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Minnesota nice e la scoperta del mondo

Il Minnesota nice: ormai mi circonda da mesi e piano piano sto imparando a capirlo ed apprezzarlo un po’ di più. Non conoscete il fenomeno? Basta fare un rapidissimo e molto-poco-scientifico giro su Wikipedia, che definisce il Minnesota nice come “The stereotypical behavior of people from Minnesota to be courteous, reserved, and mild-mannered, is popularly known as Minnesota nice (also called Midwestern nice when applied to the rest of the Midwestern states). The cultural characteristics of “Minnesota nice” include polite friendliness, an aversion to confrontation, a tendency toward understatement, a disinclination to make a fuss or stand out, emotional restraint, and self-deprecation.

Inizialmente lo percepivo unicamente come una delle tante cose poco autentiche che caratterizzano la cultura americana, una delle tante ipocrisie, un insieme di manierismi e perbenismi che mi hanno sempre indispettito in quanto amante dell’onestà e della veridicità delle cose. Ma con il passare dei mesi ho iniziato ad ampliare le mie vedute ed estendere la mia analisi, se cosi la possiamo chiamare, non solo agli adolescenti minnesotani, ma anche a tutte quelle persone più grandi, gli adulti insomma, che vivono intorno e insieme a me qui, nel Minnesota. In realtà, devo ammetterlo, è proprio grazie a loro che ho scoperto quanto il mio caro Minnesota potesse avere tutta un’altra serie di significati oltre a quella serie di manierismi apparentemente poco sinceri. Significati nuovo e ben più importanti.

Quel che ho capito, infatti, é che qui le persone non intendono il Minnesota come “solo un luogo”: il Minnesota è per loro come un valore da rispettare, uno schema di leggi e consuetudini non scritte ma ben radicate, che puntano a mettere l’ospite a proprio agio, ad integrare il diverso, a far sentire qualsiasi persona benvenuta nelle proprie case, strade e città. Ed é proprio grazie a quel Minnesota nice che all’inizio sembrava un po’ ipocrita, che ho imparato un po’ ad amarlo anche io, questo posto. Come? Beh, partiamo dalle cose semplici… qui c’è un clima bizzarro, un freddo gelido che d’inverno ci costringe tutti a ripararci e passare la maggior parte del tempo al chiuso, a casa, per evitare un vero e proprio congelamento e, in balia di queste condizioni climatiche, le persone si sono ben attrezzate di pazienza e hanno cercato di rendere le loro case confortevoli ed accoglienti, fors’anche più del dovuto – ed eccovi servito un primo piccolo pezzetto di Minnesota nice. Ma non finisce qui! La cosa più bella é che hanno cercato di diffondere una gentilezza che non esiterei a definire cosi accogliente, calda, che potrebbe persino aiutare a sciogliere il ghiaccio circostante, a spezzare l’isolamento forzato del lungo, temibile inverno.

Relazionandomi conperonse più grandi di me ho imparato nuovi modi per organizzare la mia vita, per arrangiarmi e per applicare misure di sopravvivenza che a lungo andare diventano persino piacevoli, chi lo avrebbe mai detto? Ho persino iniziato a godermi quei fine settimana caratterizzati da un fuoco in mezzo alla neve, le lunghe chiacchierate, un buon bicchiere di vino rosso e qualche marshmallows bruciacchiatoc come da copione. Ho imparato che a volte si tende a cercare altrove e negli altri quel che ci è familiare, quel che conosciamo e dal quale – per assurdo – spesso scappiamo, pretendendo poi di trovarlo in persone e luoghi completamente estranei a noi, quando invece basterebbe semplicemente ascoltare, ascoltarsi, ed imparare ad amare il diverso e ciò che è fuori dalla nostra comfort zone, ma senza mai disprezzare quel che pure conosciamo già. Avreste mai pensato che queste parole potessero venir fuori dalla bocca di una piccola marchigiana solita passare i suoi weekend in riva al mare, con qualche oliva ascolana e pasta al fumé? Io di certo non me lo sarei mai aspettata!

Ma torniamo a noi. La cittadina più grande che ho vicino, qui in Minnesota, è proprio Minneapolis, che potrei definire una metropoli vera e propria, fatta su misura e adattata alle rigide condizioni climatiche del posto. Qui invece di spostarsi e camminare e muoversi all’esterno, sono stati costruiti passaggi interni per potere permettere a chiunque di girare per la città e non privarsi di questo piacere (o necessità), restando al caldo. Ci sono tutto un insieme di ponti comunicanti che connettono le varie mete, e tutto sembra proprio esser stato progettato e costruto allo scopo di rendere l’ambiente piacevole e rilassante, che distogla l’attenzione dal problema climatico (ironicamente, un pensiero va sicuramente alla fabbrica di cioccolato di Willie Wonka, con strade e passaggi imprevedibili e lavoratori degni di nota). Insomma, anche la metropoli di Minneapolis, le sue strade, i assaggi, tutto, proprio tutto smebra essere un pezzetto, un tassello di quel puzzle chiamato Minnesota nice.

Il concetto di Minnesota nice, quindi, per quanto possa essere frainteso o mal interpretato da molti, soprattutto se ci si ferma alla prima impressione, è in realtà un proposito vero e proprio e volto al bene dell’altro e che, a mio parere, rende questi gelidi abitanti non solo amabili, ma forse pure un esempio da seguire. Basti pensare che il loro mantra è: quale mezzo migliore di parole gentili e gesti amichevoli per curare la malinconia umana, o semplicemente, per non essere tristi?

Per chi fosse già pronto a pensare che in Minnesota sia tutto perfetto, beh lasciatemelo dire, ovviamente ci sono  effetti collaterali legati a questo modo di essere e comportarsi. Quali? Vi basti pensare questo: se le persone cercano tutte e sempre di rendere ogni cosa confortevole ed indimenticabile, a dream, questo stesso comportamento puo’ tendere – e succede molto spesso – a soffocare e reprimere le emozioni reali, quelle pure negative agari, ma autentiche. Un tratto che io trovo puramente americano: pur di avere una vita senza conflitti e litigi, le persone decidono di soffocare anche l’ultimo briciolo di rancore, con tutte le conseguenze che ne derivano…

Insomma, un universo parallelo per noi italiani, che siamo tutto tranne che gente dedicata a reprime le emozioni, e cosa che ho personalmente sempre amato della nostra cultura. Per le nostre strade si percepiscono distintamente il baccano, addirittra a volte le grida, le espressioni spesso colorate e pittoresche, i gesti tipici della nostra cultura: tutte cose che mi fanno pensare ad un popolo che vive di emozioni forti, che lotta, che ricerca la bellezza e non resta mai in silenzio. Mi piace pensare che noi italiani siamo un’esplosione, un uragano di profumi, luci e rumori che ci permettono di emanare un calore particolare che spesso, mentre guardo la silenziosa e meravigliosa neve che mi circonda, tendo a ricordare malinconicamente, “alla faccia” del Minnesota nice.

 

Imperialismo Televisivo: perché amo gli Stati Uniti?

Se avessero chiesto al Nicola di sedici anni ‘Dove ti vedi tra cinque anni?’, avrei probabilmente masticato qualcosa come ‘Università… Medicina… Forse?’ per poi arrossire e sfoggiare il mio goffo sorriso a bocca chiusa (rigorosamente per nascondere il sottostante e luminoso apparecchio fisso). Non mi sarei mai aspettato di finire a studiare in Inghilterra, così lontano da casa, per poi dovermi ricostruire una vita che fosse (per la prima volta?) completamente mia. O meglio, non avevo mai espresso alcun interesse specifico nei confronti della perfida Albione: è semplicemente successo. Come quando da piccolo pedali in giro per la città, ti distrai e cadi dalla bicicletta senza neanche rendertene conto, semplicemente succede e non resta che alzarsi e accettarlo. Aspettate… E’ un paragone poco poetico e sbagliato: sembra che io sia stato in balia degli eventi e stia cercando di trovare una giustificazione. Infatti, al contrario, ho deciso personalmente di intraprendere questo viaggio, che poi si è rivelato essere una delle scelte più incredibili e soddisfacenti che mi potessero capitare. Mettiamola così: un po’ come Obelix, sono andato verso il calderone della pozione magica, sapendo cosa contenesse, ma è capitato che ci cascassi dentro e ora sono forte oltre ogni misura. E’ semplicemente successo e non lo rimpiango in alcun modo.

Il sogno dell’Inghilterra apparteneva a mia sorella, che fin dalle scuole medie avrebbe voluto trasferirsi a Londra per aprire un negozio di fiori, vivere nel centro nevralgico di una cultura edgy e stilosa, ma al contempo elegante e carismatica. Io invece volevo andare negli Stati Uniti per studiare, per farmi venire il torcicollo a forza di guardare in alto verso i grattacieli di Manhattan o per andare con lo skateboard a Venice Beach per poi fermarmi in spiaggia a prendere il sole. Il cuore di mia sorella batteva al ritmo di David Bowie, e il mio a quello dei The Black Keys ma, ironicamente, nessuno dei due è finito per trasferirsi dove desiderava. Per adesso (?).

Ma come nascono certe idee? Cosa c’è all’origine di certi sogni?

Qualche tempo fa un mio amico mi ha ricordato che nel mio primo giorno di liceo, durante la nostra prima presentazione alla classe dissi ‘Andrò a studiare all’estero dopo le superiori’. Apparentemente il piccolo Nicola era molto intraprendente, a mia insaputa in quanto me ne ero completamente dimenticato. Tuttavia so che ci deve essere stato un motivo per il quale gli Stati Uniti abbiano sempre avuto una forte influenza sui miei gusti e le mie scelte.

La mia teoria è semplice: attraverso la televisione. Lascia un figlio in balia dei programmi televisivi del primo pomeriggio e te lo ritroverai colonizzato dagli USA. A parte, ovviamente, attraverso il fascino giocato dai brand di moda, dalla musica e dallo sport, credo che l’imperialismo americano sia riuscito ad avere una forte presa sul giovane Nicola grazie alla televisione. Non ce ne rendiamo conto, ma la maggior parte dei programmi che abbiamo amato da ragazzini sono americani. Siamo cresciuti con loro e abbiamo assorbito i valori da loro promossi, nel bene e nel male. E così io ho iniziato ad innamorarmi di New York grazie ad How I Met Your Mother e a Friends (per poi scoprire che sono stati entrambi girati a Los Angeles) e della California grazie a O.C. (Summer Roberts, sei stata la mia prima cotta), solo per citare due tra i tanti esempi. Dal modo di vestirsi passando attraverso l’umorismo e al modo di parlare, abbiamo assorbito per osmosi tutto.

Ci sono lati positivi? Credo di sì, perché ancora ad oggi trovo programmi come i Simpson (solo le prime stagioni, sorry) capaci di farmi ridere tramite battute intelligenti. Oppure, semplicemente, quando sono a casa e accendo la televisione, quello che guardo è capace di riportarmi alla mia infanzia, a delle atmosfere familiari che ho abitato per anni.

Cambierei qualcosa? Onestamente sì. Forse il fatto che siamo legati a certe culture e diamo per scontata l’appartenenza ad un sistema di valori esterno al nostro può dimostrare che l’imperialismo ha fatto il suo effetto. Forse siamo davvero tanto assuefatti ad uno stile di vita dominante che se ci togliessero Una Poltrona Per Due la sera della Vigilia di Natale, non avremmo più un’identità. Dopo tutto, cosa faresti la sera del 24 Dicembre senza la televisione? Parleresti con i tuoi nonni o parenti, per scoprire di più riguardo alla loro vita? Neanche per scherzo, per piacere…

Il Nicola di sedici anni, che non sapeva che sarebbe finito in Inghilterra, non vedeva l’ora di tornare a casa dopo scuola per fuggire a New York o a Springfield. Col suo apparecchio e i capelli alla Justin Bieber sognava Central Park e l’Orange County, forse perché erano le sue uniche vie di fuga. Non avrebbe mai immaginato di essere in Inghilterra solo cinque anni dopo, e forse l’aver fantasticato terre lontane l’ha sempre tenuto pronto per la partenza. Non provo rancore, ma sono solamente sorpreso di quanta influenza abbiano avuto certi fattori sulla mia vita, senza che me ne rendessi conto. La soluzione è esserne consapevoli ed evitare di perdere il controllo, usando sempre la propria testa. A volte cadi dalla bici e ti devi rialzare, altre cadi nel pentolone ma ne esci ancora più forte.

Diari dal Minnesota: la storia di come tutto è iniziato

Sono una studentessa di 18 anni che, come tanti altri della sua età, ha deciso di trascorrere il quarto anno di liceo all’estero, negli Stati Uniti precisamente. Ora la domanda in questione è: cosa spinge una ragazza tanto giovane ad abbandonare la sua vita, la sua famiglia, tutti i suoi amici e andare a vivere totalmente sola dall’altra parte del mondo?

La risposta è soggettiva a mio parere. Non sono né la prima né l’ultima a fare questa esperienza, ma nel mio piccolo mondo è quasi un atto rivoluzionario. Ho deciso di partire per diversi motivi: uno dei più ovvi è quello di imparare la lingua, sicuramente, ma ciò che più mi premeva davvero era sperimentare lo stile di vita americano. Desideravo essere parte di quel “sogno americano” di cui tanto si parla e che è così invidiato da noi italiani perché troppo spesso siamo costretti a confrontarci con un sistema disfunzionale, che ci preclude possibilità e ci richiede il doppio degli sforzi per ottenere ciò che vogliamo.

Sono sempre stata una persona intraprendente, sempre aperta ad accogliere il nuovo e il diverso, tante idee e una marea di aspettative che sicuramente sono caratteristiche positive, ma che mi hanno anche portano ad un grande senso di insoddisfazione.Abitando in una piccola città di provincia, i miei slanci e la mia gran voglia di sperimentare non sono mai stati d’aiuto: piccola città, piccole menti, sentivo che alla gente bastava così poco per riempire la propria vita, un fidanzato, una serata in discoteca e magari qualche sigaretta di nascosto e tutti erano felici e contenti.

Non che io disprezzassi tutto ciò, in fondo è una piccola parte di me, però io volevo altro, volevo viaggiare, volevo qualcosa che probabilmente non sapevo neanche cosa fosse, però sapevo che qualcosa mancava.Posso scommettere di non essere la prima ad avere avuto almeno una volta nella vita questi pensieri, motivo per cui sto scrivendo la mia piccola testimonianza.

Se un domani qualche giovane anima si sentisse mancare un pezzo, il mio consiglio è: abbattete i vostri limiti e correte il rischio di cambiare, vi assicuro che ne vale la pena.Quando mi si è presentata davanti l’occasione di partire non ci ho pensato due volte, mi è sembrato il modo perfetto per prendermi una pausa dalla mia realtà quotidiana ed iniziare un nuovo capitolo della mia vita.

Per poter partire e diventare un “exchange student bisogna, oltre alla valanga di documenti da compilare, fare un’intervista con un responsabile della compagnia che deciderà se siete idonei o meno a fare questa esperienza. Ti viene chiesto veramente di tutto, dalla data di nascita a quanti peli il tuo cane lascia giornalmente sul pavimento.Se la risposta è si, il passo successivo è uno dei più importanti, compilare una “application online”, che sarebbe un profilo personale in cui sono contenute tutte le tue informazioni personali e una dettagliata descrizione di sé, sogni, aspettative, passioni, hobby, qualsiasi cosa possa aiutare la famiglia ospitante ad accogliervi in casa loro e scegliere lo studente che più “le piace”.

Poi bisogna solo aspettare che qualcuno decida di ospitarvi e il destino faccia la sua parte.L’imprevedibilità di questa esperienza, il non avere il controllo, è una cosa che può spaventare ma che allo stesso tempo è in grado di emozionarti tantissimo. Per esempio, non so ben dirvi perché, ma a me dava una carica di adrenalina paragonabile a quella sensazione di vuoto allo stomaco che si sente al decollo dell’aereo, cinture allacciate e in pochi secondi non si ha più la terra sotto i piedi.A febbraio mi è stato comunicato che una coppia di signori del Minnesota mi aveva scelto e che avrei avrei trascorso il mio anno all’estero, in un piccolo paesino chiamato Rosemount, con non più di 100,000 abitanti.

Giorni più tardi ho conosciuto la famiglia via Skype e fin da subito mi sono sembrati accoglienti e premurosi, cosa che mi ha levato ogni tipo di timore. A giugno 2017 io e la mia paziente madre siamo andate a Milano dove c’è stato un incontro con gli ex studenti tornati in Italia che raccontavano le loro esperienze, belle e brutte e in cui ci hanno dato una valanga di informazioni, istruzioni e avvertimenti.Per la prima volta ho realizzato a cosa sarei andata incontro, all’importanza di quello che avevo scelto, ho sentito anche un po’ di sana paura, per la lontananza dai miei cari, perché un anno è tanto tempo a 17 anni – ma nonostante ciò, non ho mai abbandonato quella leggerezza con cui sono solita affrontare le cose.

Ho passato un’estate indimenticabile all’insegna del divertimento sfrenato e la spensieratezza, finché non è arrivato il fatidico 23 agosto, tanto aspettato, desiderato e forse inconsciamente temuto, in cui io e il mio bagaglio pieno di speranze, vestiti ed aspettative ci siamo imbarcati all’aeroporto di Roma Fiumicino, e abbiamo preso l’aereo per la più grande sfida della mia vita. Così è iniziato tutto.

Welcome on board! Sofia Paniccia – blogger #theitalians

Nel team di The Italians, Sofia Paniccia è la più giovane dei blogger. Diciassettenne originaria della provincia marchigiana, la sua avventura inizia il 23 agosto scorso quando ha deciso di avventurarsi nel “Nice Minnesota”, e più precisamente a Rosemount.

Quello di Sofia sarà una sorta di manuale di sopravvivenza, il diario di viaggio di una – giovanissima – marchigiana in Minnesota, un viaggio a metà tra racconti personali e analisi delle differenze che un italiano affronta negli Stati Uniti, tra nuovi riferimenti culturali e anche nuovi sistemi educativi.

Con un piede nella neve del Minnesota e la mente al caldo tepore della sua cittadina della costa marchigiana, il 15 febbraio Sofia é divetata maggiorenne e può dire di aver raggiunto la maggior età in America, mito di ogni studente italiano e di ogni cinefilo cresciuto a pane e high school movie.

Intanto, passo dopo passo, condividerà con noi tutte le fasi del suo anno all’estero, dall’adattamento ai cambiamenti, ai piccoli schock culturali alle scoperte più piacevoli, e senza scordare mai la (tanto cara e necessaria) crescita personale.

Un manuale, o forse più un diario, chissà, noi speriamo possa essere non solo una testimonianza ma pure una bella ispirazione.

Sofia, welcome on board!

La differenza tra le università italiane e quelle inglesi: il tempo

In quanto studente al secondo anno alla University of Warwick, ho ormai iniziato a capire come funzioni il mondo universitario anglosassone. Non che ne fossi completamente all’oscuro prima di partire, ma ora le sfumature saltano più facilmente all’occhio. Mi vorrei soffermare principalmente su una di queste: il tempo che ogni studente ha a disposizione per se stesso. Ci tengo a precisare che il mio scopo è quello di presentare due realtà in maniera parallela: sta poi al lettore il compito di tirare le somme e arrivare a delle conclusioni; lungi da me il voler affermare che le università inglesi siano le migliori al mondo.

Seppur non abbia mai frequentato un’università italiana, sono al corrente di come sia strutturato questo sistema nella mia madrepatria. Perdonatemi la generalizzazione, ma a volte è necessario cogliere i tratti in comune che più istituzioni hanno, per definire un trend generale. E quindi, parlando con i miei amici, so delle giornate intere passate in facoltà, delle ore interminabili di lezione e della stanchezza e frustrazione che ne deriva. Obbligo di frequenza, poche sessioni d’esame durante l’anno, esami scritti e orali: l’immagine che danno delle nostre università è quella di “nemiche” dello studente. Ripeto, ci sono delle eccezioni e ne sono consapevole, ma i racconti e le testimonianze che ho raccolto non sono comparabili all’esperienza che sto avendo io in Inghilterra.

Ogni giorno nella savana, quando sorge il sole, una gazzella sa che per non venir mangiata dovrà correre. Ogni giorno in Italia, quando sorge il sole, uno studente sa che per non andare fuori corso, dovrà correre. Guai ad essere fuoricorso! Guai a cambiare facoltà! Guai a prendere un anno di pausa! Chi perde tempo, non ha alcuna giustificazione!…

Ed è qui la differenza principale con la mia esperienza universitaria: l’avere tempo. E la maggiore presenza di questa componente si declina in diversi modi. In primo luogo, è davvero comune aver preso un gap year, ovvero un “anno sabbatico”, che in italiano ha già una concezione di pigrizia insita nel nome; semplicemente per il fatto che non tutti hanno le idee chiare rispetto a quello che vogliono fare all’università. Non preferiresti investire un anno facendo delle esperienze lavorative o di volontariato per poi riuscire a scegliere una materia che veramente ti appassiona? O magari, com’è successo a dei miei amici, capisci che l’università non fa proprio per te e te ne allontani in maniera rispettosa.
E’ però la maggior quantità di tempo da investire durante il trimestre di studio e durante i periodi di vacanza a fare la differenza. Non voglio che leggendo questo articolo pensiate che da noi non si studi nulla e che si faccia sempre baldoria, ma semplicemente il nostro è un sistema differente dove lo studente è già libero: libero di organizzarsi da solo, di scegliere e anche di sbagliare. Le mie ore di lezione saranno minori rispetto a quelle dei miei amici in Italia, tuttavia a me tocca mettermi a studiare articoli o capitoli di libri scritti da professori esperti nel settore e poi sviluppare il mio “pensiero critico” a riguardo. In Italia – con le dovute eccezioni, s’intende – ti studi il tuo libro di Economia Politica, lo impari per bene e la storia finisce lì. Nessuno ti chiede se, secondo te, Marx aveva ragione o se Smith può essere ancora attuale. Mentre a noi, richiedono esplicitamente di maturare una nostra opinione; cosa che potrebbe spaventare uno studente proveniente dal nostro sistema scolastico. Ed io ne sono la prova, perché all’inizio dello scorso anno non sapevo neanche da dove cominciare.

E così, per quanto riguarda la mia materia, ti scrivi i tuoi saggi brevi sviluppando una tua tesi originale e ti prepari per i tuoi esami, essendo sicuro di avere un’idea originale da proporre all’esaminatore. In tutto questo però, si riesce ad avere il tempo per fare nuove esperienze e aprire i propri orizzonti. Ad esempio, a Warwick è quasi scontato partecipare agli eventi di una “society”  o essere nel direttorio di una di queste. Si tratta di gruppi di studenti che si riuniscono perché hanno un interesse in comune, e così organizzano eventi a riguardo, promuovendo la socializzazione tra i membri, invitando professori a tenere conferenze o semplicemente andando in discoteca insieme. Agli occhi di chi non ne ha fatto esperienza, non sembrano nulla di eccezionale, ma essere in carico di una di esse ti permette di sviluppare delle abilità che saranno utilissime in futuro (e di conoscere anche molta gente e divertirsi ovviamente, a chi lo voglio nascondere). E’ sia un momento di crescita personale, sia un’opportunità di dimostrare ad un futuro datore di lavoro che il tuo unico interesse non è la materia che stai studiando e che le tue abilità vanno oltre i 30 e lode che hai preso. Lo stesso vale per i club sportivi: avere tempo di fare dell’attività fisica è sicuramente una necessità fisica in quanto esseri umani, ma anche un modo attivo per allargare i propri orizzonti.

Arriviamo così alle vacanze di Natale, Pasqua e quelle estive, in cui tendenzialmente hai dei saggi brevi da scrivere o dei progetti a cui lavorare, ma siccome sono molto lunghe (quattro settimane per le prime due e tre mesi durante l’estate), trovi del tempo anche per dedicarti ad altre cose. Una volta fatto il tuo dovere, nessuno ti vieta di fare esperienze lavorative, del volontariato o di scrivere degli articoli come faccio io. Quindi la differenza maggiore sta nel tempo che possiamo investire in attività che mettono a frutto gli insegnamenti acquisiti all’università o che semplicemente ci fanno sentire bene. Io ho addirittura iniziato a fare musica…

Che senso ha obbligare gli studenti a stare a testa bassa sui libri per tutto il giorno, se poi non sanno applicare nel mondo reale quello che stanno imparando? Concordo che le scuole superiori siano un periodo di scoperta che necessariamente mantiene ampio il grado di specializzazione delle materie trattate, ma all’università, ormai, non bisogna solo “imparare”, ma anche “imparare a fare”. In una “society”, con un’organizzazione di volontariato, attraverso un lavoro part-time, ci si conosce, si impara a conoscere i propri limiti e le proprie abilità. Se non si ha il tempo di conoscersi, come si possono fare delle scelte sensate in ambito accademico, lavorativo, ma anche, e soprattutto, di vita? Ripeto che esistono sicuramente delle istituzioni che fanno eccezione o studenti che in Italia trovano il tempo di fare tutto quello di cui ho parlato, ma è palese che il sistema non sempre li facilita. Vedo quest’articolo, perciò, più come un appello ai miei coetanei e alle università: trovate, e date la possibilità di far trovare, le proprie passioni. Le passioni assumono tante forme ed è grazie a loro che troviamo la spinta per impegnarci in quello che facciamo e per fare quel fatidico “miglio in più”. Alcuni fortunati sono appassionati di quello che studiano e quindi riescono ad unire l’utile al dilettevole; altri trovano la propria forza nella musica, nella scrittura, nella lettura, nello sport e in mille altre cose. Se non ci venisse data la possibilità di comprendere cosa ci fa battere il cuore? Se non ci venisse dato abbastanza tempo per capirlo? Sia in Italia, sia in Inghilterra, sarebbe davvero un grandissimo peccato.

Intervista a Leonardo Quattrucci – il più giovane Policy Adviser dell’European Political Strategy Centre, in-house think tank della Commissione Europea

Quella di Leonardo Quattrucci non è la classica storia di un giovane italiano in fuga dall’Italia.

Si, ok, effettivamente la sua avventura parte proprio così, ma oggi – a soli 25 anni – è riuscito ad arrivare da Spoleto, un piccolo centro dell’Umbria, a Bruxelles, dove è attualmente consigliere politico del Direttore generale dello European Political Strategy Centre, think tank della Commissione europea che riporta al Presidente, ed è anche un Junior Fellow all’Aspen Institute Italia e un Global Shaper del World Economic Forum.

Leonardo è un’Italian sicuramente unico nel suo genere, tanto da esser stato nominato da Forbes Magazine nella classifica inaugurale dei 30 Under 30 europei in politica, e ricevere nel 2016 il Premio Italia Giovane nella categoria “Istituzioni”. Noi di The Italians non abbiamo resistito e l’abbiamo intervistato. E questo mese la nostra rubrica è dedicata proprio a Leonardo e al suo motto: “migliorarmi per migliorare”.

 

Ciao Leonardo! Iniziamo l’intervista parlando di premi e riconoscimenti: sei stato nominato da Forbes Magazine tra i trenta under30 “top young leaders” della politica europea e sei stato uno dei dieci italiani under35 dell’edizione 2016 del Premio Italia Giovane. Te lo saresti mai immaginato? Quali credi che siano le chiavi di questo successo?

I riconoscimenti che menzioni sono stati una sorpresa. Chiaramente, mi onorano e mi gratificano. Ma soprattutto mi responsabilizzano e spronano. Li interpreto come un segnale che il duro lavoro paga e soprattutto come un punto di partenza piuttosto che di arrivo. Infatti, ad essere onesto, trovo il concetto di successo un po’ obsoleto. Io preferisco concentrarmi sull’apprendimento: cosa posso imparare, con chi, dove, al servizio di cosa posso mettere le mie conoscenze e competenze? La mia disciplina e la mia motivazione sono “migliorarmi per migliorare”.

 

Sappiamo che sei arrivato nel 2014 a Bruxelles come tirocinante, ma spiegaci meglio: perché hai deciso di lasciare l’Italia? L’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani italiani a mollare tutto oppure quella di partire è più una spinta personale?

Ho lasciato l’Italia nel 2013 perché in un mondo globalizzato, per eccellere, vuoi imparare dai migliori e con i migliori. Nel mio caso specifico, questo significava studiare ad Oxford, nella scuola di governo che all’epoca era stata appena fondata. Volevo imparare a servire con il massimo dell’integrità e della competenza, secondo standard internazionali. Lì ero parte di un gruppo di 60 persone da 40 Paesi diversi, che venivano da cammini differenti – da ex ministri a gente come me. Esporsi a questa diversità ti arricchisce e completa – intellettualmente, personalmente e professionalmente.

Dopo Oxford e una parentesi londinese sono arrivato a Bruxelles, e ci sono rimasto perché ho ricevuto l’onore e il privilegio di mettermi al servizio dell’Unione europea – e quindi dell’Italia. Voglio chiarire una cosa: in un mondo globalizzato, siamo individualmente più forti quando ci uniamo collettivamente. Per cui non bisogna fraintendere: il meglio dell’italianità si può esprimere in Europa. I valori di apertura, solidarietà, protezione – e non protezionismo – sono il meglio di quanto possa offrire l’Italia in Europa e viceversa. Trovo che i dualismi facciano notizia, ma siano generalmente poco veritieri.

Poi se mi chiedi: c’è un problema di gerontocrazia in Italia? Mi sembra di sì, purtroppo. Ma discutere di “esterofilia” o di “fuga dei cervelli” non ha portato soluzioni, per lo meno da quando io ho cognizione di causa. La questione è: come facciamo ad equipaggiare ogni italiano con competenze ed opportunità e sostenere il merito? Come facciamo a costruire un sistema in cui i compiti e le responsabilità sono assegnati in base a competenze e integrità? Io senza borse di studio alla John Cabot non sarei andato, e il modo di finanziare i miei studi ad Oxford me lo sono dovuto inventare.

 

Andiamo più sul personale… Sei il più giovane consulente politico dell’European Political Strategy Centre, che supporta direttamente il Presidente della Commissione Europea, ma cosa significa di preciso? Di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? Oneri e onori, insomma!

Significa avere il privilegio di essere parte di una squadra interdisciplinare di eccellenze che ha il mandato – e la responsabilità – di innovare, anticipare e sostanziare proposte di policy. Io ho l’onore di assistere direttamente la Direttrice generale, il che mi ha dato mondo di spaziare tra tematiche di ogni tipo, come ad esempio dall’allora proposta (e oggi realtà) di un’Unione per la sicurezza all’economia digitale. L’onere è assicurarsi che ogni prodotto sia del massimo rigore, della massima qualità, puntualità e rilevanza strategica, dalle Note Strategiche – le nostre analisi di dominio pubblico – a eventi di alto livello.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Guarda, io ho la fortuna – o il difetto – di non dare molta importanza alla nazionalità o all’età, ma di guardare a chi mi sta di fronte in quanto persona e professionista, quindi all’etica e alla professionalità. Non sono mai stato discriminato in quanto italiano – questo, nella mia esperienza, è più un nostro complesso che una realtà. D’altra parte, è vero che a volte la gioventù viene guardata con il sospetto di inesperienza, ma la risposta che ho trovato più efficace è sempre stata la performance, non le parole. E devo essere grato ai miei capi che mi hanno dato la possibilità di mettermi alla prova e ai miei colleghi per saper apprezzare i fatti.

 

Raccontaci da insider degli Stati generali degli italiani nelle istituzioni Ue: cosa sono? Come nasce questa idea e dove vuole arrivare?

Gli Stati Generali degli italiani nelle Istituzioni europee sono un esperimento eccezionale: nessun Paese, prima del 23 giugno scorso, aveva costruito una simile infrastruttura per la rappresentazione, l’ascolto e la mobilitazione dei propri connazionali a Bruxelles. L’idea nasce dalla Rappresentanza d’Italia presso l’Ue e dal Ministero degli Affari Esteri che, insieme, hanno dato inizio questo laboratorio di italianità nell’Unione europea. Ovviamente, il vero evento comincia ora: l’occasione di riunirsi deve corrispondere a azioni per rappresentarsi. Gli italiani sono un decimo dei funzionari nelle Istituzioni – tantissimi! Saremo un coro unisono e una collezione di solisti? Questo dipende dall’impegno e dalle richieste di ognuno di noi.

 

Partendo dalle tue esperienze politiche, ma con lo sguardo rivolto al futuro dell’Italia: quali credi siano i problemi maggiori da risolvere per i giovani, per fare in modo che non sentano la necessità di andare altrove per realizzarsi?

Per rispondere vorrei chiarire che io sono un funzionario pubblico: di esperienze politiche da cui partire al momento non ne ho e, quindi, non mi avvalgo di tali facoltà. Detto ciò, penso che prevenire gli italiani dall’andare altrove per realizzarsi sia un ragionamento sbagliato. Sarebbe come provare a vincere una gara facendo inciampare gli atleti concorrenti, invece di allenarsi ad essere più veloci. In più, oggi la competizione è globale. Se un italiano vuole confrontarsi con un cinese, un giapponese, un indiano, una americano, ben venga – bisogna competere a rialzo.

La vera domanda, per me, è: come rendiamo l’Italia una destinazione attraente per vivere, lavorare e investire? E non solo per gli italiani, ma a livello internazionale. Il punto di partenza, per me, è l’investimento in capitale umano e un nuovo patto tra generazioni: l’Italia ha il record di giovani disoccupati e non impiegati in istruzione o formazione (Neet), e questo è un rischio per la sostenibilità sia del futuro della prossima generazione sia della prosperità di quella presente. Per cui, investire nell’istruzione digitale e della prima infanzia, digitalizzare l’industria, semplificare le procedure per creare un’impresa, promuovere le eccellenze accademiche con borse di studio… I Paesi che oggi prosperano e innovano sembrano aver seguito questi passi.

 

Che consigli daresti ai tanti giovani che ti guardano come un esempio, e che vorrebbero riuscire – magari anche in altri ambiti, perché no – in quello che stai facendo tu?

Di dare consigli non mi sento all’altezza! Quello che ha funzionato per me, fino ad oggi, è – come dicevo prima – chiedersi “Che cosa posso imparare? E perché?” piuttosto che “Chi voglio diventare?” Le competenze valgono più delle carriere. E poi circondarsi di persone migliori di se, che siano anche oneste e pronte a dirci cosa possiamo fare meglio e dove abbiamo sbagliato. Di critiche costruttive non si può mai essere sazi, specialmente in un mondo passiamo troppo tempo sui social a congratularci a vicenda con persone che la pensano allo stesso modo.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo te, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Nel mio piccolo, cerco di impegnarmi nel “dare al domani” e nel costruire “imprenditorialità civica”. In pratica, questo significa concentrarsi nel sostenere i più giovani – parliamo dai 18-20enni in giù – sia nell’acquisizione di competenze che nell’individuazione delle loro possibili scelte. Con la Fondazione Homo Ex Machina, di cui ho il privilegio si sedere nel talent board, stiamo provando a creare quest’infrastruttura intergenerazionale, dove dei dirigenti offrono il loro tempo e le loro esperienze ai più giovani e in cambio ricevono idee, prospettive nuove. Troppo spesso sottovalutiamo quanto si possa imparare da una persona di 10 anni. Mi chiedo se dovremmo istituire un giorno della settimana in cui condividiamo un gesto di imprenditorialità civica o di solidarietà tra generazioni. Che dice?

 

 

Noi di The Italians non possiamo che essere d’accordo con Leonardo. Inseriti nel contesto sempre più veloce e dinamico di un mondo globalizzato in continuo cambiamento, i ragazzi devono saper diventare imprenditori di se stessi e “migliorarsi per migliorare”. Se ampliare il proprio bagaglio di esperienze e confrontarsi con le altre culture è giusto, lo è anche lavorare per il proprio Paese e far sì che diventi sempre più meta attrattiva all’estero ma soprattutto per i propri giovani.
Ormai è diventato un mantra: non bastano discorsi teorici, occorrono delle proposte concrete. E nell’attesa di festeggiare – speriamo presto! – il primo giorno di imprenditorialità intergenerazionale, non ci resta che incrociare le dita e sperare che la storia di Leonardo possa essere utile a tanti altri giovani italiani sparsi nel mondo.

Casa é dietro, il mondo avanti.

“E adesso andate, e fate errori interessanti, fate errori grandiosi, fate errori gloriosi e fantastici. Rompete le regole. Lasciate un mondo più interessante grazie al vostro esserci stati.” (Neil Gaiman)

Mi sembra passato un secondo da quando mi sono imbarcata per la mia avventura inglese: mi ricordo come se fosse ieri l’emozione e l’ansia di quando ho riattaccato il telefono e sono corsa giù per il corridoio – lo stesso in cui pattinavo quando ero piccola, ed in cui facevo le gare di scivolata con mia sorella – per dire a mia madre che, nonostante tutto, sarei andata a
studiare a Londra.

E invece sono qui, ad un anno dalla laurea ed a qualche giorno dalla consegna della copia definitiva della mia seconda, ma forse non ultima, tesi per il Master. Le dovute celebrazioni, in concomitanza con il mio compleanno, sono già avvenute e tra qualche mese, se tutto va bene, dovrò indossare una nuova toga per ricevere un altro diploma.

Per quanto sia felice della fine di questo ennesimo percorso d’istruzione, che mi ha dato l’opportunità di crescere non solo intellettualmente, ma anche come persona, mi si presenta una prospettiva poco allettante per il mio futuro. La cerimonia di laurea.

La cerimonia di laurea Inglese si celebra in pompa magna. Non ci si presenta impreparati, tutto dev’essere calcolato nei  minimi dettagli. I biglietti – ovvio, mica si può andare così, senza prenotare, alla propria laurea – vanno prenotati come minimo due mesi prima, così come toga e tocco d’ordinanza. Per la mia laurea triennale l’outfit era molto sobrio: nera la
toga, nero il tocco, ma con un punto luce color viola dato dal cappuccio – sì, ci sono state rievocazioni di Dissennatori e Batman: per quanto adulti il mondo ci dica di essere, ci sono delle opportunità che non si possono far passare.

L’abito da sfoggiare non deve essere strettamente da cerimonia come mi era stato suggerito dagli amici, visto che c’è chi si è laureato in jeans e scarpe da ginnastica, ma visto che mia madre sfrutterà per anni le foto scattate in mancanza di quelle di matrimonio e/o pargoli, lo sforzo andava fatto. Quei tacchi andavano indossati per forza.

Ora, visto che sono amica di incurabili secchioni – e di una studentessa di medicina che ci metterà anni ad arrivare alla laurea, ma la sua è una pena autoinflitta – nel 2015 si sono laureati TUTTI i miei amici, quindi ho potuto osservare ripetutamente le differenze che hanno caratterizzato la mia cerimonia di laurea in Inghilterra e quella dei miei amici in Italia.

Prima di tutto, le sessioni laurea italiane hanno meno partecipanti, probabilmente perché ce ne sono diverse durante l’anno. In Inghilterra l’intero corso, se superati gli esami, si laurea allo stesso momento, motivo per cui le discussioni e proclamazioni Italiane si fanno in aule della facoltà mentre per quelle Inglesi bisogna prenotare un auditorium. Da 2500 posti, perché bisogna stare comodi.

In secondo luogo, la durata della cerimonia in Italia non è eterna. Trenta minuti, metti un’ora e poi puoi uscire e gridare per la gioia fino a quando ti ricordi che con la triennale non puoi farci niente e che ti tocca fare ancora due anni. In Inghilterra dopo la triennale puoi già lavorare se vuoi, ma il karma te la fa pagare facendoti stare seduto minimo due ore a vedere una parata di gente vestita tutta uguale – che poi in realtà sembrano vestiti uguali, ma cambia a seconda del livello di istruzione che hai. Tipo per il Master a me daranno un cappuccio più lungo ricoperto di velluto. Perché il velluto fa serio, direbbe mia mamma.

Dopo la loro proclamazione i miei amici hanno tutti fatto quello che tradizionalmente si dovrebbe fare ottenuto un diploma di laurea: si sono fatti fotografare con in mano la prima delle tante bottiglie di alcol di cui avranno bisogno per gli anni avvenire, per poi festeggiare in famiglia e, più tardi, con gli amici per sfogare l’eccitazione.

Dopo la mia proclamazione, trasmessa in diretta web per quegli ‘spilorci’ che non avevano voluto pagare £28 per venirmi a vedere camminare precariamente sui tacchi davanti a 300 persone, ho aspettato che mia sorella e mia madre svegliassero mio padre che si era appisolato dopo il laureando no. 150. Ho mangiato una caprese con la “mozzarella di bufala” – non era mozzarella e non mi convinceranno mai del contrario – sono salita su un bus e sono andata a casa a levarmi i tacchi.

Un anno ed una quasi laurea dopo e sono seduta ad una scrivania che da su un meraviglioso Arthur’s Seat illuminato dal tepido sole autunnale. Inaspettatamente Edimburgo è diventata una delle mie case lontane da casa, però non credo che la mia avventura Inglese sia finita. In fondo ha solo cambiato rotta.

Forse è solo un caso, ma mi piace pensare che questa nuova esperienza sia anche dovuta alle somiglianze che vedo tra me ed un personaggio molto speciale con cui condivido non solo alcuni tratti tipici, ma anche il mio giorno di nascita. Spero solo, caro Bilbo Baggins, di non mettere mai mano sull’Ultimo Anello.

Ars Libri la gioia delle letture non-fiction

“Una stanza senza libri è come un corpo senz’anima”
(Marco Tullio Cicerone)

Io amo leggere. Da quando mia madre mi ha messo in mano uno di quei libricini per imparare a leggere all’età di cinque anni credo di non aver mai passato neanche un giorno senza leggere qualcosa.

Libri, giornali, blogs, ricette: qualunque cosa sia scritta bene – o male, perché in qualche modo si deve imparare a distinguere – io la leggo.

Prima di iniziare l’università ho attraversato, come molte altre teenagers come me, le più svariate fasi di amore per determinati generi letterari. Sono stata catapultata dall’ossessione per Harry Potter – non prendiamoci in giro: la fase Maghetto Inglese con gli Occhiali non passerà. Ma tipo mai. Ma neanche sotto maledizione crucio – a quella per Twilight. Sí, anche quella, perché abbiamo tutti avuto quattordici anni e anziché farmi le canne leggevo di gente che sbrilluccicava al sole.

Flash forward al primo anno della mia vita da universitaria e mi trovo ad affrontare categorizzazioni letterarie di cui non avevo mai sentito parlare: fiction e non-fiction.

Il termine non-fiction indica quei libri atti all’informare e sono basati su fatti, non immaginazione. Considerando la mia precedente esperienza, limitata alla lettura di Norberto Bobbio e Hannah Arendt durante le ore di filosofia, mi aspettavo tre anni di noia mortale.

Ho scoperto invece un grande amore.

Il primo anno di Giornalismo ho seguito cinque corsi, uno dei quali intitolato “Contextual Journalism”: ogni settimana dovevo presentarmi ad una lezione di un’ora in cui i professori ci spiegavano, passo per passo, la storia e l’evoluzione del giornalismo britannico ed internazionale.

Dopo la lezione era obbligatorio partecipare ad un “seminar”, ovvero un’altra ora di discussione monitorata da un professore in cui otto aspiranti giornalisti ascoltavano i risultati di ricerche approfondite fatte da altri due studenti sulla lezione della settimana precedente.

La cosa che più mi divertiva di queste lezioni – passato il primo periodo di panico vista la mia ignoranza sul normale svolgimento di simili sessioni – era la libertà che avevamo per approfondire l’argomento: c’erano delle liste di libri suggeriti, ma erano solo quelli. Suggeriti.

Potevo passare ore in biblioteca, scavando nei meandri più bui del web per scoprire delle particolarità sui grandi uomini e le grandi donne che hanno influenzato il giornalismo moderno. Fatti che nei libri prettamente scolastici vengono spesso omessi perché non pertinenti, o semplicemente inutili.

Per esempio: la prima giornalista Americana certificata, Ann Royall, ottenne un’intervista esclusiva con il Presidente John Quincy Adams perché era a conoscenza della sua passione per le nuotate mattutine nel fiume Potomac. La Royall si presentò un giorno sulla riva del fiume, prese gli abiti del presidente, e ci si sedette sopra finché non le concesse un’intervista.

Saperlo servirà mai a concludere una trattativa di pace? A sistemare l’economia? Probabilmente no, ma rimane una grande lezione di perseveranza e testardaggine da cui si può imparare a non mollare.

La maggior parte dei libri usati per le mie ricerche erano appunto lavori di non-fiction: fatti reali, tangibili, di cui si possono capire le ragioni e le conseguenze. E da buona giornalista – o forse da incurabile curiosa – io voglio sapere tutto, su tutto quello che mi circonda e su tutti quelli che fanno la storia.

Le facoltà britanniche, soprattutto quelle classificate come “humanities” – vedi: Arte, Antropologia, Giornalismo, Politica, etc. – si basano fondamentalmente sullo studio individuale e sulla ricerca autonoma. L’idea di base è questa: anziché costringere lo studente a seguire 32 milioni di ore in aula a seguire corsi o leggere pile di dispense per gli esami, in Inghilterra è lo studente a decidere come e cosa approfondire di una lezione.

Ovviamente, durante i corsi tradizionali, i professori toccano i punti piú importanti di un argomento e.g. Karl Marx e la dittatura del proletariato, ma ogni partecipante al seminar della settimana seguente porterà elementi diversi, arrichendo la conversazione e lasciando agli altri partecipanti nuovi punti di vista.

Questa libertà di scelta nell’istruzione, anziché essere caotica come ci si aspetterebbe, dà origine a dibattiti che possono cambiare la percezione di molti, o perlomeno spronare un individuo a pensare in modo alternativo al proprio. Cosí facendo si facilita la comprensione del prossimo e si inizia a capire, piano piano, i meccanismi che si nascondono dietro tutti i sistemi – politici, economici, sociali, etc. – che ci circondano.

Ed è per questo motivo che, nonostante io continui a riempire le mie povere librerie con libri di tutti i generi, i miei preferiti siano diventati quelli di non-fiction. Per continuare il dibattito che ho iniziato quando sono entrata all’università, e per completare la mia istruzione sugli altri e sul mondo.

Termino questo post con un ulteriore fatto storico interessante in cui sono inciampata preparando una lezione sull’evoluzione del ruolo dei corrispondenti di guerra.

Il conflitto piú lungo che sia mai esistito è durato ben 335 anni, ed è stato “combattuto” tra l’Olanda e le Isole Scilli senza neanche mai sparare un colpo: viene definita guerra nonostante la mancanza di battaglie, e la pace tra il paese europeo e l’arcipelago della Cornovaglia è stata dichiarata solo nel 1986.

“Il cambiamento è il risultato finale del vero apprendimento.” (Leo Buscaglia)

“Il cambiamento è il risultato finale del vero apprendimento.”
(Leo Buscaglia)

Palazzo Nuovo si erge in tutta la sua discutibile bellezza a pochi passi dalla Mole Antonelliana, ed è dove per quasi tutta la mia adolescenza pensavo di finire per completare la mia carriera scolastica: sede delle facoltà umanistiche dell’Università del loro trasferimento nel nuovo campus ipertecnologico sulla Dora, era anche sede dei corsi di Giurisprudenza.

Dopo discussioni varie sui costi, la distanza e le possibilità di lavoro, anziché farmi dieci minuti di camminata per andare all’università, ho deciso di andarmene ad esattamente 1221.49 km di distanza dal palazzone grigio farcito di amianto che ancora adesso il comune sta facendo bonificare.

Destino ha voluto che anche la mia nuova università avesse sede in un blocco di cemento costruito negli anni ’70, oltretutto in una delle zone di traffico più caotico di Londra: Elephant&Castle è soprattutto rinomata per il pittorescamente decrepito centro commerciale – reso ancor più caratteristico da vari accoltellamenti al suo interno e da un fantastico ristorante cinese al piano terra – e per i vari incidenti d’auto che sono avvenuti presso l’enorme rotonda che domina il suo epicentro.

Il London College of Communication (LCC) si trova a sud-ovest della rotonda, ed è facilmente individuabile grazie alla torre di quattordici piani che ne ospita le aule. Un edificio sproporzionato rispetto ai numeri degli studenti: parte della più grande University of the Arts, LCC conta 6.500 dei 17.775 iscritti in corsi triennali o master.

Sproporzionato soprattutto per il corso di Giornalismo anno 2012-2013, il mio primo anno.

Dopo una settimana di presentazione dell’università – inclusi tour dell’edificio di cui, dopo tre anni, penso di non averne esplorato neanche 1/3 – mi sono ritrovata seduta in un’aula magna da 150 posti con altre 90 persone. 90 persone che mano a mano son diminuite a 65 quando ci siamo laureati.

Non avevo mai seguito una lezione universitaria in Italia, ma avevo ascoltato con terrore – non amo particolarmente le folle, soprattutto di gente della mia età – i racconti di mia sorella, veterana all’università di Torino, sulle condizioni degli studenti costretti a presentarsi con largo anticipo alle lezioni, o a doversi addirittura portarsi le sedie da casa.

Ecco, sedermi in quell’aula magna il primo giorno di corsi è stato come sedersi in treno senza nessuno che ti si metta accanto: pura gioia!

Gioia alla quale si è poi aggiunta la sorpresa di essere ulteriormente suddivisi in mini gruppi per i settimanali seminari di discussione sulla storia del giornalismo internazionale. Nel mio caso, il rapporto studente-insegnante era dieci a uno, il che permetteva di essere molto ben seguiti da un unico professore per tutto l’anno scolastico: questa particolare attenzione aiuta specialmente gli studenti internazionali che, come me all’inizio, si aspettano un trattamento del tutto diverso.

Il primo anno il professore di riferimento era molto attaccato al suo studiolo e ci sfidava, di settimana in settimana, a sfruttare le abilità acquisite da grandi partite a Tetris durante le ore buche del liceo per trovare alle sedie posizioni che garantissero il libero passaggio e la comodità di almeno cinque di noi.

L’anno successivo i gruppi vennero cambiati, così come i supervisori, per garantire una varietà nella discussione degli argomenti: dopo sette mesi passati sempre con le stesse persone avevamo iniziato a capire come pensavamo mentre invece, da bravi giornalisti, dovevamo già abituarci ad avere a che fare con persone diverse, con concetti ed ideologie sempre in movimento. Un inaspettato esercizio che però si è rivelato presto utile quando ho iniziato a lavorare.

Sei mesi dopo l’inizio della mia avventura in Inghilterra sono ritornata a casa per le vacanze di Pasqua ed ho avuto la possibilità di seguire una lezione a Torino. Nonostante ci sia nata e cresciuta, ho sempre avuto un problema nel calcolare le tempistiche per arrivare da qualche parte, quindi sono arrivata a Palazzo Nuovo mezz’ora prima dell’inizio della lezione – ancor prima di mia sorella che doveva effettivamente seguirla.

A differenza dei corsi in Inghilterra, il professore domina la scena sul suo piedistallo di legno all’inizio dell’aula. Le lezioni sono meno interattive, vuoi per l’elevato numero di partecipanti, vuoi per l’intrinseco terrore degli insegnanti che rimane tangibile dal primo anno.

Si sentiva però l’interesse dei presenti, la voglia di imparare enfatizzata dal crepitio delle penne su quaderni ed il tic-tac sui tasti dei computer. Anche quelli costretti a sedersi sulle scale seguivano affascinati la lezione sull’influenza del ‘Teatro delle Crudeltà” di Antonin Artaud sul lavoro scenico del Living Theatre, Peter Brook e le forme del teatro povero.’

Non esattamente il mio tipo di lezione, ma è stata comunque in grado di farmi capire che non importa dove si studia, basta che si studi quello che piace.