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Simmetrie di uno scontro tra (In)Civiltà

La crisi migratoria che stiamo vivendo ci rivela l’attuale stato del mondo, il destino che inevitabilmente abbiamo in comune.

Sono le 18.32 di lunedì 16 luglio 2018 e Cristiano Ronaldo fa il suo ingresso nel club Gianni e Umberto Agnelli di Torino, la più bella sala dell’Allianz Stadium. Il migliore del mondo è un giocatore della Juventus. Con lui tutta la famiglia e il piccolo Cristiano Jr, che si diverte a fare facce buffe ai giornalisti, attenti a captare e registrare ogni singola parola del calciatore. L’Italia lo accoglie entusiasta, milioni di tifosi lo aspettano fuori, già da ore gridando il suo nome, esaltati nel vederlo con la divisa della Juve che lo veste alla perfezione.

Ore 18.32 di lunedì 16 luglio 2018 Josepha é dispersa in mare al largo delle coste libiche. Intorno il Mediterraneo, il nero della notte che si confonde con le onde del mare, poi di nuovo la luce del giorno. Per due notti e due albe. Gli occhi di Josepha sono sbarrati, profondi come il mare e scuri come le notti passate aggrappata ad una tavola di legno. Ha visto una donna morire accanto al suo bambino riversi, con il volto coperto dall’acqua. Ha sentito la loro voce farsi sempre più deboli insieme alla loro forza. Nessuno li ascoltava, nessuno sapeva i loro nomi. A lei, avvolta in coperte termiche donategli dalla stessa ONG spagnola Open Arms che l’ha salvata, l’Italia chiude le proprie porte. La motivazione? Livello migratorio ad un tasso tale che ne impossibilita l’entrata.

È dall’inizio della modernità che alla porta dei popoli bussano profughi in fuga dalla bestialità delle guerre e dei dispotismi o dalla ferocia di una vita la cui prospettiva è la fame. Per chi vive dietro quella porta i profughi sono sempre stati stranieri. Solo che oggi ci troviamo a fare i conti con un vero e proprio attacco di ‘panico morale’, il timore che questo “virus” infetti il benessere della società. Dalle promesse mancate della modernità è derivata la caduta delle illusioni: nessuno oggi crede più in un futuro accompagnato da un progresso infinito. Il 90% delle risorse e quindi della ricchezza mondiale è detenuta dall’1% della popolazione. I confini si sono aperti annullando le barriere spaziali trai continenti, mettendoci faccia a faccia con le incertezze dovute all’assenza di politiche sociali effettive. Ed ecco riaffiorare la paura irrazionale di ciò che è sconosciuto, lì pronta a dimostrarci così sfacciatamente come la modernità non sia in grado di gestire l’aspetto irrazionale dei sentimenti legati ai fenomeni sociali.

Quei nomadi, non per scelta, ma per il verdetto di un destino inclemente, secondo le affermazioni del sociologo polacco Zygmund Bauman, ci ricordano in modo irritante, esasperante e raccapricciante quanto vulnerabile sia la nostra posizione nella società e fragile il nostro benessere.

Non c’è dunque da stupirsi se nel 2017 la parola dell’anno, secondo la Fondazione Spagnola “Urgente”, sia stata “aporofobia” e che già dal settembre dello stesso anno sia stata inclusa nel Dizionario della lingua spagnola della Real Academia. Un termine che si riferisce alla paura atavica che si attiva ogni volta che entriamo in un periodo di crisi economica, dal greco áporos (colui che è privo di risorse) e che letteralmente significa “rifiuto o avversione verso i poveri”. Coniato dalla filosofa spagnola Adela Cortina ed usato per la prima volta dalla stessa nel 1995 in occasione della Conferenza Euromediterranea di Barcellona, già infocata sui temi caldi dell’area mediterranea, quali immigrazione, crisi e disoccupazione.

Ci confrontiamo ad una società che definisce “xenofobia” o “razzismo” il rifiuto degli immigrati o dei rifugiati, quando in realtà questa avversione non è dovuta al loro status di stranieri, ma al loro indice di povertà. Secondo il rapporto pubblicato nel 2017 in Spagna 17 casi sono stati segnalati per aporofobia: il 47% delle violenze subite dai senzatetto è stato un crimine di odio da aporofobia e di queste persone almeno l’81% hanno subito violenza in più di un’occasione. I dati non variano di molto in Italia, dove la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30% (18.136.663 individui), e la violenza nei loro confronti è in significativo aumento.

L’umanità non apprende e sembra aver dimenticato il proprio passato. In Italia sono lontani ormai i tempi in cui emigrare significava speranza, non si vogliono ricordare i tempi in cui intere famiglie si imbarcavano in veri e propri viaggi infernali in cerca di una possibilità di futuro oltre oceano. Ma soprattutto sembra non appartenerci più il tratto di diffidenza provato dai nostri connazionali appena sbarcati negli Stati Uniti o in Australia. La nostra generazione non l’ha vissuto, io non ho provato niente di tutto ciò sulla mia pelle. Barcellona mi ha accolto a braccia aperte e non ho mai sentito nemmeno per un momento né rifiuto sociale né repulsione per il mio status di migrante.

Mi definiscono ‘cervello in fuga’ ma non mi categorizzano per la mia provenienza geografica. Ma avrei potuto dire lo stesso se mi fossi trovata in una situazione di povertà assoluta?
La realtà dei fatti mi porta a pensare che no, gli atti particolari di empatia ed umanità di cui è capace l’essere umano mi fanno sperare che non è ancora troppo tardi. È ancora possibile fermare l’espansione di questo panico generalizzato che ci fa identificare il migrante o il povero come il nemico e non ci lascia vedere che i veri nemici siamo noi stessi. Dovremmo fermarci e riflettere sull’importanza che diamo alla vita in se e su cosa siamo disposti a fare per preservarla.

“Nessuno mette i propri bambini su di un barcone, a meno che l’acqua non sia più sicura della terra” (Warsan Shire)

 

Brexit Referendum: “Tornatene nel tuo Paese”

Va bene, sì, ha vinto il Leave. “Speriamo di riuscire a farvi tornare tutti nel vostro Paese, con tutti i lavori che ci prendete e i servizi che sfruttate“. Ho dovuto quasi pizzicarmi il braccio e chiedere di ripetere, “Non ho capito bene scusa”. È stata una prova simil-esperimento sociale, avere a che fare con un caso di discriminazione e intolleranza di prima persona, senza nemmeno nominare il contesto completamente inopportuno dell’essere a una festa a casa di amici di amici. Già, spiegatelo voi, agli stranieri, che ci sono Italians di tutti i colori – anche con mozzarella skin e tratti che sanno davvero poco di “sorella segreta di Monica Bellucci”.  Ma certo, corredata da classiche battute anglosassoni sulle linee del “gli Italiani non sono bianchi anche se tu poi lo sembri”. Molte grazie, queste mi mancavano. Cosa si aspettano di sentire quando mi presento come Italiana?

Questo è successo ben prima del terremoto Brexit, un paio di mesi fa. Chi era con me ha scosso la testa, prendendomi per il gomito e tirandomi via dal cerchio di twenty-somethings con birre in mano, “non lo ascoltare, è chiaramente un idiota”. Già, non tutti i 18-25 hanno votato Remain, non tutti si sentono generazione Erasmus, e – dato poco citato – solo il 40% degli aventi diritto in quella fascia si è comunque recato a votare. Un trionfo di democrazia diretta, ci dicono qui, “mica come voi ex-fascisti che nella vostra Costituzione avete scritto che i referendum non possono toccare trattati internazionali, che poi, ascolta, l’UE è politica domestica ormai no?” – e salutiamo qui anche un bel paragone col Duce, grazie molte di nuovo.

Si è sempre l’immigrato di qualcun altro, e in questo si deve sottostare allo stesso miscuglio di pregiudizi, domande, risentimento e sospetti che inconsciamente ‘a casa nostra’ proiettiamo tutti su chi entra in Italia. Complice il caldo umido del mio nuovo appartamento – un piccolo ma accogliente terzo piano / loft / sottotetto – ho dormito notti agitate, a volte chiedendomi cosa mi faccia vivere in un Paese dove la chiamata al voto negli ultimi mesi ha dipinto me e quelli come me come chi ruba il lavoro agli onesti cittadini britannici, e contemporaneamente se la spassa vivendo di contributi statali, i  benefits… pagati coi contributi dello stesso onesto cittadino britannico.

Non importa alla retorica politica del momento che si lavori in un ufficio, in un ristorante o in un negozio, che si abbia esperienza o si sia solo alle prime armi: la divisione tra chi è benvenuto e chi meno, tra high skilled e low skilled verrà appena si aprono le trattative con Bruxelles (only the brightest and the best!, Vogliamo er mejo e sciò tutti gli altri!). Ora come ora, sarei un gatto di Schrödinger, se solo non vi fossi allergica.

Mi riesce davvero difficile applicare a me stessa quei vizi e virtù e stereotipi che ci si aspetta dalle categorie “immigrato” e “Italian” già da separate, figuriamoci nel nesso “immigrato italiano”. Di quale idealismo beato mi sono nutrita in questi anni?! Uno dei momenti di confusione, un senso di tradimento di cui non riesco bene a liberarmi. Non è un segreto che la campagna del Leave sia stata centrata sull’immigrazione di massa, nascosta dallo slogan ufficiale del “Riprendiamo il controllo del nostro Paese”, e alla fine in quel calderone ci sono per forza anche io giusto? Non sono certo un’eccezione – la burocrazia e le regole si complicheranno anche per me indipendentemente da quanto presto o tardi Cameron (o chi per lui) deciderà di far partire il countdown dei 2 anni di trattative per uscire dall’UE.

Allora, me ne torno nel mio Paese come mi è stato suggerito sia di persona da individui poco raccomandabili sia dal clima accusatorio e irritato dell’Inglese medio? “You will be fine“, mica ti deporteranno, “Londra tra l’altro mica è l’Inghilterra vera”. Vengo rassicurata ogni giorno, e ne sono convinta, complice una nuova carriera corredata da contratto a tempo indeterminato e residenza in un quartiere hipster e in piena gentrificazione in Zona 2. We will be fine.