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La differenza tra le università italiane e quelle inglesi: il tempo

In quanto studente al secondo anno alla University of Warwick, ho ormai iniziato a capire come funzioni il mondo universitario anglosassone. Non che ne fossi completamente all’oscuro prima di partire, ma ora le sfumature saltano più facilmente all’occhio. Mi vorrei soffermare principalmente su una di queste: il tempo che ogni studente ha a disposizione per se stesso. Ci tengo a precisare che il mio scopo è quello di presentare due realtà in maniera parallela: sta poi al lettore il compito di tirare le somme e arrivare a delle conclusioni; lungi da me il voler affermare che le università inglesi siano le migliori al mondo.

Seppur non abbia mai frequentato un’università italiana, sono al corrente di come sia strutturato questo sistema nella mia madrepatria. Perdonatemi la generalizzazione, ma a volte è necessario cogliere i tratti in comune che più istituzioni hanno, per definire un trend generale. E quindi, parlando con i miei amici, so delle giornate intere passate in facoltà, delle ore interminabili di lezione e della stanchezza e frustrazione che ne deriva. Obbligo di frequenza, poche sessioni d’esame durante l’anno, esami scritti e orali: l’immagine che danno delle nostre università è quella di “nemiche” dello studente. Ripeto, ci sono delle eccezioni e ne sono consapevole, ma i racconti e le testimonianze che ho raccolto non sono comparabili all’esperienza che sto avendo io in Inghilterra.

Ogni giorno nella savana, quando sorge il sole, una gazzella sa che per non venir mangiata dovrà correre. Ogni giorno in Italia, quando sorge il sole, uno studente sa che per non andare fuori corso, dovrà correre. Guai ad essere fuoricorso! Guai a cambiare facoltà! Guai a prendere un anno di pausa! Chi perde tempo, non ha alcuna giustificazione!…

Ed è qui la differenza principale con la mia esperienza universitaria: l’avere tempo. E la maggiore presenza di questa componente si declina in diversi modi. In primo luogo, è davvero comune aver preso un gap year, ovvero un “anno sabbatico”, che in italiano ha già una concezione di pigrizia insita nel nome; semplicemente per il fatto che non tutti hanno le idee chiare rispetto a quello che vogliono fare all’università. Non preferiresti investire un anno facendo delle esperienze lavorative o di volontariato per poi riuscire a scegliere una materia che veramente ti appassiona? O magari, com’è successo a dei miei amici, capisci che l’università non fa proprio per te e te ne allontani in maniera rispettosa.
E’ però la maggior quantità di tempo da investire durante il trimestre di studio e durante i periodi di vacanza a fare la differenza. Non voglio che leggendo questo articolo pensiate che da noi non si studi nulla e che si faccia sempre baldoria, ma semplicemente il nostro è un sistema differente dove lo studente è già libero: libero di organizzarsi da solo, di scegliere e anche di sbagliare. Le mie ore di lezione saranno minori rispetto a quelle dei miei amici in Italia, tuttavia a me tocca mettermi a studiare articoli o capitoli di libri scritti da professori esperti nel settore e poi sviluppare il mio “pensiero critico” a riguardo. In Italia – con le dovute eccezioni, s’intende – ti studi il tuo libro di Economia Politica, lo impari per bene e la storia finisce lì. Nessuno ti chiede se, secondo te, Marx aveva ragione o se Smith può essere ancora attuale. Mentre a noi, richiedono esplicitamente di maturare una nostra opinione; cosa che potrebbe spaventare uno studente proveniente dal nostro sistema scolastico. Ed io ne sono la prova, perché all’inizio dello scorso anno non sapevo neanche da dove cominciare.

E così, per quanto riguarda la mia materia, ti scrivi i tuoi saggi brevi sviluppando una tua tesi originale e ti prepari per i tuoi esami, essendo sicuro di avere un’idea originale da proporre all’esaminatore. In tutto questo però, si riesce ad avere il tempo per fare nuove esperienze e aprire i propri orizzonti. Ad esempio, a Warwick è quasi scontato partecipare agli eventi di una “society”  o essere nel direttorio di una di queste. Si tratta di gruppi di studenti che si riuniscono perché hanno un interesse in comune, e così organizzano eventi a riguardo, promuovendo la socializzazione tra i membri, invitando professori a tenere conferenze o semplicemente andando in discoteca insieme. Agli occhi di chi non ne ha fatto esperienza, non sembrano nulla di eccezionale, ma essere in carico di una di esse ti permette di sviluppare delle abilità che saranno utilissime in futuro (e di conoscere anche molta gente e divertirsi ovviamente, a chi lo voglio nascondere). E’ sia un momento di crescita personale, sia un’opportunità di dimostrare ad un futuro datore di lavoro che il tuo unico interesse non è la materia che stai studiando e che le tue abilità vanno oltre i 30 e lode che hai preso. Lo stesso vale per i club sportivi: avere tempo di fare dell’attività fisica è sicuramente una necessità fisica in quanto esseri umani, ma anche un modo attivo per allargare i propri orizzonti.

Arriviamo così alle vacanze di Natale, Pasqua e quelle estive, in cui tendenzialmente hai dei saggi brevi da scrivere o dei progetti a cui lavorare, ma siccome sono molto lunghe (quattro settimane per le prime due e tre mesi durante l’estate), trovi del tempo anche per dedicarti ad altre cose. Una volta fatto il tuo dovere, nessuno ti vieta di fare esperienze lavorative, del volontariato o di scrivere degli articoli come faccio io. Quindi la differenza maggiore sta nel tempo che possiamo investire in attività che mettono a frutto gli insegnamenti acquisiti all’università o che semplicemente ci fanno sentire bene. Io ho addirittura iniziato a fare musica…

Che senso ha obbligare gli studenti a stare a testa bassa sui libri per tutto il giorno, se poi non sanno applicare nel mondo reale quello che stanno imparando? Concordo che le scuole superiori siano un periodo di scoperta che necessariamente mantiene ampio il grado di specializzazione delle materie trattate, ma all’università, ormai, non bisogna solo “imparare”, ma anche “imparare a fare”. In una “society”, con un’organizzazione di volontariato, attraverso un lavoro part-time, ci si conosce, si impara a conoscere i propri limiti e le proprie abilità. Se non si ha il tempo di conoscersi, come si possono fare delle scelte sensate in ambito accademico, lavorativo, ma anche, e soprattutto, di vita? Ripeto che esistono sicuramente delle istituzioni che fanno eccezione o studenti che in Italia trovano il tempo di fare tutto quello di cui ho parlato, ma è palese che il sistema non sempre li facilita. Vedo quest’articolo, perciò, più come un appello ai miei coetanei e alle università: trovate, e date la possibilità di far trovare, le proprie passioni. Le passioni assumono tante forme ed è grazie a loro che troviamo la spinta per impegnarci in quello che facciamo e per fare quel fatidico “miglio in più”. Alcuni fortunati sono appassionati di quello che studiano e quindi riescono ad unire l’utile al dilettevole; altri trovano la propria forza nella musica, nella scrittura, nella lettura, nello sport e in mille altre cose. Se non ci venisse data la possibilità di comprendere cosa ci fa battere il cuore? Se non ci venisse dato abbastanza tempo per capirlo? Sia in Italia, sia in Inghilterra, sarebbe davvero un grandissimo peccato.

Quindi studi Sviluppo sostenibile? E cosa sarebbe di preciso?

Quando si ritorna a casa dopo un intero trimestre passato a studiare nella fredda Inghilterra, capita che si abbassi la guardia e ci si lasci coccolare dal caldo sole mediterraneo e dall’amore incondizionato (da manuale) dei nonni. Occhio però: saremo anche rilassati e in pace con noi stessi, ma da un momento all’altro questa tranquillità potrebbe essere interrotta da una semplice domanda. Vicini di casa, ex compagni di classe, professori e cugini di terzo grado; tutti vogliono sapere:

Che cosa studi all’università?

Ed è in quel momento che parte lo scioglilingua: “Politics and International Studies & Global Sustainable Development”. Ciò provoca al mio interlocutore, il 99% delle volte, un forte imbarazzo che provo a mitigare fornendogli la traduzione in italiano, che più o meno suona così: scienze politiche, relazioni internazionali e sviluppo sostenibile. Sentendo le prime due parti sembrano capire che faccio qualcosa legato alla politica (e mi compatiscono) mentre quando viene nominata l’ultima, la loro sete di informazioni si fa ancora più profonda e sganciano il tipico:

E cos’è lo ‘sviluppo sostenibile’?

Beh, caro il mio interlocutore, hai appena fatto la domanda da un milione di dollari alla quale anche i professoroni delle più rinomate università faticano a rispondere. Tuttavia, non posso lasciarti a bocca asciutta altrimenti penseresti che stia sprecando il mio prezioso tempo dietro materie la cui utilità è discutibile. E così, scendo dalla torre d’avorio, dove ogni tanto gli studenti universitari si arroccano quando sono lontani da casa da troppo tempo e tento di dare una definizione più diretta possibile: una di quelle che riesca a fermare il fiume in piena di domande che mi sta travolgendo.

Studiare sviluppo sostenibile significa studiare il modo in cui il mondo, e chi lo abita, possa svilupparsi tenendo conto dell’ambiente, delle problematiche sociali e di quelle economiche.”

Seppur non sia una terribile definizione da dare in trenta secondi a qualcuno che magari non riesce neanche a sentirti a causa del traffico e dei clacson intorno a voi, purtroppo però non rende onore a tutto il dibattito sull’argomento. Mi prendo perciò questo spazio per provare a spiegarvi cosa sia il fantomatico ‘sviluppo sostenibile’ di cui s’inizia a parlare parecchio ultimamente. Vi mostrerò le principali interpretazioni date negli ultimi decenni e le tendenze che hanno guidato il dibattito fino al giorno d’oggi. Con la speranza che, quando la prossima volta qualcuno mi chiederà di cosa tratti il mio corso di laurea potrò dire: ecco il link del mio blog ☺.

E’ nel 1980 che le parole “sviluppo” e “sostenibile” vengono usate per la prima volta una accanto all’altra, in una pubblicazione molto influente intitolata World Conservation Strategy: Living Resource Conservation for Sustainable Development  pubblicata dall’UNEP (United Nations Environment Programme) e dal WWF.

Bisogna aspettare il 1987 per avere la prima e più classica definizione di sviluppo sostenibile nel famoso report “Our Common Future”, conosciuto come Brundtland Commission, che recita: “Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.”

Questa visione ‘intergenerazionale’ (ovvero che tiene in considerazione sia il bene della generazione presente sia di quelle future) è stata incoronata nel 1992 al Rio Earth Summit come il concetto che avrebbe guidato i progetti riguardanti la sostenibilità e la protezione dell’ambiente negli anni a seguire.

Nel 1997 viene proposta una nuova visione dello sviluppo sostenibile che non è più intergenerazionale, bensì tripartita. Nel Programme for the Further Implementation of Agenda 21  si sottolinea l’importanza dell’interdipendenza e del reciproco rapporto di rafforzamento dello sviluppo economico, lo sviluppo sociale e la protezione ambientale. Queste tre componenti portano ad uno sviluppo sostenibile. Il suddetto principio è stato adottato nel 2012 al Rio 20 Summit  e poi nel 2015 ha guidato alla creazione dei Sustainable Development Goals: 17 obiettivi che secondo le Nazioni Unite vanno raggiunti entro il 2030, per garantire un futuro sostenibile al nostro pianeta.

Questa è la storia della definizione formale dello sviluppo sostenibile, inteso prima come un dovere verso le generazioni future e poi come un obiettivo tripartito caratterizzato da una multidisciplinarità strutturale. La mia definizione si conforma alla seconda delle interpretazioni e mi permette di cavarmela facilmente ai pranzi di famiglia.

Ma se poi vogliono sapere di più? Se non gli basta la pedante spiegazione del concetto e vogliono avere degli esempi pratici di cosa significhi fare sviluppo sostenibile?

Beh, risponderei che (per fortuna) ci sono un gran numero di esempi in cui i principi della sostenibilità sono stati applicati in giro per il mondo con successo. Risponderei che lo sviluppo sostenibile non passa solo attraverso le Nazioni Unite. Risponderei che chiunque può comportarsi in maniera consapevole e creare il cambiamento che vuole veder avvenire nella sua comunità e anche oltre di essa (che non significa solo chiudere il rubinetto quando ti lavi i denti). Risponderei che la sostenibilità va vissuta e le si dà forma con ogni scelta che facciamo.

Risponderei di leggere il mio blog: “Chiedimi se sono sostenibile”.

 

 

 

 

 

Le tempistiche della scelta

 

“Ogni impresa sembra impossibile finché non viene realizzata.” (Nelson Mandela)

 

Ed eccoci finalmente giunti a giugno, con le sue giornate sempre più lunghe ed le frenetiche ultime settimane di scuola prima della placida accettazione che ormai la fine è vicina.

La maturità ha abbandonato il suo mantello d’ombra ed aspetta che le maree di studenti italiani si gettino disperati tra le sue braccia nella speranza di potersi lasciare finalmente gli anni del liceo alle spalle ed iniziare il loro viaggio indipendente nelle istituzioni universitarie da loro scelte.

O anche no, visto che in Italia la scelta dell’università può essere facilmente posticipata alla fine dell’estate per potersi godere pienamente la libertà guadagnata con le ore passate sui libri a memorizzare fatti che nella vita non torneranno mai più utili – tranne che in quei brevi momenti di nostalgia durante le sessioni esami in cui le declinazioni di latino sembreranno giochi da ragazzi.

Per esperienza, anche i maturandi intenzionati a sottoporsi agli esami di ammissioni in facoltà come Medicina hanno la tendenza a rimandare ad Agosto l’inizio dello studio intensivo: dopotutto molti degli argomenti sono ancora freschi nelle loro teste e rilassarsi un po’ dopo anni di terrorismo psicologico caratterizzato da frasi come “La maturità vi farà a pezzi,” fa solamente bene alla salute mentale.

Mentre in Italia la scelta dell’università è ponderata e supportata da interminabili giornate di orientamento durante l’ultimo anno di studi, in Regno Unito lo stress per l’iscrizione inizia addirittura il penultimo anno: studenti e genitori consultano i vari elenchi compilati da enti indipendenti e giornali per scoprire quali università hanno ottenuto i punteggi piú alti in varie categorie d’interesse. Partendo dal numero di laureati impiegati nei primi sei mesi dall’uscita dell’ateneo, questi elenchi collezionano dati sul livello di soddisfazione degli studenti per dare un’idea generale ai futuri iscritti su cosa potrebbero ottenere a livello personale e professionale durante i tre anni di studio.

Essendo un processo totalmente estraneo a quello solitamente raccontato ai liceali italiani, il primo impatto che ho avuto quando mi sono dovuta iscrivere io è stato traumatico. Grazie al mio caro amico Google ho scoperto che anziché contattare direttamente l’ateneo scelto mi sarei dovuta iscrivere al fantomatico sito della UCAS, che annualmente gestisce le pratiche di iscrizione di migliaia di studenti su tutto il territorio britannico.

Registratami al sito ed immessi i miei dati personali, il sito mi ha in seguito inviato una lista di tutta la documentazione necessaria per presentare la mia richiesta d’iscrizione a massimo cinque università da me scelte: innanzitutto un elaborato in cui spiegare le mie motivazioni per intraprendere una carriera universitaria – un documento importante sia per monitorare il livello di conoscenza della lingua sia per permettere all’ufficio ammissioni di conoscere meglio il candidato – la lista dei voti ottenuti negli ultimi tre anni di scuola superiore, ed una predizione del possibile voto finale di maturità controfirmato da due insegnanti.

Molto diverso dalla semplice pre-iscrizione ed immatricolazione a cui si era sottoposta mia sorella.

Ottenuti questi documenti, scritto il mio elaborato ed ottenuto – dopo settimane di inseguimenti – due referenze dalle professoresse di Latino ed Inglese, sono finalmente riuscita a mandare la mia candidatura ai cinque istituti di mia scelta prima della data di scadenza. Quest’ultima varia in base alla facoltà scelta: medicina, veterinaria ed odontoiatria sono le prime a dover ricevere le richieste il 15 di Ottobre; le altre solitamente accettano la documentazione entro il 15 di Gennaio dell’anno in cui si vuole iniziare. Alcune università, la maggior parte quelle che includono corsi a sfondo artistico, rimandano a Marzo la presentazione in modo tale da consentire agli aspiranti studenti di creare un portfolio per dimostrare le loro doti.

Mesi dopo, quando ormai mi trovavo già a Londra e cercavo di capire come non perdermi dentro la torre di amianto anni ‘70 della mia sede, ho scoperto che alcune delle università includono nel processo di iscrizione un colloquio con i candidati in lizza per poterne giudicare personalmente il carattere e la voglia di lavorare duramente per una laurea. Col senno di poi non sarebbe stata un’esperienza così malvagia, visto tutti i colloqui di lavoro che sono venuti dopo.

Le cose sono un po’ diverse quando si tratta di proseguire gli studi dopo la triennale. Le iscrizioni per i master sono quasi interamente gestiti dalle università, che quindi hanno creati portali appositi per presentare il materiale richiesto all’ufficio di competenza interno. Questo significa che si ha un contatto diretto con i membri dello staff fin dall’inizio, un rapporto più personale rispetto a quello instaurato con la piattaforma UCAS precedentemente.

L’aspetto negativo è che bisogna creare elaborati diversi per ogni corso a cui si vuole accedere: tutto a posto se si ha il tempo ma diventa più complicato se l’iscrizione va di pari passo con l’impegno rivolto al progetto finale del corso o alla stesura della tesi. In quel caso bisogna sfoderare tutte le abilità di multi-tasker acquisite col tempo.