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Intervista a Davide Bargna, Branch Manager presso la Camera di Commercio Italiana per il Rego Unito. Tra business meetings, l’impegno a supporto delle PMI e la passione per i diritti civili

Scozia, anche questo mese. Siamo rimasti ad Edimburgo per dimostrarvi che a volte funziona anche il passaparola, che quando si parla di italiani all’estero e di comunità che in qualche modo diventano delle vere famiglie, funziona benissimo. E così abbiamo quindi conosciuto il nostro Italian del mese, Davide Bargna, 27 anni originario di un piccolo paesino vicino a Como.

Da Milano a Roma passando anche per Madrid: da due anni Davide vive a Edimburgo dove lavora come Branch Manager della sede scozzese della Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Il suo è uno di quei curriculum che vale la pena leggere: prima un tirocinio alla Presidenza del Consiglio dei Ministri presso il Dipartimento per le Pari Opportunità, poi alla Camera di Commercio Italiana per la Spagna e quindi alla Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Tra le sue passioni ci sono il cinema, i diritti umani e la politica – sia italiana che europea, ovviamente. Oltre alla fotografia, l’escursionismo e la recitazione in teatro.

Cominciamo…

Ciao Davide! Sappiamo che attualmente lavori alla Camera di Commercio Italiana a Edimburgo, ma potresti dirci di più? Di cosa ti occupi di preciso, quali sono le tue responsabilità e come sei riuscito, se possiamo chiederlo, ad ottenere questo incarico?

Al momento sono direttore della sede scozzese della Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Il mio compito principale è quello di supportare imprese italiane o singoli individui che vogliano fare affari o aprire un’attività nel mio mercato di riferimento, la Scozia appunto, mettendoli in contatto con persone o organizzazioni opportune e creando concrete opportunità di business. Il mio lavoro di ogni giorno consiste quindi nel programmare le attività che l’ufficio svolgerà durante l’anno, dall’organizzare e gestire eventi, fiere, trade mission e business drink, al fare ricerche di mercato, scrivere editoriali e articoli. Si tratta di un lavoro molto variegato e quindi stimolante, che mi porta a collaborare con professionisti in diversi settori ed anche enti importanti, come ad esempio il Consolato Generale d’Italia a Edimburgo e il Governo scozzese. Proprio di recente ho seguito una delegazione di imprese in visita in Scozia con il nuovo Ambasciatore italiano per il Regno Unito e subito dopo ho organizzato un incontro con l’Ambasciatrice britannica per l’Italia ed alcuni stakeholders del territorio.

Sono arrivato alla Camera di Commercio per il Regno Unito perché, dopo il tirocinio in Spagna, volevo fare un’esperienza in un paese anglofono per perfezionare ulteriormente il mio inglese e soprattutto per immergermi in una cultura che mi ha sempre affascinato. Avendo una particolare passione per la Scozia, ed essendo Edimburgo decisamente più abbordabile in termini economici di Londra, mi sono trasferito qui e ho fatto domanda per la posizione di Assistant Trade Analyst. Quando poi la mia ex-manager ha cambiato lavoro e si è aperta la sua posizione, ho deciso di fare domanda e ho ottenuto il ruolo.

 

Facciamo un passo indietro, a quando per la prima volta hai lasciato l’Italia: faceva tutto parte di un progetto oppure hai seguito le opportunità che hai trovato? In altre parole: è stata una tua scelta o più una necessità?

Avendo preso una laurea in Mediazione Linguistica e Culturale e un master in Relazioni Internazionali, posso dire che la vocazione per un’esperienza all’estero c’è sempre stata. Mi è sempre piaciuto viaggiare, visitare nuove città e scoprire nuove culture. Già durante la scuola superiore ero riuscito ad aggregarmi alla classe di un amico per una vacanza-studio ad Edimburgo, scelta che ha probabilmente segnato la svolta sul percorso di studi che poi ho effettivamente intrapreso. Durante i miei studi universitari, inoltre, avevo già trascorso un periodo a Valencia per migliorare il mio spagnolo e tramite un progetto universitario ero stato selezionato per corso di formazione presso le Nazioni Unite a New York. Ho avuto l’inestimabile fortuna di avere dei genitori che mi hanno spronato ad inseguire le mie passioni e hanno sempre sostenuto le mie scelte, per quanto controcorrente e non viste di buon occhio nel piccolo paese di provincia in cui sono cresciuto. Perciò, sebbene non avessi davvero chiaro che cosa volessi fare del mio futuro, ci sono sempre state la curiosità e la necessità di scoprire cosa ci fosse al di fuori della piccola bolla sicura e confortevole della provincia, per me un po’ soffocante e limitante. Già l’esperienza universitaria a Milano ha cambiato molto la mia visione del mondo e mi ha permesso di esprimere a pieno la mia personalità e il mio potenziale, come l’esperienza che è seguita a Roma. Invece, lo stage in Spagna è capitato un po’ per caso, avendo semplicemente partecipato al programma Erasmus+ per un tirocinio all’estero, e da lì poi il mio lavoro in Scozia.
Sicuramente, coloro che vogliono lavorare in questo settore sanno che le possibilità di finire a lavorare al di fuori dell’Italia sono alte, ed io ho avuto la fortuna, anche grazie a diverse borse di studio e al sostegno dei miei genitori, di poterlo fare fin dalla mia formazione accademica.


Molti dei giovani italiani che lasciano il Bel Paese dicono di farlo perché qui non c’è lavoro o è difficile, quasi impossibile, trovarne uno. Vista la tua esperienza personale, che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e a quelli che invece vorrebbero farlo? E credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare dell’esperienze fuori?

È sicuramente necessario prima di tutto capire come viene selezionato il personale nel Paese in cui si va a cercare lavoro. Ad esempio, se la Spagna era molto simile rispetto all’Italia in questo senso, ho potuto constatare che la Scozia è invece molto diversa. Non sempre CV e lettera di motivazione sono necessari, talvolta viene richiesto di compilare un formulario dove, attraverso la descrizione delle proprie esperienze pregresse, si deve riuscire dimostrare di avere le competenze richieste nell’annuncio di lavoro. I colloqui seguono uno schema simile. Molto utilizzato è il modello STAR, una tecnica che consente di individuare tutte le informazioni essenziali circa le abilità dell’intervistato, un modus operandi ben diverso da quello a cui ero abituato e il quale ha richiesto un certo periodo di assestamento per capire come funzionasse.

Quanto all’esperienza all’estero, non penso sia fondamentale per trovare un qualsiasi lavoro in Italia, dipende molto da ciò che si cerca. Per il mio settore può sicuramente essere un valore aggiunto. In generale, comunque, questi tipi di esperienza possono arricchirti molto da un punto di vista personale, ancor prima che professionale.

 

Com’è, invece, vivere in Scozia? Rispetto all’Italia, dov’è che possiamo guardare per imparare in positivo? Ma soprattutto: secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a trasferirsi?

La Scozia è una nazione meravigliosa, ricca di storia, paesaggi mozzafiato e molto all’avanguardia in diversi settori economici, come le energie rinnovabili, l’aerospazio e la ricerca & sviluppo. Contrariamente all’Inghilterra, poi, è una Paese molto europeista, che ha votato a larga maggioranza per restare nell’Unione europea durante il referendum del 2016, è molto aperto all’accoglienza dei migranti, comprendendo come questi siano un valore aggiunto per il Paese, non un problema.
Edimburgo poi ha tutti i vantaggi di una grande città in termini di eventi culturali (la stagione estiva dei festival è incredibile, basti citare l’Edinburgh Fringe Festival, il più grande festival delle arti al mondo), collegamenti internazionali e multiculturalità, ma è anche una capitale molto a misura d’uomo (io ad esempio mi sposto solamente a piedi), con mezzi pubblici efficientissimi e decisamente bike-friendly.
Quando poi ho voglia di immergermi nella natura per staccare la spina, oltre ai grandi parchi della città, è sufficiente prendere un autobus per ritrovarsi tra i paesaggi naturali più belli al mondo. Ovviamente, come ogni Paese, anche la Scozia ha tanti pro e contro, ma sicuramente ha molto da insegnare da un punto di vista di attenzione ai problemi delle classi meno abbienti, dell’ecologia, dei diritti delle minoranze, della burocrazia semplificata e, non da ultimo, dell’investimento sui giovani.


Collegandoci proprio a questo, investire sui giovani e i toro talenti, molto spesso qui in Italia si parla del problema della mancata meritocrazia: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più italiani a portare altrove le proprie competenze? O c’è anche altro da considerare?

È sicuramente un aspetto importante ma non penso sia il solo. Se pensiamo che in alcune regioni nel sud dell’Italia il tasso di disoccupazione tra i giovani supera il 50%, non può stupire che molti di noi siano costretti a spostarsi altrove in cerca di lavoro. Non è certamente un problema solo dell’Italia, in quanto riguarda anche molti altri Paesi del sud dell’Europa, e certamente qualcosa è stato fatto negli ultimi anni per migliorare la situazione, ma non abbastanza. Non penso esista una soluzione semplice ed immediata ma quello che mi sconcerta è che la politica italiana non abbia dato quasi alcun peso alla questione durante l’ultima campagna elettorale, come se non fosse un problema di primo piano. Eppure il tema della precarietà dovrebbe essere dominante, se si pensa che è proprio questo l’ostacolo principale dei giovani nell’avere una sicurezza economica e crearsi un futuro. La maggior parte dei miei ex-colleghi universitari che sono rimasti in Italia, ad esempio, hanno contratti a tempo determinato rinnovati ogni quattro o massimo sei mesi per volta, spesso in settori molto diversi rispetto a quelli in cui avrebbero desiderato lavorare. Molti continuano a fare stage non retribuiti nella speranza di venire, un giorno, assunti da una impresa o un’altra. È una situazione ormai insostenibile, non capisco come non si possa non investire sui propri giovani.

 

Parlando di politiche europee ed euro-progettazione, tema che credo ti sia caro e familiare viste le tue esperienze lavorative: cosa ne pensi e a che punto è, secondo te, l’Europa e più nello specifico l’Italia?

Purtroppo temo che negli ultimi decenni l’Unione europea abbia un po’ perso di vista i valori sui quali era stata fondata, eppure sono certo che le cose possano cambiare. Credo che uno dei maggiori problemi dell’UE sia la mancanza di una comunicazione efficace rispetto alle politiche messe in atto a sostegno dei giovani, dei lavoratori, delle imprese e dei diritti in generale, che invece sono risultate spesso essenziali per un miglioramento delle condizioni dei cittadini europei, seppur con qualche eccezione. Purtroppo in Italia si sente sempre più spesso parlare dell’Europa come di un tiranno prevaricatore che costringe il nostro Paese ad attuare misure dannose e impopolari. Eppure, se è vero che alcune critiche possono essere fatte alle politiche che l’Unione ha messo in atto negli ultimi anni, penso che debbano esserle riconosciuti anche moltissimi punti a favore. Se penso ai giovani, vale la pena sottolineare l’impegno a favore dell’educazione e la formazione, tramite il sistema garanzia giovani o il programma Erasmus+ ad esempio, grazie ai cui fondi ho potuto fare la mia prima esperienza universitaria all’estero. Quanto alle PMI, penso ai fondi a loro sostegno e alle start-up, o allo Small Business Act. In tema di diritto del lavoro posso citare le norme sull’integrazione delle persone escluse dal mercato del lavoro, le direttive sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, il principio di non discriminazione per condizioni personali, tutti elementi oggi forse dati per scontati ma per i quali invece l’Unione europea ha dato un contributo essenziale. Penso poi alle norme sulla libera circolazione delle persone, la Carta dei diritti fondamentali, l’abolizione dei costi di roaming, e potrei continuare ancora.

In questo senso l’euro-progettazione può svolgere un lavoro fondamentale: in Spagna, ad esempio, seguivo tre progetti europei proprio focalizzati su giovani e PMI. Mi sono infatti occupato di mobilità per l’apprendimento al fine di contrastare l’abbandono scolastico, che in Spagna colpisce oltre il 20% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni, un progetto per aumentare le opportunità di investimento da parte delle PMI nell’industria del turismo, sia a livello europeo che internazionale, e uno per la progettazione di un framework europeo per la qualificazione del profilo professionale di “International Marketing Manager”.

 

Tornando per un momento in Italia, sappiamo che hai lavorato anche a Roma, prima ancora che a Madrid, e infine in Scozia: potresti aiutarci a fare un confronto tra i tre Paese, sul modo in cui si vive e si lavora?

Per la mia personale esperienza, trovo che Italia e Spagna siano molto simili tanto sul modo in cui si vive quanto su quello lavorare. Roma e Madrid sono città molto accoglienti, in cui è facile integrarsi fin da subito, si vive molto la piazza e si respira un’atmosfera di grande comunità. Il Regno Unito è sicuramente molto diverso, banalmente da un punto di vista climatico ma soprattutto a livello di relazioni interpersonali, proprio perché a livello culturale il modo di approcciarsi e socializzare è molto diverso rispetto all’Italia. All’inizio ho trovato difficile abituarmi ad un modo di vivere “più impostato”, ma dopo due anni non lo trovo più strano e capisco che certe differenze sono davvero solamente culturali e non è una questione di freddezza o pregiudizio. Penso anche che la Scozia sia molto diversa dall’Inghilterra, almeno per quel poco che l’ho conosciuta, ed ho trovato più facile stringere amicizie.

Quanto al lavoro, in Scozia ho sicuramente trovato molta trasparenza nel metodo di selezione, anche per posizioni di alto livello o per lavori all’interno di enti governativi, dove non è necessario dover “conoscere qualcuno” per ottenere il ruolo ma basta saper dimostrare le proprie competenze e il valore aggiunto che si può portare. Ho anche notato che spesso non serve avere un titolo di studio universitario per ambire a posizioni importanti, come non è nemmeno necessario avere una laurea specifica per lavorare in un determinato settore. Tra i giovani, poi, non esiste l’ambizione al “posto fisso” come accade in Italia, anche perché è molto più facile poter trovare e cambiare lavoro.

 

Tra i temi a te cari c’è anche quello dei diritti umani: come è nata e come hai coltivato questa passione? Di cosa ti occupavi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri?

Il tema dei diritti umani è molto vasto, sul quale si potrebbe studiare e lavorare per una vita e ancora servirebbe tempo per averne una idea completa. Personalmente penso che la spinta nel voler aiutare gli altri, soprattutto chi si trova in difficoltà, l’abbia sempre avuta ed è qualcosa che ho imparato dalla mia famiglia. Certamente il focus sulle tematiche dei diritti delle minoranze, in particolare per orientamento sessuale e identità di genere, nasce in primo luogo da ragioni personali. Durante il mio percorso universitario sono stato prima membro e poi coordinatore di una delle associazioni LGBT+ universitarie più importanti d’Italia, con la quale abbiamo supportato e organizzato eventi per la comunità accademica e non, tra cui uno dei primi corsi universitari sul tema, di enorme risonanza e successo. Nel frattempo ho ottenuto un Academic Minor in Diritti, Lavoro e Pari Opportunità presso la mia università, il quale, oltre ad avermi permesso di approfondire le teorie dell’eguaglianza e della differenza in relazione ai diritti fondamentali, mi ha permesso di essere selezionato per un tirocinio presso l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Durante il tirocinio mi sono occupato di gestire alcuni casi di discriminazione portati all’attenzione dell’Ufficio, in particolare nel mio campo di specializzazione. É stata una esperienza incredibilmente formativa che mi ha permesso di mettere in pratica tutta la mia conoscenza teorica in materia ma anche di confrontarmi per la prima volta con questioni più prettamente politiche, capendo potenzialità e limiti di un ufficio governativo di questo tipo e comprendendo come la strada per il raggiungimento di pari diritti sia irta di ostacoli, soprattutto in un Paese così conservatore e ideologizzato come l’Italia.

 

Da expat, come vedi la situazione del nostro Paese? Cosa ti preoccupa maggiormente e cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per migliorare la situazione?

Avendo collaborato per oltre un anno con Stonewall, la più grande organizzazione per i diritti LGBT in Europa, mi rendo conto di quanta differenza ci sia tra il Regno Unito e l’Italia su queste tematiche. Non solo esistono leggi molto più avanzate sul tema ma la società stessa è molto più educata alla differenza e all’accettazione del diverso. Il Governo stesso è molto aperto nell’ascoltare le istanze delle minoranze e integrarle nelle proprie politiche di miglioramento della condizione degli individui. Sebbene esistano differenze tra partiti rispetto ad alcune tematiche “eticamente sensibili”, non esiste un dibattito ideologizzato su questi temi, se non in rare eccezioni (basti pensare come siano stati proprio i Tories ad approvare il matrimonio egualitario nel Regno Unito). La stessa Chiesa di Scozia, ad esempio, è molto più aperta, permettendo ai propri pastori di sposarsi con partner dello stesso sesso.

Si tratta di tematiche molto complesse che non possono essere analizzate con una risposta ma, da un punto di vista più generale, credo che la chiave per cambiare la percezione delle alterità nel nostro Paese vada trovata proprio nell’educazione alle differenze, sin dalla scuola dell’obbligo, facendo comprendere come il “diverso” possa apportare un valore aggiunto e non rappresenti una minaccia alla nostra comunità. Trovo che negli ultimi anni siano stati dei buoni passi avanti sotto diversi punti di vista, penso alla regolamentazione delle unioni civili, alla legge sul biotestamento, al contrasto al caporalato, o al sostegno alle persone con disabilità. Forse ci sarebbe voluto un po’ più di coraggio, ma sono dei passi avanti positivi. La società nel Regno Unito, proprio per la sua storia, è sempre stata abituata a convivere con culture, religioni e modi di pensare molto diversi da quelli tradizionalmente associati alla “englishness”, anche se le notizie recenti sulle aggressioni contro i migranti e Brexit dipingono uno scenario ben meno rassicurante. Per l’Italia il discorso è molto diverso, non avendo mai avuto un processo di ibridazione simile, ma essendo stata lei stessa un paese di emigrazione.

 

Uno dei nostri valori, in quanto The Italians, vorrebbe essere quello di poter riportare l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese: cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza personale: quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo? E, domanda ancora più difficile, perché non lo si sta già facendo?

Penso che il punto fondamentale su cui si giocherà il futuro della nostra società sarà il lavoro, un mercato del lavoro più accessibile per i giovani, meno precario, più trasparente e meritocratico, in cui siano previste delle misure di sostegno alla disoccupazione.

La questione del lavoro è una sfida non solo per l’Italia ma a livello europeo in generale, soprattutto dopo la crisi. Eppure trovo che le misure che siano state adottate negli ultimi anni non siano sufficienti, avendo sì creato più lavoro ma molto più precario che in passato. Forse sarebbero necessarie alcune riforme strutturali che purtroppo danno soluzioni solo nel medio-lungo periodo e quindi non facilmente spendibili in campagna elettorale. Purtroppo, in questo senso, non ho sentito proposte convincenti, mi pare anzi che l’argomento sia passato in secondo piano. Spero di essere smentito.

 

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Senti il desiderio di tornare presto in Italia, o la tua vita è ormai altrove?

Al momento sono contento di poter proseguire la mia esperienza alla Camera di Commercio per il Regno Unito e vivere la mia nuova vita in Scozia, che tanto mi sta dando da un punto di vista professionale e soprattutto umano. Ho come la sensazione che, in questo mondo dove tutto accade rapidamente e i social media la fanno da padroni, tutti abbiano un’opinione su tutto e pare non sia più necessario fermarsi a riflettere, confrontarsi, approfondire un argomento prima di formulare un’opinione. Qui ho la fortuna di potermi relazionare ogni giorno con persone diverse, con un vissuto ed esperienze molto lontane dalla mia. Questo mi permette di crescere molto e di mettere costantemente in discussione le mie idee, talvolta fortificandole ed altre volte facendole vacillare, costringendomi a rivedere le mie posizioni su svariate questioni. Trovo quindi che sia di inestimabile valore poter regolarmente vedere le cose da un’altra prospettiva.

Io amo l’Italia, trovo che sia un Paese che non ha eguali sotto diversi aspetti e vorrei poterci tornare un giorno. Spesso si guarda solo ai lati positivi del vivere all’estero dimenticandosi le difficoltà nel dover vivere lontani dagli affetti familiari e dalle amicizie di una vita. In generale, poi, mi piacerebbe poter mettere le competenze sviluppate al servizio del mio Paese d’origine. Il mio lavoro attuale mi consente comunque di mantenere strettissimi legami con l’Italia ed a contribuire, nel mio piccolo, al suo continuo sviluppo. Al momento sto anche collaborando con il COMITES di Scozia e Irlanda del Nord, perciò mi sento ancora pienamente parte della comunità italiana, sebbene sia contento di essermi ormai integrato anche in quella scozzese. Quanto al futuro, mi piacerebbe poter trovare un lavoro che mi consenta di trattare di politiche europee o diritti delle minoranze, mettendo a frutto le mie idee e le mie competenze, magari all’interno di un ente governativo di una ONG.

 

 

 

 

 

Ode ad Edimburgo

“Una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere meraviglioso.” (Christian Bobin)

 

É passato piú di un mese dalla fine della mia esperienza a Edimburgo, e sento sia arrivato il momento di dedicare un po’ di inchiostro (si, lo so che è un computer, ma si fa per dire) ad una città meravigliosa che mi ha regalato tante emozioni e nuove esperienze, ed a delle persone che continuano ad accogliere migliaia di sconosciuti come se fossero membri di un unico grande clan.

Per tutto il periodo del mio stage mi sono annotata le piccole peculiarità che mi colpivano di più su un paese che non avevo avuto l’occasione di esplorare più di tanto, e sulla cui storia i nostri libri di testo si concentrano poco, preferendogli la più rinomata storia e cultura Britannica. I miei appunti passano da grandi differenze – partendo da quelle climatiche fino ad arrivare a quelle umane – a delle piccolezze che ho avuto l’occasione di scoprire quasi per caso, come delle foglie spostate dal vento e posatesi davanti a me in attesa di una nuova folata.

Prima di tutto la gente è più disponibile: sono atterrata a fine settembre, giusto all’inizio della stagione piovosa – perché in Regno Unito la pioggia smette, non si aggira come una cappa minacciosa come raccontano le leggende metropolitane – con due valigie enormi, uno zaino da campeggio ed un altra borsa solo per i documenti. Ovviamente l’appartamento affittato qualche giorno prima (di corsa, perché chi fa le cose per tempo è fondamentalmente una persona strana) era in una di quelle belle case tipicamente georgiane di mattoni, quelle che sfruttano tutta la superficie del palazzo ed includono degli appartamentini deliziosamente bui nel piano interrato raggiungibili solo con delle piccole scalette di pietra. Levigata dalla pioggia e scivolose.

Ora, io sono una di quelle persone che già ha problemi a camminare normalmente – non ho mai sviluppato una buona percezione dello spazio, il che risulta spesso in ematomi, lividazzi e tagli che compaiono a sorpresa sul mio corpo – e i miei genitori mi hanno gentilmente dotata di due caviglie prone al piegamento: cercare di portare giù tutta quella roba da sola avrebbe solo dimostrato a Theresa May che anche io sono una di quelle immigrate che viene solo per sfruttare il sistema sanitario nazionale anche se involontariamente.

Chi abita a Londra sa bene che in una situazione del genere la soluzione è solo una, ovvero bisogna iniziare a pregare tutte le divinità disponibili nei vari deck religiosi del mondo e rimboccarsi le maniche. A Londra la gente non ha tempo di fermarsi, perché il tempo è denaro e perché i bus vuoti nella rush hour passano una volta ogni morte di Papa. A Londra vige la legge che ognuno fa per se. Vi dicessero mai il contrario le opzioni sono due 1) Vi stanno mentendo; 2) Hanno trovato l’unica zona dove questa regola non vale – se così fosse, fatevi dare precise indicazioni che così mi trasferisco subito.

Ricapitolando. Ero da sola, con 48 chili di valigie da portare giù per almeno 10 gradini, la pioggia che mi scrosciava addosso senza alleviare la calura che mi portavo addosso grazie al maglioncino di lana (“Ascolta mamma, che in Scozia fa freddo: copriti che sennò ti viene la febbre”) ed in una strada laterale senza l’ombra di un umano attorno. Potevo piangere, oppure risolvere la situazione con un approccio da cartone animato, poggiando la valigia sul fronte e lasciandola elegantemente scivolare per le scale. La riduzione la fatica valeva la cattiva impressione che avrei fatto con i vicini.

Ma poi, in distanza, con il suo cappellino alla Bob Marley, una giacca gialla che neanche io, che adoro il giallo, avrei mai osato comprare ed un paio di orrende scarpe a punta marroni, compare lui. Lui che pare uscito da una Brixton anni ‘70 attraversa la strada e mi domanda, con un accento fortemente Scozzese – del tipo: Braveheart mettiti in coda come alle Poste che senza bollettino un accento così non te lo danno – se ho bisogno di aiuto.

Avrei voluto abbracciarlo tanto ero sorpresa dalla sua offerta. La settimana prima ero a Londra con la mia migliore amica, mani piene di borse della spesa (e shopping, ma questa è un’altra storia) ed una caviglia dolorante e non un cane che avesse almeno avuto la cortesia di scostarsi per farci scendere dal bus. Lui aveva attraversato la strada. Il mio stupore nel raccontarlo dovrebbe farvi capire quanto ormai sono poco abituata a questi improvvisi atti di cortesia.

Le cose sono andate solo migliorando nelle settimane seguenti.

Appena arrivata in Inghilterra nel 2012, la cosa che mi aveva colpita di più erano le code spontanee create dai passeggeri in attesa dei bus pubblici. A Torino una cosa del genere sarebbe stata impensabile. Il mio liceo si trovava nel centro città, vicino ad un altro liceo ed una scuola media: immancabilmente, anno dopo anno, gli orari di uscita si allineavano perfettamente, risultando in una perenne lotta all’ultimo sangue per riuscire ad infilarsi in un minuscolo anfratto dell’automezzo per arrivare ad un’ora decente per pranzo. Il fatto che io stessi a meno di quindici minuti a piedi dalla scuola è un piccolo dettaglio.

Avanti veloce di quattro anni e mi ritrovo in Scozia, che nonostante sia sempre parte del Regno Unito – per adesso? Per ancora qualche anno? Chissà – è completamente diversa sia a livello climatico che a livello umano.

Le code per i bus sono intelligenti, anche più che a Londra: la mattina si guardano gli orari dei bus appesi alla pensilina, si calcola quale dei veicoli arriverà prima e ci si regola di conseguenza. Gli astanti in attesa del primo si mettono sotto la tettoia della fermata, mentre gli altri aspettano in coda contro il muro, inserendosi sotto la tettoia solo quando il primo gruppo ha passato l’attento esame del conducente. E così man mano che arrivano i bus, senza scambiare mai una parola, seguendo un piano ben chiaro quasi geneticamente parte della persona.

Altro tratto tipicamente scozzese è la costante voglia di aprirsi agli sconosciuti. Mentre a Londra i primi mesi possono essere molto difficili per i nuovi arrivati, a meno che non si conosca già qualcuno o si entri da subito in contatto con la propria comunità di appartenenza, in Scozia mi sono sentita subito a casa. In primo luogo perché mi è stato dato il tempo di abituarmi alla nuova situazione professionale in cui mi trovavo, e anche grazie all’aiuto dei miei colleghi che da subito si sono offerti di farmi esplorare la città insieme a loro. Mi hanno da subito fatto sentire una di loro, ed ancora adesso condividiamo sui social media un rapporto di amicizia molto forte.

Per quanto io sia solitamente introversa, mi faceva piacere conversare con i commessi e le commesse dei negozi del centro, o scambiare qualche chiacchiera con i cassieri del mio supermercato locale. A Londra c’è sempre un sacco di gente da servire, e mi rendo conto che il medesimo approccio non sia possibile in una così grande città, però ho molto apprezzato il poter scambiare due parole con la gente nei negozi senza dovermi preoccupare della ressa di gente in coda dietro di me.

Come ha detto mia sorella quando è venuta a trovarmi la prima volta a Edimburgo, la Scozia è molto più europea rispetto al resto del paese – anche se la sua metrica di paragone si basa fondamentalmente sull’aggiunta del cucchiaino insieme al suo caffè invece degli stecchini inutili di Starbucks per girare lo zucchero.

La sensazione che mi ha dato era molto simile a quella che provo normalmente quando torno a Torino. Un’ondata di acqua fresca, che rinvigorisce e rafforza, accompagnata da una rilassante sensazione di calma che purtroppo a Londra bisogna imparare a ritagliarsi nella routine più frenetica della capitale.

Una sensazione di casa.

 

 

 

 

E poi un giorno parti e vai.

“Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere ma non importa, la strada è vita.” (Jack Kerouac)

Lunedí vado a Strasburgo. E voi penserete: bravissima, ma adesso cosa c’entra col tema del blog?

Fondamentalmente niente, ma in senso lato tutto. Perché io lunedí parto per il mio primo viaggio di lavoro, e per poter partire ho dovuto seguire l’iter burocratico stabilito dal dipartimento delle risorse umane, seguito da una catena di email con la Sig. Sabine dell’agenzia viaggi e culminando poi in una meravigliosa telefonata Edimburgo-Bruxelles nella quale ho tirato fuori tutta la mia conoscenza della lingua francese.

Fatto sta che dopo quasi due settimane di limbo – ma quindi parto? E i biglietti? Quale linea di budget ho? – adesso parto ed improvvisamente ho realizzato che la scuola è veramente finita. Non ci sono piú le giustificazioni di assenza, o i genitori che vanno a parlare coi prof.

Non proveró piú la sensazione mista tra euforia e terrore del tagliare il giorno delle interrogazioni di fisica, o le nottate sui libri di diritto dei media.

Ho iniziato a lavorare come stagista per il Parlamento Europeo ad Ottobre: come quando sono partita per l’università nel 2012, il mio trasferimento in Scozia è giunto un po’ inatteso, ma forse la sorpresa è stata dovuta al fatto che mi ero dimenticata di aver fatto domanda.

Definiamola la piacevole conseguenza di una crisi di panico causata dalla costante domanda: “Ah, ma quindi poi cosa fai dopo che ti laurei?” alla quale ho sempre voluto rispondere con un “Ah, ma quindi quando la smetti di fare domande del cavolo?”

Comunque… durante uno degli attacchi di panico causati dalla suddetta domanda mi sono ritrovata a fare quello che tutti i neo-laureati e laureandi si ritrovano a fare almeno una volta nella vita, ovvero la mega-ricercona su Google.

Ora, Google puó esserti amico come esserti nemico. La cosa importante è avere una specie di scaletta con le parole chiave piú ovvie legate ad una determinata area di specializzazione: nel mio caso, vista la mia istruzione e gli interessi personali, la scelta ovvia è ricaduta su “giornalismo”, “politica” e “internship”.

Ore dopo l’inizio della mia binge-session – che sarebbe probabilmente durata minuti se non mi fossi fatta distrarre da Youtube, ma lí sono scema io – mi sono ritrovata sul sito del Parlamento Europeo. Design semplice, molto user-friendly e soprattutto improntato sul coinvolgimento degli utenti grazie al trucchetto del colore blu, ma questa parte è probabilmente involontaria.

Trovata la sezione stage, mi sono trovata a contemplare le varie opzioni offerte, suddivise in:

● Graduate traineeship, anche dette Robert Schuman traineeships, offerte a candidati laureati con interessati ad un percorso generale, per giornalisti o dedicato ad un approfondimento sul lavoro del Parlamento in materia di diritti umani (stage Sakharov). Si possono svolgere nelle tre sedi principali degli uffici (Strasburgo, Bruxelles o Lussemburgo) oppure negli uffici informazione del Parlamento (EPIOs) che si trovano nei paesi membri;

● Training placements per studenti con diploma di scuola superiore o studenti universitari i cui corsi includono uno stage obbligatorio;

Per essere accettati in questi programmi bisogna sapere almeno una delle lingue ufficiali dell’Unione Europea – Inglese, Francese o Tedesco. Se però decideste di fare richiesta per uno stage in uno degli EPIOs dovete dimostrare di parlare la lingua del paese selezionato.

Scelto il percorso giornalistico ho compilato il form – ovviamente creato per creare ulteriori crisi di nervi grazie ad un delizioso limite di quindici minuti di tempo per la compilazione – e premuto invio. Circa tre mesi dopo (la scadenza per il periodo Ottobre-Febbraio è a Maggio) ho ricevuto una mail che non definirei proprio di conferma vista la mia confusione per circa due mesi prima dell’inizio dello stage. È stata la riprova che la terminologia burocratica è confusionale indipendentemente dai limiti nazionali.

Il 1 settembre mi è arrivata l’approvazione ufficiale del mio stage ad Edimburgo. E sí, mi sono sentita un po’ Harry Potter.

La squadra è piccola, e anche l’ufficio è minuscolo rispetto all’edificio Pierre Pflimlin che ospita gli EPIOs durante la sessione di Strasburgo, ma la ridotta dimensione aiuta a sentirsi subito parte del team. Ho un mio ufficio, e dei colleghi disponibili che mi aiutano a districarmi nella complessa realtà delle politiche Europee e Scozzesi.

A Strasburgo – una delle “missioni” previste durante il periodo di stage – sarò invece circondata da altri stagisti con i quali affronterò i labirintici edifici delle istituzioni europee durante la sessione del Parlamento, cercando di sopravvivere alle masse di eurocrati che ogni mese invadono la capitale dell’Alsazia e visitando uno dei piú rinomati mercatini di Natale d’Europa.

Intervista a Serena Azzi – Senior Associate presso Avisa Partners, EU Affairs Consultancy a Bruxelles

Serena Azzi, 30 anni, nata a Brescia, oggi vive e lavora a Bruxelles, dopo aver vissuto anche a Milano, Torino e Quito (Ecuador). Oggi Serena è Senior Associate presso una società di consulenza specializzata in affari europei, ma in precedenza ha lavorato – prima a Milano e poi a Bruxelles – nel dipartimento affari europei di una grande azienda italiana. Durante gli studi ha svolto alcuni stage all’estero presso diverse istituzioni internazionali: il Parlamento Europeo, l’Ambasciata italiana a Quito, un’agenzia di microcredito in America Latina. Mica male eh? Al termine degli studi ha poi passato un po’ di tempo anche a Torino, dove ha svolto un’altra importante esperienza presso un’agenzia delle Nazioni Unite, l’ITC-ILO. E perdonateci se vi raccontiamo tutto questo sotto forma di una scorrevole e forse poco emotiva biografia, ma il bello deve arrivare, perchè Serena ci ha regalato un’intervista di quelle che ci lasciano lì, a riflettere, a farci altre domande, che poi è quello che ci piace.

Senza ulteriori indugi, allora, eccovi qui di seguito l’intervista a Serena, che definire “expat” a Bruxelles ci sembra riduttivo.
Ciao Serena! Innanzitutto grazie per la disponibilità che ci hai concesso, ma cominciamo subito! Partiamo dalla tua esperienza da “Italians”: sappiamo che sei nata e cresciuta a Brescia e che ora vivi a Bruxelles. Come sei approdata nella capitale europea, era forse un tuo progetto da sempre?

Direi di sì. La diversità – intesa come varietà di valori, colori, religioni, etnie e culture – mi ha affascinata sin da piccola. Alla fine degli anni ‘80, quando ancora di immigrati in Italia se ne vedevano ben pochi, sorte ha voluto che una famiglia di rifugiati somali si stabilisse a pochi metri da casa mia. Credo che il fatto di avere trascorso la maggior parte della mia infanzia con dei bambini di etnia e religione diversa, e di avere assistito – mio malgrado – a svariati episodi di razzismo nei loro confronti, mi abbia portata a riflettere su questioni che, a quel tempo, erano forse più grandi di me, insegnandomi il gusto per tutto quello che è “altro” ed a considerare la diversità come ricchezza.

Se ho decido di trasferirmi nella capitale belga è perché è a Bruxelles che hanno sede le istituzioni europee e difficilmente, altrove, potrei occuparmi di relazioni pubbliche ed istituzionali con l’UE – professione che ho desiderato intraprendere dal primo anno di Università.

 Sulla base anche della tua esperienza, quali credi siano le reali opportunità che aspettano i giovani italiani all’estero e che in Italia stessa – forse – non avrebbero avuto? Cosa ne pensi? È davvero tutta colpa del sistema Italia?

Che in Italia ci siano molti problemi – dalla mancanza di lavoro e meritocrazia alla presenza di un sistema gerontocratico che attanaglia aziende, fondazioni ed università – è fuor dubbio. Ciò detto, penso che le opportunità – in Italia come all’estero – non “aspettino” nessuno e che spetti al singolo darsi da fare per mettersi nella condizione di cogliere tali occasioni. Tutti coloro che vivono all’estero hanno amici e conoscenti che, dopo un periodo trascorso lontano dal Bel Paese, decidono di rientrare in Italia perché insoddisfatti di quanto sono riusciti ad ottenere all’estero in termini professionali. Essere ragazzi o giovani adulti nell’Italia di oggi non è facile, ma non bisogna credere che, professionalmente parlando, l’estero sia l’Eldorado. Le regole del gioco per trovare un lavoro soddisfacente sono universali e, in Italia come altrove, restano le stesse: disciplina, sacrificio, motivazione, ambizione. E – forse l’elemento più importante che spesso manca ai più o meno giovani -: avere un progetto chiaro, e realistico, in testa. Flessibile, adattabile, modificabile… ma pur sempre un piano d’azione, ancor meglio se corredato da piano b.

Bene, giovani e lavoro, ma anche l’educazione ricopre un ruolo importantissimo nel nostro dibattito. Personalmente, quanto è stato importante il tuo percorso universitario per il lavoro che oggi porti avanti? Che differenze ci sono, secondo te che hai studiato anche a Bruxelles, tra l’Italia e il Belgio?

I miei studi in Scienze Politiche e relazioni internazionali mi hanno insegnato a ragionare in maniera multidisciplinare, una qualità molto importante per il lavoro che svolgo. Condivido la critica che spesso si rivolge all’Università italiana circa la sua incapacità nel preparare gli studenti al mondo del lavoro. In linea generale, l’Università italiana fornisce una buona preparazione – migliore forse di quella di tante altre Università – ma troppo teorica. Ciò è frutto, a mio avviso, della mentalità conservatrice di un sistema poco progressista ed eccessivamente legato alle proprie tradizioni ed agli onori del passato. Un approccio senza dubbio utile e necessario quando si tratta di preservare il nostro patrimonio culturale, storico ed artistico ma insufficiente per rendere l’Italia e le sue Università competitive a livello internazionale. In Belgio, per esempio, le ore di lezione ex cathedra sono affiancate (e spesso superate) da progetti, simulazioni ed attività pratiche da svolgersi in gruppo. Tutti esercizi che stimolano la creatività, lo spirito di iniziativa, lo sviluppo delle idee, la capacità di lavorare in gruppo e di essere alle volte un buon leader, un buon coordinatore, un buon supporto. Le stesse lezioni ex cathedra sono ben lontane dal monologo del professore seduto in cattedra, ed appaiono più come un dialogo insegnante – studenti, in cui tutti sono incoraggiati ad intervenire ed esprimere giudizi, idee, critiche. L’Università “normalizza” il fatto di parlare in pubblico – altra competenza fondamentale nel mondo del lavoro, e non solo. Inoltre, gli studenti delle superiori sono incoraggiati, ancora minorenni, a svolgere attività di volontariato, servizio sociale e mentoring, così come gli studenti universitari sono incentivati a svolgere stage e tirocini durante gli studi piuttosto che al termine degli stessi. Ciò rende più semplice e veloce l’inserimento nel mondo del lavoro una volta concluso il percorso universitario.

Torniamo ora al tuo lavoro: di cosa ti occupi nello specifico? Sappiamo che attualmente sei senior associate presso una consultancy a Bruxelles e fai anche parte di un interessantissimo progetto sulla questione Google e concorrenza, raccontaci di più!

Da un anno e mezzo sono Senior Associate presso una società di consulenza in affari europei basata a Bruxelles. Mi occupo soprattutto della legislazione europea nel settore digitale – copyright, piattaforme digitali, protezione dei dati, e-privacy. L’anno scorso, ho contribuito alla creazione ed al lancio di una piattaforma nota come GRIP – Google Redress & Integrity Platform. Si tratta di un progetto finalizzato a fornire assistenza alle vittime di abuso di posizione dominante da parte di Google. Il lancio della piattaforma, di cui sono Manager, ha suscitato l’interesse della stampa internazionale – dal New York Times al Wall Street Journal e, a livello nazionale, ANSA e La Repubblica.
Oltre all’attività lavorativa, gestisco, insieme ad una giovane donna inglese ed una spagnola, un progetto di volontariato a favore di donne vittime di abusi e/o in condizioni di difficoltà economiche.

Rimanendo sempre in tema “Italia”, credi il sistema meritocratico in Italia funzioni? Affrontiamo un’ipotesi difficile: credi che, volendo ritornare in patria, riusciresti a trovare una posizione lavorativa analoga?

Purtroppo non sono in grado di rispondere a questa domanda. Ciò che posso dire è che l’azienda italiana per la quale lavoravo a Bruxelles mi propose di rientrare in Italia, offrendomi un contratto a tempo indeterminato ed affidandomi responsabilità non indifferenti.
Pertanto, non mi sento di poter dire che le opportunità in Italia non esistono e che la disoccupazione sia da imputare unicamente al “sistema Italia”. Credo, al contrario, che da parte di molti giovani e meno giovani ci sia una diffusa fuga dalle responsabilità, che si traduce in una tendenza a procrastinare le scelte di vita per insicurezza e mancanza di progettualità. Pensiamo a tutti quei giovani adulti che, sebbene percepiscano un regolare stipendio, continuano a vivere con i propri genitori. Vorrei far notare che ben prima della crisi, oltre il 70% degli italiani tra i 19 ed i 39 anni viveva con i genitori e che, secondo gli ultimi dati dell’OECD, l’Italia è il primo Paese (su 35) per numero di giovani che vivono con mamma e papà (l’81% dei giovani tra i 19 ed i 29 anni). Tra i 35 Paesi spiccano la Grecia, la Turchia e diversi Stati dell’America Latina: Paesi in cui le condizioni economiche non sono certo migliori di quelle dell’Italia. Ciò che voglio dire è che la mancata – o meglio “ritardata” – conquista dell’indipendenza da parte di giovani e meno giovani in Italia dipende solo in piccola parte dal contesto politico ed economico. È una questione culturale, una tendenza a privilegiare la comodità, a rimanere nella propria “comfort zone”, in un contesto nel quale gli interessi sono limitati all’immediato e le scelte fondamentali sono rinviate nella convinzione che tutte le possibilità rimangano intatte, che ogni scelta sia reversibile. Che in Italia vi siano molti problemi e che il mondo del lavoro nel nostro Paese sia poco accogliente, nessuno lo nega. D’altro canto, c’è una diffusa tendenza a pensare che con un minimo di impegno tutto ci sia dovuto. Studiare all’Università, avere un buon livello di inglese, concludere gli studi nei tempi previsti, svolgere delle esperienze formative durante gli studi – che si tratti di lavori part-time, Erasmus, stage, attività di volontariato, partecipazione politica, o impegno in progetti culturali o sociali -: iniziative lodevoli, ma che rientrano nel normale svolgimento del proprio dovere e che non solamente non ci rendono eccezionali, ma nemmeno più bravi degli altri, soprattutto in un mondo competitivo come quello di oggi. Non dimentichiamo che, salvo qualche rara eccezione, per ottenere dei risultati bisogna faticare, e faticare significa privarsi di tempo libero, impegnarsi di più della media, diversificarsi dagli altri. È un argomento impopolare, lo so, ma il lavoro è innanzitutto sacrificio -se porta soddisfazione, autorealizzazione, crescita… tanto meglio, ma è e resta sacrificio. Soprattutto durante i primi anni.
Ritengo infine che se molti giovani faticano ad uscire da questo “limbo” tra giovinezza ed età adulta, ciò dipenda anche dal sistema gerontocratico che caratterizza la vita sociale, politica, professionale. Nel sistema gerontocratico, il giovane, sebbene talentuoso, non solamente è scarsamente responsabilizzato e valorizzato, ma è spesso trattato con fare paternalistico – nelle migliori delle ipotesi – o da “bamboccione” – nelle peggiori – da colleghi e superiori più anziani. Questo atteggiamento penalizza i più giovani, mortificandone entusiasmo e potenzialità.

Ci racconti che l’azienda per la quale lavoravi ti ha proposto di rientrare in Italia, offrendoti ottime condizioni contrattuali ed un lavoro interessante. Come mai non hai accettato?

Per alcuni anni ho lavorato – dapprima a Milano e successivamente a Bruxelles – nel dipartimento affari europei di una grande azienda italiana. Un’ottima esperienza, che mi ha insegnato molto e che mi ha permesso di affacciarmi al mondo del lobbying e delle relazioni con l’UE. Sebbene lusingata, nonché grata al mio datore di lavoro, ho deciso di rinunciare alla promozione ed al rimpatrio in Italia per rimanere a Bruxelles e continuare la mia carriera professionale nel settore che più mi interessa – quello delle relazioni con le istituzioni europee. Quando ho comunicato la mia intenzione di rifiutare l’offerta, tanti mi hanno considerata imprudente ed alcuni non si capacitavano di come potessi rifiutare un contratto a tempo indeterminato, in Italia, presso un’azienda di successo. Ho deciso di rischiare, di scegliere la strada meno semplice, di uscire dalla mia “comfort zone”. Penso di essere stata coraggiosa. Oggi lavoro in un ambiente molto dinamico ed internazionale, con una cultura del lavoro più “nordica”, un datore di lavoro che incoraggia l’iniziativa personale, non perde occasione per gratificare me ed i miei colleghi e non esita a coinvolgerci nella presa di decisioni chiave. Un ambiente di lavoro poco gerarchico, dove tutti i membri del team sono coinvolti e trattati alla pari – indipendentemente dall’età anagrafica -, gli orari sono flessibili e massima è l’autonomia nella gestione del lavoro.

Dal tuo profilo professionale emerge anche un altro tratto della tua personalità e preparazione: quello legato all’ambito del multilinguismo. Leggiamo che parli italiano, inglese, francese, spagnolo ed un po’ di olandese. Giusto a sfatare il mito dell’italiano in difficoltà anche con il classico “the pen is on the table”, insomma. Ma toglici una curiosità, si tratta di pura passione per le lingue, o di una mossa strategica per la tua crescita professionale?

Le lingue straniere mi sono sempre piaciute, pertanto le ho studiate con passione, ma è chiaro che le mie ambizioni professionali hanno rappresentato uno stimolo importante. Nella “Eurobubble” l’ottima padronanza delle lingue (inglese, certo, ma anche francese, tedesco…) è un requisito essenziale ed è raro imbattersi in persone che parlino meno di due lingue. Non dimentichiamo poi che il Belgio ha ben tre lingue ufficiali.

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze? È un problema della mancata meritocrazia o credi che non sempre sia una vera e propria “fuga” dall’Italia, quanto più una scelta?

Non credo sia solo una questione legata alla mancanza di lavoro e meritocrazia. Come un’altra vostra intervistata, Giulia Dessì, ha affermato, credo che a tanti, l’Italia, o, per meglio dire, la mentalità dell’italiano medio, “vada stretta”. Ho già fatto riferimento al fatto che i giovani, lungi dall’essere considerati avanguardie del nuovo e componenti da valorizzare, sono spesso lasciati in disparte ad attendere il proprio turno, poco coinvolti nella presa di decisioni e scarsamente responsabilizzati. Una situazione che causa frustrazione, aggravata dal fatto che in Italia il concetto di gioventù si è esteso a dismisura, al punto da considerare “ragazza/o” (quindi persona non matura) una/un donna/uomo di 35 anni.
I giovani non sono i soli ad essere penalizzati. Penso alle donne, agli omosessuali, a coloro che si sentono italiani (e magari lo sono a tutti gli effetti) ma hanno origini straniere. Mi rendo conto che si tratti di un tema poco popolare, che forse gli uomini italiani, bianchi ed eterosessuali, faticheranno a condividere, ma – a prescindere dall’età anagrafica – l’Italia non è un Paese per tutti. Sebbene ami l’Italia, come giovane donna mi sento più libera, rispettata ed a mio agio in Belgio che nel mio Paese.

A contrario, supponendo che questa fuga sia davvero dovuta a delle mancanze del nostro Paese, personalmente hai mai pensato a possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via? Hai anche un solo consiglio che daresti a decision makers, ai datori di lavoro ed alle famiglie?

Ai decision maker italiani suggerirei di riformare il sistema educativo e dotare l’Italia di un’Università in grado di fornire ai giovani le competenze necessarie per affrontare il mondo del lavoro. Mi piacerebbe inoltre che le aziende, pubbliche e private, responsabilizzassero maggiormente i giovani ed incoraggiassero un maggiore ricambio ai vertici, premiando il più dotato – non il più anziano. Ai genitori italiani suggerirei di evitare comportamenti iperprotettivi e troppa ingerenza nelle scelte dei figli. Penso che tanti genitori, dettati da nobili intenzioni, spianino eccessivamente la strada ai propri figli, sostituendosi a loro. Atteggiamenti che rischiano di trasformare i giovani in adulti fragili, poco maturi dal punto di vista emotivo ed incapaci di prendere decisioni.

 E per finire, una domanda di rito. Torneresti mai in Italia, adesso?

Al momento sono felice di vivere in Belgio e non prevedo di rientrare in Italia nei prossimi anni. Nonostante Bruxelles abbia vissuto un anno non facile e sia stata spesso criticata dalla stampa internazionale – in seguito all’attentato terroristico e, più recentemente, al rifiuto della regione vallona di firmare l’accordo commerciale con il Canada – devo molto a questa città, che mi ha permesso di realizzarmi, non solo professionalmente, e di trovare affetti importanti.