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Preservare la memoria attraverso la conoscenza della storia

Profumo di incenso e aroma di caffè al mio arrivo ad Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia, considerata la culla dell’umanità e la capitale politica dell’Africa.

Culla dell’Umanità per la scoperta di Lucy, centinaia di fossili ossee che rappresentano il 40 per cento dello scheletro di una femmina della specie hominin Australopithecus afarensis, scoperta nel 1974 da Donald  Johanson, durante l’ascolto della canzone dei Beatles Lucy in the Sky with Diamonds (il nome Lucy proviene dalla canzone).

Capitale Politica dell’Africa per la sede dell’Unione Africana (African Union), un’unione continentale consistente di 55 paesi del continente Africano. L’Unione Africana fu stabilita il 26 maggio 2001 ad Addis Abeba, e lanciata il 9 luglio 2002 in Sud Africa, cambiando il nome, da Organizzazione dell’Unione dell’Africa, a Unione Africana. Qui tutte le più importanti decisioni dell’Unione Africana vengono prese dall’Assemblea dell’Unione Africana. In più, il segretariato dell’Unione Africana – la Commissione dell’Unione Africana, si trova ad Addis Abeba.

Addis Abeba significa, in lingua aramaica, parlata come lingua ufficiale in Etiopia, il Nuovo Fiore, e rappresenta le margherite gialle tipiche di ottobre, che fioriscono poco prima delle celebrazioni della Meskel. La Meskel è una delle molteplici festività religiose annuali nelle chiese ortodosse etiopi che ricorda la scoperta della vera croce (Meskel in amarico significa Croce) dall’imperatrice romana Elena nel IV secolo. La festa viene celebrata il 27 settembre, secondo il calendario giuliano (differente dal nostro calendario gregoriano – secondo il calendario giuliano, siamo nell’anno 2010, quindi 7 anni indietro rispetto al nostro calendario gregoriano).

Quello che stupisce nella grande città africana è l’intreccio armonioso tra la vita religiosa ortodossa molto pronunciata e che permea e scandisce la vita Etiope, con celebrazioni religiose e festività durante tutto l’anno e la conservazione dei rituali del caffè e dei pasti in condivisione attorno ad un tavolo, insieme con l’orgoglio moderno di un Paese Africano mai colonizzato, ma solamente occupato per due brevi periodi di tempo dagli Italiani, nel 1896, con la sconfitta ad Adwa, e durante l’epoca fascista di Mussolini (1935-1936), con proteste dell’imperatore Etiope e mobilizzazioni nazionali e internazionali con i Britannici, che appoggiarono l’Etiopia per la sua libertà.

Lingua che sembra nascondere i misteri dell’umanità e l’evoluzione nel tempo dell’uomo, l’aramaico è una lingua intrigante, parlata principalmente in Etiopia. La popolazione è considerata una delle più affascinanti del continente, con donne e uomini le cui caratteristiche fisionomiche spiccano in Africa. Uomini con barba e folti capelli, donne i cui occhi ed espressioni parlano e sembrano pieni di profondità.

Grazie a questo viaggio affermo una volta in più l’importanza della conoscenza della storia per preservare la memoria collettiva e patrimonio culturale come preziosa fonte di conoscenza in quanto la storia riflette la diversità culturale, sociale e linguistica delle nostre comunità. Grazie alla diversità, riusciamo a crescere e a comprendere il mondo che condividiamo. Conservare il patrimonio e garantire che rimanga accessibile al pubblico e alle generazioni future è un obiettivo vitale per tutte le istituzioni di memoria e per il pubblico in generale.

Per questo, quando passate per l’Etiopia, vi consiglio di visitare:

Il museo di Addis Abeba, con la storia della città

Il Museo Nazionale dell’Etiopia, dove potrete scoprire la storia e l’evoluzione dell’umanità attraverso reperti archeologici e Lucy!

L’Università di Addis Abeba, che ospita l’Istituto degli Studi Etiopi

Cattedrale della santa Trinità , per scoprire le pratiche e tradizioni della chiesa ortodossa.

Il centro Culturale Oromo, con una collezione di oggetti e dipinti etnografici etiopi, qui un video

 

 

Una famiglia di navigatori e viaggiatori

Mio padre mi ha insegnato, sin dall’infanzia, a guardare la mappa del mondo e collocarmi geograficamente in essa.
Dove sei ora? Dove ci troviamo? In quale paese, in quale città, in quale parte del continente, in quale pezzo di mondo? Sono sempre stata affascinata dalla grandezza del mondo, e soprattutto dall’immensità (e dall’essere infinito) dell’oceano. Qualcosa di non definito, ma che continua, fino all’infinito, e che tocca il cielo, e che non ha mai fine (o che, per lo meno, il nostro occhio non vede la fine). Questo mi permette di immaginare tanti mondi, tante persone, tante vite, tante nuove situazioni, e, perché no, seguire questo cammino di infinito oceano, infinito abbraccio al mondo.

Durante le elezioni presidenziali del Kenya, 8 agosto, ho osservato la popolazione keniota da Zanzibar, isola
appartenente, dopo varie dominazioni e protettorati, alla Repubblica Unita della Tanzania, nell’Africa dell’Est.
Sorvolando il Kilimanjaro, sono arrivata a Stone Town, la capitale dell’isola di Zanzibar, dopo un’ora di volo da Nairobi, Kenya.

Stone Town, patrimonio mondiale dell’UNESCO dal 2000, è una fusione di culture araba, africana e indiana, cuore del commercio di spezie durante il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. Scoperta nel 1503 da Vasco da Gama e dagli esploratori portoghesi, la città è stata un crocevia di commercio marittimo tra mercanti arabi, cinesi, indiani e europei.

Conosciuta anche per la triste storia della tratta degli schiavi, pratica fortunatamente abolita durante il protettorato britannico nel 1842, è ancora possibile visitare l’ex mercato in cui donne, bambini e uomini venivano “trattati” e da dove partivano per essere malamente sfruttati nelle piantagioni di cannella, di chiodi di garofano, di pepe nero e di noce moscata. Un’opera d’arte di sculture rappresentanti gli schiavi del tempo è visibile all’estero della chiesta anglicana, costruita a seguito dell’abolizione della schiavitù.

Altra meravigliosa esperienza è il tour delle spezie, nella piantagioni di frutta e aromi speziati, con degustazioni e esperienza con i locali e la loro conoscenza approfondita delle piante e dei frutti, del loro utilizzo e delle loro proprietà benefiche per il corpo umano.


Da Stone Town si può prendere una barca e visitare l’isola, erroneamente chiamata “isola prigione” poiché veniva utilizzata per allontanare le persone malate, in quarantena. In quest’isola si possono vedere tartarughe giganti, da 1 anno fino a 133 anni, natura sempre attorno a noi.

Zanzibar è anche conosciuta come luogo turistico, di spiagge e acqua turchese, per viaggi in barca, buon cibo di pesce, aperitivi sulla spiaggia, bungalows di turisti italo-spagnoli, oceano cristallino e possibilità di assistere a tramonti mozzafiato, consapevoli che questo mondo, per quanto fantastico e sognante possa essere, cela un lato di povertà.

Fuori da questa ricchezza turistica, in cui le persone sono molto accoglienti e in cui, ci si sente a casa, in una grande
famiglia e avvolti da sentimenti di unità nelle differenze, la diseguaglianza di ricchezza, di qualità di vita e di potere d’acquisto sono evidenti. Usciti dai bungalows, ci si incontra e scontra con le case locali, molto semplici e carenti di decorazioni, piscine e attorniate da piantagioni in cui le persone lavorano per poter nutrire le loro famiglie.

La mia visione del mondo sta cambiando. Un mondo meraviglioso e da scoprire, sì, e di questo sono certa ogni giorno, ma al contempo con tante difficoltà e ingiustizie, specialmente vedendo le enormi disparità sociali, le disuguaglianze e la distribuzione irregolare della ricchezza (a proposito di queste tematiche, tornando a casa ho iniziato a leggere Joseph Stiglitz, economista americano e i suoi studi sul great divide, quello che ci divide é proprio questo, le diseguaglianze economico-sociali e come poter trovare soluzioni per colmare questa grande divergenza).
Vi aggiornerò su quello che scopro e su come agire per raggiungere impatti tangibili e concreti!

Grande rivelazione, viaggiare per credere, incontrare culture, nuovi modi di vivere, per creare nuove idee di sviluppo e di progresso, per cercare soluzioni concrete ai problemi locali. Insieme, continuiamo a viaggiare, a vedere, ad osservare, a studiare, ad approfondire, e a trovare soluzioni per un mondo migliore. Per il benessere collettivo.

Ciao, alla prossima avventura!

Qui o si rifà l’Italia, o l’Italia muore.

Chiunque venga a contatto con me appena il tempo necessario a vedermi finire un bitter nazionale, un futurista Campari, è pronto ad affermare che non sono un’uomo di questi tempi, che appartengo al passato. Più verosimilmente, nel caso rispondo che forse l’ho saputo render mio, il passato. Quando ero piccolo pregavo mio nonno di portarmi a Porta Portese la domenica, quando facevano ancora il vero mercato. Mi piaceva l’atmosfera e dovevamo cercare dei soldatini che avessero la sua stessa età. Uguali a quelli con cui giocava lui. Erano di stagno, piatti, con uno spessore appena accennato e la divisa grigioverde degli italiani di Caporetto. Costavano poco e lo facevano sorridere. Sorridevo con lui, anche se non erano così belli, un po’ sgarrupati, privati della vernice di tante battaglie scampate su un gradino. Vecchi di sessantanni. Quando fischiettava il “Piave Mormorò”, gli chiedevo di insegnarmene le strofe, e un po’ me le cantava. Poi mi diceva di starmene buono. E’ morto giovane mio nonno. Durante l’ultima guerra era piccolo e quindi fu balilla, mi raccontava delle marce, delle sfilate e di un piccolo Fez nero, non lo adorava, ma adorava marciare. Rimase orfano di padre e mantenne chi doveva. Ha fondato la sua vita sul lavoro, come l’Italia; non per passione, per necessità. Continua a leggere