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Voci lontane.

Quando mi venne chiesto di scrivere per The Italians, mi trovavo a Dublino. Dalla mia camera, grande per contenere lo stretto necessario, provavo a far quadrare i conti, a tirare fuori un puzzle da tanti pezzettini di carta che, sparsi qua e là, sembravano non avere un senso, un legame tra di loro. Provavo a non ascoltare le voci dentro di me, le quali con rancore solevano ricordarmi che quei sacrifici, quelle sofferenze quotidiane, le dovevo al mio paese, alla sua classe dirigente, alla sua mentalità. Quelle voci solevano ricordarmi che la colpa non era la mia, che mi trovavo in un sistema più grande di me, impegnativo da capire, difficilissimo da risolvere ed impossibile da conoscere. Erano le voci che mi dicevano di lasciar perdere, di lasciar stare, le voci che pensi ti capiscano, alle quali chiedi un consiglio, ricevendo solo alibi.

Mi trovavo lontano, molto lontano da casa. L’ho capito quando tornai a Dublino, dopo aver passato la Pasqua a Roma. L’ho capito in quel volo Ryanair che non arrivava mai, quelle ginocchia strette e quell’inutile e faticosa ricerca di una posizione comoda per dormire, mi aprirono gli occhi sulla strada che stavo lasciando alle spalle. “Oh, non si arriva mai davvero!” pensai, quando anche le playlist di spotify iniziarono a scarseggiare.

Eppure ho continuato, mi sono convinto che maggiore era la distanza, maggiore sarebbe stato il mio impegno, la mia forza di volontà, la mia determinazione. Ma per cosa?! Qual era l’obiettivo?! Un posto di lavoro? Imparare l’inglese? Un’esperienza? Una vita nuova? Nulla di tutto ciò.

Quello che cercavo era un modo per non ascoltare quelle voci, un modo per distruggerle o quantomeno un modo per creare talmente tanto rumore intorno, da non riuscire più a sentirle. Non volevo più alibi, non volevo ascoltare più parole di conforto, la cui unica funzione è accarezzarti tenendoti fermo. Mi ero stancato dei “te pare facile”, dei “in Italia non si può fare”. Mi ero stancato di chi già pensava di non avercela fatta, prima ancora di provare.

Non volevo regalare la vitalità della mia gioventù, a giudizi vecchi, speranze stanche e pensieri già vinti. Non volevo, a neanche un anno dalla mia laurea, accettare che le cose non sarebbero mai cambiate, facendo il gioco di chi vuole l’apatia generale perché sa quanto possa essere contagiosa e perciò pericolosa la speranza. Non volevo più sentire che comunque avrebbero vinto loro, ma loro chi poi?!

Perciò quando sono sceso da quell’aereo, ho promesso a me stesso che non ci sarei risalito, finché non avessi zittito quelle voci che mi dicevano di non uscire di casa, che tanto avrebbe piovuto e che contro la pioggia non avrei potuto far niente.

L’ho fatto con difficoltà certo, ma con la consapevolezza e quella gioia turbinosa che si ha quando si sceglie e con quella inconfondibile allegria, di chi scopre che solo ciò che fa tremare le gambe, fa si che qualcosa cambi davvero. Ho deciso di tornare quando ho capito che l’importante è avere voci che ti dicano che ce la puoi fare ed un tuo cammino che, seppur dall’altra parte del mondo, rappresenta casa.

Tornando s’impara.

Una delle cose belle di vivere all’estero è avere la possibilità di fare il turista a Roma, per cui l’unico rimpianto per esserci nato è il non poterlo mai essere realmente. Lo scorso weekend, con la scusa del compleanno di uno dei miei più cari amici, ho potuto assaporare quel gusto di eterno, quella bellezza libera dalla condanna di occhi abituati, quell’eccitazione sorpresa di chi scarta un regalo non immaginandolo così bello.

Durante quest’esperienza all’estero non sono tornato spesso a Roma, se non nelle situazioni “dovute”, come Natale e Pasqua. Vuoi perché non avrebbe senso farsi ogni weekend a casa, vuoi perché ogni volta ripartire è una sofferenza, che ho cercato di limitare il più possibile.

Quando decidi di vivere all’estero, porti avanti un percorso che se interrotto continuamente, perde parte della spinta di cui si nutre. Anche perché ogni volta che si torna, automaticamente si tirano le somme dei risultati ottenuti, di quelli mancati e di quelli che dovranno venire. Ti accorgi se hai raggiunto determinati obiettivi, oppure se sei ancora lontano dal farlo. Ecco, forse tornare a casa rappresenta l’unità di misura con cui valuti quanti cambiamenti ci sono stati, per te, i tuoi amici, la tua città. E l’unico modo per vederli è distaccarsi dal contesto ed ammirare tutto da una prospettiva neutrale, perché l’abitudine copre gli occhi e rende le differenze sfocate, impossibili da percepire.

No, Roma non è migliorata così tanto da poter dire di avercela fatta. Ciò che è migliorato, però, siamo noi. La generazione italiana, quella nata nel benessere di un paese ubriaco ed ingordo e precipitata nel malessere di un paese rimasto vittima dei propri vizi e del proprio egoismo. La generazione che per limiti d’età prima e per limiti di possibilità poi, ha dovuto subire passivamente cambiamenti tragicamente rapidi, per i quali non era preparata e di cui non era neanche responsabile. Non è facile salvarsi da un mare in tempesta, se chi ti ci ha spinto dentro non ha avuto neanche l’accortezza di insegnarti a nuotare. Eppure, piano piano, stiamo raggiungendo tutti la riva.

C’è chi ha continuato a studiare ed ora tiene lezioni all’università, la stessa che i dinosauri desiderosi di mantenerne la poltrona, ritenevano impenetrabile, inaccessibile. C’è chi ha aperto una propria attività, incurante dell’indolente burocrazia italiana e consapevole di non voler lasciare alle complicazioni, paventate da coloro i quali non vogliono novità sul mercato che sovente manipolano, l’energia e la vitalità della propria età, quella più bella. C’è chi lavora in quelle aziende giganti in Italia o all’estero, che fanno del proprio fatturato una giustificazione all’arroganza con cui trattano quei ragazzi colti, svegli e preparati, che umili e testardi non mollano un centimetro, seppur soffrendo ogni colpo ricevuto, consci di essere il futuro. C’è chi lotta per una politica migliore, nonostante i “sono tutti uguali” e i “le cose non cambieranno mai”. Chi, guadagnando quello che in una società libera dallo sfrenato consumismo basterebbe, lavora nel sociale solo per aiutare realmente gli altri, consapevole di quanto sia stato difficile crescere in una società plasmata sull’egoismo sociale. C’è anche chi, stanco di chiedere chi erano i Beatles e compagnia bella, rinnova la musica, la fotografia, la scrittura e l’arte, magari colorando un intero quartiere periferico con murales che portano la pittura a un livello successivo, tanto più alto quanto più vicino alle persone. C’è pure chi partorisce, chi fa nascere nuova vita, ridendo in faccia alle paure di questa società che mai potranno qualcosa contro la forza più grande del mondo.

C’è un nuovo vento, un vento di consapevolezza. Quella consapevolezza che cresce forte e prorompente dentro l’anima di chi non si è fatto abbattere dai colpi meschini e vili ricevuti, mostrandone ora con orgoglio e sorriso beffardo i lividi. La consapevolezza di una generazione nata a cavallo tra la fine di un mondo materiale, avido, corrotto e l’inizio di un altro, che si spera essere più alto, più vero, più umano. Una generazione disorientata e lasciata in balia degli eventi, come dovesse essere solamente qualcosa di passaggio e che invece, spensierata ed incosciente come i giorni migliori, giorno dopo giorno sta cambiando quel mondo, che l’egoismo e la pigrizia delle generazioni passate, preferiva dare per spacciato.