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L’insostenibile leggerezza del tornare a casa. Riflessioni a caldo dopo un anno negli States

L’estate ha da sempre un significato particolare per me: l’imprevedibilità delle giornate, il cessare della routine, il caldo, la cosiddetta procrastination… diciamo che sono tutte immagini che ben rendono l’idea delle mie estati. Il divertimento e l’ozio sono all’ordine del giorno e io, come ogni anno, aspetto con ansia questo momento per lasciarmi andare dopo un lungo inverno di studi e impegni vari.

L’8 giugno di ogni anno segna per me un traguardo importante. Mi sembra quasi di essere in una puntata della serie tv The Vampire Diaries, in cui i personaggi vampiri spengono “il pulsante dei sentimenti” e si lasciano andare ai loro istinti primordiali. Ecco, io spengo e metto temporaneamente in pausa il mio cervello, dimenticandomi del resto del mondo circostante e dedicandomi a tempo pieno al mio carissimo dolce far niente. Questa volta però è diverso. Come tutti bene saprete, ho trascorso un anno negli States e sono tornata esattamente un mese fa.

Inutile dire che lo shock di tornare alla “realtà” è stato notevole. Il 13 giugno a mezzogiorno sono atterrata all’aeroporto di Roma Fiumicino, dopo uno straziante viaggio passato ad immaginare come sarebbe stato rivedere tutti e rimettere piede in Italia, e sono stata accolta dai miei parenti e dalle mie due migliori amiche.

La sensazione è inspiegabilmente bella: sentire la gente parlare la tua stessa lingua, ma soprattutto sentire l’affetto e l’amore di chi davvero ha sentito la tua mancanza è un’emozione unica, all’inizio quasi irrealizzabile, come se da un momento all’altro ti ritrovassi ad avere tutto quello che hai desiderato per mesi lì davanti a te, in carne ed ossa, senza nemmeno rendertene conto.

Poche ore dopo ho varcato la soglia di casa mia e, con le lacrime agli occhi ormai da ore, mi sono buttata sul letto della mia cameretta che aveva ancora lo stesso odore, lo stesso di sempre, la disposizione delle cose era anche lei la stessa di sempre, esattamente come l’avevo lasciata un anno fa. In giardino mi aspettavano parenti e amici, e pure il mio cane che mi ha leccato la faccia per circa quaranta minuti ininterrotti.

Insomma, tornare è sempre bello, casa è sempre casa e quello che ti trasmette è per me insostituibile. Gli odori, i profumi, le strade che finalmente senti tue, i luoghi e il mar Adriatico non mi sono mai sembrato così belli.

Quando si fa un’esperienza del genere succedono due cose al ritorno, o almeno per me è stato così:si riesce a sentire la netta selezione che le persone che si vogliono accanto sono davvero lì, con te, e una nuova percezione di quello che si ha ci fa riflettere su un sacco di cose. Non si riesce a dar più niente per scontato e viene naturale dare un peso diverso alle cose: ecco, questi sono i segni della crescita personale che ho riportato con me a casa, chiusi stretti stretti nella mia valigia tra un sogno e l’altro.

L’unico problema è che mentre tu cambi prospettiva e modo di vedere il mondo, la gente qui è sempre uguale, sempre la stessa, come tutte le cose che ho ritrovato nella mia cameretta, quasi come si fossero messi in pausa, come se avessero dormito per tutto questo tempo. E mentre loro ti guardano con occhi diversi te invece non riesci a fare a meno di guardarli un po’ come le cose della tua cameretta.

Rassicurante, bellissimo, spaventoso. E ora?

E tu, che studente-robot sei?

Lo dico senza troppi giri di parole: le high school americane sono una gran figata. Perché sono mille anni luce avanti a quelle italiane, sia da un punto di vista organizzativo che tecnologico (soprattutto!). Ma anche perché non ci sono libri di testo o lavagne con il gesso: ogni classe ha lavagne interattive, computer e proiettori, è tutto automatizzato. Ed ogni studente possiede un proprio Ipad su cui poter far compiti e studiare.

Il sistema è veloce ed efficiente, i voti vengono registrati in tempo reale, non c’è spazio per ritardi o disorganizzazioni: la scuola superiore americana promuove l’eccellenza e la perfezione. Sì, esatto, perfezione. Cosa che ovviamente nessun essere umano è in grado di raggiungere, ed è proprio così che mi sento ogni volta che sono a scuola, a correr dietro a qualcosa che perennemente mi sfugge.

Anche lo sport e la musica giocano un ruolo di grande importanza: nella mia scuola ci sono impianti e attrezzature di ultima generazione, strutture all’aperto e al chiuso, insegnanti super preparati e tanti eventi sportivi di ogni genere. Ma ci sono anche concerti, bande musicali di tutti i tipi e per tutti i gusti.

C’è un però. Tutte queste cose, che in quanto “arte” dovrebbero essere libere, subiscono l’influenza del “sistema”. Ovviamente la scala sociale scolastica è un tremendo cliché che possiamo trovare in qualsiasi film americano: lo sportivo e la cheerleader sono i fighi della scuola, mentre gli intelligenti e gli artisti sono alla base della piramide sociale, tipo mangime per pesci. La cosa che mi colpisce di più è come effettivamente le personalità degli studenti rifletta la loro etichetta sociale, lo sportivo estroverso e l’artista silenzioso sono ormai la mia realtà da mesi.

I ragazzi per quanto ben educati non hanno alcun tipo di capacità comunicativa, di spazio personale e tanto meno di personalità; la loro vita è principalmente riempita di cose quantitative, di moltitudine. La sensazione che provo è quella che siano tutti roboticamente programmati ad interpretare un ruolo: c’è una parte da recitare, un copione da rispettare. Sono davvero finita in un brutto remake di High School Musical senza Zac Efron?

Questa è la più grande differenza che ho subito sentito rispetto alla mia realtà italiana, dove invece riesco a dar sfogo alla mia personalità e ad esprimere il mio essere, per quanto comunque anch’esso sia in qualche modo omologato ai nostri cari standard sociali. La presenza di milioni di regole e orari strettissimi da rispettare non aiuta di certo i teenager americani, che sono troppo sommersi anche solo per pensare spontaneamente e ad aprire gli occhi verso il mondo che li circonda.

Uno studente in USA funziona solo quando è parte di un gruppo sociale, ossia di una cerchia di persone totalmente uguale tra loro, sia per interessi che per carattere. Ma così, che fine fa quella famosa individualità che noi italiani apprezziamo tanto e disprezziamo contemporaneamente quando ci porta ad essere troppo egoisti?

Qui non c’è, è come se venisse del tutto risucchiata da un’istituzione schiacciante e opprimente che, a secondo la mia piccola esperienza, priva gli alunni di qualsiasi tipo di iniziativa personale e li catapulta a seguire qualcosa di già scritto e prefabbricato da altri. Risultato finale? Una grande sensazione di stress e sovraccarico emotivo che porta a reprimere se stessi e che, a lungo andare, non potrà che avere risultati devastanti.

Qui in America il mantra che sentiamo ripetere un po’ ovunque è l’imperativo “work grind”, che in italiano si traduce con il concetto del “lavorare sodo”, del vivere per lavorare senza pause. In quanto italiana, so che la nostra mentalità potrebbe addirittura essere considerata agli estremi opposti, motivo per cui mi sono trovata piuttosto spaesata in questa nuova dimensione. Niente pausa caffè, niente sigaretta a ricreazione, niente chiacchierate tra una lezione e l’altra; pian piano, ho anche io dovuto lasciar andare la mia amata leggerezza – o meglio, metterla momentaneamente da parte.

Ogni tanto però la mia anima italiana riemerge e, incapace di nasconderla, creo un mio piccolo spazio all’interno di questa routine militare, per gustarmi i sapori e gli odori della grandezza americana.