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Intervista a Simone Venturi, ricercatore in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois (USA)

Quando il telefono virtuale di Skype inizia a suonare, qui a Terni (in Umbria, IT) sono circa le sette di sabato pomeriggio. A rispondere dall’altra parte dell’Atlantico settentrionale, a Champaign (Illinois, USA), è Simone Venturi, 27enne ternano che da Milano è arrivato in Olanda per un progetto di exchange e quindi in America prima per la tesi e poi per un dottorato in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois at Urbana-Champaigh, tra le prime cinque università degli States per questo specifico settore.

Da loro – mi racconta Simone – è quasi mezzogiorno: il suo gruppo di ricerca (con persone che vengono da tutto il mondo) oggi può lavorare da casa. Non è necessario essere tutti i giorni in laboratorio o seguire rigidi orari con tanto di firma delle presenze. D’altronde si tratta di una materia veramente specifica: l’aerotermodinamica, ossia lo studio della temperatura sullo scudo termico delle navicelle spaziali mentre rientrano o nell’atmosfera terrestre oppure entrano nelle atmosfere di altri pianeti (come ad esempio Marte).

Simone la fa sembrare la cosa più facile del mondo. Ma facciamo un passo indietro: la storia del nostro Italian del mese inizia durante gli studi universitari al Politecnico di Milano, più precisamente all’inizio del secondo anno di specialistica in ingegneria aerospaziale.

Cercavo un possibile argomento ed un buon relatore per iniziare la tesi – ricorda Simone – di professori bravi la facoltà ne è davvero piena, tutti costretti però a lavorare su progetti che siano praticamente autofinanziati. Tante pale eoliche, tanta ingegneria del vento: ho provato a farmi piacere entrambi con corsi ed esami, davvero. Lì di fondi statali ed europei ce ne sono fin troppi e andiamo benissimo. Ma niente che sognassi di fare quando alle superiori mi vedevo iscritto ad Aerospaziale”. Così Simone ha iniziato a mandare email in tutto il mondo, in Germania, Svizzera, Olanda, Svezia, Inghilterra, America: “Cercavo sui siti dei dipartimenti contatti di professori che lavorassero su tematiche interessanti e gli chiedevo di poter collaborare sul loro progetto. La fortuna ha voluto che dopo quasi tre settimane, circa 60 mail inviate e quasi rassegnato, parlando con un mio amico, venisse fuori il nome di questo giovane professore toscano che tempo prima aveva tenuto un incontro all’università di Perugia e che a 38 anni non solo è professore all’University of Illinois ma è anche ricercatore NASA ed ESA”.

Ma quanto è stato facile lasciare tutto e partire? “All’inizio ho preso questa decisione pensando di stare in America per 6 mesi e di tornare in Italia per trovare lavoro. Le cose sono andate per il meglio, sono venuti fuori ottimi risultati: il professore mi ha chiesto di tornare negli USA per altri tre mesi ed insieme abbiamo fatto domanda per un bando NASA proponendo un progetto che altro non era che il proseguo naturale di quanto fatto in quei mesi di studi per la tesi”. Da qui è arrivata l’avventura dei sogni: “Sono stato tre mesi in internship alla Nasa a Mountain View, California, per quello che loro chiamano Game Challenge, ossia per testare fattibilità e tempi del progetto che avevamo proposto insieme al professore”. La NASA, ci racconta il giovane, è un centro di ricerca impressionante, gigantesco, come te lo immagini nei film: “Lavorare li è il sogno della mia vita, hai intorno persone davvero in gamba e vivi a stretto contatto con tutto quello che hai studiato nei libri. Ti capita di trovare una navicella nei laboratori, i risultati dei diversi test disponibili, meeting aziendali sulle future missioni, vedi numeri sperimentali di progetti che verranno realizzati nei prossimi cinque anni”. E dopo l’esperienza dei suoi sogni, Simone ha deciso di rimanere in America all’università dell’Illinois per un dottorato di altri 4 anni.

Mettendo a confronto i due sistemi educativi, le differenze con l’Italia sono lampanti: “Il dottorato in Italia ancora non è visto come un ulteriore punto di forza alla laurea specialistica – spiega Simone  – spesso viene considerato un approfondimento inutile che sottrae tempo all’azienda. Probabilmente, se mai tornerò in Italia, non credo che grazie al dottorato americano ci saranno ricadute importanti sulla mia carriera”. Dalla sua esperienza, Simone ha potuto vedere come in Europa molte delle aziende richiedano proprio nel curriculum vitae il dottorato: “Anche in America è fondamentale, però c’è da dire che le cose che ho studiato in Italia non sono paragonabili a quello che faccio qua. Se è vero che negli USA c’è più ricerca, in Italia però c’è più insegnamento”.

In altre parole, quello che penalizza l’università italiana è la mancata connessione con i centri di ricerca e il mondo aziendale. Quello che andrebbe cambiato, secondo il giovane ricercatore, è proprio l’idea alla base del sistema universitario italiano a partire da bandi e assegnazione di cattedre: “Non so se è una questione di tempo o se si risolverà con un cambio intergenerazionale – commenta Simone – nell’università italiana c’è più politica rispetto all’America, ecco perché spesso si parla di favoreggiamenti. Ma il problema della mancata meritocrazia, almeno per la mia esperienza, non l’ho mai vissuto”.

Tornare in Italia non è così semplice come si crede: “Anche se nel campo ingegneristico il lavoro si trova, in America lo stesso ruolo è pagato 4 volte tanto. Forse anche questo è uno dei motivi principali che porta sempre più giovani a lasciare il proprio paese”. Ma non sono solo questi i problemi da risolvere: “Se vuoi fare ricerca in Italia non ci sono abbastanza posti. Nelle aziende c’è pochissimo lavoro. Mancano i finanziamenti veri e seri per centri di ricerca, mancano start up di alto livello tecnologico. Ma non è vero che è tutto immobile: al Politecnico mi sono accorto che si sta andando nella direzione giusta, stanno iniziando a stringere contatti con le industrie. Bisogna rafforzare e creare una rete dove l’università sia presente e abbia poli tecnologici importanti”.

Lontano da casa, Simone ha avuto anche l’occasione di accorgersi di quanto all’estero gli italiani siano ben stimati: “La nostra preparazione accademica, per me, è paragonabile soltanto a quella che hanno gli indiani e forse i francesi. Sappiamo tanto ma lo sappiamo applicare poco”.

L’ottimo si trova in una via di mezzo: “Forse è veramente un bene, dopo l’università italiana, imparare gli strumenti per mettere in pratica tutto quello che abbiamo imparato. Ed ecco perché serve un’esperienza all’estero – conclude Simone – per tornare, però, serve che l’Italia metta nelle giuste condizioni tutti noi giovani con questo bagaglio enorme di esperienza multiculturale che ci portiamo, con tanta fatica e sacrifici, sulle nostre spalle”.

 

Intervista a Giulia Liberati – ricercatrice a Louvain la Neuve

 

Oggi chiacchieriamo con Giulia Liberati, 34enne italiana in Belgio. Nata a Roma, già da bambina Giulia ha presto fatto le valigie, destinazione New York prima, Stoccolma poi, con la sua famiglia. Crescendo, ha sempre colto l’occasione per non privarsi di nessuna nuova, eccitante esperienza. Prepara la tesi della sua laurea triennale a Varsavia grazie ad una borsa Erasmus; trascorre 3 anni a Tübingen (Germania) durante il periodo di dottorato e da 4anni vive nella capitale belga, facendo la spola con Louvain la Neuve.

Giulia inizia la sua carriera professionale nell’ambito della ricerca a Roma, nel 2008, alla Facoltà di Psicologia della Sapienza, grazie a una borsa di collaborazione universitaria. L’anno successivo iniziato il suo dottorato, dove ha potuto occuparsi di  interfacce cervello-computer (dispositivi per la comunicazione e la riabilitazione motoria di pazienti con deficit motori, che si basano sulla classificazione di segnali cerebrali, ci spiega).

Poco dopo aver discusso la tesi di dottorato, Giulia presenta il suo lavoro in un seminario all’Università di Louvain la Neuve, dove è potuta entrare in contatto con una docente e alcuni ricercatori della Facoltà di Psicologia dell’Université Catholique de Louvain, dove ha svolto il suo primo post-doc. Successivamente, Giulia ottiene una posizione da Research Assistant alla facoltà di Medicina della stessa università (con sede a Bruxelles) ed è lì che ha iniziato a occuparsi di percezione del dolore.

 

Quando le chiediamo di dirci di più, uscire dal mood puramente biografico delle – necessarie – presentazioni, Giulia ci racconta: “Non ho mai considerato la mia scelta di lasciare l’Italia una “fuga”, come spesso viene definita la decisione dei ricercatori di lasciare il proprio paese. In Italia mi sono trovata bene e ho anche avuto la fortuna di fare ciò che mi piaceva e di essere sempre retribuita per il mio lavoro – cosa purtroppo non scontata in ambito accademico. Piuttosto, nel mio caso, trasferirmi è stata una questione di opportunità, legata sia a collaborazioni e a offerte di lavoro interessanti, che a motivi più personali, dato che anche il mio compagno vive a Bruxelles.

Che dire, cominciamo?

 

Parliamo un po’ meglio dalla tua esperienza da “Italians”: sappiamo che sei nata a Roma e che ora vivi a Bruxelles. Raccontaci di più su questo cambiamento, su come sono andate le cose. Coincidenza o progetto?

Pochi giorni dopo la discussione della tesi di dottorato, sono stata invitata a presentare parte del mio lavoro in un seminario all’Università di Louvain la Neuve. Questo mi ha permesso di entrare in contatto con alcuni docenti e ricercatori della Facoltà di Psicologia, che poco tempo dopo mi hanno offerto una posizione. Ho deciso di prendere un appartamento a Bruxelles, anziché a Louvain la Neuve (che dista 40 minuti di treno), perché preferivo vivere in una città più grande. Prima di trasferirmi, Bruxelles non aveva mai rappresentato la meta dei miei sogni, anche perché la conoscevo poco. Devo dire che oggi sono però estremamente soddisfatta della mia scelta. Bruxelles è una città molto viva e al tempo stesso a misura d’uomo. Anche il mio ambiente di lavoro è stimolante e piacevole. Insomma, non mi lamento!

 

Sappiamo che ti occupi di ricerca, ma dicci di più sul tuo lavoro! Spulciando i tuoi social sono approdata sull’hashtag #NocionsLab e ho scoperto che ti occupi di percezione del dolore, raccontaci di più!

Dal 2014 lavoro come ricercatrice nel Nocions Lab (http://www.nocions.org/), diretto dal Prof. André Mouraux, all’Institute of Neuroscience dell’Université catholique di Louvain. La principale linea di ricerca del laboratorio, che ha sede a Bruxelles, è lo studio dei processi cerebrali che sono alla base della percezione del dolore negli essere umani. In particolare, le mie sperimentazioni si svolgono nell’ospedale universitario di Saint-Luc, dove lavoro con pazienti con elettrodi impiantati nel cervello. Questo mi permette di registrare direttamente l’attività elettrofisiologica legata alla percezione di stimoli dolorosi. Di recente, ho ottenuto un finanziamento FNRS (Fonds National de la Recherche Scientifique), che mi permetterà di continuare a lavorare in questo ambito per i prossimi 3 anni.

 

Restando nell’ambito ricerca e università, di cui anche noi ci siamo occupati, quali sono le tendenze e le differenze che hai potuto osservare tra il sistema italiano e quello estero (Belga, per l’esattezza). Credi inoltre che in Italia avresti potuto avere le stesse opportunità?

La prima lampante differenza tra università italiana e belga è di tipo economico. Per quanto in graduale diminuzione, i fondi per la ricerca messi a disposizione in Belgio sono nettamente superiori rispetto all’Italia. Innanzi tutto, a parità di costo della vita, gli stipendi dei ricercatori sono decisamente più alti qui. Inoltre, ci sono maggiori possibilità di partecipare a convegni internazionali, di pubblicare su riviste scientifiche open access (il cui costo può essere anche di migliaia di euro), di acquistare strumentazioni più all’avanguardia, e di usufruire di numerosi spazi dedicati alla ricerca (in Italia avevamo un’unica stanzetta che poteva – su prenotazione – essere adibita a laboratorio). Queste possibilità, che non dipendono dalla professionalità e competenza dei ricercatori, influiscono pesantemente sulla qualità della ricerca e sulla reputazione di un laboratorio.

Un’altra differenza che ho riscontrato è che nell’università belga non si lavora gratis, mai. Non esiste che un dottorando lavori senza borsa. Non esiste che un ricercatore tenga un corso solo perché “fa curriculum”. La ricerca è vista come un lavoro vero e proprio, e un lavoro non è tale senza retribuzione. In Italia, purtroppo, viene spesso dato per scontato che la passione e la determinazione possano compensare la mancanza di una retribuzione dignitosa.

Infine, il Belgio accoglie molti più studenti e ricercatori stranieri rispetto all’Italia. Esiste un’iniziativa, quella della cosiddetta “mobilité internationale”, che prevede agevolazioni per chi viene da università straniere, in modo da favorire gli scambi inter-universitari. Al tempo stesso, gli studenti e ricercatori belgi sono fortemente incoraggiati a trascorrere dei periodi di formazione in università estere. In Italia, nella maggior parte delle università (anche se non tutte), le possibilità di accogliere studenti e ricercatori stranieri sono spesso limitate: non sempre esistono corsi in inglese, e la burocrazia costituisce in molti casi un ostacolo insormontabile per chi non parla italiano.

Non so cosa sarebbe accaduto – per quanto riguarda la mia carriera accademica – se fossi rimasta in Italia. Nel caso mi trovassi attualmente a lavorare come post-doc in Italia, sicuramente guadagnerei di meno e non avrei accesso alle strumentazioni e ai dispositivi che utilizzo ora nella mia ricerca. Probabilmente dovrei dedicare ancora più energie alla ricerca di fondi e alla stesura di progetti per ottenere finanziamenti (cosa che comunque già faccio), e questo sicuramente toglierebbe tempo alla sperimentazione e alla ricerca vera e propria.

 

Passiamo adesso al tema “giovani e lavoro”, passando per il sistema universitario italiano. Personalmente, quanto è stato importante il tuo percorso universitario per il lavoro che oggi porti avanti? Che differenze ci sono, secondo te che hai studiato in Italia e all’estero? Noi spesso abbiamo parlato di un mancato link tra università italiane e mondo del lavoro, cosa ne pensi?

Sicuramente aver intrapreso un corso di laurea specialistica improntato alla ricerca (psicologia sperimentale) mi ha favorito nel lavoro. Contrariamente a quel che spesso si dice, io trovo la formazione in Italia molto buona dal punto di vista teorico. Trovo anche che in Italia si studi di più sui libri rispetto ad altri paesi come la Germania o il Belgio (dove spesso gli esami vengono preparati solo sugli appunti e i manuali sono facoltativi). Ciò che però purtroppo manca nell’istruzione italiana è l’applicazione pratica delle nozioni che vengono apprese. Per esempio, in molti paesi, fare esperienze di laboratorio fin dai primi anni di università (indipendentemente dalla scelta di proseguire poi nella ricerca) è la norma per le discipline scientifiche. Mi sembra che in Italia ciò rappresenti più l’eccezione che la norma.

 

Rimanendo sempre in tema “Italia”, credi il sistema meritocratico in Italia funzioni?

Il sistema meritocratico in Italia funziona limitatamente. Il principale problema è la mancanza di trasparenza, come nel caso dei concorsi universitari farlocchi in cui “ufficiosamente” si conosce già il vincitore. Si tratta di un meccanismo molto ipocrita. Sarebbe più onesto a questo punto affidarsi alla cosiddetta “chiamata diretta”, per cui si può assumere chi si desidera, salvo poi rendere conto del proprio operato (una procedura abbastanza comune all’estero). Senza trasparenza e senza criteri oggettivi di valutazione è purtroppo difficile capire se a vincere sia il merito.

Detto ciò, esistono in Italia ricercatori eccellenti, riconosciuti come tali a livello internazionale. L’impressione è che le persone brave comunque emergano, ma facendo più fatica, sia perché i fondi per la ricerca sono limitati e la competizione è più spietata, sia perché effettivamente in alcuni dipartimenti vengono favorite qualità diverse dalla bravura, quali il servilismo al professorone di turno.

 

Si parla spesso di eccellenze italiane all’estero e di fuga di cervelli con una retorica spesso noiosa e superficiale, secondo te come andrebbe approcciato il problema, sempre che per te si tratti davvero di un problema?

Non ho mai sopportato la retorica dei cervelli in fuga. Spostarsi di laboratorio in laboratorio, quando si fa ricerca, non è una fuga, ma un processo di formazione necessario. Andare all’estero dovrebbe essere incoraggiato e non visto come il segnale che nel proprio paese si è fallito. Il vero problema è che una volta all’estero, spesso ci si accorge che le condizioni sono migliori e non si ha più il desiderio di tornare.

Si dà poi spesso per scontato che quelli che partono siano quelli “bravi”, quelli che “ce la fanno”. Eppure, non è che tutti quelli che scelgono di lavorare all’estero siano geni. Come già detto, si stratta di una questione di opportunità. Se si hanno legami sentimentali / figli / genitori a carico, decidere di trasferirsi a lungo termine in un altro paese diventa quasi impossibile. Ci sono ottimi ricercatori che continuano a svolgere bene il proprio lavoro in Italia, così come esistono ricercatori mediocri che riescono a cogliere delle opportunità all’estero.

Sento anche spesso dire che i ricercatori italiani all’estero dovrebbero, a un certo punto, decidere di rientrare nel proprio paese, per favorirne lo sviluppo. Non sono d’accordo neanche su questo. Il ricercatore non è necessariamente un martire votato al sacrificio. Può capitare che, dopo tanti anni all’estero, una carriera avviata e spesso la costruzione di una famiglia, si preferisca continuare a vivere fuori dall’Italia. Penso che il vero problema non siano i ricercatori italiani che scelgono di lavorare all’estero: nella maggior parte dei laboratori internazionali lavorano ricercatori di nazionalità diverse. Non sono solo i ricercatori italiani a trasferirsi all’estero! Il vero problema è che, salvo alcune eccezioni, l’università italiana non è in grado di attirare ricercatori stranieri – per lo meno non in numero uguale ai ricercatori italiani che si spostano all’estero.

 

Perché, secondo te, sempre più giovani preferiscono partire e portare altrove le proprie competenze? È un problema della mancata meritocrazia e un ricambio generazionale quasi nullo, o credi sia più che altro una scelta?

In linea di massima, oggi i giovani sono più aperti a fare nuove esperienze rispetto al passato, viaggiare costa meno e trasferirsi è meno drammatico. Nella ricerca, lavorare in diversi laboratori costituisce un vantaggio perché si instaurano nuove collaborazioni e si apprendono tecniche diverse. Sono davvero pochi i giovani ricercatori che non hanno mai trascorso un periodo all’estero, anche se breve (e questo non è un fenomeno solo italiano, ma esteso a tutto il mondo).

Sinceramente, io non conosco nessuno che partendo dall’Italia abbia pensato “mi trasferisco per sempre”. In genere si parte pensando di star fuori per un periodo più o meno breve, soprattutto per fare nuove esperienze. Ciò che poi spesso accade è che all’estero ci si trova bene, le opportunità di carriera sono migliori, si creano nuovi legami, e alla fine non si ritorna più.

 

Supponendo che questa fuga sia davvero dovuta a delle mancanze del nostro sistema, personalmente credi esista una soluzione, cosa consiglieresti al “sistema” e ai decision makers italiani per impedire questa fuga di competenze?

Finché non si investirà sulla ricerca, finché i ricercatori non saranno pagati decentemente, finché non saranno messi a disposizione gli strumenti e gli spazi per svolgere la ricerca, e finché i criteri di selezione non saranno del tutto trasparenti, difficilmente chi ha una carriera avviata all’estero sceglierà di tornare in Italia.

 

Più nello specifico, domanda facile forse per un’italiana in Belgio dove la comunità italiana é tra le più grandi, cosa pensi della questione della migrazione qualificata? É davvero un problema o pensi possa trasformarsi in una spinta motrice alla professionalizzazione dei giovani italiani (ed europei)?

Sicuramente per i giovani italiani, e in particolare per i ricercatori, può essere una spinta motrice alla professionalizzazione. Come già sottolineato, l’ideale sarebbe però avere altrettanti ricercatori stranieri che accettino di portare le loro competenze in laboratori italiani, cosa che ad oggi accade molto limitatamente.

 

E per finire, domanda di rito. Torneresti in Italia, adesso? Essere lontani é davvero cosi difficile o é diventata quasi una normalità?

Ora come ora no! In effetti, sto progettando di comprare casa a Bruxelles, dove mi piacerebbe stabilizzarmi. Amo molto l’Italia, dove comunque vivono i miei familiari e i miei amici più stretti, e torno sempre molto volentieri quando posso, anche perché per fortuna è possibile volare da Bruxelles a Roma spendendo relativamente poco.

 

 

Intervista a Ilaria Maselli, Senior Economist per The Conference Board (Bruxelles)

L’intervista di questo mese ve la presentiamo in una forma tutta diversa, lasciamo per un momento a casa le domande e ci abbandoniamo alle chiacchiere, ma quelle buone, divertenti e pure costruttive.

Questo mese, tra il panico per il rispetto della deadline – che alle volte, diciamocelo, è davvero difficile da rispettare – e lo scossone Brexit che ha fatto tremare Bruxelles come nemmeno un settimo grado della scala Mercalli, ho deciso di buttarmi, provare. Così ho deciso di contattare Ilaria Maselli proprio dopo aver visto la sua diretta Facebook dedicata alla Brexit. Un video pieno di competenza e professionalità – altro che tweet come “oh mio Dio e adesso come faccio con Asos?”. E vado forse un po’ fuori tema, ma siccome un po’ di sana informazione non fa mai male, soprattutto in questo caso (Londra è la città europea – almeno geograficamente, mi sforzo a dirlo – con il più alto numero di giovani italiani), eccovi il video di The Conference Board, dove Ilaria, insieme ad altri speaker del board, ci parla proprio di Brexit.
Decido quindi di scriverle e proporle un’intervista, lei che mi era stata presentata come “è una grande, un mito, la devi assolutamente conoscere” e diciamolo, avevo un po’ di quell’ansietta di quando si contatta qualcuno da cui ci si aspetta anche un no, ma Ilaria – che davvero è “una grande” come mi era stato detto – ha accettato ed eccoci qui, dopo poche ore dalla mia scapestrara richiesta, a chiacchierare di studi, lavoro, scelte di vita e di quell’Italia dalla quale è andata via per seguire il Sogno Europeo che proprio ieri ha rischiato di trasformarsi in incubo.

Ma procediamo con ordine: Ilaria si trasferisce la prima volta a Bruxelles a soli 22 anni, per un progetto Erasmus e per inseguire il suo sogno, verso Bruxelles e l’Europa. Durante l’anno Erasmus Ilaria capisce che no, proprio non vuole andare via da una Bruxelles così piena di vita e di opportunità e decide quindi di buttarsi nel mondo del lavoro, o meglio, degli stage.  Non ho potuto fare a meno di chiederle se l’università in Belgio fosse già così professionalizzata e career oriented come a quel tempo erano già le università anglosassoni e con grande stupore scopro che no, anche se parliamo di pochi anni fa e non di un lustro, in quegli anni cercare uno sbocco professionale era ancora nelle mani degli studenti. Che, senza grandi preparazioni alle spalle, dovevano fare proprio come ha fatto lei: curriculum e curriculum e altri curriculum inviati tra una lezione e l’altra o nelle ore libere trascorse nel dormitorio dell’ULB (Universitè Libre de Bruxelles). Passa poco tempo e Ilaria trova il suo primo stage, scampato terrore disoccupazione post laurea!

Comincia così l’avventura di Ilaria al CEPS – Centre for European Policy Study – rinomatissimo think tank con sede nella capitale europea (e posto che molti, moltissimi degli studenti e degli “young professional” di tutta Europa sognano di annoverare nel loro cv).

Fortuna – e sua competenza – vollero poi che lo stage di Ilaria si trasformasse in una vera e propria offerta di lavoro. Di nuovo, scampato pericolo post-laurea.

Coì Ilaria resta per quasi 9 anni al CEPS, professionalizzando competenze e vivendo nella città della quale si era già da tempo innamorata; perché Ilaria non ha lasciato l’Italia per mancanza di prospettive, frustrazione o sfinimento, anzi lei ama la sua Italia e resta per lei necessario contribuire alla cosa pubblica italiana, anche da qui, il piovoso Belgio.

Come spiega lei, infatti, in un’era in cui la tecnologia ci rende così facile la mobilità e la tecnologia ci permette d’essere ovunque e in qualsiasi momento, Ilaria riesce a contribuire alla cosa pubblica italiana anche da lontano, o come dice lei “non potrei fare altrimenti”, e che bello sentirlo! Ilaria è infatti contributor de Il Fatto Quotidiano, dove scrive di economia, e fa parte della segreteria della sede del PD Bruxelles e, anche se qui non facciamo politica, ci piace sempre ascoltare e sapere che ci sono ragazzi italiani che anche da lontano continuano non solo ad appassionarsi, ma che s’impegnano in prima persona per il proprio Paese di origine mettendo in campo le loro passioni, competenze ed expertise. “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, suona familiare?

Ad ogni modo, per tornare a noi e alla chiacchierata con Ilaria, le chiedo qualcosa in più sulla sua vita professionale e di come sia arrivata a The Conference Board e beh, ho scoperto che anche questa volta ha vinto la competenza e no, non c’è di mezzo nessuna storia di favoritismi, ma solo competenza, perché sì, la competenza paga (ancora).

Ilaria oggi è Senior Economist e, devo ammetterlo, le domande che vorrei porle sono davvero tantissime, soprattutto per i temi a noi cari, ma diciamolo chiaramente: potremmo iniziare a parlare per ore, farei domande da studentessa novella e noi non siamo qui per annoiarvi, ma qualche considerazione l’abbiamo fatta e devo necessariamente parlarvene.

Quando le chiedo cosa pensa del sistema italiano, della presunta mancata connessione tra università italiane e mondo del lavoro, e di come il nostro Paese potrebbe invertire la tendenza ed attrarre cervelli, anziché spingerli all’estero, Ilaria riesce a rispondere in maniera più chiara che mai, e non solo perché preparata sul tema (se spulciate tra le sue varie pubblicazioni, ha scritto anche di questi temi).

Secondo Ilaria, infatti, il vero problema non è il tanto chiacchierato brain drain, ma la mancata capacità di attrarre talenti, perché il problema non è solo la migrazione dei giovani, della forza lavoro, o più in generale della popolazione, sappiamo tutti infatti che la situazione è ben più complicata di così.

Ma “attrarre talenti” cosa vuol dire davvero? La questione si complica.

Non bisogna solo attrarre talenti, ma anche permettere a chi resta di sfruttare al massimo le proprie potenzialità e, di conseguenza, la propria produttività. La soluzione non è farci restare a prescindere, restare e non esprimere a sufficienza il proprio potenziale a voi suona come riforma risolutiva? A noi no.

Quel che occorre – e qui siamo pienamente d’accordo con Ilaria e il suo pensiero – è diventare meta ambita. Come farlo? La situazione si complica ancora, ma le sfide sono fatte per essere vinte.

Il nostro bel Paese dovrebbe infatti puntare sull’eccellenza nostrana, su persone e ricercatori per creare, ad esempio, centri d’eccellenza, nuovi distretti dedicati alla ricerca, poli universitari che possano diventare meta ambita da team di esperti e ricercatori non solo italiani, ma anche esteri. E qui arriviamo al passo successivo: l’internazionalizzazione.

Questo potrebbe già bastare a creare un effetto moltiplicatore utile a sufficienza per crescere e consentire ai talenti nostrani di fare lo stesso, e di poter annoverare mete italiane tra le proprie opzioni quando, ad esempio, si trovano di fronte alla scelta “dove vado a sbattere la testa per il mio PhD?”.

Le politiche di contro-esodo, ci dice Ilaria, non bastano. Promettere cose come “meno tasse per chi resta”, sono inutili e sul lungo periodo non pagano.

Le chiedo allora – con un po’ di sano timore reverenziale, sono pur sempre di fronte ad un’economista! – cosa si potrebbe materialmente fare, secondo lei.

La risposta è semplice: lavorare sul miglioramento della qualità della vita in Italia, aiutare i giovani professionisti negli aspetti della loro vita e per assicurare che possano meglio conciliare vita e lavoro (basti pensare al servizio di assistenza sociale Belga, dove le mamme non lavorano il mercoledì e dove i nido sono ben più presenti che in Italia, e dove hanno una capacità di accoglienza pari a circa il 20% dei bambini presenti sul territorio), e tutto questo bisognerebbe farlo davvero, e non solo puntare sulla “comunicazione”. Un’altra mossa vincente, ci spiega Ilaria, sarebbe quella dell’istituire partnership con il settore privato al fine di attrarre e creare quei famosi poli di ricerca (ma anche industriali e tecnologici) capaci di attrarre eccellenze, con la possibilità (e il dovere) anche per le università stesse di diventare veri e propri poli di eccellenza.

Ma le università italiane sono oggi veri centri di eccellenza? I dati dell’ERC (European Research Council) sembrerebbero dimostrare il contrario: sono moltissimi i ricercatori vincitori delle borse istituite dall’ERC, ma pochissimi quelli che decidono d’implementare la propria ricerca in Italia, e allora chiedo ad Ilaria cosa proporrebbe lei per invertire la tendenza.

Mi risponde chiara, sicura. C’è bisogno di modernizzazione, c’è bisogno di remunerare i ricercatori come si deve e c’è pure bisogno di strutture di team di livello e lo si può fare percorrendo due strade: puntando sulle eccellenze nostrane e sulla loro forza di attrazione (che causerà altra attrazione, talenti e quella necessaria internazionalizzazione già menzionata), e puntando sui temi del futuro con attenta e coerente lungimiranza. E davvero, c’è bisogno – tanto bisogno – di fare tutto questo il più presto possibile.

Come si fa a non darle ragione?

 

Ah, e tanto per chiarire, non v’ho parlato del suo amore per Bruxelles, una città che di grigio ha solo il cielo, ma non l’ho fatto solo perché poi, forse, avrei iniziato a scrivere di quanto anche io la ami. Di una cosa però sono certa e ne è anche Ilaria: ci piace vivere all’estero, fortunatamente non siamo fuggite e non ci piace chi non è grato delle opportunità che – in un Paese magari lontano o lontanissimo – è riuscito a conquistarsi, o chi non fa nulla per ricordarsi che i problemi del proprio Paese siamo proprio noi a doverli risolvere.

 

Grazie Ilaria, a presto!