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Il mondo è di chi se lo prende: una guida per trovare esperienze di lavoro in grado di farci crescere

Quando torno in Italia durante le festività, mi capita spesso di affrontare con i miei amici l’argomento “esperienze di lavoro”. Il profumo d’estate e di crema solare nell’aria, purtroppo, a ventun anni, non parla più solo di spensieratezza e giornate passate al mare ma porta con sé il peso delle prime responsabilità.

Sia chiaro, non mi reputo una persona che dedica tutte le sue energie al raggiungimento di un ideale di “successo” che ci viene propinato più o meno indirettamente dalla società. Semplicemente, considero importante da un punto di vista di crescita personale il fare esperienze lavorative: per conoscersi, per capire cosa ci piaccia e soprattutto, per capire cosa non ci piaccia. Perciò, mi sono sempre dato da fare tra lavoretti ed esperienze di volontariato, accettando stage non pagati pur di scoprire qualcosa in più riguardo al mondo del lavoro, alle mie abilità e ai miei limiti. In poche parole, tutto quello che ho fatto in ambito lavorativo l’ho fatto per me. Il fatto che ci sia riuscito, soprattutto negli ultimi anni, ha molto a che fare con la libertà e le possibilità che la mia università mi sta dando.

V’invito perciò a leggere il mio ultimo articolo che tratta proprio di quest’argomento.

L’incipit di questo articolo nomina espressamente i miei amici, ma perché? Il motivo è legato al fatto che i miei amici, o più generalmente i miei coetanei, sembrano non sentirsi in grado di fare il primo passo nel mondo del lavoro. Non sto parlando di pigrizia o dei “giovani choosy”, ma dell’idea che in quanto studenti universitari non si vedano ancora capaci di affacciarsi al mondo esterno. Credo che le motivazioni siano varie, e che principalmente si colleghino ad una vera e propria mancanza di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, alla mancata offerta di possibilità da parte delle università e alla mancata conoscenza dei metodi per raggiungere potenziali datori di lavoro. Ci tengo a precisare nuovamente che il motivo per cui sto affrontando questo argomento non è per denigrare le capacità altrui, o per esaltare le mie o tantomeno per rendere tutti quanti i miei lettori delle donne/uomini d’affari. Il mio scopo è di mostrare che con un po’ d’impegno possiamo raggiungere tutto ciò che vogliamo: la distanza tra noi e quello che desideriamo è colmabile con un’email o un messaggio di LinkedIn.

Togliamoci in maniera veloce e indolore la questione università e le possibilità che quest’ultima possa offrire. Ne ho parlato ampiamente nello scorso post e non credo ci sia molto altro da dire. Tuttavia ci tenevo a precisare che, da quello che so, la mia università spinge molto i propri studenti a fare attività extra curriculari e, di conseguenza, anche a lavorare. Non tutte le università inglesi lo fanno con la stessa intensità, e forse (nel bene o nel male), anche io ne ho sentito l’influsso.

Parlavo con una mia amica dei nostri piani per l’estate, qualche mese fa, ed è stato in quell’occasione che mi sono sorpreso di quanta poca fiducia nelle proprie abilità e possibilità abbiano (alcuni) miei coetanei. Rispondendo al suo ‘Cos’hai fatto la scorsa estate?’, le ho iniziato a parlare del fatto che avessi iniziato a scrivere questo blog, delle mie collaborazioni volontarie con altre organizzazioni non governative legate allo sviluppo sostenibile e della mia esperienza in Ghana (vedi articoli precedenti). Mi è rimasta impressa la sua reazione a tutto ciò: ‘Ma hai trovato tutto questo da solo? Anche se sei solo al secondo anno di università, ti fanno lavorare con loro?’. Io che, in effetti, ero riuscito a crearmi queste possibilità, non mi ero forse reso conto dell’idea dominante tra i miei amici: uno studente universitario è semplicemente uno “studente” che deve ancora imparare. Come se essere all’università fosse un limite, una gabbia in cui ti chiudi per studiare ed ingurgitare nozioni, e non un trampolino di lancio verso la vita futura (che di esami ne avrà ben pochi e in forme diverse). Dopo aver premesso che le mie esperienze di lavoro erano state tutte (purtroppo) volontarie, le ho spiegato semplicemente che per fare tutto ciò mi ero messo in gioco. Ovvero, avevo preso l’iniziativa ed ero stato Proattivo. Nessuno verrà da te ad offrirti il lavoro dei tuoi sogni, tantomeno ti darà mai la possibilità di crescere come persona.

Che cosa ho fatto quindi, precisamente? Quali sono i miei segreti super-magici? Qual è la mia ricetta per il successo e per l’eterna giovinezza? Proattività!

Durante le vacanze di Pasqua dello scorso anno, mentre cercavo di procrastinare dallo studio, ho provato ad essere produttivo e a cercare qualcosa da fare durante l’estate. E’ così che ho iniziato a cercare organizzazioni, associazioni e think tanks il cui operato fosse in linea con i miei studi ed interessi. Ho trovato i loro siti web e di conseguenza le email per contattarli, e allo stesso tempo li ho aggiunti al mio network di LinkedIn. Perché sì, cari ragazzi, parlare di LinkedIn può fare paura, ma se usato in maniera saggia può essere piegato al tuo volere (bisogna stare al gioco nel sistema ogni tanto).

E poi? Con un profilo di LinkedIn dove parlo delle mie esperienze di lavoro passate e con un Curriculum aggiornato e in inglese, ho dato inizio ai giochi. Piccola premessa: in quel periodo non avevo nessuna esperienza nel settore dello sviluppo sostenibile o dell’ambiente, tuttavia questo non mi ha fermato! La ragione sta nell’essermi fatto avanti e aver dimostrato che, pur essendo uno studente universitario senza esperienza, avevo decisamente molta voglia di mettermi in gioco in un settore che mi appassiona. In una formula semi-matematica?

Iniziativa + Proattività + Passione + Genuinità = Possibilità.

Così ho mandato il mio curriculum via email ai potenziali datori di lavoro, utilizzando la stessa email come breve lettera di presentazione dove spiegavo chi ero, che esperienze (poche) avessi fatto e cosa stessi cercando (collaborazione volontaria, scrittura di articoli ecc.). Allo stesso tempo, mi sono messo in contatto per messaggio con persone che lavorano in organizzazioni interessanti tramite LinkedIn: esiste per questo, non abbiate paura! C’è stato chi mi ha ignorato, chi ha risposto ma poi è scomparso e chi mi ha detto di non essere interessato. No, non sto parlando della mia vita sentimentale, anche se inizio a notare dei parallelismi. Ma! Ho ricevuto anche email di interesse e messaggi che mi hanno davvero aiutato, fino ad arrivare a dei colloqui via Skype e pure a delle vere e proprie offerte (senza vedere una lira, don’t worry). ‘Great success!’ direbbe Borat. Avevo perciò riempito la mia estate ed ero pronto a tuffarmi, o meglio a bagnare la punta dell’alluce, in quello che poi sarebbe diventato il mio futuro settore professionale (mi sento vecchio ad usare certi termini, aiuto).

Mi sento soddisfatto di quello che sono riuscito a raggiungere e lo devo principalmente all’essermi messo in gioco, uscendo dalla mia comfort zone. Che poi questa sia una lezione da applicare in ogni ambito della nostra vita è un’altra storia… Tuttavia, quest’articolo voleva solamente ridare forza e sicurezza ai miei coetanei. Fare qualche lavoretto è possibile e, a questi livelli, non richiede neanche un alto grado di esperienza. Soprattutto, entrare nel mondo del lavoro (mamma mia quanto odio questa espressione) anche solo per breve tempo, offre un’incredibile opportunità di sviluppo personale e di crescita. Come avrei mai potuto capire che non sarei voluto diventare un entomologo se non avessi lavorato in un laboratorio di ricerca per tre settimane? (Grandissimo rispetto per loro, è solo che non fa per me). Come avrei capito che mi piace scrivere e che mi riesce in maniera decente, se non ci avessi mai provato e non mi fossi messo in gioco nel famelico mondo di internet? Mentre stiamo a guardare, i treni passano e perdiamo l’opportunità di crescere (a poco a poco e senza essere pagati, ovviamente). Il mondo è di chi se lo prende.

Minnesota nice e la scoperta del mondo

Il Minnesota nice: ormai mi circonda da mesi e piano piano sto imparando a capirlo ed apprezzarlo un po’ di più. Non conoscete il fenomeno? Basta fare un rapidissimo e molto-poco-scientifico giro su Wikipedia, che definisce il Minnesota nice come “The stereotypical behavior of people from Minnesota to be courteous, reserved, and mild-mannered, is popularly known as Minnesota nice (also called Midwestern nice when applied to the rest of the Midwestern states). The cultural characteristics of “Minnesota nice” include polite friendliness, an aversion to confrontation, a tendency toward understatement, a disinclination to make a fuss or stand out, emotional restraint, and self-deprecation.

Inizialmente lo percepivo unicamente come una delle tante cose poco autentiche che caratterizzano la cultura americana, una delle tante ipocrisie, un insieme di manierismi e perbenismi che mi hanno sempre indispettito in quanto amante dell’onestà e della veridicità delle cose. Ma con il passare dei mesi ho iniziato ad ampliare le mie vedute ed estendere la mia analisi, se cosi la possiamo chiamare, non solo agli adolescenti minnesotani, ma anche a tutte quelle persone più grandi, gli adulti insomma, che vivono intorno e insieme a me qui, nel Minnesota. In realtà, devo ammetterlo, è proprio grazie a loro che ho scoperto quanto il mio caro Minnesota potesse avere tutta un’altra serie di significati oltre a quella serie di manierismi apparentemente poco sinceri. Significati nuovo e ben più importanti.

Quel che ho capito, infatti, é che qui le persone non intendono il Minnesota come “solo un luogo”: il Minnesota è per loro come un valore da rispettare, uno schema di leggi e consuetudini non scritte ma ben radicate, che puntano a mettere l’ospite a proprio agio, ad integrare il diverso, a far sentire qualsiasi persona benvenuta nelle proprie case, strade e città. Ed é proprio grazie a quel Minnesota nice che all’inizio sembrava un po’ ipocrita, che ho imparato un po’ ad amarlo anche io, questo posto. Come? Beh, partiamo dalle cose semplici… qui c’è un clima bizzarro, un freddo gelido che d’inverno ci costringe tutti a ripararci e passare la maggior parte del tempo al chiuso, a casa, per evitare un vero e proprio congelamento e, in balia di queste condizioni climatiche, le persone si sono ben attrezzate di pazienza e hanno cercato di rendere le loro case confortevoli ed accoglienti, fors’anche più del dovuto – ed eccovi servito un primo piccolo pezzetto di Minnesota nice. Ma non finisce qui! La cosa più bella é che hanno cercato di diffondere una gentilezza che non esiterei a definire cosi accogliente, calda, che potrebbe persino aiutare a sciogliere il ghiaccio circostante, a spezzare l’isolamento forzato del lungo, temibile inverno.

Relazionandomi conperonse più grandi di me ho imparato nuovi modi per organizzare la mia vita, per arrangiarmi e per applicare misure di sopravvivenza che a lungo andare diventano persino piacevoli, chi lo avrebbe mai detto? Ho persino iniziato a godermi quei fine settimana caratterizzati da un fuoco in mezzo alla neve, le lunghe chiacchierate, un buon bicchiere di vino rosso e qualche marshmallows bruciacchiatoc come da copione. Ho imparato che a volte si tende a cercare altrove e negli altri quel che ci è familiare, quel che conosciamo e dal quale – per assurdo – spesso scappiamo, pretendendo poi di trovarlo in persone e luoghi completamente estranei a noi, quando invece basterebbe semplicemente ascoltare, ascoltarsi, ed imparare ad amare il diverso e ciò che è fuori dalla nostra comfort zone, ma senza mai disprezzare quel che pure conosciamo già. Avreste mai pensato che queste parole potessero venir fuori dalla bocca di una piccola marchigiana solita passare i suoi weekend in riva al mare, con qualche oliva ascolana e pasta al fumé? Io di certo non me lo sarei mai aspettata!

Ma torniamo a noi. La cittadina più grande che ho vicino, qui in Minnesota, è proprio Minneapolis, che potrei definire una metropoli vera e propria, fatta su misura e adattata alle rigide condizioni climatiche del posto. Qui invece di spostarsi e camminare e muoversi all’esterno, sono stati costruiti passaggi interni per potere permettere a chiunque di girare per la città e non privarsi di questo piacere (o necessità), restando al caldo. Ci sono tutto un insieme di ponti comunicanti che connettono le varie mete, e tutto sembra proprio esser stato progettato e costruto allo scopo di rendere l’ambiente piacevole e rilassante, che distogla l’attenzione dal problema climatico (ironicamente, un pensiero va sicuramente alla fabbrica di cioccolato di Willie Wonka, con strade e passaggi imprevedibili e lavoratori degni di nota). Insomma, anche la metropoli di Minneapolis, le sue strade, i assaggi, tutto, proprio tutto smebra essere un pezzetto, un tassello di quel puzzle chiamato Minnesota nice.

Il concetto di Minnesota nice, quindi, per quanto possa essere frainteso o mal interpretato da molti, soprattutto se ci si ferma alla prima impressione, è in realtà un proposito vero e proprio e volto al bene dell’altro e che, a mio parere, rende questi gelidi abitanti non solo amabili, ma forse pure un esempio da seguire. Basti pensare che il loro mantra è: quale mezzo migliore di parole gentili e gesti amichevoli per curare la malinconia umana, o semplicemente, per non essere tristi?

Per chi fosse già pronto a pensare che in Minnesota sia tutto perfetto, beh lasciatemelo dire, ovviamente ci sono  effetti collaterali legati a questo modo di essere e comportarsi. Quali? Vi basti pensare questo: se le persone cercano tutte e sempre di rendere ogni cosa confortevole ed indimenticabile, a dream, questo stesso comportamento puo’ tendere – e succede molto spesso – a soffocare e reprimere le emozioni reali, quelle pure negative agari, ma autentiche. Un tratto che io trovo puramente americano: pur di avere una vita senza conflitti e litigi, le persone decidono di soffocare anche l’ultimo briciolo di rancore, con tutte le conseguenze che ne derivano…

Insomma, un universo parallelo per noi italiani, che siamo tutto tranne che gente dedicata a reprime le emozioni, e cosa che ho personalmente sempre amato della nostra cultura. Per le nostre strade si percepiscono distintamente il baccano, addirittra a volte le grida, le espressioni spesso colorate e pittoresche, i gesti tipici della nostra cultura: tutte cose che mi fanno pensare ad un popolo che vive di emozioni forti, che lotta, che ricerca la bellezza e non resta mai in silenzio. Mi piace pensare che noi italiani siamo un’esplosione, un uragano di profumi, luci e rumori che ci permettono di emanare un calore particolare che spesso, mentre guardo la silenziosa e meravigliosa neve che mi circonda, tendo a ricordare malinconicamente, “alla faccia” del Minnesota nice.

 

Imperialismo Televisivo: perché amo gli Stati Uniti?

Se avessero chiesto al Nicola di sedici anni ‘Dove ti vedi tra cinque anni?’, avrei probabilmente masticato qualcosa come ‘Università… Medicina… Forse?’ per poi arrossire e sfoggiare il mio goffo sorriso a bocca chiusa (rigorosamente per nascondere il sottostante e luminoso apparecchio fisso). Non mi sarei mai aspettato di finire a studiare in Inghilterra, così lontano da casa, per poi dovermi ricostruire una vita che fosse (per la prima volta?) completamente mia. O meglio, non avevo mai espresso alcun interesse specifico nei confronti della perfida Albione: è semplicemente successo. Come quando da piccolo pedali in giro per la città, ti distrai e cadi dalla bicicletta senza neanche rendertene conto, semplicemente succede e non resta che alzarsi e accettarlo. Aspettate… E’ un paragone poco poetico e sbagliato: sembra che io sia stato in balia degli eventi e stia cercando di trovare una giustificazione. Infatti, al contrario, ho deciso personalmente di intraprendere questo viaggio, che poi si è rivelato essere una delle scelte più incredibili e soddisfacenti che mi potessero capitare. Mettiamola così: un po’ come Obelix, sono andato verso il calderone della pozione magica, sapendo cosa contenesse, ma è capitato che ci cascassi dentro e ora sono forte oltre ogni misura. E’ semplicemente successo e non lo rimpiango in alcun modo.

Il sogno dell’Inghilterra apparteneva a mia sorella, che fin dalle scuole medie avrebbe voluto trasferirsi a Londra per aprire un negozio di fiori, vivere nel centro nevralgico di una cultura edgy e stilosa, ma al contempo elegante e carismatica. Io invece volevo andare negli Stati Uniti per studiare, per farmi venire il torcicollo a forza di guardare in alto verso i grattacieli di Manhattan o per andare con lo skateboard a Venice Beach per poi fermarmi in spiaggia a prendere il sole. Il cuore di mia sorella batteva al ritmo di David Bowie, e il mio a quello dei The Black Keys ma, ironicamente, nessuno dei due è finito per trasferirsi dove desiderava. Per adesso (?).

Ma come nascono certe idee? Cosa c’è all’origine di certi sogni?

Qualche tempo fa un mio amico mi ha ricordato che nel mio primo giorno di liceo, durante la nostra prima presentazione alla classe dissi ‘Andrò a studiare all’estero dopo le superiori’. Apparentemente il piccolo Nicola era molto intraprendente, a mia insaputa in quanto me ne ero completamente dimenticato. Tuttavia so che ci deve essere stato un motivo per il quale gli Stati Uniti abbiano sempre avuto una forte influenza sui miei gusti e le mie scelte.

La mia teoria è semplice: attraverso la televisione. Lascia un figlio in balia dei programmi televisivi del primo pomeriggio e te lo ritroverai colonizzato dagli USA. A parte, ovviamente, attraverso il fascino giocato dai brand di moda, dalla musica e dallo sport, credo che l’imperialismo americano sia riuscito ad avere una forte presa sul giovane Nicola grazie alla televisione. Non ce ne rendiamo conto, ma la maggior parte dei programmi che abbiamo amato da ragazzini sono americani. Siamo cresciuti con loro e abbiamo assorbito i valori da loro promossi, nel bene e nel male. E così io ho iniziato ad innamorarmi di New York grazie ad How I Met Your Mother e a Friends (per poi scoprire che sono stati entrambi girati a Los Angeles) e della California grazie a O.C. (Summer Roberts, sei stata la mia prima cotta), solo per citare due tra i tanti esempi. Dal modo di vestirsi passando attraverso l’umorismo e al modo di parlare, abbiamo assorbito per osmosi tutto.

Ci sono lati positivi? Credo di sì, perché ancora ad oggi trovo programmi come i Simpson (solo le prime stagioni, sorry) capaci di farmi ridere tramite battute intelligenti. Oppure, semplicemente, quando sono a casa e accendo la televisione, quello che guardo è capace di riportarmi alla mia infanzia, a delle atmosfere familiari che ho abitato per anni.

Cambierei qualcosa? Onestamente sì. Forse il fatto che siamo legati a certe culture e diamo per scontata l’appartenenza ad un sistema di valori esterno al nostro può dimostrare che l’imperialismo ha fatto il suo effetto. Forse siamo davvero tanto assuefatti ad uno stile di vita dominante che se ci togliessero Una Poltrona Per Due la sera della Vigilia di Natale, non avremmo più un’identità. Dopo tutto, cosa faresti la sera del 24 Dicembre senza la televisione? Parleresti con i tuoi nonni o parenti, per scoprire di più riguardo alla loro vita? Neanche per scherzo, per piacere…

Il Nicola di sedici anni, che non sapeva che sarebbe finito in Inghilterra, non vedeva l’ora di tornare a casa dopo scuola per fuggire a New York o a Springfield. Col suo apparecchio e i capelli alla Justin Bieber sognava Central Park e l’Orange County, forse perché erano le sue uniche vie di fuga. Non avrebbe mai immaginato di essere in Inghilterra solo cinque anni dopo, e forse l’aver fantasticato terre lontane l’ha sempre tenuto pronto per la partenza. Non provo rancore, ma sono solamente sorpreso di quanta influenza abbiano avuto certi fattori sulla mia vita, senza che me ne rendessi conto. La soluzione è esserne consapevoli ed evitare di perdere il controllo, usando sempre la propria testa. A volte cadi dalla bici e ti devi rialzare, altre cadi nel pentolone ma ne esci ancora più forte.

Intervista a Eleonora Vanello, Italian in Scozia. Il suo mantra? Determinazione, flessibilita e networking

Un regalo di laurea che si è trasformato in una nuova vita, in Scozia, lontano dall’Italia. Non era in programma ma per Eleonora Vanello, 32 anni originaria del Friuli Venezia Giulia, è andata proprio così: per festeggiare la fine dell’università a Trieste – ci ha raccontato lei – il padre le aveva regalato un mese in una scuola di lingua a Edimburgo.

L’obiettivo era migliorare la conoscenza della lingua inglese.  Il risultato? Oggi la nostra Italian del mese è Event Manager per la Paramount Creative, un’agenzia di marketing ed eventi, e sta organizzando un festival italiano in George Square a Glasgow.

Le sue passioni sono il food & beverage: per mantenere viva questa passione, Eleonora fa parte del Board del chapter edimburghese di Slow Food e scrive come contributor in una rivista di food & drink locale (Bite Magazine).

Per lei non si tratta solo di conoscere le storie dei prodotti di una terra, ma anche di assaggiare, discutere e comprendere le loro realtà.


Eleonora, raccontaci qualcosa di te: guardando indietro verso le tue scelte, avresti mai immaginato che la tua vita sarebbe stata in Scozia un giorno?

In realtà non avrei mai pensato di lasciare l’Italia, ma un viaggio a Edimburgo mi ha cambiato la vita e lo spostamento mi è sembrato naturale. Non ho mai lavorato in Italia ma credo che il Regno Unito sia molto meritocratico: se una persona è brava ha buone possibilità di crescita, tutti qui.

Dovrebbe essere sempre così semplice e immediato, no? Poi, sicuramente frequentare un corso universitario in UK aiuterebbe ad ottenere posizioni alte, ma anche così non mi posso lamentare.

Parlando del tuo lavoro: cos’è che fa di preciso un Event Manager? Quali sono i tuoi compiti?

Attualmente organizzo eventi per la Paramount Creative, un’agenzia di eventi, design e marketing che a breve festeggerà i suoi primi di 10 anni di attività.

Il nostro CEO è una persona molto acuta e con ottime doti imprenditoriali: anni fa ha visto nel mercato dell’intrattenimento e dell’hospitality un’opportunità, ed ha iniziato a produrre una guida. Poi è passato agli awards, un’industria che qui in UK è molto interessante soprattutto perché ci sono premiazioni più o meno per tutti i settori e le varie attività.

Nel portfolio della Paramount Creative rientrano anche gli Italian Awards, ed essendo io italiana mi è stata offerta l’opportunità di organizzarli per incrementarne l’autenticità. Il mio lavoro quindi è quello di organizzare il processo di votazione, comunicazione ed organizzare il gala finale dove vengono scoperti i vincitori. Quest’anno la Paramount Creative ha anche deciso fosse tempo di creare un festival italiano a Glasgow, “Sagra Italiana”, per celebrare la comunità italiana in Scozia durante la Festa della Repubblica. Ed eccomi qui a organizzare un festival a cui si sono già registrate 6000 persone.

Un’italiana che programma un festival italiano in Scozia. Alla fine, i punti si uniscono sempre…

Non avrei mai pensato di lasciare l’Italia, ma la vita mi ha proposto la Scozia e io l’ho accolta a braccia aperte. Mi sono innamorata subito della città, della sua storia, della sua bellezza e dopo un breve periodo mi sono trasferita stabilmente nella capitale scozzese.

L’occasione è avvenuta quando mi è stato offerto uno stage presso la branch scozzese della Camera di Commercio e Industria Italiana per il Regno Unito, che noi la abbreviamo in ICCIUK per comodità. Poi, ho aiutato una start up italiana di import, a cui è seguita la posizione manageriale alla ICCIUK e in parallelo il lavoro come segretaria al Console Onorario d’Italia a Glasgow. A gennaio ho iniziato con la Paramount Creative ed eccomi qua a parlarne con te.

Quindi in Scozia c’è una comunità di italiani forte, se avete deciso di organizzare anche un festival di unione su queste due culture, giusto?

Assolutamente sì, la comunità italo-scozzese è molto grande e le prime migrazioni di italiani, in epoca contemporanea, risalgono alla fine del 1800.

Mi affascina sempre molto parlare con italo-scozzesi di seconda o terza generazione e ascoltare le storie di quando le famiglie italiane arrivavano qui e aprivano gelaterie, gastronomie o anche fish&chips. Gli scozzesi, poi, sono un popolo super friendly sempre pronto a sorridere e ad aiutare la propria comunità. Che non per forza è fatta di soli scozzesi.

Quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia? C’è qualche mito da sfatare oppure la vita all’estero è davvero così diversa da quella italiana?

Credo ci siano dei pro e dei contro. Essendo una giovane donna che ha ricoperto ruoli istituzionali (ad esempio: Branch Manager per la ICCIUK) mi sono sentita maggiormente ascoltata e valorizzata in UK.

In Italia è capitato che alcune persone non mi prendessero sul serio dato il sesso e l’età. Sicuramente ci sono differenze tra l’Italia e l’Inghilterra non solo dal punto di vista lavorativo, basti pensare che qui la gente è sì più rispettosa, ma d’altro canto non possiamo scordarci che l’Italia ha un sistema di welfare assolutamente migliore!

E in ambito lavorativo, invece?

Solitamente gli scozzesi lavorano dalle 9 della mattina alle 5 del pomeriggio, dal lunedì al venerdì, e poi vivono la propria vita. Gli ambienti di lavoro sono positivi e relativamente tranquilli. I colleghi sono carini e riconoscono il fatto che tu, straniero, stai lavorando in una lingua che non è la tua. Non mi sono mai sentita giudicata ma sempre supportata.

Per un giovane credo sia importante, se non fondamentale, essere supportato nella sua crescita professionale. In Italia per molti è difficile, tu cosa ne pensi?

Credo sia difficile per i giovani che entrano nel mondo del lavoro in Italia sapere che verranno pagati il minimo o che saranno sottopagati… Così facendo l’indipendenza è difficile da raggiungere. Personalmente, il mio mantra è fatto di tre parole che mi porto sempre dietro: determinazione, flessibilità e networking.

Ovviamente non voglio fare di tutta l’erba un fascio ma reputo sia un problema importante. Alcune regioni e/o settori dell’economia italiana hanno maggiori difficoltà, altri meno. Ad esempio, ho degli amici che hanno ottimi lavori mentre altri, anche se molto talentuosi, ancora non riescono a trovare un’occupazione.

Sarebbe bello ci fossero maggiori opportunità per i giovani e maggior rispetto per il loro lavoro (a cui dovrebbe essere riconosciuto uno stipendio adeguato o anche un riconoscimento delle proprie qualità e conoscenze, anche se appunto giovani). In altri Paesi europei forse c’è più attenzione per questi piccoli ma importanti dettagli.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle realtà di vita conosciute all’estero?

No, non ho intenzione di tornare in Italia, almeno per il momento. Mi piacerebbe spostarmi in un posto più caldo, però. Così come mi piacerebbe lavorare maggiormente con i piccoli produttori alimentari o di bevande, contadini, e allevatori che mantengono l’autenticità e le tradizioni scozzesi vive. Magari occupando la posizione di Business Development Manager o di Liaison Manager all’interno di istituzioni scozzesi.

 

 

 

Penelope non resta a casa – Sguardo critico sulla migrazione femminile a Barcellona

Dal 2013 al 2017 la mobilità italiana è aumentata del 60% passando da poco più di 3 milioni a quasi 5 milioni di persone.

Al 1 gennaio 2017, infatti, gli italiani residenti oltre i confini nazionali e iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) sono  4.973.942, circa l’8,2% della popolazione italiana e nello specifico nella città di Barcellona 29.272 (54,6%  uomini e 45,4% donne) confermandosi come prima comunità migrante, seguita da cinesi e pakistani.

Personalmente considero la mobilità come una risorsa, sebbene non posso non considerare il suo lato dannoso se a senso unico – quando cioè è una fuga di talento e competenza e non è corrisposta da una forza di attrazione che spinge al rientro.

Solamente equilibrando partenze e rientri avviene la “circolazione”, che è espressione della mobilità, in quanto sottende tutte le positività che derivano da un’esperienza in un luogo altro e dal contatto con mondi diversi.

Questa premessa è fondamentale per sottolineare il grave problema dell’Italia di oggi, il cosiddetto brain exchange, cioè l’incapacità, non tanto di trattenere, ma di attrarre talenti. Così intesa, la mobilità diventa unidirezionale, dall’Italia verso l’estero, con partenze sempre più numerose e con ritorni sempre più improbabili.

La questione non è tanto quella di agire sul numero delle partenze ma piuttosto di trasformare l’unidirezionalità in circolarità in modo tale da non interrompere un percorso, continuo e crescente, di apprendimento e formazione, da migliorare le conoscenze e le competenze mettendosi alla prova con esperienze in contesti culturali e professionali diversi, al passo con un mondo in continuo mutamento.

Attraverso questa strada di valorizzazione continua è possibile passare quindi dal brain exchange alla brain circulation.

Ma all’interno della più ampia “Fuga di Cervelli”, voglio evidenziare un importante cambio di patron del profilo migratorio di italiani a Barcellona, in special modo ponendo un focus sulla figura della donna come fattore chiave del mutamento.

Le donne – di cittadinanza italiana, con passaporto italiano e diritto di voto – residenti nell’Area Metropolitana di Barcellona al 1° gennaio 2017 sono 13.292, (quelle iscritte all’AIRE), ma si stimano a quasi il doppio, provenienti principalmente da Sicilia, Campania, Lombardia, Lazio e Piemonte.

Per quanto riguarda le classi di età, espatriano a Barcellona donne che hanno tra i 18 e i 34 anni (22,3%) in possesso di titoli di studio e con una qualificazione elevata che ricoprono posizioni di rilievo e responsabilità.

La classe di età più numerosa però risulta essere quella  tra i 35 e i 49 anni ovvero nel pieno dell’età lavorativa (23,4%); sotto al 19% vi è chi ha tra i 50 e i 64 anni; infine,più di 65 anni (20,2%).

Non si parla più dunque di una migrazione femminile conseguente al raggruppamento familiare alla quale si è assistito dagli anni ’70 ai successivi ’80, ma ci troviamo davanti ad un’ondata migratoria la cui causa è soprattutto la ricerca di una posizione di lavoro altamente valorizzata e del miglioramento della qualità di vita.

È evidente il capovolgimento ideologico che nell’immaginario collettivo configurava l’uomo, il padre di famiglia o il giovane, costretti ad emigrare in solitudine per cercare lavoro all’estero e riuscire a sostentare a distanza la sua famiglia.

Un percorso non privo di ostacoli che terminava con il ritorno dell’eroe nel Paese d’origine, arricchito e ripagato dei suoi sacrifici.

A fronte del processo di emancipazione femminile, la migrazione di noi giovani ragazze è generalmente self-oriented, ovvero uno strumento per assicurarci un processo di soddisfazione personale sia in campo professionale sia affettivo, piuttosto che un progetto per migliorare le condizioni economiche delle famiglie d’origine.

Soddisfazione che ci vediamo negata in un’Italia immobile e decadente.

Ma cosa ci ha spinto a prendere questa decisione drastica?

Secondo la mia opinione, la maggior parte delle donne che si trasferiscono a Barcellona lo fa per Amore.

Premettendo che esistono differenti tipi di Amore, primo fra tutti l’Amor Proprio, motore e fuoco della ricerca di una nuova identità.

Questa sostanzialmente è stata la motivazione alla base della mia decisione di trasferirmi oltre confine e delle ragazze che in questa mia avventura ho avuto il piacere di conoscere.

Qui le donne che emigrano hanno la possibilità di vivere in una società inclusiva, un ambiente coinvolgente dove sentirsi accettate e rispettate nella più semplice quotidianità.

E tutto ciò non le permette solamente di sentirsi in sicurezza, ma di essere parte integrante di una comunità, identificandosi in essa ed assorbendo il concetto di biculturalità.

Barcellona è la città della metamorfosi, nella quale ci si ritrova consapevolmente ad aprire certe porte segrete della nostra esistenza, rendendoci conto di aver permesso l’estinzione dei nostri sogni e desideri più cari, la dissoluzione delle nostre speranze, dei nostri progetti più importanti. E tutto per la paura.

Ogni migrazione è un salto nel vuoto, solo che io ho imparato, qui a Barcellona, che invece di nascondere le mie paure sotto il letto, è meglio se lì ci ripongo le valigie pronte per la prossima avventura.

 

Apriamo gli orizzonti a apprezziamo i momenti: l’Amore ai tempi di Delhi

Imparare ad apprezzare la vita. In tutti gli aspetti. Per quello che soffriamo e per quanto impariamo, Per il  Sorridere nelle giornate di sole, scrivere nelle giornate di pioggia. Interagire con tutte le tipologie di essere umano, da quelli più’ arroganti, a quelli più’ quieti, e sapere affrontare tutti Ii tipi di situazioni. Questo é quello che dobbiamo imparare dalla vita. Imparare a vedere la bellezza in ogni singolo momento.

Appena rientrata da un viaggio in India, ho riscoperto la gioia degli amici e l’importanza di rimanere legati a persone che ci hanno conosciuto nel passato e che, nonostante gli anni passino, ci considerano sempre come dolci, gentili e pronti ad aiutare.

Non sembra, ma il lavoro molto spesso attrae tutte le nostre energie e ci permette di respirare un pochino solamente uno o due giorni la settimana.

Stare con gli amici significa anche poter discutere e scambiare opinioni a proposito di temi che molte volte vogliamo capire ma che risultano difficoltose nella comprensione, in termini culturali.

A Delhi sono venuta a contatto con una cultura completamente differente dalla nostra, soprattutto per quanto riguarda le pratiche del matrimonio. I colori dell’India sono sgargianti, le danze non finiscono mai e le cerimonie per gli sposalizi durano normalmente una settimana (noi abbiamo celebrato il matrimonio di un nostro amico per tre giorni solamente).

Il matrimonio, nelle maggioranza dei casi, è combinato. i genitori del ragazzo o della ragazza cercano un partner per i propri figli, secondo la casta sociale, e i ragazzi iniziano quindi ad “incontrare” partner potenziali, con i quali sono chiamati a decidere, in tempi brevi ( in totale circa un anno dal primo incontro, se si decide di continuare gli incontri) se passare il resto della propria vita con la persona “prescelta”.

Un sistema alquanto severo, che non dà spazio al “romance”, ma piuttosto all’accettazione della persona nella famiglia dell’altra. Un “matrimonio sociale” più che d’amore, sposando la cultura e la famiglia dell’altro, con il quale poi si vive (da sposati, le coppie vivono con le famiglie, in grandi case su diversi piani).

Questa visione dell’amore è diversa dal nostro amore moderno. Noi prendiamo il tempo per conoscerci, ma facciamo anche molto in fretta a desistere e a cambiare, cercando un partner più consono alle nostre esigenze e desideri. Un amore “usa e getta”, potenziato dalla tecnologia che sembra avere la migliore risposta possibile se qualcosa non funziona. Non funziona? Non preoccuparti, troverai un’altra persona in un clic di computer.

In entrambi i casi, non dovrebbe essere così ( né matrimonio combinato da famiglie, né scelta di partner secondo le nostre necessità momentanee). Dovremmo trovare un amico/un’amica prima di tutto, che ci voglia bene per come siamo e per quello che facciamo, indipendentemente dal soddisfare i nostri desideri. Dovremmo arrivare ad essere in una relazione amorosa con un’altra persona quando la nostra felicità non dipende dall’altro, ma la completa, aumentandola.

Non essere emotivamente dipendenti da qualcuno, ma anzi, camminare fianco a fianco, e gioire insieme dei momenti insieme, apprezzandoli, e darsi una mano nei momenti di difficoltà.

Se si intende la vita come momenti passati insieme alle persone che ci sorridono e a cui noi diamo affetto, é possibile costruire un mondo felice e duraturo con un’altra persona, basandosi sul rispetto reciproco, la consapevolezza di essere individui autonomi, con propri impegni e passioni, che scelgono autonomamente di dedicare il proprio tempo vitale con una persona piacevole, che ci aiuti a comprendere il significato della vita, e che sia una luce che illumina ancora più fortemente la nostra luce di vita.

Pillole di felicità in viaggio in India. Prendiamo il tempo per decidere e per apprezzare la bellezza della vita.

Intervista a Elettra Antognetti, Media Manager presso lo Scottish Government

Partire dall’Italia – e più precisamente da una piccola cittadina del Levante ligure a due passi dalle Cinque Terre – passando da Berlino e Bruxelles per arrivare quindi a Edimburgo. Nulla di tutto questo era nei piani di Elettra Antognetti, eppure, a 29 anni appena compiuti, la nostra Italian del mese è oggi Media Manager presso lo Scottish Government.

Nella storia di Elettra – poeticamente parlando – c’è un filo rosso che unisce tutte le sue esperienze: è quello del cercare di migliorarsi continuamente, uscire dalla ‘comfort zone’ e affrontare nuove sfide mantenendo sempre lo stesso impegno e curiosità – che si tratti di imparare una nuova lingua, imbracciare una videocamera o allenarsi per una maratona. O, perché no, un lavoro nel team di comunicazione del governo scozzese. Per questo la sua è una di quelle storie positive che merita di essere raccontata.

Ecco cosa ci ha raccontato in un sabato pomeriggio di fine novembre, in collegamento Skype da Edimburgo.


Ciao Elettra! Sappiamo che sei media manager al governo scozzese, un lavoro molto ambito in Italia e non solo. Puoi raccontarci di cosa ti occupi più nello specifico?

Il mio lavoro parte dalle mansioni classiche dell’ufficio stampa, come ad esempio produrre comunicati e news che riguardano le politiche del governo. Ma non solo: a livello quotidiano, fa parte del mio ruolo consigliare i ministri circa le strategie comunicative da adottare e interagire con i media nazionali e internazionali per far si che venga dato il giusto spazio alle policies implementate a livello governativo. Più nello specifico, faccio parte del team che si occupa di consigliare il Primo Ministro Nicola Sturgeon e altri ministri in relazione alle politiche internazionali e Brexit, un tema veramente molto interessante. Ho anche il piacere di accompagnare i vari ministri nelle loro uscite ufficiali, dando supporto e interagendo con i media e il pubblico: un lavoro molto interessante che mi permette anche – perché no – di girare la Scozia e scoprire nuovi posti e realtà.

Il team di comunicazione è formato da circa ottanta persone e io sono l’unica italiana anzi, l’unica straniera della squadra e una delle pochissime nel mio lavoro, anche se è comunque presente una minima componente non anglosassone. Nonostante questo, penso sia lodevole lo sforzo di apertura – seppur ancora minima – verso gli stranieri da parte di un’istituzione come il governo scozzese: la mia esperienza è sicuramente un buon segno. Al contrario, non so quanti stranieri siano attualmente impiegati dal governo italiano, soprattutto quando si tratta di comunicazione e ufficio stampa…

In generale, il Regno Unito – e la Scozia non fa eccezione – è un paese molto aperto e accogliente, c’è molta educazione nel rispetto delle diversità. Ma a livello quotidiano essere l’unica “diversa” è un po’ complicato, ci sono tante barriere, da quella linguistica a quella culturale. Ma a parte questo, devo dire che sono contenta: è un ambiente molto stimolante.

 

Facciamo un passo indietro. Raccontaci la tua storia da “Italian”, da quando hai deciso per la prima volta di lasciare l’Italia. Credi sia una sorta di vocazione personale quella che porta sempre più persone a girare il mondo, oppure è più una questione di necessità e opportunità?

La prima volta che ho deciso di lasciare l’Italia avevo 20 anni, più o meno. Sono partita per l’Erasmus in direzione Germania per studiare e poi, una volta lì, ho anche iniziato a lavorare. È stata la mia primissima esperienza ma era “a tempo determinato”, perché sapevo sarei dovuta rientrare in Italia e continuare a studiare per la laurea magistrale. Con la laurea in mano, in Italia, mi sono subito data da fare per trovare lavoro ma senza troppi riscontri.

Per rispondere alla tua domanda, penso che quella che porti sempre più giovani a girare il mondo sia una vocazione personale. Di sicuro oggi viaggiamo molto di più rispetto ai nostri genitori, è più facile spostarsi ed è tutto molto più collegato. Ma vicino alla vocazione c’è sempre una sfumatura di necessità. Io mi sono sempre sentita una expat piuttosto che una migrante – spinta a viaggiare dalla voglia di conoscere, di imparare e fare esperienze formative che mi avrebbero aperto un futuro in qualche modo migliore. Tuttavia, il voto della Brexit mi ha costretto a rivedere un po’ la mia posizione: da un giorno all’altro, è  stato come prendere consapevolezza del fatto che i britannici percepiscono gli ‘stranieri’ – che siano giovani ‘skilled professionals’ o ‘unskilled migrants’ che vivono di benefit statali – più come migranti/immigrati che non come persone che viaggiano per conoscere nuove culture e accumulare competenze. È stato un po’ deludente, ma sicuramente mi ha fatto mettere molte cose in prospettiva. Per il momento, è ancora una situazione di grande incertezza ma c’ è  la speranza che le cose vadano migliorando con il tempo.


Prima di arrivare in Scozia, hai lavorato anche a Bruxelles alla Commissione Europea. Qui di cosa ti occupavi?

Dopo la Germania, quando è arrivata l’opportunità di lavorare in Belgio per la Commissione Europea, non ho esitato: da neolaureata ho mandato una di quelle application standard e mi hanno presa. Ero nella task-force che si occupava di gestire la partecipazione dell’Unione Europea a Expo Milano 2015. Avevamo anche un nostro padiglione: ecco, io mi occupavo di comunicazione all’interno del team, assieme a una squadra di colleghi. Ma era un lavoro a tempo, creato apposta per Expo. Una volta finito, mi sono di nuovo messa in moto per cercare lavoro. La scelta della Scozia non è stata del tutto casuale: ho scelto questo paese sia per una questione di opportunita che per ragioni personali, visto che il mio compagno sta facendo un dottorato qui.


Una volta arrivata in Scozia, cos’è successo poi? Credi che all’estero ci siano più possibilità di mettersi in gioco, magari sfruttando anche quella meritocrazia che l’Italia sembra non avere?

Era la fine del 2015-inizio 2016 quando sono arrivata a Edimburgo. Dopo l’esperienza in Germania e Belgio, pensavo di avere ormai una certa praticità nell’inserirmi in un contesto nuovo, invece ho trovato qualche difficoltà e ho riscontrato che il Regno Unito è veramente un caso a se stante, diverso da ogni altro paese in cui avevo vissuto prima. Parlo non solo dei diversi riferimenti culturali e abitudini con cui si viene inevitabilmente a contatto quando si emigra, ma anche di cose pratiche come mandare un curriculum o fare un colloquio di lavoro. All’inizio ho trovato lavoro in un settore diverso da quello della comunicazione, ma poi inaspettatamente una delle agenzie di recruitment locali mi ha contattato per quello che è poi diventato il mio attuale lavoro. Anche se all’epoca non avevo grandi aspettative di riuscire a lavorare per un’istituzione di peso come il governo scozzese, eccomi qui.

Tra le cose migliori della Scozia, devo ammettere che soprattutto in ambito lavorativo ho trovato molta meritocrazia e dinamica: se l’Italia è ancora un mondo piuttosto chiuso, in Scozia è stato più facile sia avere l’opportunità di mettermi in gioco che  affrontare nuove sfide. In generale – e non parlo solo per il mio caso specifico – ho notato che qui è possibile trovare un impiego anche in settori che non corrispondono perfettamente al tuo background accademico e personale. È tutta questione di buttarsi, studiare, formarsi e aver voglia di fare.


Secondo te, quali sono i punti su cui l’Italia dovrebbe mettersi in paro rispetto agli altri paesi in cui hai vissuto?

Non ho risposte, tantomeno ricette. Ma partiamo da un presupposto: fuori dall’Italia, la meritocrazia c’è in misura maggiore che nel nostro paese. Non voglio dire che tutti i problemi italiani si colleghino a questo, c’è anche dell’altro –  dalle troppo incerte politiche attive per i giovani a un mondo universitario scarsamente collegato a quello lavorativo.

Posso parlare della mia esperienza: quando ancora stavo studiando in Italia, ero già attiva nella ricerca di collaborazioni giornalistiche, opportunità, stage. Nonostante le varie collaborazioni e contatti nel settore, quando è arrivato il momento di cercare un lavoro vero e proprio è stato difficile – e ricordo ancora di aver passato mesi e mesi senza riscontri. Sicuramente alcuni settori (come le industrie creative e la comunicazione) sono più problematici di altri, ma la difficoltà è generalizzata: i miei coetanei in Italia si adattano lavori che non sono quelli per i quali hanno studiato, alcuni hanno contratti pessimi, altri ancora nemmeno hanno la possibilità di lavorare.

Credo che ci siano vari problemi a monte à dalla lentezza burocratica nel cambiare le cose alla classe politica poco efficiente. Tuttavia, questa non è una giustificazione valida, dal momento che tanti altri paesi con classi politiche poco efficienti offrono maggiori opportunità lavorative dell’Italia. Non so cosa sia necessario fare, ma sicuramente bisogna fare qualcosa al più presto.


Il mondo lavorativo britannico ha i suoi vantaggi, ma forse per noi italiani può essere difficile da comprendere. Almeno all’inizio, credo. Tu hai avuto difficoltà a livello pratico?

Certo, le difficoltà ci sono state eccome. Per capire, ti basta pensare che qui in UK ci sono trainer e recruiter che ti insegnano come affrontare i colloqui di lavoro. C’è tutto un protocollo da seguire, e ci sono situazioni in sede di colloquio che in Italia siamo meno abituati ad affrontare – dalle ‘competency based interviews’ in cui viene richiesto di prospettare soluzioni ideali a situazioni ipotetiche, alla tecnica STAR per rispondere ai quesiti.  Viene richiesto ai candidati di essere brillanti e propositivi e di essere impeccabilmente preparati sulla storia dell’azienda. È tutto molto pratico, preciso – magari meno ‘creativo’ dell’approccio italiano, ma forse più equo? Ad ogni modo, per i britannici sembra funzionare.

Tra le altre differenze che ho riscontrato, anche quella per cui quando invii un cv qui nel Regno Unito ricevi sempre una risposta, che sia buona o meno, un feedback che ti aiuta a migliorare. In Italia invece puoi mandare anche centinaia di candidature e non sapere neppure se sono arrivate.


Passando dal lavoro alla formazione: avendo studiato sia in Italia, sia in UK che a Berlino, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi tre paesi?

Sia in ambito lavorativo che accademico, trovo che – almeno in base alla mia esperienza – la Germania e il Belgio siano una via di mezzo tra Italia e Gran Bretagna. Mentre il Regno Unito è molto improntato alla praticità, l’Italia ha indubbiamente un approccio più “libero”, meno strutturato rispetto a quello UK. Il Belgio e la Germania, invece, per quanto ho potuto vedere si piazzano a meta strada tra rigidità/organizzazione e creatività. In particolare, durante la mia esperienza lavorativa in Belgio sono rimasta affascinata dal modo unico e speciale con cui Bruxelles, capitale europea e sede delle maggiori istituzioni UE, riesca a riunire i più diversi approcci culturali all’interno della stessa città. Estremamente multiculturale, la città attira professionisti qualificati da tutta Europa e da tutto il mondo e questo, a mio avviso, è davvero stimolante. Spesso capita anche di parlare 3 o 4 lingue diverse in una sola giornata – o addirittura durante la stessa conversazione.

Anche nel mondo universitario è la stessa cosa: possiamo mettere l’Italia e la Gran Bretagna ai due estremi, e nel mezzo il Belgio e la Germania. Nessun sistema è meglio dell’altro ma varia secondo le diverse esigenze degli studenti. In Italia si studia molto, si imparano molte nozioni e si acquisisce un bagaglio culturale davvero notevole. In UK c’è molta praticità, si fanno workshop e gruppi di lavoro e questo aiuta nelle relazioni e nel lavoro di squadra.


Succede così anche nell’ambito del giornalismo e della comunicazione, che sono i tuoi ambiti lavorativi?

Sì. Dallo scorso gennaio, ad esempio, sto facendo un master in giornalismo con la Edinburgh Napier University; avendo già preso una laurea magistrale proprio in giornalismo ed editoria in Italia, ho notato che c’è molta differenza. Se in Italia ho studiato molto sui testi, qui in Scozia sto imparando ad usare programmi come Avid e Premiere Pro per girare i miei primi videoclip, o sono stata incitata ad aprire un mio blog e portfolio online. Senza contare che qui l’ambiente accademico aiuta gli studenti a sviluppare contatti utili nel loro settore in vista di un futuro inserimento nel mondo lavorativo.

E poi, c’è da dire che per fare il giornalista in UK non serve essere iscritti a un albo professionale e l’accesso alla professione è più libero nei confronti di chi scrive notizie – conta come e cosa scrivi, non il tuo titolo di studi. Ad ogni modo, le sfide ci sono eccome per chi – come me – vuole perseguire questo tipo di carriera in un paese in cui sei costretto a usare la tua seconda lingua invece della tua lingua madre. Si deve in qualche modo reimparare a scrivere da capo – non solo acquisire nuove strutture e forme comunicative, ma una nuova forma mentis e modo di vedere il mondo.


Parlando di Brexit, cosa sta succedendo ora? Sei preoccupata?

Sinceramente, credo di essere in una situazione relativamente fortunata perché, pur non essendo qui da moltissimo, sono arrivata prima del voto della Brexit. Ovviamente spero di poter continuare a lavorare qui, ma al momento l’incertezza è tanta e non si sa cosa succedera da qui al 2019. Per adesso, la mia intenzione è quella di continuare a lavorare per un po’ di tempo in Scozia ma non so se mi piacerebbe trasferirmi in pianta stabile, restare ‘per sempre’. Devo ancora decidere cosa voglio fare da grande.


Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in mente di tornare presto in Italia oppure ormai la tua vita è altrove?

In Scozia sto benissimo, ma vorrei continuare a spostarmi e a fare esperienze lavorative anche fuori dall’Europa prima di tornare a casa. In futuro, spero di poter tornare in Italia: se devo essere sincera, non me ne sarei mai voluta andare. Nonostante cio, sono contenta di essere partita: viaggiare mi ha permesso di formarmi come persona, migliorarmi, avviare la mia carriera. Soprattutto, mi ha permesso di rivedere le mie priorita e abbandonare tanti piccoli ‘pregiudizi’. Adesso mi manca la mia famiglia, gli affetti, i miei luoghi del cuore, gli amici: per questo, l’idea è quella, un giorno, di tornare. Anche se ancora non so quando.

 

Intervista a Andrea Garnero, economista all’OCSE e tra i consiglieri del governo francese. Tra resposabilità, economia, giovani e una punta di sano ottimismo.

Trentun’anni passati tra Cuneo, Bologna, Parigi, Bruxelles e Roma. Dopo aver lavorato in Commissione europea e a Palazzo Chigi, dal 2014 Andrea Garnero è economista al dipartimento per l’occupazione e gli affari sociali dell’OCSE a Parigi. Dallo scorso agosto è stato anche nominato dal Governo francese nella commissione di esperti che consiglia il governo sull’aumento del salario minimo francese. Ruoli non privi di responsabilità.

Con lui abbiamo parlato a tutto tondo dei problemi italiani: non soltanto quelli dei giovani, ma anche quelli economici. Situazioni che procedono a braccetto, perché “la conseguenza diretta di un paese che non cresce – ci ha spiegato Andrea – sono sicuramente minori opportunità di lavoro e di minore qualità”.

Buona lettura con l’intervista al nostro Italian del mese.

 

Ciao Andrea! Non vorremmo iniziare con i numeri, ma con un economista direi che è quasi impossibile. Scherzi a parte, credo siano pochi i ragazzi che a 31 anni possano vantare una posizione lavorativa come la tua, niente di meno che al dipartimento Lavoro e affari sociali dell’Ocse. Quali credi siano le chiavi di questo successo?

Esageruma nen, diremmo in Piemonte. Per altro in Austria un mio coetaneo ha appena vinto le elezioni quindi a 31 anni ci sono persone che sono andate ben più lontano. Le chiavi del successo, se di successo vogliamo parlare (ma sono diversi gli italiani all’OCSE o in altre organizzazioni internazionali), sono innanzitutto la fortuna di nascere in una famiglia che mi ha educato alla curiosità e al pensiero libero e che ha sempre messo l’investimento in capitale umano al primo posto. Poi ovviamente gli studi, il lavoro, la disponibilità a spostarsi.

 

Parlando del tuo lavoro: potresti spiegarci meglio di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? E poi, andando a ritroso e soddisfando una curiosità personale: come sei arrivato a questa posizione? Raccontaci qualcosa di te.

Sono economista al dipartimento per l’occupazione e gli affari sociali dell’OCSE. Mi occupo in particolare di salari minimi e contrattazione collettiva. Studio come queste istituzioni del mercato del lavoro funzionano nei vari paesi OCSE, cerco di capire qual è il loro impatto sull’occupazione, i salari, la disuguaglianza o la produttività e a seconda dei risultati elaboro delle raccomandazioni ai paesi su potenziali riforme da considerare. È un’area di lavoro molto stimolante che mi mette a contatto con i governi nazionali, ma anche sindacati e associazioni di imprenditori. Molti paesi negli scorsi anni hanno fatto riforme del sistema di contrattazione collettiva, la Grecia, il Portogallo, la Spagna e ultima pochi mesi fa la Francia. Ma è anche un tema molto complicato e delicato perché profondamente radicato nelle culture sindacali e di relazioni industriali nazionali che spesso contano di più delle regole formali. Inoltre da agosto scorso sono stato nominato dal Governo francese nella commissione di esperti che consiglia il governo sull’aumento del salario minimo francese. Consigliare un governo su una scelta che avrà un impatto diretto al 1° gennaio di ogni anno su milioni di famiglie non mi fa per forza dormire completamente tranquillo. Eppure o il nostro lavoro di analisi serve a informare le politiche e il dibattito pubblico con i rischi che ne conseguono oppure non serviamo a nulla.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere dove immagino la competizione sarà alle stelle, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Devo dire che lavorare all’OCSE ha vari vantaggi tra cui un ambiente lavorativo molto stimolante e non troppo competitivo. O al massimo competitivo in maniera sana, avendo tanti colleghi bravi e motivati. Sono diversi gli italiani all’Ocse, come ovunque al mondo, anche in posizioni di grandi responsabilità. Non mi sembra di aver riscontrato particolari difficoltà o pregiudizi rispetto alla mia nazionalità. Dopotutto siamo tutti immigrati all’OCSE.

 

Secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a mollare tutto? Oppure quella di partire è più una spinta personale?

Per alcuni della nostra generazione il concetto di estero non è per forza legato alle frontiere nazionali. Io ho sempre avuto un interesse per le questioni europee e internazionali, spostarmi in Francia o in Belgio non mi è sembrato un passaggio epocale, anzi era una conseguenza naturale dei miei interessi e studi. Ho messo un po’ di cose in valigia, preso un treno e sono partito. All’inizio non è stato tutto facile a Parigi, ma non perché ero all’estero, ma perché da Cuneo e Bologna ero finito in una metropoli con i suoi ritmi e le sue distanze geografiche. In generale, non credo si debba mitizzare l’estero. Semplicemente se si considera uno spazio più ampio naturalmente le opportunità sono più numerose. Se uno cerca lavoro solo nel proprio quartiere avrà sicuramente meno opportunità che se allarga lo sguardo alla città, la regione, il paese intero o il mondo. Però non possiamo nascondere che non sempre e non a tutti il nostro paese offra le opportunità che vorremmo. Non stupisce visto che sono quasi vent’anni che non cresciamo e la produttività stagna. La conseguenza diretta di un paese che non cresce sono minori opportunità di lavoro e di minore qualità.

 

Sempre sul tema formazione e meritocrazia: potresti aiutarci a fare un confronto tra l’Italia e la Francia, dove te hai studiato a Parigi alla facoltà di economia? Punti di forza e punti negativi, ovviamente.

A Parigi ho prima fatto l’erasmus all’università (una delle cosiddette “fac“, facultés in Francia), e poi la specialistica in due scuole di “eccellenza” (cosiddette Grandes Écoles), l’Ecole Normale Superieure e la Paris School of Economics in cui gli studenti sono selezionati, le classi piccole, i professori tra i principali riferimenti nei propri settori. Per chi riesce ad entrare in quelle scuole (per i francesi dopo due o tre anni di preparazione sfiancante) tutte le porte si aprono. Chi va alle fac invece si trova spesso in condizioni peggiori che in diverse università italiane tra aule strapiene, organizzazione rivedibile e ambiente di studio non per forza stimolante. Un investimento (pubblico) vero nell’eccellenza è la differenza principale con l’Italia. Però università generali di buona qualità, non per forza per formare ricercatori di frontiera, sono anche molto importanti e su questo anche la Francia può e deve ancora fare meglio.

 

Partendo dalle tue esperienza economica e tenendo fisso lo sguardo al futuro dell’Italia: quali credi che siano i maggiori problemi da risolvere in ambito lavorativo?

Vaste programme. Ci vorrebbe un libro almeno, non un’intervista, per rispondere in maniera seria. Per rimanere nel mio ambito di studio e di lavoro penso che una discussione sul funzionamento delle relazioni industriali e negoziazione collettiva non sia più rinviabile. E poi investimenti. Sono state tra le voci di bilancio più martoriate in questi anni di crisi. Dove troviamo i soldi? Con uno slogan, perdonatemi la semplificazione, direi meno bonus e più investimenti. Industria 4.0 ha invertito il trend e i risultati si stanno vedendo. Però serve tornare a investire anche in capitale umano. Da lì, e solo da li, poi discenderanno lavori ben pagati, ad alto valore aggiunto.

 

Ma cosa significa Industria 4.0 nello specifico? Credi basterà a far crescere la produttività?

Industria 4.0 rappresenta un tardivo ma importantissimo cambio di rotta nei metodi e nei contenuti della nostra politica industriale. Nel metodo perché dà incentivi per gli investimenti in tecnologia in maniera automatica e non ad hoc, tagliando costi di transazione e nepotismi vari. Nei contenuti perché non sceglie i settori ma le tecnologie e ha fatto ripartire gli investimenti in capitale fisico (macchinari di vario genere per intenderci). Tuttavia Industria 4.0 ha un secondo pilastro fondamentale che finora non è partito, che è quello dell’investimento in formazione. Se compriamo macchinari ma non li sappiamo utilizzare o progettare non andremo molto lontano. Tuttavia la scelta dei competence center legati a Industria 4.0 continua a tardare e le risorse per la formazione nella legge di Stabilità non fanno bene sperare.

 

E per i giovani, invece, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via? Ultimamente mi è capitato di parlare con una mia coetanea di ritorno da un’esperienza lavorativa in Olanda. Mi ha detto: “Io vorrei lavorare lavorare in Italia, ma qui nessuno mi paga. Finita l’università, la formazione sul campo non è retribuita. Come si aspettano che noi giovani, senza stipendio e con la sola laurea in mano, riusciamo ad inserirci nel mondo lavorativo?”. Ecco, vorrei rigirare a te la questione.

Capisco la frustrazione della tua amica. Sulla situazione generale dei giovani italiani vorrei però dire due cose: la prima è che la formazione sul campo andrebbe fatto prima della fine della laurea. L’alternanza scuola-lavoro che tante polemiche genera è un ottimo passo in avanti. Perfettibile ma irrinunciabile. Gli stage vituperati andrebbero fatti di più e durante il percorso di studi. Siamo il paese Ocse in cui meno si lavora durante gli studi. E così poi in qualche modo è ovvio che la prima esperienza lavorativa post laurea sia uno stage mal (o non) pagato. Non è colpa dei singoli, ma se vogliamo cambiare il sistema attuale cominciamo a non boicottare l’alternanza scuola lavoro anche se ci sono ancora cose da migliorare. La seconda è che il problema italiano non è tanto che i nostri giovani vogliano andare via. Questo avviene anche altrove. Il problema è che non riusciamo ad attirarne altri, o almeno non a sufficienza. La ricchezza di un paese si fonda anche sulla diversità della propria forza lavoro. Se tutti i nostri giovani stessero qui non saremmo per forza più ricchi. Però dobbiamo attirare giovani formati da altri paesi europei e non europei. Per riuscirci serve un mix di politiche migratorie intelligenti e investimenti.

 

Nel tuo curriculum leggo che hai lavorato come assistente per gli affari economici alla presidenza del Consiglio dei ministri. Insieme ai soliti “come” e “cosa” che nascono spontanei, che consiglio ti sentiresti di dare ai tanti giovani che, come te, ambiscono a fare questa professione?

Innanzitutto che non è una professione! E che in generale che la politica non deve essere vista come una carriera. Ma solo come occasione di servizio temporaneo al paese. Ho avuto la fortuna per una serie di casualità legate alle mie esperienze a Parigi e Bruxelles e al mio impegno politico durante il liceo e i primi anni dell’università di essere chiamato a fare una mano al Presidente del Consiglio Enrico Letta. Seguivo il G20 e gli affari economici in generale. È stata un’esperienza incredibile, dal punto di vista umano e professionale. Ma che mi ha anche confermato quanto sia importante farsi una professionalità autonoma per non dipendere dagli umori della politica.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo tu, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Innanzitutto facendo il proprio dovere in Italia e all’estero. E poi portando a casa idee, esperienze, buone pratiche. Essendo in ritardo abbiamo la “fortuna” di migliorare semplicemente copiando gli altri. Anche dall’estero rimaniamo in contatto con gli amici e i colleghi che sono rimasti in Italia, facciamo rete, scambiamo idee, proposte.

Intervista a Stefania Betti – Italians “di ritorno”. Bruxelles – Italia sola andata.

Per l’intervista del mese abbiamo deciso di raccontarvi la storia di Stefania Betti, Italians di 28 anni originaria di Rieti da poco rientrata in Italia dopo ben sei anni di lavoro a Bruxelles. La sua è una di quelle esperienze capace di infondere autostima e positività: finita la triennale a Perugia, nel 2011 Stefania è approdata per la prima volta a Bruxelles e da qui non si è più fermata. Dopo aver vissuto ad Urbino, ad Angers in Francia, in provincia di Macerata, a Milano e di nuovo a Bruxelles, adesso ha iniziato una nuova avventura: tornare in patria. Attualmente si trova ad Ancona dove lavora come Business Developer per GGF Group, “una realtà marchigiana stimolante e in crescita – racconta Stefania – con un team di persone dai profili diversi da cui ho molto da imparare”.

 

Ciao Stefania! Per te dire che sei un’Italian non basta, è poco. Sappiamo infatti che da circa due mesi sei tornata in Italia dopo un totale di 6 anni di lavoro a Bruxelles. Puoi raccontarci cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

Devo ammettere che non ho mai immaginato di passare la mia vita all’estero, e che ho sempre vissuto le mie esperienze fuori come dei passi per crescere e riportare qualcosa “a casa”. Bruxelles mi ha dato tanto (e mi piace pensare che anche io abbia dato qualcosa a lei), ma dopo tanti anni iniziavo a sentire la mancanza di quelle piccole abitudini, della concezione della vita e del calore che in Belgio non ho mai totalmente trovato.

Quando si inizia a vivere all’estero si è presi da un’euforia che ci fa vedere tutto sotto la magica luce della novità, ma quando poi si arriva alla inevitabile routine, quando le persone con cui hai legato vanno via, quando inizi a sentire un piccolo fastidio che ti spinge a cambiare qualcosa, allora ti tornano in mente le cose belle dell’Italia che hai lasciato, e si fa avanti l’idea di provare a tornare e fare di tutto per essere parte di quel cambiamento che tutti ci auspichiamo per l’Italia. Avrei cambiato lavoro comunque, e quindi a dicembre ho deciso di provare a mandare qualche CV anche in Italia.

 

Attualmente sei Business Developer per un’azienda che si occupa di Customer Experience e Business Analysis ad Ancona: in cosa consiste il tuo compito? Quali sono le difficoltà inevitabili che il rientro in patria ti porta ad affrontare? È per te una vittoria?

È indubbiamente una vittoria.

Le difficoltà sono tante, a livello personale e a livello pratico.

Partiamo dal lavoro, dove invece che di difficoltà parlerei di sfide: è un contesto nuovo, devo ancora imparare le dinamiche interne e come usare al meglio le mie capacità per dar valore al mio ruolo e contribuire al successo dell’azienda. Il mio compito oscilla tra una figura di marketing e una figura commerciale: questo implica che devo rimettermi a studiare il mercato italiano e i suoi andamenti, le aziende competitors e come la mia azienda si è inserita nel contesto attuale, dove vuole andare, come vuole crescere, chi approcciare e come. Ovviamente tutto questo rappresenta uno stimolo molto importante e una spinta a livello personale.

A livello personale è difficile re-inserirsi in dinamiche sociali che dopo tanti anni all’estero si sono un po’ perse: ci si abitua a tutto, ma il passaggio da un’abitudine all’altra non è mai immediato. A livello pratico mi sto scontrando con la burocrazia: non che in Belgio fosse meglio, assolutamente. Ma a volte qui in Italia si sfiora l’impraticabilità totale. La cosa che mi manca, invece, è il respiro internazionale, parlare una lingua diversa dall’italiano e conoscere persone da tutto il mondo, ma probabilmente questo è legato alla dimensione della città dove mi trovo adesso.

 

Molti dei giovani italiani che partono per l’Europa o ancora più lontano dicono di farlo perché qui in Italia, la loro casa, non c’è lavoro o è difficile trovarlo. Tu ci sei riuscita, invece: che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e a quelli che invece vorrebbero farlo? Credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare dell’esperienze fuori?

Parlando con i miei coetanei vedo che c’è molta rigidità rispetto ai ruoli che sono disposti ad accettare e alle città dove sono disposti a spostarsi.

Non dico che sia facile, io stessa ho mandato oltre 50 CV per ottenere 3 colloqui. Il mio consiglio è di iniziare dal basso con l’idea di arrivare in alto, essere disponibili a spostarsi e a fare dei sacrifici all’inizio. Una cosa molto sottovalutata da chi dice di non trovare lavoro è imparare a fare marketing di sé, lavorando sulla redazione del proprio curriculum e delle lettere di presentazione. Insomma, occorre avere una mente aperta e accettare il cambiamento.

Inoltre le esperienze lavorative che si fanno durante gli studi sono a mio avviso fondamentali: non tanto per metterle sul CV (non è sempre necessario) ma per capire cosa ci piace e cosa non ci piace, come confrontarsi con i diversi ruoli aziendali, come comportarsi con le persone, e soprattutto in cosa si è bravi e in cosa no.

L’esperienza all’estero aiuta molto a trovare lavoro in Italia perché ci permette di candidarsi per posizioni che vanno oltre lo stage e che richiedono esperienza comprovata: ma è necessario sapere che tornare può significare ripartire da ruoli diversi e da stipendi più bassi.

 

Ma facciamo un passo indietro: la tua esperienza all’estero comincia durante gli studi con un master universitario a Angers in Strategie di Internazionalizzazione. Ma spiegaci meglio: come sei arrivata in Francia? Hai trovato differenze tra il sistema educativo italiano e quello francese?

È corretto, ma prima di Angers c’è stata Bruxelles, in entrambi i casi per questioni di Erasmus. Ho scelto di fare l’Erasmus studio durante la specialistica perché mentre da noi al secondo anno si hanno meno esami e si ha tempo per scrivere la tesi, spesso le specialistiche all’estero durano solo un anno: questo mi avrebbe permesso di fare contemporaneamente la specialistica italiana a quella straniera, spesso chiamata Master, mentre mi orientavo per la stesura della tesi. E così è stato.

Onestamente ho trovato molte difficoltà ad adattarmi al sistema francese, a partire dal fatto che gli esami sono principalmente scritti e che il materiale didattico è molto ridotto e spesso è costituito solamente dagli appunti presi a lezione, cosa che a mio parere riduce sia le competenze che la capacità analitica e critica dello studente. Inoltre, in Francia non è necessario passare tutti gli esami per essere ammessi all’anno successivo, ma basta avere la media della sufficienza a fine anno. Insomma, ritengo che il nostro sistema universitario sia più valido per quella che è stata la mia esperienza ad Angers e qualche anno prima a Brighton, dove però sono stata solo un mese.

 

Dagli studi al lavoro, dalla Francia a Bruxelles: com’è lavorare come responsabile promozione e internazionalizzazione presso la camera di commercio belgo-italiana? Di cosa ti occupavi e come sei riuscita, se possiamo chiederlo, ad ottenere questo incarico ambito da molti?

È un lavoro bellissimo, non ci sono dubbi.

Immersa in un contesto internazionale, si viaggia molto, si creano delle bellissime relazioni professionali, dà molta soddisfazione. Spesso si ignora che le Camere di Commercio Italiane all’Estero siano degli enti privati di diritto del Paese dove sono costituite, perciò delle vere e proprie aziende nelle quali si entra non tramite concorso pubblico ma per capacità ed esperienza.

Non sei la prima persona che mi chiede “Come sei riuscita ad entrare in Camera?”, e questo implica che ancora c’è l’idea, magari inconscia, che alcuni lavori siano inaccessibili a persone “normali”.

Per molto tempo ho risposto a questa domanda dicendo: “sono capitata al momento giusto”, ma non credo più che sia vero.

Credo di aver lavorato sodo, e se pure era il momento giusto, so di essermelo meritato. Ho iniziato con uno stage, sono poi diventata responsabile per le Fiere e gli Eventi, e quando mi sono stati affidati altri compiti oltre alle fiere (B2B, incoming, outgoing, docenze, progetti, social media) ho cambiato titolo.

La stessa cosa posso dire adesso: ho trovato un lavoro che mi piace in Italia in un’azienda valida perché ho risposto ad un annuncio nel momento in cui l’azienda stava cercando, ma evidentemente avevo anche le competenze che l’azienda stava cercando. Ora sta a me giocarmele tutte per rimanerci.

  

Inoltre, parlando di politiche europee ed euro-progettazione, tema che credo ti sia caro e familiare visto il tuo ultimo lavoro: cosa ne pensi e a che punto è, secondo te, l’Europa e più nello specifico l’Italia?

Credo ci sia tanta disinformazione in Italia rispetto all’Unione Europea, e poca formazione rispetto all’Europrogettazione e i Fondi Europei.

La Camera di Commercio Belgo-Italiana si è sempre molto impegnata ad invertire il trend, ma l’azione andrebbe fatta capillarmente da più enti, e soprattutto in Italia bisognerebbe essere disposti ad accogliere suggerimenti.

Personalmente ritengo che l’Europrogettazione sia un tema che in futuro farà parlare ancor più di sé, in termini di opportunità create e posti di lavoro generati. L’Italia, soprattutto il sud, è indietro rispetto al resto d’Europa per progetti presentati e vinti, e credo sia dovuto a due problemi principali.

Per prima cosa, un campanilismo che purtroppo esiste in Italia, e che preferisce il “portare acqua al proprio mulino” al bene comune, e in seconda battuta una sorta di presunzione di saper scrivere progetti europei benissimo da soli anche al primo approccio, e riluttanza ad investire nella consulenza di un europrogettista qualificato.

 

Bruxelles è terra di expat, avrai conosciuto tantissimi giovani italiani e tantissime storie differenti sul perché abbiano lasciato l’Italia. Molto spesso si parla del problema della mancata meritocrazia nel Belpaese: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più Italians a portare altrove le proprie competenze? O c’è anche altro da considerare?

Credo sia solo uno dei motivi, in realtà.

Parlando con altri expats a Bruxelles e altrove, mi sono resa conto che si va all’estero anche per accrescere le proprie competenze, per mettersi alla prova, per crescere, per confrontarsi per realtà diverse o semplicemente per fare un’esperienza. A volte si parte per l’estero senza neanche aver provato prima a trovare lavoro in Italia, cosa che suggerisce una scelta deliberata di andare a vivere all’estero a prescindere dalle opportunità o dalle aspettative.

Ovviamente il problema della meritocrazia è molto sentito, ma posso assicurarti che non è un problema solamente italiano. Da noi probabilmente è accentuato anche dalla difficoltà in generale di trovare lavoro, ma è un tema delicato da trattare. Sentiamo spesso storie di persone validissime scartate a favore di un forse meno valido parente o amico, ma questo porta a fare di tutta l’erba un fascio, quando invece anche in Italia esistono aziende dove la meritocrazia è altamente riconosciuta e valorizzata.

 

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”: cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza personale: quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo? E, domanda ancora più difficile, perché non lo sta già facendo?

Una volta persa la fiducia, è molto difficile riconquistarla.

In Italia iniziare a lavorare può essere difficile, e questo scoraggia la maggior parte delle persone che ci prova: stage mal pagati, contratti senza garanzie, poco ricambio generazionale e poche prospettive concrete, salvo ovviamente eccezioni da lodare e prendere ad esempio.

Chi rientra parte da una posizione leggermente avvantaggiata, sa già cosa vuole e se la gioca con competenze e spirito di adattamento.

Onestamente ho notato un cambiamento rispetto alla mia generazione: i ragazzi ora possono usufruire di molti programmi di alternanza scuola lavoro, possibilità di stage già da molto giovani, borse di studio per accedere a master con tirocinio garantito e altro ancora. Ovviamente non basta avere l’opportunità, ma bisogna guadagnarsi il posto alla fine dell’opportunità, e questo spesso è sottovalutato.

Non tutti i settori funzionano allo stesso modo, e le politiche dovrebbero essere adeguate: c’è differenza tra scuola, start-up, imprese commerciali e ad esempio il settore della ricerca o quello medico, per non parlare del giornalismo. Le dinamiche andrebbero analizzate e sarebbe opportuno cercare di capire di cosa ha bisogno ogni settore per poter crescere e quindi generare posti di lavoro reali. Non so perché l’Italia non stia già facendo tutto questo o perché sia ancora così complicato trovare lavoro per la mia generazione e soprattutto per la generazione prima della mia, e non ho le competenze necessarie per fare un’analisi economico-politica. Quello che nel mio piccolo vedo è che alcune politiche occupazionali cozzano con altre, orientarsi tra le forme contrattuali è impossibile, e mancano garanzie sia per il datore di lavoro che per l’aspirante lavoratore.

 

Sempre più giovani che tornano in patria e, sfruttando le proprie competenze e i talenti accresciuti dalle molteplici realtà di vita conosciute, un’Italia che migliora e cresce. Credi che sia un futuro auspicabile e realizzabile? Se dovessi fare una classifica dei problemi da risolvere, cosa metteresti sul podio?

Sì, credo che sia un futuro auspicabile e possibile, ma lo vedo ancora abbastanza lontano. Spesso quando racconto di essere tornata in Italia per una scelta consapevole mi sento rispondere che sono fuori di testa, che ho sbagliato, che me ne pentirò e che stavo sicuramente meglio dove stavo, o peggio ancora che sono tornata per amore o perché qui avevo lavoro garantito (entrambe cose non vere, tra l’altro)

Chi mi dice tutto questo, però, spesso non è mai uscito neanche dalla sua città natale e non conosce le difficoltà che si hanno a costruire una vita in una città diversa, figuriamoci all’estero. Il vero problema sta nella mentalità di tutti noi, nei nostri preconcetti e nella sfiducia diffusa che genera malcontento anche solo per sentito dire. Questa credo che sia la difficoltà maggiore: ridare fiducia alle persone.

 

Per concludere, parlando di progetti futuri: adesso che sei in Italia, hai intenzione di restarci a lungo, di piantare di nuovo le tue radici qui? Oppure ti attende presto una nuova avventura?

Mi fai una domanda davvero difficile.

Una vita come la mia ti porta ad abbandonare il superfluo e il materiale a cercare la stabilità nei rapporti umani e in te stessa piuttosto che nelle cose o nei luoghi. Devo dire che l’idea di rientrate è stata accompagnata da una certa voglia di fermarmi da qualche parte, e che il lavoro che ho adesso mi piace molto, come anche il contesto socio-culturale in cui mi trovo. Ma in tutta sincerità non so dirti se qui è il posto dove starò per sempre, o se starò per sempre in un posto. “Se non ci piace dove siamo, possiamo spostarci. Non siamo alberi.” Citazione di Snoopy, niente di meno.

 

Una riflessione che vorresti condividere con chi si trova nella tua stessa posizione o con chi vorrebbe tornare in Italia?

Il messaggio che vorrei trasparisse è che dovremmo essere come fiumi e non come le montagne. Si dovrebbe scorrere e prendere quello che la vita ci dà con serenità. Tra i miei coetanei vedo tanta sfiducia ma anche poca voglia di fare, tanta rigidità e poco entusiasmo. Ci si concentra tanto sulle difficoltà dell’Italia e non sulle opportunità, o ci si arrende con facilità e a volte si tradiscono i principi che uno ha dentro da sempre per un’apparenza di stabilità o per una realtà confortante, a discapito di una felicità che poi si cerca per tutta la vita senza successo. Non voglio essere naif e dire che in realtà è tutto semplice e tutto è possibile, ma vorrei che chi legge la mia storia pensasse: cavolo ma allora qualcuno ce la fa a tornare, anche per un po’ e non ma chi te lo ha fatto fare di tornare in Italia, stavi tanto bene fuori.  

 

Intervista a Giulia Liberati – ricercatrice a Louvain la Neuve

 

Oggi chiacchieriamo con Giulia Liberati, 34enne italiana in Belgio. Nata a Roma, già da bambina Giulia ha presto fatto le valigie, destinazione New York prima, Stoccolma poi, con la sua famiglia. Crescendo, ha sempre colto l’occasione per non privarsi di nessuna nuova, eccitante esperienza. Prepara la tesi della sua laurea triennale a Varsavia grazie ad una borsa Erasmus; trascorre 3 anni a Tübingen (Germania) durante il periodo di dottorato e da 4anni vive nella capitale belga, facendo la spola con Louvain la Neuve.

Giulia inizia la sua carriera professionale nell’ambito della ricerca a Roma, nel 2008, alla Facoltà di Psicologia della Sapienza, grazie a una borsa di collaborazione universitaria. L’anno successivo iniziato il suo dottorato, dove ha potuto occuparsi di  interfacce cervello-computer (dispositivi per la comunicazione e la riabilitazione motoria di pazienti con deficit motori, che si basano sulla classificazione di segnali cerebrali, ci spiega).

Poco dopo aver discusso la tesi di dottorato, Giulia presenta il suo lavoro in un seminario all’Università di Louvain la Neuve, dove è potuta entrare in contatto con una docente e alcuni ricercatori della Facoltà di Psicologia dell’Université Catholique de Louvain, dove ha svolto il suo primo post-doc. Successivamente, Giulia ottiene una posizione da Research Assistant alla facoltà di Medicina della stessa università (con sede a Bruxelles) ed è lì che ha iniziato a occuparsi di percezione del dolore.

 

Quando le chiediamo di dirci di più, uscire dal mood puramente biografico delle – necessarie – presentazioni, Giulia ci racconta: “Non ho mai considerato la mia scelta di lasciare l’Italia una “fuga”, come spesso viene definita la decisione dei ricercatori di lasciare il proprio paese. In Italia mi sono trovata bene e ho anche avuto la fortuna di fare ciò che mi piaceva e di essere sempre retribuita per il mio lavoro – cosa purtroppo non scontata in ambito accademico. Piuttosto, nel mio caso, trasferirmi è stata una questione di opportunità, legata sia a collaborazioni e a offerte di lavoro interessanti, che a motivi più personali, dato che anche il mio compagno vive a Bruxelles.

Che dire, cominciamo?

 

Parliamo un po’ meglio dalla tua esperienza da “Italians”: sappiamo che sei nata a Roma e che ora vivi a Bruxelles. Raccontaci di più su questo cambiamento, su come sono andate le cose. Coincidenza o progetto?

Pochi giorni dopo la discussione della tesi di dottorato, sono stata invitata a presentare parte del mio lavoro in un seminario all’Università di Louvain la Neuve. Questo mi ha permesso di entrare in contatto con alcuni docenti e ricercatori della Facoltà di Psicologia, che poco tempo dopo mi hanno offerto una posizione. Ho deciso di prendere un appartamento a Bruxelles, anziché a Louvain la Neuve (che dista 40 minuti di treno), perché preferivo vivere in una città più grande. Prima di trasferirmi, Bruxelles non aveva mai rappresentato la meta dei miei sogni, anche perché la conoscevo poco. Devo dire che oggi sono però estremamente soddisfatta della mia scelta. Bruxelles è una città molto viva e al tempo stesso a misura d’uomo. Anche il mio ambiente di lavoro è stimolante e piacevole. Insomma, non mi lamento!

 

Sappiamo che ti occupi di ricerca, ma dicci di più sul tuo lavoro! Spulciando i tuoi social sono approdata sull’hashtag #NocionsLab e ho scoperto che ti occupi di percezione del dolore, raccontaci di più!

Dal 2014 lavoro come ricercatrice nel Nocions Lab (http://www.nocions.org/), diretto dal Prof. André Mouraux, all’Institute of Neuroscience dell’Université catholique di Louvain. La principale linea di ricerca del laboratorio, che ha sede a Bruxelles, è lo studio dei processi cerebrali che sono alla base della percezione del dolore negli essere umani. In particolare, le mie sperimentazioni si svolgono nell’ospedale universitario di Saint-Luc, dove lavoro con pazienti con elettrodi impiantati nel cervello. Questo mi permette di registrare direttamente l’attività elettrofisiologica legata alla percezione di stimoli dolorosi. Di recente, ho ottenuto un finanziamento FNRS (Fonds National de la Recherche Scientifique), che mi permetterà di continuare a lavorare in questo ambito per i prossimi 3 anni.

 

Restando nell’ambito ricerca e università, di cui anche noi ci siamo occupati, quali sono le tendenze e le differenze che hai potuto osservare tra il sistema italiano e quello estero (Belga, per l’esattezza). Credi inoltre che in Italia avresti potuto avere le stesse opportunità?

La prima lampante differenza tra università italiana e belga è di tipo economico. Per quanto in graduale diminuzione, i fondi per la ricerca messi a disposizione in Belgio sono nettamente superiori rispetto all’Italia. Innanzi tutto, a parità di costo della vita, gli stipendi dei ricercatori sono decisamente più alti qui. Inoltre, ci sono maggiori possibilità di partecipare a convegni internazionali, di pubblicare su riviste scientifiche open access (il cui costo può essere anche di migliaia di euro), di acquistare strumentazioni più all’avanguardia, e di usufruire di numerosi spazi dedicati alla ricerca (in Italia avevamo un’unica stanzetta che poteva – su prenotazione – essere adibita a laboratorio). Queste possibilità, che non dipendono dalla professionalità e competenza dei ricercatori, influiscono pesantemente sulla qualità della ricerca e sulla reputazione di un laboratorio.

Un’altra differenza che ho riscontrato è che nell’università belga non si lavora gratis, mai. Non esiste che un dottorando lavori senza borsa. Non esiste che un ricercatore tenga un corso solo perché “fa curriculum”. La ricerca è vista come un lavoro vero e proprio, e un lavoro non è tale senza retribuzione. In Italia, purtroppo, viene spesso dato per scontato che la passione e la determinazione possano compensare la mancanza di una retribuzione dignitosa.

Infine, il Belgio accoglie molti più studenti e ricercatori stranieri rispetto all’Italia. Esiste un’iniziativa, quella della cosiddetta “mobilité internationale”, che prevede agevolazioni per chi viene da università straniere, in modo da favorire gli scambi inter-universitari. Al tempo stesso, gli studenti e ricercatori belgi sono fortemente incoraggiati a trascorrere dei periodi di formazione in università estere. In Italia, nella maggior parte delle università (anche se non tutte), le possibilità di accogliere studenti e ricercatori stranieri sono spesso limitate: non sempre esistono corsi in inglese, e la burocrazia costituisce in molti casi un ostacolo insormontabile per chi non parla italiano.

Non so cosa sarebbe accaduto – per quanto riguarda la mia carriera accademica – se fossi rimasta in Italia. Nel caso mi trovassi attualmente a lavorare come post-doc in Italia, sicuramente guadagnerei di meno e non avrei accesso alle strumentazioni e ai dispositivi che utilizzo ora nella mia ricerca. Probabilmente dovrei dedicare ancora più energie alla ricerca di fondi e alla stesura di progetti per ottenere finanziamenti (cosa che comunque già faccio), e questo sicuramente toglierebbe tempo alla sperimentazione e alla ricerca vera e propria.

 

Passiamo adesso al tema “giovani e lavoro”, passando per il sistema universitario italiano. Personalmente, quanto è stato importante il tuo percorso universitario per il lavoro che oggi porti avanti? Che differenze ci sono, secondo te che hai studiato in Italia e all’estero? Noi spesso abbiamo parlato di un mancato link tra università italiane e mondo del lavoro, cosa ne pensi?

Sicuramente aver intrapreso un corso di laurea specialistica improntato alla ricerca (psicologia sperimentale) mi ha favorito nel lavoro. Contrariamente a quel che spesso si dice, io trovo la formazione in Italia molto buona dal punto di vista teorico. Trovo anche che in Italia si studi di più sui libri rispetto ad altri paesi come la Germania o il Belgio (dove spesso gli esami vengono preparati solo sugli appunti e i manuali sono facoltativi). Ciò che però purtroppo manca nell’istruzione italiana è l’applicazione pratica delle nozioni che vengono apprese. Per esempio, in molti paesi, fare esperienze di laboratorio fin dai primi anni di università (indipendentemente dalla scelta di proseguire poi nella ricerca) è la norma per le discipline scientifiche. Mi sembra che in Italia ciò rappresenti più l’eccezione che la norma.

 

Rimanendo sempre in tema “Italia”, credi il sistema meritocratico in Italia funzioni?

Il sistema meritocratico in Italia funziona limitatamente. Il principale problema è la mancanza di trasparenza, come nel caso dei concorsi universitari farlocchi in cui “ufficiosamente” si conosce già il vincitore. Si tratta di un meccanismo molto ipocrita. Sarebbe più onesto a questo punto affidarsi alla cosiddetta “chiamata diretta”, per cui si può assumere chi si desidera, salvo poi rendere conto del proprio operato (una procedura abbastanza comune all’estero). Senza trasparenza e senza criteri oggettivi di valutazione è purtroppo difficile capire se a vincere sia il merito.

Detto ciò, esistono in Italia ricercatori eccellenti, riconosciuti come tali a livello internazionale. L’impressione è che le persone brave comunque emergano, ma facendo più fatica, sia perché i fondi per la ricerca sono limitati e la competizione è più spietata, sia perché effettivamente in alcuni dipartimenti vengono favorite qualità diverse dalla bravura, quali il servilismo al professorone di turno.

 

Si parla spesso di eccellenze italiane all’estero e di fuga di cervelli con una retorica spesso noiosa e superficiale, secondo te come andrebbe approcciato il problema, sempre che per te si tratti davvero di un problema?

Non ho mai sopportato la retorica dei cervelli in fuga. Spostarsi di laboratorio in laboratorio, quando si fa ricerca, non è una fuga, ma un processo di formazione necessario. Andare all’estero dovrebbe essere incoraggiato e non visto come il segnale che nel proprio paese si è fallito. Il vero problema è che una volta all’estero, spesso ci si accorge che le condizioni sono migliori e non si ha più il desiderio di tornare.

Si dà poi spesso per scontato che quelli che partono siano quelli “bravi”, quelli che “ce la fanno”. Eppure, non è che tutti quelli che scelgono di lavorare all’estero siano geni. Come già detto, si stratta di una questione di opportunità. Se si hanno legami sentimentali / figli / genitori a carico, decidere di trasferirsi a lungo termine in un altro paese diventa quasi impossibile. Ci sono ottimi ricercatori che continuano a svolgere bene il proprio lavoro in Italia, così come esistono ricercatori mediocri che riescono a cogliere delle opportunità all’estero.

Sento anche spesso dire che i ricercatori italiani all’estero dovrebbero, a un certo punto, decidere di rientrare nel proprio paese, per favorirne lo sviluppo. Non sono d’accordo neanche su questo. Il ricercatore non è necessariamente un martire votato al sacrificio. Può capitare che, dopo tanti anni all’estero, una carriera avviata e spesso la costruzione di una famiglia, si preferisca continuare a vivere fuori dall’Italia. Penso che il vero problema non siano i ricercatori italiani che scelgono di lavorare all’estero: nella maggior parte dei laboratori internazionali lavorano ricercatori di nazionalità diverse. Non sono solo i ricercatori italiani a trasferirsi all’estero! Il vero problema è che, salvo alcune eccezioni, l’università italiana non è in grado di attirare ricercatori stranieri – per lo meno non in numero uguale ai ricercatori italiani che si spostano all’estero.

 

Perché, secondo te, sempre più giovani preferiscono partire e portare altrove le proprie competenze? È un problema della mancata meritocrazia e un ricambio generazionale quasi nullo, o credi sia più che altro una scelta?

In linea di massima, oggi i giovani sono più aperti a fare nuove esperienze rispetto al passato, viaggiare costa meno e trasferirsi è meno drammatico. Nella ricerca, lavorare in diversi laboratori costituisce un vantaggio perché si instaurano nuove collaborazioni e si apprendono tecniche diverse. Sono davvero pochi i giovani ricercatori che non hanno mai trascorso un periodo all’estero, anche se breve (e questo non è un fenomeno solo italiano, ma esteso a tutto il mondo).

Sinceramente, io non conosco nessuno che partendo dall’Italia abbia pensato “mi trasferisco per sempre”. In genere si parte pensando di star fuori per un periodo più o meno breve, soprattutto per fare nuove esperienze. Ciò che poi spesso accade è che all’estero ci si trova bene, le opportunità di carriera sono migliori, si creano nuovi legami, e alla fine non si ritorna più.

 

Supponendo che questa fuga sia davvero dovuta a delle mancanze del nostro sistema, personalmente credi esista una soluzione, cosa consiglieresti al “sistema” e ai decision makers italiani per impedire questa fuga di competenze?

Finché non si investirà sulla ricerca, finché i ricercatori non saranno pagati decentemente, finché non saranno messi a disposizione gli strumenti e gli spazi per svolgere la ricerca, e finché i criteri di selezione non saranno del tutto trasparenti, difficilmente chi ha una carriera avviata all’estero sceglierà di tornare in Italia.

 

Più nello specifico, domanda facile forse per un’italiana in Belgio dove la comunità italiana é tra le più grandi, cosa pensi della questione della migrazione qualificata? É davvero un problema o pensi possa trasformarsi in una spinta motrice alla professionalizzazione dei giovani italiani (ed europei)?

Sicuramente per i giovani italiani, e in particolare per i ricercatori, può essere una spinta motrice alla professionalizzazione. Come già sottolineato, l’ideale sarebbe però avere altrettanti ricercatori stranieri che accettino di portare le loro competenze in laboratori italiani, cosa che ad oggi accade molto limitatamente.

 

E per finire, domanda di rito. Torneresti in Italia, adesso? Essere lontani é davvero cosi difficile o é diventata quasi una normalità?

Ora come ora no! In effetti, sto progettando di comprare casa a Bruxelles, dove mi piacerebbe stabilizzarmi. Amo molto l’Italia, dove comunque vivono i miei familiari e i miei amici più stretti, e torno sempre molto volentieri quando posso, anche perché per fortuna è possibile volare da Bruxelles a Roma spendendo relativamente poco.