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Intervista a Filippo Maria Sposini, dottorando all’University of Toronto in Storia e Filosofia della Scienza 

Da Marsciano – un piccolo paese nella provincia di Perugia – a Padova e quindi ancora più su, fino a Toronto. Per l’intervista di questo mese The Italians vola fino al Canada per incontrare Filippo Maria Sposini, 28 anni originario di Assisi (Umbria), attualmente al secondo anno del dottorato in Storia e Filosofia della Scienza alla University of Toronto.

Il clima così diverso dall’Italia ma anche i sistemi educativi a confronto, la vita da college, l’esperienza precedente a Boston e il futuro insieme alla sua compagna: queste sono solo alcune delle cose che ci ha raccontato Filippo. Ma il tema principale rimane ovviamente l’emigrazione dei giovani, “un problema finanziario, sociale, demografico per il paese e per quelli di noi che sono all’estero”, spiega Filippo. “Penso che sia un problema critico e più attuale che mai”.

 

Partiamo dall’inizio Filippo: raccontaci la tua storia da italians. Avresti mai immaginato di essere dove sei ora?

Devo dire che fin dalle scuole superiori avevo scelto l’indirizzo linguistico studiando inglese, francese e spagnolo. Con l’università poi è maturata la scelta di iscrivermi in Psicologia con l’idea di poter fare lo psicologo in azienda, gestire le risorse umane, occuparmi delle relazioni sociali: così sono andato a Padova perché c’è una delle più importanti università in materia. Sono sempre stato supportato da borse di studio annuali, non ho mai pagato le tasse universitarie: già solo per questo per l’Italia sono stato una perdita, dal momento che non ho avuto l’opportunità di re-investire in patria le conoscenze e le competenze raggiunte.
Ho fatto la triennale, un periodo di studi a Boston, la magistrale e quindi ho provato a fare il dottorato in Filosofia delle Scienze in Italia. È stata un’esperienza che non è andata a buon fine, i professori stessi mi dicevano che era meglio non provare neppure per via di alcune logiche “oblique” di assegnamento delle borse di studio. In pratica, i professori avevano già scelto i vincitori, si dovevano spartire i loro studenti. Ci rimasi molto male perché avevo fatto davvero tutto bene. Come alternativa trovai un buon posto di lavoro in Randstad, la società più importante per la consulenza nelle risorse umane al mondo.

E poi cos’è successo? Di cosa ti occupavi in Randstad?

Facevo parte di un master program, un programma di formazione per persone che avrebbero poi dovuto selezionare figure “professional“, ossia dirigenti con una retribuzione annua lorda di almeno 35mila euro. Lavoravo a Padova ma ogni 2-3 settimane avevo un corso di formazione a Milano.
Mi piaceva ma anche questa volta fui sfortunato, perché in effetti nell’ufficio c’era un clima molto strano, molto teso, era davvero una situazione critica. E da qui la motivazione di cercare altre esperienze, magari di riprovare un dottorato ma questa volta all’estero.
Staccavo alle 18.00 da lavoro e subito dopo andavo in biblioteca per fare le application per le università estere: riuscii a candidarmi in sei posti, ma fu pesante perché dovevo presentare due progetti di ricerca, contattare professori, scrivere lettere di referenza, fare test di lingua inglese… Alla fine mi accettarono in tre università e scelsi quella di Toronto. Sono molto contento perché è stata anche una rivalsa personale dopo la primissima esperienza non andata bene.

Nelle università canadesi ti sei trovato subito a tuo agio?

In realtà la questione andò in un modo che, dal punto di vista strutturale, nelle università italiane non potrà mai succedere. Come dicevo, ero stato accettato in tre diverse università canadesi e avevo da dare una preferenza. Durante un colloquio Skype con l’università di Toronto (la mia prima scelta) spiegai tutta la situazione: erano in ballo altre possibilità, avevo vinto altre borse di studio, e per invogliarmi ad andare da loro, l’allora direttore del programma mi propose un incremento di 10mila dollari della borsa di studio per il prossimo anno. Fu una cosa molta bella. Che in Italia non succederà mai, perché in Italia l’università non può modificare l’importo della borsa di studio essendo questa statale, cosa che in Canada (nonostante l’università sia pubblica) non succede. Da quel momento in poi io e la mia fidanzata – convivevamo già insieme a Padova – ci siamo uniti civilmente, ho fatto il visto che permette un permesso di soggiorno aperto per il partner e abbiamo deciso di partire: era agosto 2017.

Immagino che fare il ricercatore in Canada sia diverso rispetto che in Italia. Potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi?

Fare il ricercatore in Canada è sicuramente diverso rispetto che in Italia. In realtà in tutti e due i paesi il sistema di formazione, sia primario che secondario, è pubblico. Con la sola differenza che le università e le province canadesi hanno un’autonomia decisionale maggiore sui criteri di accesso, sui curriculum, sulle ammissioni e sui fondi. L’università qui è organizzata nel modello college: c’è una grande università da cui si ramificano i diversi college.
Fondamentale, la differenza più grande rispetto all’Italia è che le università nel nord-America sono delle potenze economiche spaventose: gli edifici sono di loro proprietà, hanno una rete di ex studenti che finanziano le loro iniziative, hanno strategie intelligenti per attrarre studenti, sono istituti formativi a 360 gradi. Per non parlare delle strutture, non ci sono proprio paragoni purtroppo: l’università di Toronto ha tre palestre, due piscine. Qui il dottorato dura 5 anni mentre in Europa 3, e durando di più c’è un contratto più lungo ovviamente. Si fanno anche molte esperienze di insegnamento: ad esempio c’è il ruolo del teaching assistant (TA), ruolo di supporto al professore, dove per ogni lezione ci sono dei tutorials guidati dallo studente che è anche responsabile della valutazione di tutti i compiti. E si viene pagati per farlo.

Parlaci della ricerca che stai portando avanti in Canada…

All’università di Toronto mi occupo di Storia della psichiatria e della psicologia. Sono particolarmente interessato alla storia della normalità, ossia ai vari criteri che sono stati utilizzati nel corso della storia dalle discipline scientifiche per definire e dichiarare ciò che può definirsi normale da ciò che è anormale o comunque patologico.
Una declinazione che sto utilizzando in questo momento è quella di studiare la certificazione della follia tra la metà dell’800 fino al 1970, soprattutto in paesi che parlano inglese (come l’Ontario, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, ecc). Si trattava di una procedura medico-legale in cui uno o più dottori erano coinvolti nel dichiarare sul posto i fatti della follia, scrivendoli in questo certificato medico che dava valore per l’ammissione in un manicomio. Migliaia e migliaia di persone sono state internate per vari motivi in questo modo.

Qualcosa anche su Boston, brevemente: com’è stato il tuo semestre di studi lì?

Come accennavo prima, durante gli anni universitari in Italia ho avuto l’opportunità di fare uno scambio con la Boston University, perché Padova e Boston sono città gemellate. Si trattava di un programma selettivo, con tanto di lettere di referenza da preparare, un test di lingua inglese abbastanza alto da superare e via dicendo. Non avrei mai pensato di riuscire a far parte di questo progetto, già solo per i numeri: ogni anno ne prendono 6 su 60mila. E invece fui il primo psicologo di Padova ad entrare nel programma. Fu una svolta perché da lì in poi, anche nei colloqui di lavoro successivi, mi hanno sempre detto che questa esperienza fa la differenza rispetto agli altri candidati.

Com’è realmente vivere a Toronto? Essere italiani viene visto come un valore aggiunto, ti senti ben accolto?

Io e la mia compagna siamo entrambi molto molto contenti, ci diciamo spesso che siamo fortunati: il Canada si trova in una posizione geopolitica agevolata, con una qualità della vita molto alta. Toronto è una città dinamica e giovane, multiculturale e aperta, frizzante e con tanti programmi nuovi. C’è una grandissima cultura dell’accoglienza e della differenza. Lo slogan nazionale è “la diversità è la nostra forza”. Inoltre sta vivendo una fase economica diversa rispetto all’Europa e soprattutto all’Italia: la mia ragazza ha trovato lavoro una settimana dopo essere arrivata qui. Certo, hanno anche loro i loro problemi, dovuti al fatto che la città è estremamente grande e fa veramente molto freddo, ma basta vestirsi adeguatamente.

Dal tuo profilo LinkedIn emerge anche un altro tratto della tua personalità: quello legato al mondo sociale. Di cosa ti occupavi per AltreStrade? Dal Canada, cosa pensi della situazione italiana dei centri di accoglienza per richiedenti asilo?

Per AltreStrade mi occupavo dell’accoglienza e del supporto ai richiedenti asilo e ai rifugiati politici assegnati alla regione Veneto. Facevo tutta la procedura burocratica di riconoscimento, da quando arrivano ai centri di accoglienza all’accompagnamento ai centri di polizia scientifica di Venezia per l’identificazione e l’esame medico. Mi occupavo di fare la traduzione dal francese e dall’inglese con medici e con i richiedenti asilo, con l’obiettivo di costruire autonomia in queste persone cosicché potessero iniziare a tutti gli effetti a far parte della comunità e del territorio circostante.
Non è mai facile per un territorio integrare queste realtà, ci sono stati episodi abbastanza spiacevoli e noi come psicologi eravamo lì per mitigare e creare delle vie alternative. Ho letto da poco che il Canada è al mondo il paese che accoglie più rifugiati politici al mondo, ma nella pratica non so come avvenga. In Italia mancano fondi, ci sono vuoti burocratici e c’è un problema fondamentale per quando si fa domanda per il riconoscimento della domanda di asilo. È un procedimento lungo e logorante per chi si trova nei centri d’accoglienza, perché stanno lì anche anni senza far nulla, senza aver neppure la possibilità di lavorare. E poi c’è un altro rischio: può succedere che, nell’attesa della risposta o quando la domanda viene negata, le persone scappino dai centri senza farsi più vedere. Si creano delle identità-non identità, persone totalmente oscure al sistema amministrativo burocratico europeo.

Cosa ne pensi di chi vi chiama “cervelli in fuga”? A te piace questa definizione?

Devo dire che non sono molto per le neuroscienze e per questa neuro-mania che fa girare tutto intorno al cervello. È pregnante come termine, sicuramente.
La mia è stata una scelta libera ma dettata dalle circostanze, diciamo. Non avremmo mai avuto le possibilità che abbiamo qui, sia economiche che professionali e personali, restando in Italia. È la triste realtà. Non è possibile che una persona in Italia nonostante tutto quello che fa, nonostante si laurei con il massimo dei voti ed in tempo, si impegni 10-12 ore di lavoro al giorno con straordinari e tutto il resto, poi non abbia una ricompensa adeguata. Non c’è l’altro lato della medaglia, è questo il vero problema.

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze?

Penso che le persone vadano via per vari motivi: c’è il problema della meritocrazia, dei contratti di lavoro poco vantaggiosi o umani e dei salari sostanzialmente più bassi della media europea e non paragonabili a quelli che esistono nel nord-America. Quando stavo a Marsciano avevo una comitiva di una quindicina di persone molte affiatate, oggi sul territorio ne sono rimaste 5: chi è andato in Irlanda, Canada, Germania. Chi è rimasto in Italia si è comunque spostato a Milano. Gruppi come noi ce ne sono ovunque. C’è la possibilità di fare esperienza in un altro posto: giusto. Di guadagnare di più: giusto. Di accrescere le proprie competenze e conoscenze: giusto. Ma la maggior parte delle volte non sono scelte che vengono fatte a cuor leggero, soprattutto non succede quasi mai che sia l’estero che cerchi proprio te. Siamo noi piuttosto che cerchiamo all’estero e che veniamo accettati, non è il contrario: già questo dovrebbe far riflettere molto.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Per i prossimi 4 anni sicuramente saremo qua. Una volta finito il dottorato, il Canada poi ti da la possibilità di rimanere per un altro paio di anni per fare domanda per la cittadinanza: penso che sarà questo il nostro futuro. Tornare in Italia è veramente un grandissimo costo, fa piacere tornare a casa e riabbracciare famigliari e amici, però è complicato perché ci si ritrova immersi in un tessuto diverso, nebuloso sotto tanti aspetti. Un progetto però c’è: abbiamo in mente di fare con questo gruppo di amici un progetto pilota per non abbandonare il nostro territorio d’origine, una sorta di società di consulenza che ci vedrebbe tutti soci per valorizzare start up e micro-imprenditoria del territorio, portando una visione internazionale a disposizione degli imprenditori della zona che stanno a contatto con la realtà delle cose ma molte situazioni anche burocratiche non sanno come gestirle. Ne sapremo riparlare più avanti!

 

 

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La bellezza della differenza

“Il buon insegnante rende il cattivo studente buono ed il buon studente superiore.” (Marva Collins)

Ora, checché ne dicano i miei amici, andare via dall’Italia non è stato drammatico.

Certo, bisogna fare a meno di quei comfort a cui si è abituati fin dalla nascita – il pranzo e la cena pronti quando si rientra, le uscite serali con gli amici di una vita, il semplice contatto fisico con le persone a cui si vuole bene – ma lasciare tutto per ricominciare altrove è una sfida.

Una sfida contro le avversità, contro il resto del mondo, ma anche una sfida con sé stessi che si vuole vincere a tutti i costi.

L’università inglese, come menzionato nel mio post precedente, è molto diversa da quella italiana, non solo per una questione linguistica, ma anche di persone: mentre in Italia è raro trovare persone della mia generazione che non abbiano affrontato perlomeno un anno di studi universitari, in Inghilterra risulta invece molto facile.

Principalmente ritengo sia soprattutto una questione economica che spinge un gran numero di giovani diciassettenni britannici – che terminano il loro percorso scolastico un anno prima rispetto a noi dopo aver sostenuto i così detti A Levels – a non proseguire la loro carriera scolastica con corsi universitari.

L’esagerata tassa annuale da £9,000 è un limite che in molti stentano a superare nonostante l’esistenza di prestiti appositi creati da molte banche, e di innumerevoli borse di studio messe a disposizione dalle università stesse. In alcuni casi, molto semplicemente, non ne vale la pena.

Fino all’anno scolastico 2011/2012, le tasse universitarie inglesi – che sono fisse per tutti gli studenti ed il cui ammontare varia solo tra studenti Home/EU ed Internazionali – erano più “abbordabili”: solo £3,000 sia per corsi triennali che per i master. In seguito alle riforme promosse dal governo di coalizione Cameron-Clegg, le cifre sono aumentate a quelle di oggi (£15,000 per studenti provenienti al di fuori della EU) e sembrerebbe siano destinate soltanto a crescere nei prossimi anni.

Questi sostanziali cambiamenti potrebbero dunque portare ad una diminuzione di studenti universitari in favore di una crescita di iscritti presso istituti professionali.

Mentre in Italia molti corsi specialistici vengono denigrati per la loro apparente inferiorità rispetto agli insegnamenti dei licei e delle università, l’Inghilterra ha dimostrato una certa maturità offrendo ai propri giovani college ed istituti in cui gli studenti si possono specializzare in svariate professioni pronte ad arricchire il panorama lavorativo del paese.

Quando ho iniziato a fare amicizia con i miei compagni di corso quattro anni fa, sono rimasta piacevolmente stupita nello scoprire che gli studenti universitari inglesi in realtà non manifestano quella puzza sotto al naso che viene attribuita all’intera nazione nei film o nella letteratura, soprattutto quando si parla di loro coetanei che hanno deciso di affrontare percorsi lavorativi alternativi.

Prima delle francamente disgustose rimostranze xenofobe scaturite dai risultati della Brexit ho avuto l’occasione, e l’onore, di vedere giovani dalle più svariate origini sociali uniti dall’amore per la cultura e per l’apprendimento riunirsi per condividere le proprie esperienze in Inghilterra e all’estero. Sono stata testimone di amicizie che crescono e migliorano grazie alle diversità tra ragazzi, siano esse di nazionalità o lavorative.

Una cosa che noto con piacere è che adesso anche l’Italia si sta aprendo agli studenti stranieri che scelgono di far diventare il mio paese la loro scuola, e che gli studenti italiani – come i britannici fanno da molti anni – hanno colto l’occasione per arricchire non solo i loro giri di amicizie, ma anche l’apprezzamento per il diverso e le loro conoscenze in generale.

Mi piacerebbe poter vedere in futuro un ulteriore incremento di giovani studenti e lavoratori stranieri in Italia perché una delle cose che ho sempre amato di questo paese è la capacità di implementare insegnamenti che vengono da lontano per garantire la fiorente crescita del paese.

L’Inghilterra – oggi come in passato; per il futuro toccherà sperare in un change of heart del Primo Ministro Theresa May nei confronti degli stranieri – ha fatto dell’università una fiorente industria che annualmente produce e sprona migliaia di studenti a migliorare non solo loro stessi ma anche quella che è per molti la loro nazione di origine o di adozione. Spero in un’Italia che a sua volta sia in grado di ispirare i suoi giovani ad impiegare le loro capacità – qualunque esse siano – per renderla ancora più bella ed accogliente.

Perché nonostante io abbia scelto di andare via dall’Italia a 18 anni, per me rimane casa mia e un giorno ci tornerò. Ma prima ho ancora tante sfide davanti a me.