte ciò che sento da parte di altre persone, io ho per la maggior parte della mia vita lavorato in Inghilterra. Detto questo, sento per lo più parlare di grandi difficoltà legate all’immobilismo, al nepotismo e al nonnismo, alla mancanza di opportunità e meritocrazia. Per non parlare dell’imbarazzante livello dei salari. Purtroppo in Italia vige ancora troppo spesso la regola del ‘sono qua da 30 anni e quindi ne so più di te’. E questo atteggiamento fa si che molti giovani, capaci e molte volte con più potenziale di altri che il lavoro lo fanno da anni (a qualsiasi livello e a volte senza merito), vengano messi in un angolo e spinti ad andarsene. Anche le start up sono davvero poco supportate rispetto all’estero (mancanze di fondi d’investimento, un mercato poco preparato all’innovazione, leggi e burocrazia appartenenti ad un mondo pre-avanzamento tecnologico, mancanza di un supporto reale per la guida di queste start up…). Insomma, in Italia non si vuole sostenere i giovani. Per non parlare della vera mancanza di meritocrazia. Purtroppo l’Italia segue ancora un sistema in cui molte volte i lavori (soprattutto legati a bandi pubblici) vengono dati in base all’avere o meno una laurea invece che all’esperienza e alle vere capacità delle persone. Per non parlare dell’incubo burocratico che uno dovrebbe attraversare per il riconoscimento di titoli di studi esteri (anche europei). In Italia non si respira. E’ un sistema vecchio che non funziona e il mercato del lavoro è davvero poco stimolato. A partire dal problema dell’assenza di finanziamenti statali per stimolare l’innovazione (quindi, mancanza di finanziamenti per la ricerca).

A livello internazionale ci si renderebbe molto più competitivi se puntassimo sui giovani, facendoli subito accedere al mercato del lavoro dopo le scuole, se pensionassimo le persone prima (non parlo delle pensioni d’oro a quarant’anni, ma non capisco perché dobbiamo fare lavorare gente di 65 anni, molte volte poco preparate o che non si aggiornano, rispetto a giovani di 25 anni super formati…). Per non parlare di finanziamenti statali per aiutare piccole e medie aziende a formare nuovi lavoratori… Poi certo, potremmo anche parlare più lingue e a scuola potrebbero iniziare ad insegnare a codificare, che sarà la vera lingua del futuro, ma i problemi strutturali italiani sono di gran lunga un problema più grosso. Un altro problema italiano però è anche il voler scaricare le colpe sugli altri. Di recente mi sembrava di aver visto un articolo su dei ragazzini italiani delle superiori che scioperavano perché il curriculum scolastico aveva inserito lavoro non pagato (o simile) per insegnarli a lavorare… e questi scioperavano perché guai a chi viene fatto lavorare gratis, invece di capire che quella sarebbe stata un’opportunità per imparare a lavorare…

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Ci gioco spesso con l’idea di rientrare a casa, ma la realtà è che non saprei neanche da dove iniziare. Non so se riuscirei a rientrare in un’Italia in parte xenofoba, omofoba, razzista e populista dopo aver vissuto per più di cinque anni in uno stato (Scozia) prevalentemente socialista, in cui il tema dell’integrazione e dell’accoglienza è sostenuto dalla maggior parte dei cittadini. Con questi pagliacci al governo come si può pensare di rientrare?! Ancora una volta il paese sta per schiantarsi contro un muro, quindi, a meno che sarò costretta per via della Brexit, non credo rientrerò presto. Oltre al problema legato ai diritti civili, includendo l’assenza di vere pari opportunità e tutela dei diritti delle donne (vedi numeri elevati di femminicidio, violenze domestiche, obiettori di coscienza, etc), c’è il vero problema di un’assenza di sostegno statale per lo sviluppo del mercato culturale, soprattutto legato agli eventi e ai festival. In questo clima, quali sono le prospettive? Mi sembra, molto poche. In Scozia c’è un ministero della cultura con un proprio portafoglio e, inoltre, vari organi parastatali che elargiscono fondi pubblici a tutto il settore creativo e culturale (i principali, ovviamente ce ne sono anche altri) e fondi speciali creati apposta per i grandi festival di Edimburgo per mantenere la loro competitività su piano internazionale; in Italia cosa c’è?

Mi piacerebbe certo rientrare e poter contribuire ad un miglioramento, ma prima l’Italia deve cambiare e deve trovare il modo di rendersi attraente al punto di convincere i lavoratori italiani formatisi all’estero ad abbandonare tutto ciò che ci si è costruiti in un altro paese (con tanti sacrifici) per rimboccarsi le maniche e ripartire in Italia, con tutte le difficoltà del caso. E i cambiamenti dovrebbero partire dall’attuazione di un sistema paese che rispetta i diritti civili, da un aumento dei salari, uno snellimento della burocrazia, un miglioramento della qualità dell’offerta culturale, il riconoscimento diretto dei titoli di studio europei e una crescita degli investimenti statali per il finanziamento dell’innovazione. Non credo l’Italia sia ancora pronta a questo, nè tanto meno lo consideri un bisogno reale. Al momento sembrano siano tutti più preoccupati a vincere le poltrone facendo demagogia invece che a far ripartire il paese con proposte serie e concrete. Peccato.

Il mondo è di chi se lo prende: una guida per trovare esperienze di lavoro in grado di farci crescere

Quando torno in Italia durante le festività, mi capita spesso di affrontare con i miei amici l’argomento “esperienze di lavoro”. Il profumo d’estate e di crema solare nell’aria, purtroppo, a ventun anni, non parla più solo di spensieratezza e giornate passate al mare ma porta con sé il peso delle prime responsabilità.

Sia chiaro, non mi reputo una persona che dedica tutte le sue energie al raggiungimento di un ideale di “successo” che ci viene propinato più o meno indirettamente dalla società. Semplicemente, considero importante da un punto di vista di crescita personale il fare esperienze lavorative: per conoscersi, per capire cosa ci piaccia e soprattutto, per capire cosa non ci piaccia. Perciò, mi sono sempre dato da fare tra lavoretti ed esperienze di volontariato, accettando stage non pagati pur di scoprire qualcosa in più riguardo al mondo del lavoro, alle mie abilità e ai miei limiti. In poche parole, tutto quello che ho fatto in ambito lavorativo l’ho fatto per me. Il fatto che ci sia riuscito, soprattutto negli ultimi anni, ha molto a che fare con la libertà e le possibilità che la mia università mi sta dando.

V’invito perciò a leggere il mio ultimo articolo che tratta proprio di quest’argomento.

L’incipit di questo articolo nomina espressamente i miei amici, ma perché? Il motivo è legato al fatto che i miei amici, o più generalmente i miei coetanei, sembrano non sentirsi in grado di fare il primo passo nel mondo del lavoro. Non sto parlando di pigrizia o dei “giovani choosy”, ma dell’idea che in quanto studenti universitari non si vedano ancora capaci di affacciarsi al mondo esterno. Credo che le motivazioni siano varie, e che principalmente si colleghino ad una vera e propria mancanza di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, alla mancata offerta di possibilità da parte delle università e alla mancata conoscenza dei metodi per raggiungere potenziali datori di lavoro. Ci tengo a precisare nuovamente che il motivo per cui sto affrontando questo argomento non è per denigrare le capacità altrui, o per esaltare le mie o tantomeno per rendere tutti quanti i miei lettori delle donne/uomini d’affari. Il mio scopo è di mostrare che con un po’ d’impegno possiamo raggiungere tutto ciò che vogliamo: la distanza tra noi e quello che desideriamo è colmabile con un’email o un messaggio di LinkedIn.

Togliamoci in maniera veloce e indolore la questione università e le possibilità che quest’ultima possa offrire. Ne ho parlato ampiamente nello scorso post e non credo ci sia molto altro da dire. Tuttavia ci tenevo a precisare che, da quello che so, la mia università spinge molto i propri studenti a fare attività extra curriculari e, di conseguenza, anche a lavorare. Non tutte le università inglesi lo fanno con la stessa intensità, e forse (nel bene o nel male), anche io ne ho sentito l’influsso.

Parlavo con una mia amica dei nostri piani per l’estate, qualche mese fa, ed è stato in quell’occasione che mi sono sorpreso di quanta poca fiducia nelle proprie abilità e possibilità abbiano (alcuni) miei coetanei. Rispondendo al suo ‘Cos’hai fatto la scorsa estate?’, le ho iniziato a parlare del fatto che avessi iniziato a scrivere questo blog, delle mie collaborazioni volontarie con altre organizzazioni non governative legate allo sviluppo sostenibile e della mia esperienza in Ghana (vedi articoli precedenti). Mi è rimasta impressa la sua reazione a tutto ciò: ‘Ma hai trovato tutto questo da solo? Anche se sei solo al secondo anno di università, ti fanno lavorare con loro?’. Io che, in effetti, ero riuscito a crearmi queste possibilità, non mi ero forse reso conto dell’idea dominante tra i miei amici: uno studente universitario è semplicemente uno “studente” che deve ancora imparare. Come se essere all’università fosse un limite, una gabbia in cui ti chiudi per studiare ed ingurgitare nozioni, e non un trampolino di lancio verso la vita futura (che di esami ne avrà ben pochi e in forme diverse). Dopo aver premesso che le mie esperienze di lavoro erano state tutte (purtroppo) volontarie, le ho spiegato semplicemente che per fare tutto ciò mi ero messo in gioco. Ovvero, avevo preso l’iniziativa ed ero stato Proattivo. Nessuno verrà da te ad offrirti il lavoro dei tuoi sogni, tantomeno ti darà mai la possibilità di crescere come persona.

Che cosa ho fatto quindi, precisamente? Quali sono i miei segreti super-magici? Qual è la mia ricetta per il successo e per l’eterna giovinezza? Proattività!

Durante le vacanze di Pasqua dello scorso anno, mentre cercavo di procrastinare dallo studio, ho provato ad essere produttivo e a cercare qualcosa da fare durante l’estate. E’ così che ho iniziato a cercare organizzazioni, associazioni e think tanks il cui operato fosse in linea con i miei studi ed interessi. Ho trovato i loro siti web e di conseguenza le email per contattarli, e allo stesso tempo li ho aggiunti al mio network di LinkedIn. Perché sì, cari ragazzi, parlare di LinkedIn può fare paura, ma se usato in maniera saggia può essere piegato al tuo volere (bisogna stare al gioco nel sistema ogni tanto).

E poi? Con un profilo di LinkedIn dove parlo delle mie esperienze di lavoro passate e con un Curriculum aggiornato e in inglese, ho dato inizio ai giochi. Piccola premessa: in quel periodo non avevo nessuna esperienza nel settore dello sviluppo sostenibile o dell’ambiente, tuttavia questo non mi ha fermato! La ragione sta nell’essermi fatto avanti e aver dimostrato che, pur essendo uno studente universitario senza esperienza, avevo decisamente molta voglia di mettermi in gioco in un settore che mi appassiona. In una formula semi-matematica?

Iniziativa + Proattività + Passione + Genuinità = Possibilità.

Così ho mandato il mio curriculum via email ai potenziali datori di lavoro, utilizzando la stessa email come breve lettera di presentazione dove spiegavo chi ero, che esperienze (poche) avessi fatto e cosa stessi cercando (collaborazione volontaria, scrittura di articoli ecc.). Allo stesso tempo, mi sono messo in contatto per messaggio con persone che lavorano in organizzazioni interessanti tramite LinkedIn: esiste per questo, non abbiate paura! C’è stato chi mi ha ignorato, chi ha risposto ma poi è scomparso e chi mi ha detto di non essere interessato. No, non sto parlando della mia vita sentimentale, anche se inizio a notare dei parallelismi. Ma! Ho ricevuto anche email di interesse e messaggi che mi hanno davvero aiutato, fino ad arrivare a dei colloqui via Skype e pure a delle vere e proprie offerte (senza vedere una lira, don’t worry). ‘Great success!’ direbbe Borat. Avevo perciò riempito la mia estate ed ero pronto a tuffarmi, o meglio a bagnare la punta dell’alluce, in quello che poi sarebbe diventato il mio futuro settore professionale (mi sento vecchio ad usare certi termini, aiuto).

Mi sento soddisfatto di quello che sono riuscito a raggiungere e lo devo principalmente all’essermi messo in gioco, uscendo dalla mia comfort zone. Che poi questa sia una lezione da applicare in ogni ambito della nostra vita è un’altra storia… Tuttavia, quest’articolo voleva solamente ridare forza e sicurezza ai miei coetanei. Fare qualche lavoretto è possibile e, a questi livelli, non richiede neanche un alto grado di esperienza. Soprattutto, entrare nel mondo del lavoro (mamma mia quanto odio questa espressione) anche solo per breve tempo, offre un’incredibile opportunità di sviluppo personale e di crescita. Come avrei mai potuto capire che non sarei voluto diventare un entomologo se non avessi lavorato in un laboratorio di ricerca per tre settimane? (Grandissimo rispetto per loro, è solo che non fa per me). Come avrei capito che mi piace scrivere e che mi riesce in maniera decente, se non ci avessi mai provato e non mi fossi messo in gioco nel famelico mondo di internet? Mentre stiamo a guardare, i treni passano e perdiamo l’opportunità di crescere (a poco a poco e senza essere pagati, ovviamente). Il mondo è di chi se lo prende.

Minnesota nice e la scoperta del mondo

Il Minnesota nice: ormai mi circonda da mesi e piano piano sto imparando a capirlo ed apprezzarlo un po’ di più. Non conoscete il fenomeno? Basta fare un rapidissimo e molto-poco-scientifico giro su Wikipedia, che definisce il Minnesota nice come “The stereotypical behavior of people from Minnesota to be courteous, reserved, and mild-mannered, is popularly known as Minnesota nice (also called Midwestern nice when applied to the rest of the Midwestern states). The cultural characteristics of “Minnesota nice” include polite friendliness, an aversion to confrontation, a tendency toward understatement, a disinclination to make a fuss or stand out, emotional restraint, and self-deprecation.

Inizialmente lo percepivo unicamente come una delle tante cose poco autentiche che caratterizzano la cultura americana, una delle tante ipocrisie, un insieme di manierismi e perbenismi che mi hanno sempre indispettito in quanto amante dell’onestà e della veridicità delle cose. Ma con il passare dei mesi ho iniziato ad ampliare le mie vedute ed estendere la mia analisi, se cosi la possiamo chiamare, non solo agli adolescenti minnesotani, ma anche a tutte quelle persone più grandi, gli adulti insomma, che vivono intorno e insieme a me qui, nel Minnesota. In realtà, devo ammetterlo, è proprio grazie a loro che ho scoperto quanto il mio caro Minnesota potesse avere tutta un’altra serie di significati oltre a quella serie di manierismi apparentemente poco sinceri. Significati nuovo e ben più importanti.

Quel che ho capito, infatti, é che qui le persone non intendono il Minnesota come “solo un luogo”: il Minnesota è per loro come un valore da rispettare, uno schema di leggi e consuetudini non scritte ma ben radicate, che puntano a mettere l’ospite a proprio agio, ad integrare il diverso, a far sentire qualsiasi persona benvenuta nelle proprie case, strade e città. Ed é proprio grazie a quel Minnesota nice che all’inizio sembrava un po’ ipocrita, che ho imparato un po’ ad amarlo anche io, questo posto. Come? Beh, partiamo dalle cose semplici… qui c’è un clima bizzarro, un freddo gelido che d’inverno ci costringe tutti a ripararci e passare la maggior parte del tempo al chiuso, a casa, per evitare un vero e proprio congelamento e, in balia di queste condizioni climatiche, le persone si sono ben attrezzate di pazienza e hanno cercato di rendere le loro case confortevoli ed accoglienti, fors’anche più del dovuto – ed eccovi servito un primo piccolo pezzetto di Minnesota nice. Ma non finisce qui! La cosa più bella é che hanno cercato di diffondere una gentilezza che non esiterei a definire cosi accogliente, calda, che potrebbe persino aiutare a sciogliere il ghiaccio circostante, a spezzare l’isolamento forzato del lungo, temibile inverno.

Relazionandomi conperonse più grandi di me ho imparato nuovi modi per organizzare la mia vita, per arrangiarmi e per applicare misure di sopravvivenza che a lungo andare diventano persino piacevoli, chi lo avrebbe mai detto? Ho persino iniziato a godermi quei fine settimana caratterizzati da un fuoco in mezzo alla neve, le lunghe chiacchierate, un buon bicchiere di vino rosso e qualche marshmallows bruciacchiatoc come da copione. Ho imparato che a volte si tende a cercare altrove e negli altri quel che ci è familiare, quel che conosciamo e dal quale – per assurdo – spesso scappiamo, pretendendo poi di trovarlo in persone e luoghi completamente estranei a noi, quando invece basterebbe semplicemente ascoltare, ascoltarsi, ed imparare ad amare il diverso e ciò che è fuori dalla nostra comfort zone, ma senza mai disprezzare quel che pure conosciamo già. Avreste mai pensato che queste parole potessero venir fuori dalla bocca di una piccola marchigiana solita passare i suoi weekend in riva al mare, con qualche oliva ascolana e pasta al fumé? Io di certo non me lo sarei mai aspettata!

Ma torniamo a noi. La cittadina più grande che ho vicino, qui in Minnesota, è proprio Minneapolis, che potrei definire una metropoli vera e propria, fatta su misura e adattata alle rigide condizioni climatiche del posto. Qui invece di spostarsi e camminare e muoversi all’esterno, sono stati costruiti passaggi interni per potere permettere a chiunque di girare per la città e non privarsi di questo piacere (o necessità), restando al caldo. Ci sono tutto un insieme di ponti comunicanti che connettono le varie mete, e tutto sembra proprio esser stato progettato e costruto allo scopo di rendere l’ambiente piacevole e rilassante, che distogla l’attenzione dal problema climatico (ironicamente, un pensiero va sicuramente alla fabbrica di cioccolato di Willie Wonka, con strade e passaggi imprevedibili e lavoratori degni di nota). Insomma, anche la metropoli di Minneapolis, le sue strade, i assaggi, tutto, proprio tutto smebra essere un pezzetto, un tassello di quel puzzle chiamato Minnesota nice.

Il concetto di Minnesota nice, quindi, per quanto possa essere frainteso o mal interpretato da molti, soprattutto se ci si ferma alla prima impressione, è in realtà un proposito vero e proprio e volto al bene dell’altro e che, a mio parere, rende questi gelidi abitanti non solo amabili, ma forse pure un esempio da seguire. Basti pensare che il loro mantra è: quale mezzo migliore di parole gentili e gesti amichevoli per curare la malinconia umana, o semplicemente, per non essere tristi?

Per chi fosse già pronto a pensare che in Minnesota sia tutto perfetto, beh lasciatemelo dire, ovviamente ci sono  effetti collaterali legati a questo modo di essere e comportarsi. Quali? Vi basti pensare questo: se le persone cercano tutte e sempre di rendere ogni cosa confortevole ed indimenticabile, a dream, questo stesso comportamento puo’ tendere – e succede molto spesso – a soffocare e reprimere le emozioni reali, quelle pure negative agari, ma autentiche. Un tratto che io trovo puramente americano: pur di avere una vita senza conflitti e litigi, le persone decidono di soffocare anche l’ultimo briciolo di rancore, con tutte le conseguenze che ne derivano…

Insomma, un universo parallelo per noi italiani, che siamo tutto tranne che gente dedicata a reprime le emozioni, e cosa che ho personalmente sempre amato della nostra cultura. Per le nostre strade si percepiscono distintamente il baccano, addirittra a volte le grida, le espressioni spesso colorate e pittoresche, i gesti tipici della nostra cultura: tutte cose che mi fanno pensare ad un popolo che vive di emozioni forti, che lotta, che ricerca la bellezza e non resta mai in silenzio. Mi piace pensare che noi italiani siamo un’esplosione, un uragano di profumi, luci e rumori che ci permettono di emanare un calore particolare che spesso, mentre guardo la silenziosa e meravigliosa neve che mi circonda, tendo a ricordare malinconicamente, “alla faccia” del Minnesota nice.

 

Imperialismo Televisivo: perché amo gli Stati Uniti?

Se avessero chiesto al Nicola di sedici anni ‘Dove ti vedi tra cinque anni?’, avrei probabilmente masticato qualcosa come ‘Università… Medicina… Forse?’ per poi arrossire e sfoggiare il mio goffo sorriso a bocca chiusa (rigorosamente per nascondere il sottostante e luminoso apparecchio fisso). Non mi sarei mai aspettato di finire a studiare in Inghilterra, così lontano da casa, per poi dovermi ricostruire una vita che fosse (per la prima volta?) completamente mia. O meglio, non avevo mai espresso alcun interesse specifico nei confronti della perfida Albione: è semplicemente successo. Come quando da piccolo pedali in giro per la città, ti distrai e cadi dalla bicicletta senza neanche rendertene conto, semplicemente succede e non resta che alzarsi e accettarlo. Aspettate… E’ un paragone poco poetico e sbagliato: sembra che io sia stato in balia degli eventi e stia cercando di trovare una giustificazione. Infatti, al contrario, ho deciso personalmente di intraprendere questo viaggio, che poi si è rivelato essere una delle scelte più incredibili e soddisfacenti che mi potessero capitare. Mettiamola così: un po’ come Obelix, sono andato verso il calderone della pozione magica, sapendo cosa contenesse, ma è capitato che ci cascassi dentro e ora sono forte oltre ogni misura. E’ semplicemente successo e non lo rimpiango in alcun modo.

Il sogno dell’Inghilterra apparteneva a mia sorella, che fin dalle scuole medie avrebbe voluto trasferirsi a Londra per aprire un negozio di fiori, vivere nel centro nevralgico di una cultura edgy e stilosa, ma al contempo elegante e carismatica. Io invece volevo andare negli Stati Uniti per studiare, per farmi venire il torcicollo a forza di guardare in alto verso i grattacieli di Manhattan o per andare con lo skateboard a Venice Beach per poi fermarmi in spiaggia a prendere il sole. Il cuore di mia sorella batteva al ritmo di David Bowie, e il mio a quello dei The Black Keys ma, ironicamente, nessuno dei due è finito per trasferirsi dove desiderava. Per adesso (?).

Ma come nascono certe idee? Cosa c’è all’origine di certi sogni?

Qualche tempo fa un mio amico mi ha ricordato che nel mio primo giorno di liceo, durante la nostra prima presentazione alla classe dissi ‘Andrò a studiare all’estero dopo le superiori’. Apparentemente il piccolo Nicola era molto intraprendente, a mia insaputa in quanto me ne ero completamente dimenticato. Tuttavia so che ci deve essere stato un motivo per il quale gli Stati Uniti abbiano sempre avuto una forte influenza sui miei gusti e le mie scelte.

La mia teoria è semplice: attraverso la televisione. Lascia un figlio in balia dei programmi televisivi del primo pomeriggio e te lo ritroverai colonizzato dagli USA. A parte, ovviamente, attraverso il fascino giocato dai brand di moda, dalla musica e dallo sport, credo che l’imperialismo americano sia riuscito ad avere una forte presa sul giovane Nicola grazie alla televisione. Non ce ne rendiamo conto, ma la maggior parte dei programmi che abbiamo amato da ragazzini sono americani. Siamo cresciuti con loro e abbiamo assorbito i valori da loro promossi, nel bene e nel male. E così io ho iniziato ad innamorarmi di New York grazie ad How I Met Your Mother e a Friends (per poi scoprire che sono stati entrambi girati a Los Angeles) e della California grazie a O.C. (Summer Roberts, sei stata la mia prima cotta), solo per citare due tra i tanti esempi. Dal modo di vestirsi passando attraverso l’umorismo e al modo di parlare, abbiamo assorbito per osmosi tutto.

Ci sono lati positivi? Credo di sì, perché ancora ad oggi trovo programmi come i Simpson (solo le prime stagioni, sorry) capaci di farmi ridere tramite battute intelligenti. Oppure, semplicemente, quando sono a casa e accendo la televisione, quello che guardo è capace di riportarmi alla mia infanzia, a delle atmosfere familiari che ho abitato per anni.

Cambierei qualcosa? Onestamente sì. Forse il fatto che siamo legati a certe culture e diamo per scontata l’appartenenza ad un sistema di valori esterno al nostro può dimostrare che l’imperialismo ha fatto il suo effetto. Forse siamo davvero tanto assuefatti ad uno stile di vita dominante che se ci togliessero Una Poltrona Per Due la sera della Vigilia di Natale, non avremmo più un’identità. Dopo tutto, cosa faresti la sera del 24 Dicembre senza la televisione? Parleresti con i tuoi nonni o parenti, per scoprire di più riguardo alla loro vita? Neanche per scherzo, per piacere…

Il Nicola di sedici anni, che non sapeva che sarebbe finito in Inghilterra, non vedeva l’ora di tornare a casa dopo scuola per fuggire a New York o a Springfield. Col suo apparecchio e i capelli alla Justin Bieber sognava Central Park e l’Orange County, forse perché erano le sue uniche vie di fuga. Non avrebbe mai immaginato di essere in Inghilterra solo cinque anni dopo, e forse l’aver fantasticato terre lontane l’ha sempre tenuto pronto per la partenza. Non provo rancore, ma sono solamente sorpreso di quanta influenza abbiano avuto certi fattori sulla mia vita, senza che me ne rendessi conto. La soluzione è esserne consapevoli ed evitare di perdere il controllo, usando sempre la propria testa. A volte cadi dalla bici e ti devi rialzare, altre cadi nel pentolone ma ne esci ancora più forte.