Articoli

Se vi dicessi che in Game of Thrones si parla anche di cambiamento climatico?

Se vi dicessi che in Game of Thrones si parla anche di cambiamento climatico?

Come tante altre persone, chi prima o chi dopo, cinque anni fa mi sono incastrato nel mastodontico universo di Game of Thrones (no, non lo chiamerò “Il Trono di Spade” perché è una pigra traduzione forzata). Ogni estate, è ormai diventata una tradizione: mi ritrovo con i miei amici del mare e insieme ci godiamo quello che la nuova stagione ha da offrire. Le puntate le centelliniamo o le vediamo tutte in una volta, ma il risultato è sempre lo stesso: ci teniamo aggiornati sulle vicende degli Stark, Lannister, Targaryen e tutti gli altri.

Senza elencare i motivi di spessore per cui molti seguono questa serie (ovviamente parlo dei draghi e degli inaspettati colpi di scena, vero?), quest’anno mi sono accorto del fatto che altri fattori mi abbiano tenuto attaccato allo schermo. Infatti, il creatore di quest’universo, Geroge R. R. Martin, e gli sceneggiatori della serie, sono stati abili nel mostrare agli spettatori cosa sia il “potere”. Foucault avrebbe apprezzato il modo in cui gli autori hanno dato forma alle relazioni di potere tra casate ma anche tra singoli personaggi: il potere è dappertutto e, se esercitato, crea delle conseguenze. E le conseguenze sono lì sullo schermo; sono le vicende che l’hanno portato avanti fino alla settima e (tra due anni) all’ottava, ed ultima, stagione. Tuttavia c’è un altro elemento che ha reso la serie, a mio avviso, interessante ed ha a che fare con la minaccia che proviene dall’altra parte della barriera e con l’interpretazione che ne vorrei dare.

*Occhio agli spoiler da qui in poi*

Non scordiamoci perciò di una cosa. Mi riferisco al fatto che Game of Thrones non parli solo delle casate e della loro battaglia per il trono di spade, ma anche della guerra contro i White Walkers (sì, lo guardo in inglese) e i loro pseudo zombie surgelati. Se ne parlava fin dalla prima stagione ma nella settima, uscita quest’estate, gli incubi sono diventati realtà e le truppe di non-morti si sono finalmente avvicinate al mondo dei vivi.

I protagonisti si sono trovanti di fronte un’armata talmente inarrestabile che sarebbe capace di spazzare via ogni singolo abitante sulla faccia della terra, se non fermata. I cui soldati sono molto difficili da sconfiggere (se non con specifiche armi) e hanno una natura completamente diversa da quella umana. Questa incredibile minaccia ha infatti portato i pochi personaggi “buoni” di Game of Thrones ad unirsi, e a cercare di creare un’alleanza di tutta l’umanità per affrontare l’esercito dei non-morti. Non avrebbe senso continuare a farsi la guerra tra uomini, pensando solo ai propri interessi mentre si è consapevoli dell’arrivo di un pericolo capace di porre fine all’umanità, no? Sembra un ragionamento logico…

Detto ciò, non vi suona nessun campanello? Non si accende nessuna lampadina? Allora rileggete un attimo il paragrafo precedente e sostituite i “personaggi di Game of Thrones” con i veri abitanti del nostro pianeta e la “minaccia dei non-morti surgelati” con il cambiamento climatico.

Mind-blowing, vero? Tristemente, c’è questo parallelismo tra le due minacce che due mondi (uno è inventato ma l’altro è proprio il nostro) dovranno affrontare nel futuro prossimo. Perché anche noi sul pianeta terra, similmente, siamo quasi alla fine dello scontro; siamo alla settima e penultima stagione: il nemico sta bussando alle nostre porte, sta iniziando a far vedere quanto male potrebbe farci, ci sta dando un assaggino del suo potere distruttivo, ma non è ancora completamente arrivato. Così come l’esercito degli zombie: lo scontro finale avverrà nell’ottava ed ultima stagione, ma è da un pezzo che danno problemi a Jon Snow e compagnia bella. E quindi anche noi ci siamo mossi, abbiamo stretto alleanze, firmato intese e agreements, per far in modo che il nostro pianeta non venisse mangiato dal cambiamento climatico. Tuttavia qualche morso ha già iniziato a darlo… Basti pensare al caldo torrido senza precedenti di quest’estate e ai tornado dall’incredibile intensità che hanno colpito l’America nello scorso mese. Noi dobbiamo affrontare le tempeste e le ondate di caldo, mentre, Jon Snow un esercito di zombie e il congelamento totale del continente. Siamo sulla stessa barca. Eppure, così come nel mondo di GoT, c’è chi si diverte a trapanare buchi qua e là, condannando tutti i passeggeri. Sì, dico proprio a te, Donald, che stai accovacciato nell’angolo con un trapano in mano.

E quindi, quando arriverà la nostra “ottava (ed ultima) stagione”? Quando si tratterà di sconfiggere o essere sconfitti da questo male? Saremo capaci di unirci o saremo i Cersei Lannister della situazione e penseremo, di nuovo, solo al nostro misero giardinetto, mentre il mondo brucia intorno a noi? Saremo capaci di unirci o faremo come Trump che ha dichiarato di volersi tirar fuori dagli Accordi di Parigi, e mandare in fumo le conquiste fatte negli ultimi anni? Che poi, detto tra noi, Cersei e Trump potrebbero essere fratello e sorella: capelli arancioni, sete di potere, egoismo. Ma conoscendo Cersei e il rapporto che ha con i suoi fratelli, o lo amerebbe, come Jamie, o lo vorrebbe morto, come Tyrion. Voto per la seconda.

E’ interessante vedere come, anche da una serie tv che abbiamo iniziato a vedere per le scene di sesso trame avvincenti ed epiche, si possa trarre un insegnamento. Magari, accorgendosi del parallelismo tra le due imminenti minacce nel mondo di Game of Thrones e nel mondo reale, qualcuno capirà che sarà necessario intervenire al più presto. Perché, dopotutto, possiamo parlare di ius soli, migranti, crisi economica, PIL e governi, ma non ci sarà più nessun governo se il cambiamento climatico non verrà fermato. “Solo cenere”, come suggerisce Daenerys Targaryen.

 

Samsø: quando lo sviluppo sostenibile ha successo in un’isola danese

Lo sviluppo sostenibile sta alle altre facoltà universitarie come il secchione con un’attiva vita sociale sta agli altri secchioni: apprendere nozioni e regole è essenziale, ma uscire nel mondo reale e applicarle rende il tutto più intrigante. Ecco il motivo per cui mi piace molto questa materia, altrimenti non le dedicherei un intero blog: rende gli insegnamenti universitari addirittura “avvincenti” (sì, sono uno di quei secchioni…).

Vi porto perciò un esempio proveniente dalla Danimarca, dove i principi del sustainable development sono stati messi in pratica con estremo successo. Perché come dicevo nel mio primo articolo, è giusto definire tali principi e descriverli formalmente, ma lo sviluppo sostenibile è un qualcosa che si crea giorno per giorno con delle scelte, a volte anche rivoluzionarie.

E’ stata, infatti, una rivoluzione energetica che ha portato l’isola di Samsø dal 1998 a oggi, a diventare indipendente dai combustibili fossili e a produrre tramite fonti rinnovabili più energia di quella che consuma. Tutto cominciò quando Samsø vinse un bando del governo danese volto a finanziare un progetto che fosse in grado di ridurre le emissioni di gas serra in una piccola comunità. A guidare il cambiamento è stato Søren Hermansen, che prima di essere a capo di questa rivoluzione era un agricoltore. Ora egli dirige la Samsø Energy Academy con lo scopo di diffondere in giro per il mondo le soluzioni messe in atto dall’isoletta (1). Perché sì, Samsø è un’isoletta di 4500 abitanti, che però a testa bassa ha portato avanti qualcosa di incredibile. Infatti, ad oggi, quattro impianti bruciano biomassa, come paglia e scarti del legno, che sono comprati dai cittadini stessi, permettendo il riscaldamento della totalità delle case.

Inoltre, 11 pale eoliche e altre 10 turbine offshore producono 2,3 MW di energia che inevitabilmente avanza e viene rivenduta (2). L’eccezionalità di Samsø è però un’altra: l’intera comunità partecipa alla rivoluzione. I cittadini, infatti, sono anche i proprietari delle pale e i lavori necessari sull’isola sono stati fatti da artigiani locali.

Per “comunità” s’intende una realtà sociale caratterizzata da piccole – medie dimensioni (Samsø è, infatti, lunga 26 chilometri e larga 7, e copre solo 114 chilometri quadrati), dove i singoli interessi dei privati sono indissolubilmente e reciprocamente legati. Il tessuto sociale, le attività economiche, l’organizzazione delle risorse primarie e la sopravvivenza dell’ambiente locale sono fortemente influenzate dalle scelte prese dalla comunità. Ciò non toglie che realtà con un maggior numero di abitanti o che occupano territori più vasti possano avere anch’esse un forte impatto sulla vita dei cittadini. Tuttavia, quelle che definiamo come delle “comunità”, possono mettere in atto con più facilità delle scelte capaci di rivoluzionare in breve tempo l’intero sistema sociale. Questo è reso possibile dal fatto che i cittadini coinvolti partecipano in maniera attiva alla politica locale, potendo contare sulla centralità e l’importanza della collaborazione degli altri membri della comunità, com’è successo a Samsø.

Cooperazione è perciò la parola chiave che può spalancare le porte del cambiamento. Samsø non è la prima realtà dalle piccole dimensioni che, attraverso la cooperazione tra i suoi membri, è riuscita ad organizzarsi e a gestire con successo un bene comune (come l’energia in questo caso). Infatti, nel 1990, il premio Nobel Elinor Ostrom sottolineò in “Governing the Commons” l’importanza di far amministrare questi beni dalle singole comunità, com’era accaduto in passato in piccoli villaggi del Giappone, della Spagna e delle Filippine. Un bene comune o “common good” è un bene che può essere sfruttato da tutti che però, se utilizzato in maniera eccessiva, è destinato a finire. Faccio un esempio: in una foresta che non appartiene a nessuno, tutti coloro che vi possono accedere ne disboscano una buona parte per ricavarne della legna. Tuttavia ogni individuo proverà sempre a prenderne più del necessario, semplicemente perché “può farlo”, causando così con l’andare del tempo, la distruzione della foresta stessa. Ecco il problema dei beni comuni: come le noccioline ai buffet, ne prendi un bel pugnetto, anche se non te lo finirai mai, ma lo fai perché sono gratis.

Hardin nel 1968 ha definito questa situazione come una “Tragedia dei beni comuni”, e la tragicità sta nel fatto che questi beni sono destinati a finire, proprio perché sono molto facili da sfruttare e perché ogni individuo pensa solo al proprio guadagno. E questo succede anche all’energia, quando la si dà per scontata e la si considera semplicemente come “quella cosa che se pigio l’interruttore mi accende la luce”. E’ di vitale importanza, tuttavia, tenere in considerazione il suo stesso processo di produzione e il modo in cui viene utilizzata. Ciò può essere fatto con successo in una comunità dalle dimensioni limitate, come Samsø, dove la cooperazione e la comunicazione tra i cittadini permettono di superare i bisogni dei singoli per il bene dell’intera comunità. Samsø ha messo in atto gli insegnamenti di Ostrom, considerando l’energia come un common good che va amministrato coscienziosamente. Ecco perciò che quest’isola danese, facendo in modo che i cittadini siano anche proprietari delle fonti di energia rinnovabili, ha bypassato la “Tragedia” è ha messo nelle mani dei singoli, la sopravvivenza dei molti, con successo.

Spero che ora sia chiaro il perché della mia passione per lo sviluppo sostenibile: le soluzioni ai nostri problemi, in certi casi, esistono già. Basta saperle cercare. Non serve a granché riempirsi la testa di nozioni senza avere alcun contatto con la realtà, altrimenti il cambiamento non potrà mai aver luogo.

Samsø è perciò solo uno dei tanti esempi in cui la sostenibilità è stata messa in pratica con successo, dando la priorità al cambiamento, rompendo certi schemi prestabiliti, con un pizzico di coraggio. Soprattutto, sapere che da qualche parte nel mondo c’è chi “ce l’ha fatta”, può dare speranza e fiducia, può fare sentire meno soli, può dimostrare che magari, anche in Italia, il cambiamento non è un’aberrazione ma una possibilità.

 

 

 

Bibliografia:

(1) Lewis, D. 2017. “Energy positive: how Denmark's Samsø island switched to zero carbon”. The GUARDIAN. Link: https://www.theguardian.com/sustainable-business/2017/feb/24/energy-positive-how-denmarks-sams-island-switched-to-zero-carbon

(2) Giovannini, R. 2017. “Samso, modello Danimarca: l’ecorivoluzione è cooperative”. LA STAMPA. Link: http://www.lastampa.it/2017/03/31/scienza/ambiente/focus/samso- modello-danimarca- lecorivoluzione-cooperativa- eWL6SBWckv4gKsDJ2tZ3OJ/pagina.html

Quindi studi Sviluppo sostenibile? E cosa sarebbe di preciso?

Quando si ritorna a casa dopo un intero trimestre passato a studiare nella fredda Inghilterra, capita che si abbassi la guardia e ci si lasci coccolare dal caldo sole mediterraneo e dall’amore incondizionato (da manuale) dei nonni. Occhio però: saremo anche rilassati e in pace con noi stessi, ma da un momento all’altro questa tranquillità potrebbe essere interrotta da una semplice domanda. Vicini di casa, ex compagni di classe, professori e cugini di terzo grado; tutti vogliono sapere:

Che cosa studi all’università?

Ed è in quel momento che parte lo scioglilingua: “Politics and International Studies & Global Sustainable Development”. Ciò provoca al mio interlocutore, il 99% delle volte, un forte imbarazzo che provo a mitigare fornendogli la traduzione in italiano, che più o meno suona così: scienze politiche, relazioni internazionali e sviluppo sostenibile. Sentendo le prime due parti sembrano capire che faccio qualcosa legato alla politica (e mi compatiscono) mentre quando viene nominata l’ultima, la loro sete di informazioni si fa ancora più profonda e sganciano il tipico:

E cos’è lo ‘sviluppo sostenibile’?

Beh, caro il mio interlocutore, hai appena fatto la domanda da un milione di dollari alla quale anche i professoroni delle più rinomate università faticano a rispondere. Tuttavia, non posso lasciarti a bocca asciutta altrimenti penseresti che stia sprecando il mio prezioso tempo dietro materie la cui utilità è discutibile. E così, scendo dalla torre d’avorio, dove ogni tanto gli studenti universitari si arroccano quando sono lontani da casa da troppo tempo e tento di dare una definizione più diretta possibile: una di quelle che riesca a fermare il fiume in piena di domande che mi sta travolgendo.

Studiare sviluppo sostenibile significa studiare il modo in cui il mondo, e chi lo abita, possa svilupparsi tenendo conto dell’ambiente, delle problematiche sociali e di quelle economiche.”

Seppur non sia una terribile definizione da dare in trenta secondi a qualcuno che magari non riesce neanche a sentirti a causa del traffico e dei clacson intorno a voi, purtroppo però non rende onore a tutto il dibattito sull’argomento. Mi prendo perciò questo spazio per provare a spiegarvi cosa sia il fantomatico ‘sviluppo sostenibile’ di cui s’inizia a parlare parecchio ultimamente. Vi mostrerò le principali interpretazioni date negli ultimi decenni e le tendenze che hanno guidato il dibattito fino al giorno d’oggi. Con la speranza che, quando la prossima volta qualcuno mi chiederà di cosa tratti il mio corso di laurea potrò dire: ecco il link del mio blog ☺.

E’ nel 1980 che le parole “sviluppo” e “sostenibile” vengono usate per la prima volta una accanto all’altra, in una pubblicazione molto influente intitolata World Conservation Strategy: Living Resource Conservation for Sustainable Development  pubblicata dall’UNEP (United Nations Environment Programme) e dal WWF.

Bisogna aspettare il 1987 per avere la prima e più classica definizione di sviluppo sostenibile nel famoso report “Our Common Future”, conosciuto come Brundtland Commission, che recita: “Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.”

Questa visione ‘intergenerazionale’ (ovvero che tiene in considerazione sia il bene della generazione presente sia di quelle future) è stata incoronata nel 1992 al Rio Earth Summit come il concetto che avrebbe guidato i progetti riguardanti la sostenibilità e la protezione dell’ambiente negli anni a seguire.

Nel 1997 viene proposta una nuova visione dello sviluppo sostenibile che non è più intergenerazionale, bensì tripartita. Nel Programme for the Further Implementation of Agenda 21  si sottolinea l’importanza dell’interdipendenza e del reciproco rapporto di rafforzamento dello sviluppo economico, lo sviluppo sociale e la protezione ambientale. Queste tre componenti portano ad uno sviluppo sostenibile. Il suddetto principio è stato adottato nel 2012 al Rio 20 Summit  e poi nel 2015 ha guidato alla creazione dei Sustainable Development Goals: 17 obiettivi che secondo le Nazioni Unite vanno raggiunti entro il 2030, per garantire un futuro sostenibile al nostro pianeta.

Questa è la storia della definizione formale dello sviluppo sostenibile, inteso prima come un dovere verso le generazioni future e poi come un obiettivo tripartito caratterizzato da una multidisciplinarità strutturale. La mia definizione si conforma alla seconda delle interpretazioni e mi permette di cavarmela facilmente ai pranzi di famiglia.

Ma se poi vogliono sapere di più? Se non gli basta la pedante spiegazione del concetto e vogliono avere degli esempi pratici di cosa significhi fare sviluppo sostenibile?

Beh, risponderei che (per fortuna) ci sono un gran numero di esempi in cui i principi della sostenibilità sono stati applicati in giro per il mondo con successo. Risponderei che lo sviluppo sostenibile non passa solo attraverso le Nazioni Unite. Risponderei che chiunque può comportarsi in maniera consapevole e creare il cambiamento che vuole veder avvenire nella sua comunità e anche oltre di essa (che non significa solo chiudere il rubinetto quando ti lavi i denti). Risponderei che la sostenibilità va vissuta e le si dà forma con ogni scelta che facciamo.

Risponderei di leggere il mio blog: “Chiedimi se sono sostenibile”.

 

 

 

 

 

Welcome on board! Nicola Blasetti – blogger #theitalians

Classe 1997 – avete sentito bene, millenovecentonovantasette – e un milione di interessi. Chi ha detto che i millennials sono pigri non é mai stato tanto in errore come in questo caso. Perché oggi vi presentiamo Nicola Blasetti, nuovo giovanissimo membro del team editoriale firmato The Italians!

Ma chi é Nicola?

Nasce a Macerata nel 1997 e passa la propria infanzia riempiendo di domande il padre  – biologo – e giocando con gli animali nella fattoria del nonno, imparando così ad amare la natura in tutta la sua fragilità e bellezza. Frequenta il Liceo Scientifico G. Galilei di Macerata, dove nel 2016 si diploma con il massimo dei voti. Nell’ottobre 2016 parte per Coventry, Inghilterra, dove frequenta la University of Warwick, iniziando una doppia laurea in Politics and International Studies & Global Sustainable Development. La sua passione per la politica e lo sviluppo sostenibile lo hanno portato lontano dalla propria patria, ma il suo cuore rimane là dov’è cresciuto e dove spera di avere un impatto positivo, un giorno non troppo lontano.

Membro attivo nella comunità universitaria, tra societies e organizzazione di eventi legati alla sostenibilità, non si pone mai nessun limite: canta in una band, suona la chitarra e dà lezioni di cucina -esatto, avete sentito bene, ancora, lezioni-di-cucina.

Seppur sia ancora uno studente, è pronto a imparare il più possibile e ad esplorare i vari settori della sostenibilità.

Ed é proprio di questo tema (e non solo…) che Nicola ci parlerà nella sua sezione nel blog di The Italians, “Chiedimi se sono sostenibile“, presto in uscita con i primi post da Coventry.

E cos’altro aggiungere se non… Nicola, Welcome on board!