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Intervista a Bernardo Dolce, dottorando ad Amburgo: “In Italia siamo indietro nella ricerca, bisogna investire di più”

Siamo ad Amburgo, nel nord della Germania. È qui che ha fatto campo base il nostro Italians del mese Bernardo Dolce, 30 anni originario di Ivrea (Torino) ma vissuto per tanti anni tra Fabriano nelle Marche e poi Perugia.

Bernardo, dopo una laurea magistrale in Biologia, ha vinto una borsa di dottorato Marie Curie e sta portando avanti alla Universitätsklinikum Hamburg-Eppendorf la sua ricerca sulla formazione di una particolare malattia denominata “Fibrillazione Atriale” per trovare nuovi target biologici e poterla dunque curare.

Quando non è impegnato tra proteine e molecole, Bernardo ama leggere, suonare la batteria e la chitarra. E passare le serate con gli amici, italiani o che vengano da altri paesi del mondo.

Ciao Bernardo! Raccontaci qualcosa di te: sappiamo che sei ad Amburgo, ma come e quando ci sei arrivato? Quali scelte di vita ti hanno portato a lasciare l’Italia?

Questa domanda apre un file molto grande. Ad un certo punto, durante la mia tesi di laurea magistrale, mi sono reso conto che fare ricerca mi piaceva e che stavo imparando molto. Ho presto realizzato che le opportunità di fare un dottorato a Perugia, o più in generale in Italia, erano poche e a volte non retribuite… Dovevo decidere se iniziare ad aprire le porte all’estero o no. Non ero mai stato fuori dal Paese per studi o lavoro e il mio inglese era molto molto basic. È chiaro quindi che ti tremavano un po’ le gambe all’idea. Insomma qui si gioca il primo punto: se hai un’idea sul tuo futuro e quello che vuoi fare, ma ad un certo punto vacilla, hai bisogno di qualcuno, anche solo una persona, che creda in te più di quanto tu creda in te stesso. A sostenermi io ho avuto la mia ragazza, la mia famiglia e amici… e così mi sono messo sotto. Periodo Ottobre – Dicembre 2015 “lavoravo”in lab, studiavo per l’esame di stato per entrare nell’albo dei biologici, andavo a lezione di inglese e preparavo le candidature da inviare per vincere dottorati all’estero.

Come sono arrivato ad Amburgo? In quei mesi sopracitati mi sono sorpreso di come è possibile accrescere il proprio network di conoscenze quando si ha chiaro un obbiettivo. Ho conosciuto dunque questo imprenditore di Jesi, nelle Marche, a capo di una piccola ma prestigiosa azienda farmaceutica. Ottenni in qualche modo un colloquio con lui e mi ricordo ancora bene il nostro dialogo. Lui mi disse: “Io potrei assumerti, il tuo cv è valido. Ma è light, quindi ti troveresti a fare cose routinarie nella mia azienda. Tu dovresti andare all’estero, fare un dottorato valido, possibilmente con una borsa Marie Curie e poi riaffacciarti nel mondo delle aziende. Pensaci”.
Le borse di dottorato Marie Curie sono finanziate dall’unione europea e sono molto prestigiose e competitive. Vincerle ti permette un budget per la ricerca e un salario più alto della media. Allora mi sono detto: “Perché non provare?”. Una mia cara amica, da più anni nella ricerca, mi ha aiutato e ci siamo messi a guardare tutte le posizioni di dottorato aperte con la borsa Marie Curie in Europa. Abbiamo lavorato su CV, cover letter e così ho inviato candidature un po’ in giro. Tra questi progetti ce n’era uno anche ad Amburgo.

Cito un fatto per me essenziale. Come dicevo prima, hai bisogno di persone che ti sostengono, anche perché ne troverai altre che magari non lo fanno. Una persona, lavorativamente vicina a me e di rilievo, mi disse di non perdere tempo con questo tipo di domande di dottorato Marie Curie, perché erano troppo competitive per me. Certe parole, dette da certe persone perlopiù, possono abbatterti. Ma se qualcosa in te ti dice di andare avanti e quel qualcosa è sostenuto da fatti di positività, anche piccoli, allora vale la pena lottare!
Insomma a fine dicembre faccio un colloquio skype con il gruppo di ricerca di Amburgo, un colloquio dal vivo a gennaio e a metà gennaio ricevo la risposta positiva che vogliono me e che se accetto inizierò il primo marzo. Tutto finanziato, ovviamente!

A tuo parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani italiani a mollare tutto, oppure quella di partire è più una vocazione personale?

Io direi entrambi. L’estero offre sicuramente tante opportunità. In un discorso più generale credo ci sia meno la concezione che il datore di lavoro ti stia facendo un favore assumendoti ma il contrario, cioè che assumendoti sarai te stesso un plus per l’azienda e quindi hai un valore. Come numero di job offers inoltre devo ammettere che non c’è paragone tra Germania e Italia. Le posizioni sono di più e di solito la media di stipendi più alta. Potrei dire lo stesso per la Danimarca. Non ho esperienza del resto.

Con questo non voglio assolutamente dire che bisogna abbandonare l’Italia in ogni caso. Anzi credo ci siano realtà interessanti… e sinceramente le sto tenendo molto presente in questo periodo di fine dottorato. Detto ciò, credo che si parta anche per vocazione personale. Sto scoprendo, incontrando tanti italiani all’estero, che devi avere un po’ questo spirito di avventura in te. Perché dal giorno alla notte ti ritrovi catapultato in un ambiente estraneo, una lingua diversa (il tedesco per esempio, veramente difficile da imparare!) e soprattutto senza amici o familiari. Li si gioca molto se hai delle certezze nella vita che reggono e ti fanno fare quello sforzo iniziale di adattamento e di apertura a qualcosa di diverso.

Nel tuo caso: quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia? C’è qualche mito da sfatare?

Per quanto riguarda la ricerca alcuni stati (vedi la Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia, Inghilterra…a meno che la brexit cambi qualcosa. Per rimanere in Europa e non aprire il discorso agli Stati Uniti o Canada…) posseggono due aspetti fondamentali credo: la cultura della ricerca e i finanziamenti. Mi colpiva i primi mesi che ero in Germania l’organizzazione e struttura del nostro istituto di ricerca. Aldilà delle strumentazioni di avanguardia, che comunque trovi luoghi che hanno tecnologie sempre più avanzate, ma anche l’internazionalità del personale, la costanza nei meeting scientifici (due a settimana in cui vedi persone condividere idee e dati perché davvero credono nel confronto come momento utile e non come un evento formale che devi per forza attendere). Possibilità di attendere workshops e congressi internazionali. Questo è quello che conosco meglio. Ma ovunque vai, anche se hai il sistema perfetto, tutti i giorni devi rapportarti con le persone. E puoi sempre trovare il capo un po’ più difficile o un collega estremamente competitivo… e su questo si dice molto spesso che le persone del sud Europa siano più affabili!
Nota trasporti: Amburgo top! Una città collegata così bene non l’ho mai vista.

Parliamo del tuo dottorato di ricerca: di cosa ti occupi alla Universitätsklinikum Hamburg-Eppendorf, qual è lo scopo del tuo progetto?

Il mio progetto si occupa dello studio di due proteine in particolare chiamate fosfodiesterasi 3 e 4, il loro ruolo di controllo sul sistema di contrazione delle cellule cardiache e quindi di conseguenza sulla formazione di una particolare malattia denominata Fibrillazione Atriale. La Fibrillazione Atriale è la forma di aritmia più diffusa ed è definita come un episodio o condizione, in base alla gravità, di movimento non coordinato dei due atri del cuore. La Fibrillazione Atriale incrementa significativamente il rischio di infarto, insufficienza cardiaca e demenza.

Il mio progetto in particolare, essendo finanziato da una borsa Marie Curie, si inserisce in un network più ampio, chiamato AfibTrainnet, composto da altri 14 PhD students localizzati in diverse sedi tra Università e Aziende nel nord Europa. Siamo appunto ad Hamburg, Copenhagen, Glasgow, Maastricht e Oslo. Tutti lavoriamo sulla Fibrillazione Atriale ma studiando la malattia da punti di vista diversi. In questi 3 anni ci siamo incontrati con dottorandi e supervisors molte volte per workshops, congressi, status meetings e collaborazioni varie. Lo scopo dunque del mio progetto, come anche dell’intero network, è quello di comprendere più affondo il meccanismo della malattia e trovare nuovi target biologici per poterla curare. In tutto ciò inoltre, cosa per me essenziale, sono nate vere e proprie amicizie con alcuni ragazzi in questo network. Solo un’amicizia vera assicura che quando il contesto di incontro finisce, il rapporto non finisca.

Finora hai potuto notare differenze tra il sistema educativo italiano e quello tedesco? Immagino che fare il ricercatore e studiare in Germania sia diverso rispetto che in Italia. Potresti aiutarci a fare un confronto?

Una cosa che mi ha molto colpito all’Università di Hamburg sono le tasse Universitarie. Il massimo che si paga sono 600 euro all’anno, quindi molto poco. Non saprei entrare nel merito di come vengono gestite le borse di studio. Il ricercatore, aldilà delle opportunità descritte precedentemente, viene considerato sin dal livello di dottorando come un lavoratore a tutti gli effetti. Quindi la retribuzione è molto buona se paragonata con l’Italia.

Per quanto riguarda il sistema educativo universitario, l’Italia viene sempre riconosciuta tra le migliori per quanto riguarda la teoria. Anche per questo trovi ricercatori italiani davvero ovunque quando giri per congressi… Se non si evidenziano grandi differenze con la Germania comunque, a detta di alcuni miei colleghi, con la Danimarca esiste un vero scarto in termini di preparazione degli studenti. Il punto forte di questi due stati esteri rimane l’attenzione alla parte pratica del percorso universitario e la maggior facilità di sbocco lavorativo. Le università sono molto meglio collegate al mondo del lavoro.

Inoltre – questa non è la tua prima esperienza fuori casa, c’è stata anche Copenaghen: cosa puoi dirci di quel trimestre di studi?

L’esperienza a Copenhagen è avvenuta durante il mio periodo ad Hamburg. È nata una collaborazione tra il nostro laboratorio e una start up, Acesion Pharma, presente all’interno dell’Università di Copenhagen. I tre mesi (Maggio – Luglio 2017) passati a Copenhagen sono stati per me una bellissima esperienza. Ho potuto da una parte acquisire nuove conoscenze scientifiche (convogliate poi nella pubblicazione di un articolo scientifico) e dall’altra assaporare la vita in Danimarca. La città di Copenhagen è una citta molto costosa che però non suona tale per chi vive li poiché gli stipendi sono molto alti. La città offre tantissime possibilità per i giovani sia lavorativamente che come svago.
Quello che dico sempre è che Copenhagen credo sia la città più a nord Europa dovrei riuscirei a vivere. Più su fa troppo freddo ed è troppo buio per troppo a lungo. Inoltre il mio spirito è decisamente mediterraneo e sanguigno… al nord c’è un po’ troppo fairplay!

Qualcosa sulla tua vita ad Amburgo: c’è una comunità di italiani lì? Ti senti ben accettato, integrato anche negli spazi lavorativi, o ci sono pregiudizi che hai dovuto superare?

Questi tre anni ad Amburgo sono stati bellissimi per me. Sono nate amicizie importanti sia con italiani che tedeschi che con persone da altri paesi del mondo. L’impressione iniziale è che con i tedeschi sia difficile diventare amici. E credo sia vero… però mi accorgo anche che se da una parte richiede più tempo, dall’altra poi ti ritrovi con amicizie forti. Nell’Università, luogo dove ho incontrato e incontro la maggior parte delle persone, la mentalità è di respiro molto internazionale. Questo vale per tutti, tedeschi e non.
Una cosa certa di cui mi sono accorto è che l’integrazione è direttamente proporzionale alla conoscenza della lingua. Ad Amburgo la maggior parte della gente parla anche inglese per cui fin da subito si riesce a comunicare. Poi però dopo un po’ senti sempre di più il bisogno di imparare il tedesco per avvicinarti al loro modo di essere e per essere più diretto.

Io personalmente non ho avvertito nessun tipo di pregiudizio. Aggiungo una cosa: è interessantissimo viaggiare e conoscere le altre culture: sia per accorgersi di tante diversità che esistono tra gli uomini, ma anche per accorgersi di alcune similarità. Infatti puoi essere italiano come me o Pakistano come un mio collega/amico, e accorgerti che certe domande o problemi sono sempre gli stessi… dalla domanda di felicità al problema per esempio della performance a lavoro o del riconoscimento degli altri. E questo dato di fatto, diciamo meglio, se uno è attento a scoprire questo dato di fatto nell’altro, ti fa trovare amici ovunque.

Cosa ne pensi del problema della mancata meritocrazia che oggi porta sempre più giovani a lasciare l’Italia e portare altrove le proprie competenze? 

È un discorso troppo ampio e in cui c’entra molto il modo di pensare e agire comune e la politica. Provando a sintetizzare tralascerò di certo degli aspetti. Direi che il problema della meritocrazia è un problema oggettivo a cui credo si possa dare una sterzata solo mostrando la convenienza di un sistema diverso. Convenienza sociale ed economica. Ma qui non si tratta solo di leggi… si tratta del cuore e della mente delle persone. Credo siano le nostre generazioni e quelle più giovani a cui dev’essere insegnato a respirare un’aria diversa. E comunque vorrei aggiungere che non credo l’Italia sia sola in questo in Europa.

Secondo te è così negativa la situazione lavorativa per i giovani italiani che vorrebbero rimanere a lavorare in Italia? E, in confronto con gli altri paesi, in cosa potremmo migliorare per essere competitivi anche a livello internazionale? Penso alla conoscenza delle lingue, alle competenze informatiche ecc…

Credo che per quanto riguardi il mondo accademico si. È un luogo chiuso dove pensare ad una carriera accademica per diventare professore è come parlare di un miraggio. Per esempio per quanto riguarda me tornare in Italia ora, dopo il PhD, sarebbe interessante solo nel caso trovassi un posto di eccellenza, uno dei pochi posti. Facendo così un’esperienza che poi potrei rigiocarmi ovunque, anche fuori Italia. Perché in caso contrario rischierei di tornare semplicemente per iniziare una lunga serie di postdoc senza mai accedere ad una posizione di ricercatore. Magari pregando ogni anno di trovare i fondi per prolungare di un altro anno il contratto.

Credo il mondo delle aziende sia ancora valido invece, anche se i dottorati, per esempio in Germania, vengono cercati di più dalle aziende che in Italia. Anche qui però non generalizzerei. Dal mio punto di vista Milano appare più città europea, quindi con più possibilità.
Non mi ritengo un esperto del settore né tantomeno di politica quindi non saprei quali mosse potrebbero essere quelle giuste per essere competitivi di nuovo. Mi accorgo che un punto veramente debole e che velocizzerebbe tanti processi sarebbe una maggiore conoscenza della lingua inglese. Su questo in Italia siamo indietro e non capisco perché non ci sia una netta riforma. Inutile a dirlo poi che per essere competitivi dovremmo investire più soldi a mio avviso sulla ricerca.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Il desiderio e l’intenzione di tornare in Italia ci sono. O sul fronte accademico o su quello industriale. Detto ciò, se da una parte ho imparato che certe proprie idee bisogna seguirle e dare tutto perché si realizzino, dall’altra bisogna guardare sempre i suggerimenti che la realtà ti da. Un po’ come accadde con una chiave e la serratura. Bisogna provare ad infilare la chiave ma se non gira non gira…bisogna cambiare chiave o forse cambiare porta! Questa ho scoperto essere la cosa più avvincente della vita. Le cose non sempre vanno come vuoi tu, ma poco male: vuol dire che, se non perdi la tenacia, c’è qualcosa di ancora meglio ad aspettarti dietro l’angolo!

Intervista a Filippo Maria Sposini, dottorando all’University of Toronto in Storia e Filosofia della Scienza 

Da Marsciano – un piccolo paese nella provincia di Perugia – a Padova e quindi ancora più su, fino a Toronto. Per l’intervista di questo mese The Italians vola fino al Canada per incontrare Filippo Maria Sposini, 28 anni originario di Assisi (Umbria), attualmente al secondo anno del dottorato in Storia e Filosofia della Scienza alla University of Toronto.

Il clima così diverso dall’Italia ma anche i sistemi educativi a confronto, la vita da college, l’esperienza precedente a Boston e il futuro insieme alla sua compagna: queste sono solo alcune delle cose che ci ha raccontato Filippo. Ma il tema principale rimane ovviamente l’emigrazione dei giovani, “un problema finanziario, sociale, demografico per il paese e per quelli di noi che sono all’estero”, spiega Filippo. “Penso che sia un problema critico e più attuale che mai”.

 

Partiamo dall’inizio Filippo: raccontaci la tua storia da italians. Avresti mai immaginato di essere dove sei ora?

Devo dire che fin dalle scuole superiori avevo scelto l’indirizzo linguistico studiando inglese, francese e spagnolo. Con l’università poi è maturata la scelta di iscrivermi in Psicologia con l’idea di poter fare lo psicologo in azienda, gestire le risorse umane, occuparmi delle relazioni sociali: così sono andato a Padova perché c’è una delle più importanti università in materia. Sono sempre stato supportato da borse di studio annuali, non ho mai pagato le tasse universitarie: già solo per questo per l’Italia sono stato una perdita, dal momento che non ho avuto l’opportunità di re-investire in patria le conoscenze e le competenze raggiunte.
Ho fatto la triennale, un periodo di studi a Boston, la magistrale e quindi ho provato a fare il dottorato in Filosofia delle Scienze in Italia. È stata un’esperienza che non è andata a buon fine, i professori stessi mi dicevano che era meglio non provare neppure per via di alcune logiche “oblique” di assegnamento delle borse di studio. In pratica, i professori avevano già scelto i vincitori, si dovevano spartire i loro studenti. Ci rimasi molto male perché avevo fatto davvero tutto bene. Come alternativa trovai un buon posto di lavoro in Randstad, la società più importante per la consulenza nelle risorse umane al mondo.

E poi cos’è successo? Di cosa ti occupavi in Randstad?

Facevo parte di un master program, un programma di formazione per persone che avrebbero poi dovuto selezionare figure “professional“, ossia dirigenti con una retribuzione annua lorda di almeno 35mila euro. Lavoravo a Padova ma ogni 2-3 settimane avevo un corso di formazione a Milano.
Mi piaceva ma anche questa volta fui sfortunato, perché in effetti nell’ufficio c’era un clima molto strano, molto teso, era davvero una situazione critica. E da qui la motivazione di cercare altre esperienze, magari di riprovare un dottorato ma questa volta all’estero.
Staccavo alle 18.00 da lavoro e subito dopo andavo in biblioteca per fare le application per le università estere: riuscii a candidarmi in sei posti, ma fu pesante perché dovevo presentare due progetti di ricerca, contattare professori, scrivere lettere di referenza, fare test di lingua inglese… Alla fine mi accettarono in tre università e scelsi quella di Toronto. Sono molto contento perché è stata anche una rivalsa personale dopo la primissima esperienza non andata bene.

Nelle università canadesi ti sei trovato subito a tuo agio?

In realtà la questione andò in un modo che, dal punto di vista strutturale, nelle università italiane non potrà mai succedere. Come dicevo, ero stato accettato in tre diverse università canadesi e avevo da dare una preferenza. Durante un colloquio Skype con l’università di Toronto (la mia prima scelta) spiegai tutta la situazione: erano in ballo altre possibilità, avevo vinto altre borse di studio, e per invogliarmi ad andare da loro, l’allora direttore del programma mi propose un incremento di 10mila dollari della borsa di studio per il prossimo anno. Fu una cosa molta bella. Che in Italia non succederà mai, perché in Italia l’università non può modificare l’importo della borsa di studio essendo questa statale, cosa che in Canada (nonostante l’università sia pubblica) non succede. Da quel momento in poi io e la mia fidanzata – convivevamo già insieme a Padova – ci siamo uniti civilmente, ho fatto il visto che permette un permesso di soggiorno aperto per il partner e abbiamo deciso di partire: era agosto 2017.

Immagino che fare il ricercatore in Canada sia diverso rispetto che in Italia. Potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi?

Fare il ricercatore in Canada è sicuramente diverso rispetto che in Italia. In realtà in tutti e due i paesi il sistema di formazione, sia primario che secondario, è pubblico. Con la sola differenza che le università e le province canadesi hanno un’autonomia decisionale maggiore sui criteri di accesso, sui curriculum, sulle ammissioni e sui fondi. L’università qui è organizzata nel modello college: c’è una grande università da cui si ramificano i diversi college.
Fondamentale, la differenza più grande rispetto all’Italia è che le università nel nord-America sono delle potenze economiche spaventose: gli edifici sono di loro proprietà, hanno una rete di ex studenti che finanziano le loro iniziative, hanno strategie intelligenti per attrarre studenti, sono istituti formativi a 360 gradi. Per non parlare delle strutture, non ci sono proprio paragoni purtroppo: l’università di Toronto ha tre palestre, due piscine. Qui il dottorato dura 5 anni mentre in Europa 3, e durando di più c’è un contratto più lungo ovviamente. Si fanno anche molte esperienze di insegnamento: ad esempio c’è il ruolo del teaching assistant (TA), ruolo di supporto al professore, dove per ogni lezione ci sono dei tutorials guidati dallo studente che è anche responsabile della valutazione di tutti i compiti. E si viene pagati per farlo.

Parlaci della ricerca che stai portando avanti in Canada…

All’università di Toronto mi occupo di Storia della psichiatria e della psicologia. Sono particolarmente interessato alla storia della normalità, ossia ai vari criteri che sono stati utilizzati nel corso della storia dalle discipline scientifiche per definire e dichiarare ciò che può definirsi normale da ciò che è anormale o comunque patologico.
Una declinazione che sto utilizzando in questo momento è quella di studiare la certificazione della follia tra la metà dell’800 fino al 1970, soprattutto in paesi che parlano inglese (come l’Ontario, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, ecc). Si trattava di una procedura medico-legale in cui uno o più dottori erano coinvolti nel dichiarare sul posto i fatti della follia, scrivendoli in questo certificato medico che dava valore per l’ammissione in un manicomio. Migliaia e migliaia di persone sono state internate per vari motivi in questo modo.

Qualcosa anche su Boston, brevemente: com’è stato il tuo semestre di studi lì?

Come accennavo prima, durante gli anni universitari in Italia ho avuto l’opportunità di fare uno scambio con la Boston University, perché Padova e Boston sono città gemellate. Si trattava di un programma selettivo, con tanto di lettere di referenza da preparare, un test di lingua inglese abbastanza alto da superare e via dicendo. Non avrei mai pensato di riuscire a far parte di questo progetto, già solo per i numeri: ogni anno ne prendono 6 su 60mila. E invece fui il primo psicologo di Padova ad entrare nel programma. Fu una svolta perché da lì in poi, anche nei colloqui di lavoro successivi, mi hanno sempre detto che questa esperienza fa la differenza rispetto agli altri candidati.

Com’è realmente vivere a Toronto? Essere italiani viene visto come un valore aggiunto, ti senti ben accolto?

Io e la mia compagna siamo entrambi molto molto contenti, ci diciamo spesso che siamo fortunati: il Canada si trova in una posizione geopolitica agevolata, con una qualità della vita molto alta. Toronto è una città dinamica e giovane, multiculturale e aperta, frizzante e con tanti programmi nuovi. C’è una grandissima cultura dell’accoglienza e della differenza. Lo slogan nazionale è “la diversità è la nostra forza”. Inoltre sta vivendo una fase economica diversa rispetto all’Europa e soprattutto all’Italia: la mia ragazza ha trovato lavoro una settimana dopo essere arrivata qui. Certo, hanno anche loro i loro problemi, dovuti al fatto che la città è estremamente grande e fa veramente molto freddo, ma basta vestirsi adeguatamente.

Dal tuo profilo LinkedIn emerge anche un altro tratto della tua personalità: quello legato al mondo sociale. Di cosa ti occupavi per AltreStrade? Dal Canada, cosa pensi della situazione italiana dei centri di accoglienza per richiedenti asilo?

Per AltreStrade mi occupavo dell’accoglienza e del supporto ai richiedenti asilo e ai rifugiati politici assegnati alla regione Veneto. Facevo tutta la procedura burocratica di riconoscimento, da quando arrivano ai centri di accoglienza all’accompagnamento ai centri di polizia scientifica di Venezia per l’identificazione e l’esame medico. Mi occupavo di fare la traduzione dal francese e dall’inglese con medici e con i richiedenti asilo, con l’obiettivo di costruire autonomia in queste persone cosicché potessero iniziare a tutti gli effetti a far parte della comunità e del territorio circostante.
Non è mai facile per un territorio integrare queste realtà, ci sono stati episodi abbastanza spiacevoli e noi come psicologi eravamo lì per mitigare e creare delle vie alternative. Ho letto da poco che il Canada è al mondo il paese che accoglie più rifugiati politici al mondo, ma nella pratica non so come avvenga. In Italia mancano fondi, ci sono vuoti burocratici e c’è un problema fondamentale per quando si fa domanda per il riconoscimento della domanda di asilo. È un procedimento lungo e logorante per chi si trova nei centri d’accoglienza, perché stanno lì anche anni senza far nulla, senza aver neppure la possibilità di lavorare. E poi c’è un altro rischio: può succedere che, nell’attesa della risposta o quando la domanda viene negata, le persone scappino dai centri senza farsi più vedere. Si creano delle identità-non identità, persone totalmente oscure al sistema amministrativo burocratico europeo.

Cosa ne pensi di chi vi chiama “cervelli in fuga”? A te piace questa definizione?

Devo dire che non sono molto per le neuroscienze e per questa neuro-mania che fa girare tutto intorno al cervello. È pregnante come termine, sicuramente.
La mia è stata una scelta libera ma dettata dalle circostanze, diciamo. Non avremmo mai avuto le possibilità che abbiamo qui, sia economiche che professionali e personali, restando in Italia. È la triste realtà. Non è possibile che una persona in Italia nonostante tutto quello che fa, nonostante si laurei con il massimo dei voti ed in tempo, si impegni 10-12 ore di lavoro al giorno con straordinari e tutto il resto, poi non abbia una ricompensa adeguata. Non c’è l’altro lato della medaglia, è questo il vero problema.

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze?

Penso che le persone vadano via per vari motivi: c’è il problema della meritocrazia, dei contratti di lavoro poco vantaggiosi o umani e dei salari sostanzialmente più bassi della media europea e non paragonabili a quelli che esistono nel nord-America. Quando stavo a Marsciano avevo una comitiva di una quindicina di persone molte affiatate, oggi sul territorio ne sono rimaste 5: chi è andato in Irlanda, Canada, Germania. Chi è rimasto in Italia si è comunque spostato a Milano. Gruppi come noi ce ne sono ovunque. C’è la possibilità di fare esperienza in un altro posto: giusto. Di guadagnare di più: giusto. Di accrescere le proprie competenze e conoscenze: giusto. Ma la maggior parte delle volte non sono scelte che vengono fatte a cuor leggero, soprattutto non succede quasi mai che sia l’estero che cerchi proprio te. Siamo noi piuttosto che cerchiamo all’estero e che veniamo accettati, non è il contrario: già questo dovrebbe far riflettere molto.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Per i prossimi 4 anni sicuramente saremo qua. Una volta finito il dottorato, il Canada poi ti da la possibilità di rimanere per un altro paio di anni per fare domanda per la cittadinanza: penso che sarà questo il nostro futuro. Tornare in Italia è veramente un grandissimo costo, fa piacere tornare a casa e riabbracciare famigliari e amici, però è complicato perché ci si ritrova immersi in un tessuto diverso, nebuloso sotto tanti aspetti. Un progetto però c’è: abbiamo in mente di fare con questo gruppo di amici un progetto pilota per non abbandonare il nostro territorio d’origine, una sorta di società di consulenza che ci vedrebbe tutti soci per valorizzare start up e micro-imprenditoria del territorio, portando una visione internazionale a disposizione degli imprenditori della zona che stanno a contatto con la realtà delle cose ma molte situazioni anche burocratiche non sanno come gestirle. Ne sapremo riparlare più avanti!

 

 

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La bellezza della differenza

“Il buon insegnante rende il cattivo studente buono ed il buon studente superiore.” (Marva Collins)

Ora, checché ne dicano i miei amici, andare via dall’Italia non è stato drammatico.

Certo, bisogna fare a meno di quei comfort a cui si è abituati fin dalla nascita – il pranzo e la cena pronti quando si rientra, le uscite serali con gli amici di una vita, il semplice contatto fisico con le persone a cui si vuole bene – ma lasciare tutto per ricominciare altrove è una sfida.

Una sfida contro le avversità, contro il resto del mondo, ma anche una sfida con sé stessi che si vuole vincere a tutti i costi.

L’università inglese, come menzionato nel mio post precedente, è molto diversa da quella italiana, non solo per una questione linguistica, ma anche di persone: mentre in Italia è raro trovare persone della mia generazione che non abbiano affrontato perlomeno un anno di studi universitari, in Inghilterra risulta invece molto facile.

Principalmente ritengo sia soprattutto una questione economica che spinge un gran numero di giovani diciassettenni britannici – che terminano il loro percorso scolastico un anno prima rispetto a noi dopo aver sostenuto i così detti A Levels – a non proseguire la loro carriera scolastica con corsi universitari.

L’esagerata tassa annuale da £9,000 è un limite che in molti stentano a superare nonostante l’esistenza di prestiti appositi creati da molte banche, e di innumerevoli borse di studio messe a disposizione dalle università stesse. In alcuni casi, molto semplicemente, non ne vale la pena.

Fino all’anno scolastico 2011/2012, le tasse universitarie inglesi – che sono fisse per tutti gli studenti ed il cui ammontare varia solo tra studenti Home/EU ed Internazionali – erano più “abbordabili”: solo £3,000 sia per corsi triennali che per i master. In seguito alle riforme promosse dal governo di coalizione Cameron-Clegg, le cifre sono aumentate a quelle di oggi (£15,000 per studenti provenienti al di fuori della EU) e sembrerebbe siano destinate soltanto a crescere nei prossimi anni.

Questi sostanziali cambiamenti potrebbero dunque portare ad una diminuzione di studenti universitari in favore di una crescita di iscritti presso istituti professionali.

Mentre in Italia molti corsi specialistici vengono denigrati per la loro apparente inferiorità rispetto agli insegnamenti dei licei e delle università, l’Inghilterra ha dimostrato una certa maturità offrendo ai propri giovani college ed istituti in cui gli studenti si possono specializzare in svariate professioni pronte ad arricchire il panorama lavorativo del paese.

Quando ho iniziato a fare amicizia con i miei compagni di corso quattro anni fa, sono rimasta piacevolmente stupita nello scoprire che gli studenti universitari inglesi in realtà non manifestano quella puzza sotto al naso che viene attribuita all’intera nazione nei film o nella letteratura, soprattutto quando si parla di loro coetanei che hanno deciso di affrontare percorsi lavorativi alternativi.

Prima delle francamente disgustose rimostranze xenofobe scaturite dai risultati della Brexit ho avuto l’occasione, e l’onore, di vedere giovani dalle più svariate origini sociali uniti dall’amore per la cultura e per l’apprendimento riunirsi per condividere le proprie esperienze in Inghilterra e all’estero. Sono stata testimone di amicizie che crescono e migliorano grazie alle diversità tra ragazzi, siano esse di nazionalità o lavorative.

Una cosa che noto con piacere è che adesso anche l’Italia si sta aprendo agli studenti stranieri che scelgono di far diventare il mio paese la loro scuola, e che gli studenti italiani – come i britannici fanno da molti anni – hanno colto l’occasione per arricchire non solo i loro giri di amicizie, ma anche l’apprezzamento per il diverso e le loro conoscenze in generale.

Mi piacerebbe poter vedere in futuro un ulteriore incremento di giovani studenti e lavoratori stranieri in Italia perché una delle cose che ho sempre amato di questo paese è la capacità di implementare insegnamenti che vengono da lontano per garantire la fiorente crescita del paese.

L’Inghilterra – oggi come in passato; per il futuro toccherà sperare in un change of heart del Primo Ministro Theresa May nei confronti degli stranieri – ha fatto dell’università una fiorente industria che annualmente produce e sprona migliaia di studenti a migliorare non solo loro stessi ma anche quella che è per molti la loro nazione di origine o di adozione. Spero in un’Italia che a sua volta sia in grado di ispirare i suoi giovani ad impiegare le loro capacità – qualunque esse siano – per renderla ancora più bella ed accogliente.

Perché nonostante io abbia scelto di andare via dall’Italia a 18 anni, per me rimane casa mia e un giorno ci tornerò. Ma prima ho ancora tante sfide davanti a me.