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Home sweet home… da quale parte della frontiera?

Ogni volta che passo la frontiera inglese, atterrata a destinazione del mio volo da Londra, sullo schermo del mio telefonino compaiono due orari: ‘home’ e ‘local’.

Durante i viaggi fatti quest’anno, nel corso di conversazioni con amici e familiari, mi sono accorta di sempre più frequenti espressioni che usavo – come “lo sistemo una volta a casa”, “ci siamo organizzate così a casa”, “quello ce l’ho a casa” – facendo riferimento alla mia stanzetta in soffitta a Londra. In un momento di così grande incertezza per gli stranieri in Inghilterra, è un po’ strano ascoltarsi parlare della città oltremanica come il luogo più familiare. Al punto che, in attesa che il numero del gate compaia sul display dell’aeroporto, venga il dubbio se si stia facendo ritorno a casa o se ci si stia prendendo una breve vacanza in Italia.

Eppure, tra le mura domestiche a Roma, i miei libri di letteratura sono disposti ancora nell’ordine in cui mi piacevano, la chitarra è rimasta appoggiata contro lo scaffale dove l’avevo lasciata, e nella credenza della cucina ci sono sempre quattro pacchi di biscotti aperti della Mulino Bianco.

L’armadio è semivuoto perché ho portato a Londra gli abiti ai quali tenevo. Quando arrivo, il trolley fluttua per giorni nel salone quasi completamente vuoto e poi gradualmente viene ri-riempito fino alla data di partenza. E il cellulare segnala l’orario di Greenwich come “home”.

La maggior parte della mia vita si è svolta nello stesso luogo, sotto lo stesso tetto: niente Erasmus, e istruzione fino alla triennale nella propria città natale. Adesso, i rientri su suolo italiano si sono limitati alle grandi feste.

Tutto sembra e suona familiare a Roma. Eppure, l’esperienza di Londra rende difficile accettare il trasporto pubblico non ramificato, le tremila carte da compilare, firmare e consegnare fisicamente quando si va agli uffici, la necessità di tenere la borsa chiusa ben stretta al fianco con una mano quando si passeggia.

Tutto sembra e suona familiare a Londra. Eppure, anche l’umore a volte sembra risentire della mancanza del sole sulla pelle, i prodotti culinari hanno il loro caro prezzo, e proprio non riesco a capire perché ci si rivolge a tutti con hi e goodbye, ma poi ci si imbarazza così tanto a salutarsi con il bacio sulla guancia: si deve essere formali o meno?

Pensando alle storie di molti connazionali arrivati nel Regno Unito per strade così diverse e quasi sempre intraprese con non poco coraggio, mi riecheggiano in testa quei versi danteschi «tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.» (Paradiso, XVII, vv. 58-60).

Ma poi torno a guardare la cronaca, alle strade di Londra dove i colori della pelle hanno le più varie sfumature, ai premi nazionali in giro per il mondo assegnati ad expats, ai curricula che pullulano sempre di più di città fuori dai confini della propria terra madre. C’è chi incolpa la globalizzazione e la libera circolazione di merci e di persone, chi ringrazia perché un tale crollo delle barriere consente una via di fuga.

Il mio pensiero si blocca comunque su una singola breve parola: casa. Home sweet home.

Incentivati sempre di più e prima a fare esperienza all’estero, si aprono gli occhi su una grande varietà di politiche interne ed ordinamenti: in fondo, non tutto rischia di essere così soffocante. Ci sono soluzioni – leggasi: altri paesi – dove si può vivere diversamente. Complice anche la tecnologia e un accesso maggiore a molteplici mezzi di trasporto e comunicazione, varcare il confine non fa più paura. La frontiera non sta più a segnalare il passaggio verso un mondo lontano ed impervio come poteva apparire ai nostri genitori, o, ancor di più’, ai nonni.

In realtà, c’è qualcosa che la loro generazione condivide con la nostra: come i migranti dal Sud al Nord o come gli Italiani che si imbarcarono per l’America a cercar fortuna, noi ci muoviamo a seconda del lavoro. Qualcuno si avvia prima, per via dello studio, ma la necessità rimane ancora la forza trainante. Mentre nel secolo scorso, però, la famiglia a casa si vedeva come abbandonata e il trasferimento fuori patria veniva sentito come un esilio, oggi tutto ciò viene abbracciato come un’opportunità.

Casa diventano le tante abitazioni condivise con amici, colleghi, lontani parenti. È vero: non è mai la propria abitazione con i mobili e la dis/organizzazione come ci piacerebbe, ma gli stili di vita diventano più spartani, e si impara ad economizzare per amor dell’esperienza. Casa è poter tornare dalla propria famiglia e parenti per Natale e sapere che si è giustificati sempre e comunque per rimanere a dormire fino a tardi e girare per le stanze in pigiama.

Casa è dove ci si sente liberi di poter praticare la professione per cui si ha studiato a lungo, dove ci si sente sotto osservazione meno per la giovane età quanto più per la propria onestà. Casa è poter tornare a passeggiare lungo i viali di dove si è trascorsa l’infanzia.

Senza rimuovere ‘tradizione’ e ‘stabilizzazione’, bisogna notare ad ogni modo che ‘opportunità’ ed ‘esperienza’ son diventate le nuove chiavi di lettura dei moderni flussi migratori intra-europei. Non si tratta di frenesia dei millennials, ma solo di una nuova evoluzione del mondo. Alle volte, però, quei versi danteschi riecheggiano ancora. Insorge un po’ di amarezza, allora, perché a differenza del grande poeta, noi suoi connazionali non abbiamo tutti un bando che ci impedisce il rientro, ma è la patria stessa in qualche modo a renderlo più difficile.

Il paradosso dell’expat

Cosa si prova a tornare in Italia? È una domanda che mi hanno fatto tante volte negli ultimi 5 anni; trovo sempre molto difficile rispondere. Rientrando in Italia non più di due o tre volte all’anno, ovviamente il pensiero di riabbracciare i miei cari mi rende molto felice. Eppure, ogni volta, ho bisogno di un po’ di temo per riabituarmi. Alla lingua, alle persone, al modo in cui la vita funziona in una piccola cittadina di provincia qual è Terni.

Appena trasferita in questa grande isola, una delle prime cose ad aver attirato la mia attenzione fu la differenza culturale con gli autoctoni:  persone che chiedono “come stai” anche al commesso al bar, che domandano sempre “permesso” quando devono scendere dal treno, senza farti uscire a forza di spintoni, come succede spesso sui mezzo pubblici in Italia.

“Non puoi rispondere semplicemente Ok o Yes quando qualcuno ti chiede di fare qualcosa. È da maleducati”, mi spiegò una signora americana. “Certamente” e “non c’è nessun problema” sono espressioni che devi aggiungere quando concordi nello svolgere un compito che ti è stato richiesto. Dietro questa apparente educazione, si nasconde però un’amara verità: i britannici sono pessimi nelle relazioni sociali. Sono educati perché devono esserlo, ti chiedono come stai, permesso e scusa perché sarebbe poco britannico non farlo. Non si tratta di te, ma di loro.

Se poi vogliamo discutere del famoso “umorismo britannico”, ci sarebbe da scrivere un libro a riguardo. Un mio collega di lavoro, Matt, una volta mi spiegò che “l’umorismo inglese è fatto di frasi maleducate e scortesi che vengono percepite in modo scherzoso perché non potrebbero mai essere dette seriamente”. Nonostante questa spiegazione, mi ci sono volute anni per “capire” le loro battute.

Come potevo io, allora, da italiana, ambientarmi a contesto del genere? In un posto dove si dicono cose che non si pensano e non si dice quello che in realtà ti passa per la testa? Come avrei mai potuto mescolarmi con persone che bevono alcolici dalle 11 di mattina e spendono la maggior parte del loro tempo libero chiusi in un pub? In breve: persone così negate alle relazioni sociali?

Il contatto con una cultura a te straniera ti spinge a rivalutare la tua identità culturale. E io, a Londra, mi sentivo più italiana che mai. Poi, circa sei mesi dopo il mio trasferimento nel regno Unito, qualcosa di strano accadde.  Rientrata in Italia, andai a prendere un caffe al bar dell’aeroporto di Ciampino. “Cosa vuoi, un macchiato come al solito?”, mi chiese mio padre. Please, risposi io automaticamente.

Più i mesi passavano, e più spesso mi capitava di avere questi lapsus, o di inserire volontariamente termini inglesi anche nelle mie discussioni in italiano. L’inglese, si sa, è una lingua sintetica, e ci sono singoli termini che racchiudono il significato di più parole o concetti in italiano. Nelle mie brevi vacanze in Italia mi sono sorpresa spesso a desiderare un interlocutore anglosassone con cui praticare quella lingua che, da straniera che era, stava man mano diventando mia.

Velocemente sviluppai anche io i sintomi di quelli che qui vengono chiamati Very British Problems: l’utilizzare il telefono come strumento per evitare le persone, l’evitare in tutti i modi i vicini di casa, la noncuranza verso la pioggia, il fastidio per anche la più piccola attesa. Rimaneva però la mia solarità e socievolezza, la passione con cui solo noi popoli del Mediterraneo viviamo e guardiamo alla vita.

Iniziai a riflettere sulla mia condizione, che ho soprannominato il paradosso dell’expat: inglese in patria e italiana in Inghilterra, destinata a sentirmi straniera nella casa dove sono nata e in quella che ho scelto. Mi ero volontariamente privata delle mie radici e non riuscivo a trovarne di nuove.

Con il tempo mi resi conto di aver sempre avuto la risposta a questo mio dilemma. “Se vuoi imparare l’inglese non andare a Londra. A Londra c’è tutto, tranne gli inglesi”, mi dissero in tanti prima di partire. Un’affermazione in parte vera: di inglesi a Londra ce ne sono, ma si mescolano tra i milioni di cittadini provenienti da ogni angolo del pianeta. L’inglese che si sente parlare a Londra non è un inglese pulito. Eppure, io trovo che quella diversità di suoni, accenti e colori abbia una bellezza unica.

Londra è per me la città delle possibilità: non c’è limite a quello che vi ci puoi trovare, se sai cercare bene. Essere londinesi vuol dire avere ogni giorno la possibilità di parlare lingue diverse, anche all’interno della stessa conversazione, di conoscere persone con storie simili alla tua, oppure completamente diverse. Ogni persona, ogni accento, ogni storia è un tassello di quella nuova identità che soltanto l’esperienza da expat puó regalarti.

Ci sono giorni che questa vita, fatta di distanze con le persone che amo e molte telefonate Skype mi pesa, perché se a parlare un’altra lingua puoi abituarti, quel “ci vediamo la prossima volta che torno” che noi expats diciamo così tante volte, ti lascia sempre l’amaro in bocca.

Ci sono giorni che mi sento stanca di questa vita così  frenetica che lascia molto poco tempo a se stessi; questa vita fatta di tanti momenti importanti che sei costretto a perdere, di persone che ti chiedono “ma quando torni?” non capendo che se potessi passare ogni fine settimana con i tuoi cari, lo faresti volentieri.

Ci sono giorni che mi sento delusa, perché se è vero che a Londra le soddisfazioni arrivano sempre, è anche vero che devi guadagnartele a un prezzo altissimo. Giorni in cui non si vede mai la luce del sole, così bui da farti capire perché l’alcolismo sia un problema così diffuso in questo paese, giorni in cui la pioggia ti sorprende per strada e tu sei rigorosamente senza ombrello.

In giorni come questi mi sento come se la città mi prendesse a calci e l’italiana che è in me vorrebbe soltanto chiudere gli occhi e teletrasportarsi in Italia. Eppure ho scelto di rimanere, ogni giorno, da ormai 5 anni. Perché?

Perché quella londinese è per me un’identità a cui so di non poter rinunciare, una fatta di tanti passi e tante esperienze di vita che si sono sommate e mi hanno portato ad essere questa nuova persona che, da brava inglese, non si abbatte mai, che come molti spagnoli vive e lascia vive e, da italiana doc alla birra delle 11 preferirà sempre un buon caffè. Non rinuncerei mai a nessuna di queste versioni di me, perché  l’Italia ti regala il sole, la socievolezza, la gioia di vivere, ma Londra… Londra ti insegna a fregartene della pioggia.