Articoli

Il coraggio di noi expat

Si dice che il battito d’ali di una farfalla possa provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Cosí, anche nella vita, ci sono scelte che inizialmente sembrano irrilevanti che poi portano a risultati inaspettati.

Per me questo “effetto farfalla” è avvenuto lo scorso ottobre. Da qualche mese lavoravo come ricercatrice presso una compagnia nel settore delle telecomunicazioni. Un lavoro che odiavo, perché privo di stimoli e in un ufficio talmente lontano che impiegavo quasi due ore di treno per arrivarci, nonostante fosse a Londra.

Ho trovato questo lavoro due mesi dopo la mia laurea. Vi avevo riposto tante aspettative: la speranza di affermarmi in un settore prevalentemente maschile, la possibilitá di fare esperienza e carriera all’interno della compagnia. La delusione che ne è seguita è stata molto forte. Da anni volevo uscire fuori dal settore della ristorazione e ora che finalmente ci ero riuscita detestavo il mio lavoro ancora piú del precedente.

Dopo nemmeno un mese di lavoro ho cominciato a mandare curriculum e nei mesi successivi ho svolto diversi colloqui per diventare junior reporter. Nonostante gli editor si dichiarassero impressionati dal mio CV, ho notato che erano alquanto restii a darmi una possibilitá.

Stanca, stressata e delusa ho continuato ad andare a lavoro, nonostante mi sentissi ogni giorno piú frustrata. Fino a quando, un giorno, mi sono resa conto di quanto fosse stupido quello che stavo facendo. “Se volevo accontentarmi, sarei rimasta in Italia”, mi sono detta.

Mi ricordai che quando ancora non avevo preso la laurea triennale ero venuta a conoscenza della possibilitá di fare un tirocinio al Parlamento europeo, ma non mi ritenevo in grado per via della mia conoscenza dell’inglese (molto buona per la media italiana, ma non abbastanza da poter svolgere un lavoro).

Dopo piú di cinque anni in UK, mi sentivo ormai pronta. Inoltre, ho sempre avuto uno spiccato interesse per le politiche internazionali e questo lavoro avrebbe quindi riunito le mie due piú grandi passioni.

Ho mandato la mia domanda di tirocinio senza grandi speranze. “Ogni anni 25.000 persone fanno domanda e circa 600 vengono selezionate”, avvertiva il sito.

Nei mesi successivi ho continuato con la mia vita da pendolare, fino a quando ho preso la decisione di licenziarmi e di prendermi qualche mese di pausa per risollevarmi sia a livello fisico che morale.

Non avrei mai pensato di fare una scelta del genere, io che ho sempre bisogno di un “piano B”, un paracadute che mi dia sicurezza. Eppure, ancora una volta, ho scelto di essere io il mio piano B, ho deciso che il mio paracadute sarebbe stata quella mia determinazione che mi ha spinto a lasciare l’Italia a 22 anni, totalmente sola, per trasferirmi in un posto dove non ero mai stata.

Credo che il coraggio sia ció che contraddistingue e accomuna noi expat. É sorprendente cosa puoi fare quando non hai paura di uscire dalla tua comfort zone, allontanarti dai tuoi affetti e dalle tue radici.

Ho salutato l’anno nuovo con una ritrovata serenitá e un buon presentimento per il 2018. Soltanto qualche giorno dopo mi arrivó una bellissima notizia: la mia domanda di tirocinio al Parlamento europeo era stata accettata ed avevo un mese di tempo per trasferirmi a Bruxelles.

Ho salutato Londra con un misto di felicitá e malinconia. “Sono solo 5 mesi”, mi dicevano gli amici, ma io so bene che quando imbocchi una nuova strada non è scontato che tornerai indietro. Del resto, se chiedete a un qualsiasi italiano residente a Londra, c’è un’ottima probabilitá che vi dica che la sua intenzione iniziale era rimanere nella capitale inglese soltanto qualche mese.

Anche io ero partita con l’idea di stare soltanto due anni fuori e tornare appena finito il master. Eppure, dopo quasi sei anni, ero ancora lì. Londra era la mia casa ormai, il mio compagno e i miei amici quella famiglia che cosí difficilmente mi ero riuscita a ricostruire. Ancora una volta, stavo per privarmi di tutte quelle persone e luoghi che mi rendevano quello che ero.

Non ho preso questo trasferimento a cuor leggero, nonostante fossi emozionatissima all’idea di cominciare questa nuova avventura. Guardando la stazione di Saint Pancras dal finestrino dell’eurostar, ho deciso che quella partenza sarebbe stata un addio. Non un addio alla cittá, ma un addio a quello che era stata la mia vita lí. A tutti i viaggi estenuanti in treno, ai lavori orribili che mi sono ritrovata a fare, ai sacrifici fatti per pagarmi l’universitá. Un addio a tutti i colloqui di lavoro andati male, a tutti i sabati sera che ho passato a lavorare,  a tutte le volte che ho ricevuto un “no”, invece di un “si”.

Arrivata a Bruxelles, lo shock è stato grande. Le stazioni ti trasmettono un profondo senso di insicurezza, i negozi chiudono alle 6 di pomeriggio e rimangono chiusi la domenica e nonostante sia una cittá multiculturale molte persone non parlano inglese.

Dopo aver impiegato anni per parlare inglese fluentemente, mi ritrovavo di nuovo in una cittá dove non riuscivo a comunicare. La mia prima reazione é stata di rifiuto e paura per i mesi successivi.

A distanza di due settimane, non mi sono ancora fatta un’idea decisa su questa cittá. Non so se finito il tirocinio rimarró quá oppure torneró a Londra, eppure per la prima volta da 6 anni, mi sento quasi a casa.

Nei miei colleghi tirocinanti ho trovato persone come me: ragazzi che hanno vissuto in diversi paesi europei, fluenti in almeno due lingue parlate nell’Unione e interessati a quello che succede nel mondo. Persone che spesso nei loro paesi di provenienza hanno ricevuto delusioni e porte sbattute in faccia. Giovani che credono in questo progetto di unione che viene spesso maltrattato dai singoli stati membri, ma che lo guardano comunque con un occhio critico.

Mi sono sempre sentita straniera, anche in Italia. Sono sempre stata interessata ad altre culture, altre lingue e all’idea di vivere all’estero. Mi sono sempre sentita diversa dalla tipica ragazza ternana e in tutti i miei viaggi ho cercato un posto che non mi facesse sentire cosí.

A Bruxelles, invece, non sono piú una ragazza senza radici che alla domanda “di dove sei?” non riesce a rispondere semplicemente, tanto l’hanno cambiata gli anni passati all’estero. A Bruxelles sono finalmente libera di essere quello che sono sempre stata: una cittadina europea.