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Alle volte ritornano

“Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove.” (Pino Cacucci)

Parigi è sempre bella, anche se devo ammettere di esserci sempre stata d’inverno. Non ho mai visto gli alberi sugli Champs-Élysées verdi, né mi sono mai potuta godere il sole sulla Senna: no, anziché l’approccio romantico alla capitale francese – quello che si vede nei film – io me la sono sempre goduta imbardata da capo a piedi per evitare la laringite.

Che poi a Parigi fa anche più freddo che ad Edimburgo.

Come potete vedere dal mio ultimo post, lo scorso dicembre ho passato una settimana a Strasburgo durante la sessione parlamentare mensile.

Dopo essere finalmente riuscita a trovare una sistemazione che non richiedesse la vendita né del mio primogenito né di un rene, e dopo aver avuto una lunga conversazione telefonica con la povera Sabine dell’agenzia viaggi – in un francese che ha probabilmente fatto rigirare Rousseau nella tomba – sono finalmente partita alla volta di Francia.

Per poter arrivare nella sede francese del Parlamento Europeo sono dovuta passare per Parigi, dove ho imparato che avere amici in Erasmus fa sempre comodo anche se vivono in minuscoli appartamenti raggiungibili solo con un ascensore pericolosamente stretto.

Lunedì mattina, nascosta dietro due sciarpe, mi sono avviata verso Gare de l’Est per prendere il TGV direzione Strasburgo.

Arrivata in stazione dopo due ore e mezza è iniziata la corsa ad ostacoli: la capitale della regione Grand Est – precedentemente conosciuta con il più rinomato nome di Alsazia-Lorena – ospita uno dei più grandi mercatini natalizi d’Europa. Durante il mese di dicembre le strade della città si illuminano di banchetti ricchi di cibarie tipiche ed idee regalo per i meno creativi.

Per far si che i turisti possano godersi pienamente l’atmosfera natalizia, tutte le vie centrali vengono chiuse al traffico e i bus vengono deviati, inclusa la navetta che porta al Parlamento. Ovviamente, forse in omaggio ad uno degli stati fondatori dell’Unione, l’ufficio centrale ha comunicato il cambiamento di percorso una settimana dopo la sessione mensile, quando ormai ero già ritornata in Scozia.

Trovato un tram che portasse al palazzo Louise Weiss, sede ufficiale del Parlamento Europeo, sono finalmente riuscita ad arrivare a destinazione e mi sono potuta godere per qualche minuto la visione di decine e decine di persone inghiottite in questo gigantesco cilindro di metallo e vetro come fossero formiche richiamate dalla loro regina. Il dolore alla spalla causata dallo zaino che mi portavo appresso da circa otto ore mi ha poi ricordato che dovevo ancora ottenere il badge identificativo per poi andare alla mia scrivania.

Badge in mano – oltretutto venuto talmente male che anche io stentavo a riconoscermi – è iniziata la seconda sfida: trovare il palazzo con l’ufficio dedicato agli impiegati dei vari uffici informazione sparsi sul territorio europeo. Credo di aver attraversato tre ponti, sei fiumi, due pareti infuocate e cinque piscine riempite di piraña prima di riuscire a trovare anche solo un cartello con un accenno di indicazione… diciamo che una cartina sarebbe stata utile, ecco.

Dopo gli ostacoli al viaggio iniziale – accompagnati nei giorni successi da picchi acuti di labirintite – mi sono potuta godere a pieno l’esperienza al Parlamento.

Quasi tutti i dibattiti sono aperti al pubblico, anche perché ci sono molte scolaresche che vengono appositamente portate a Strasburgo per vedere come funziona realmente il parlamento, ed è sempre interessante vedere dal vivo i politici che così spesso sembrano distantissimi dalle persone comuni. Si possono osservare gestualità e comportamenti che spesso si perdono al di fuori dei live-streaming, regalando quindi l’opportunità di capire anche minimamente meglio queste persone.

Durante l’ultima sessione dell’anno ho anche avuto occasione di partecipare alla premiazione del premio Sakharov, che annualmente riconosce individui o gruppi che hanno contribuito alla cause dei diritti umani. A Edimburgo avevo partecipato ad una serie di dibattiti organizzati da studenti universitari per discutere chi, secondo loro, fosse più meritevole di ricevere questo riconoscimento, ed è stata una vera e propria emozione essere presente alla premiazione del 2016.

Nadia Murad e Lamiya Aji Bashar sono due giovani donne (21 e 19 anni rispettivamente) irachene della comunità Yazidi rapite, e sottoposte ad abusi e violenze da parte dell’ISIL. Riuscite a scappare dalla loro prigionia ed a raggiungere l’Europa, sono diventate il volto e la voce della loro comunità, condividendo la loro esperienza con il mondo per cercare di accrescere la consapevolezza delle sofferenze patite dalla loro gente.

Vederle parlare davanti alle telecamere ed agli europarlamentari – molti dei quali si sono spesso espressi negativamente contro i rifugiati scampati agli orrori della guerra e dall’ISIL – è stato un vero e proprio onore che ricorderò sempre. Queste due donne sono sopravvissute ad orrori inimmaginabili e che hanno coraggiosamente deciso di parlarne apertamente per evitare che ciò possa continuare a succedere, fregandosene altamente dei critici per continuare a concentrarsi sul loro attivismo ed il loro messaggio.

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Il tempo fuori dall’emiciclo parlamentare l’ho quasi interamente passato insieme ai due stagisti di Londra ed alla nostra addetta stampa, che ci ha mostrato i servizi messi a disposizione dei giornalisti dal Parlamento Europeo: oltre all’equipaggiamento tecnico, i reporter possono usufruire di un servizio di ricerca che permette loro di mettersi in contatto con l’europarlamentare più adatto per ogni tipo di articolo/intervista, due studi video e quattro studi radiofonici. Ci ha anche poi rivelato che ogni mese viene tutto spostato da Bruxelles appositamente per la sessione mensile, in modo tale che tutti i video seguano le linee guida filmiche decise dal dipartimento generale di comunicazione.

Dopo quattro giorni passati tra conferenze stampa, ore in biblioteca a completare ricerche, un quasi frontale con Federica Mogherini ed alcuni istanti di rabbia isterica – cortesemente offerti da Nigel Farage – sono dovuta risalire sulla navetta alla volta della stazione per poter tornare nel minuscolo appartamento a Belleville per un’ultima notte in Francia.

Parigi vista da Paris plage

Se cammini lungo la Senna andando verso il centro incontri Paris plage. Tanto quanto la più tradizionale notte bianca di Parigi, quel fazzoletto di sabbia incarna lo spirito libertario della borghesia francese, uno spirito di solidarietà verso chi resta in città, l’idea di estendere il piacere anche a chi non può permetterselo (a patto di non avvicinarsi troppo ai banchi del cibo). È lo stesso spirito di altre estati, quella romana ad esempio, che non si celebrano più. Ma lasciamo andare i paragoni e concentriamoci su una città che sembra non voglia lasciare nulla al caso neanche in tempi di terrorismo: sport, cultura, relax per tutti.

Così, lungo la camminata che costeggia la spiaggia è un susseguirsi di occhi che osservano ma anche di mitra, militari e polizia, una marcia accompagnata dal canto registrato degli uccelli delle campagne francesi. Una contraddizione macroscopica o la semplice routine?

Forse tutte e due. L’impressione è che lo spirito libertario resista, viaggi sulle gambe e nella mente delle persone, ma non possa persistere. La spinta propulsiva all’apertura appare sempre più debole, il sospetto corre lungo Paris plage. Ed è un vero peccato.

Non ci resta dunque che sperare, persino al di là del merito, in quei progetti che avevano avuto avvio prima di questa nuova società terrorizzata. È il caso del progetto “Grand Paris” che amplierà i confini, e forse anche le opportunità, della città, portando, con un effetto secondario, nuova linfa ai progetti culturali e sociali nelle periferie. L’idea sarebbe di integrare sempre più le banlieue nella vita urbana, contaminando le periferie con gli stili di vita del centro.  Manifestazioni estive come Paris plage potrebbero moltiplicarsi superando la barriera della cintura storica parigina. È certo però che assieme alle opportunità cresceranno anche i prezzi delle case, i costi della vita, e con ogni probabilità una buona parte degli abitanti delle odierne banlieue saranno spinti più lontano da Parigi.

A naso guadagneranno quasi tutti, i vecchi proprietari delle case che rivenderanno a prezzi eccezionali, i nuovi proprietari che potranno godere di un trasporto rapido con il centro e di abitazioni moderne, i commercianti, le agenzie immobiliari e persino i centri culturali che vedranno crescere gli iscritti provenienti dal centro città.

Ovviamente lungo il percorso si porranno degli inconvenienti e ci saranno dei soggetti sociali che pagheranno le spese di Grand Paris.  Forse alla valutazione, tanto di moda oggi, degli impatti della riforma bisognerà aggiungerne uno, l’impatto sul terrorismo come fenomeno politico e sociale.

 

Intervista a Anna Chiara Ferigo, project coordinator per l’associazione RAJ-Tunisi

Anna Chiara Ferigo, 26 anni e una vita vissuta tra Venezia, Parigi, Padova, Bruxelles, Korba  Médenine e Tunisi, dove Anna Chiara risiede anche oggi.

Attualmente volontaria e “project coordinator” presso l’associazione RAJ-Tunisi (reseau alternatif des jeunes) dopo uno SVE (servizio volontario europeo, 6 mesi a Medenine), Anna Chiara in Italia ha studiato Scienze politiche, relazioni internazionali e diritti umani presso l’Università di Padova, per proseguire poi i suoi studi a Parigi prima e a  Bruxelles poi, dove ha seguito e concluso con successo un master in scienze politiche, senza fermarsi mai tra un lavoretto di baby sitting e uno stage presso la CNAPD sotto il responsabile di ricerca ed advocacy.

Quando le chiediamo se ha voglia di rientrare in patria Anna Chiara ci confida che dopo un (bel) po’ di tempo fuori casa, la voglia di rientrare c’è, ma i dubbi sono ancora tanti… E allora…

Cominciamo!

Ciao Anna Chiara! Sappiamo, come detto sopra, che da anni oramai viaggi  per l’Europa (e non solo) in cerca di nuove esperienze, e che dopo un master all’ULB di Bruxelles, sei da poco meno di un anno in Tunisia. Raccontaci meglio la tua esperienza da “Italians”.

Ciao The Italians! Innanzitutto grazie per avermi dato la possibilità di raccontarvi un po’ di me, spero che in qualche modo le mie parole possano esservi utili nella continuazione del fantastico lavoro di sensibilizzazione sull’emigrazione qualificata italiana che state facendo.

Come avete detto, nel corso degli ultimi anni sono stata un po’ qua e la per l’Europa e non.

Da quando ho memoria, ho sempre desiderato partire:  Venezia, nonostante la sua magnificenza storica e culturale mi è sempre stata un po’ stretta, ma di per sé il vero motivo era che ho sempre amato viaggiare e andare alla scoperta di nuove culture e persone.

Finito il liceo, dopo qualche mese di incertezze e crisi mistiche sono partita per Parigi, dove ho seguito per 6 mesi un corso di civilizzazione e lingua francese. La mia prima vera esperienza all’estero senza mamma e papà a fianco. Il rientro a Venezia fu a dir poco traumatico e dopo qualche contrattazione con i miei riuscii a trasferirmi a Padova per seguire la triennale. Anni universitari indimenticabili, ma il pallino di partire era sempre nella mia mente. Feci diversi viaggi, Europa, USA… ma il mio vero desiderio, visto anche il mio percorso di studi (diritti umani e relazioni internazionali), era quello di recarmi in un paese in via di sviluppo. Fu così che appena preso il diploma di triennale partii per la mia prima volta in Tunisia. Dire che ne rimasi affascinata è poco, visto che ora mi trovo ancora qua. Amore a prima vista! Dopo un breve periodo di volontariato nella Youth House of Korba, nel nord est del paese, le valigie erano già pronte per una nuova avventura: Bruxelles. Qui ho svolto il mio master in Scienze politiche percorso Politiche internazionali. Ho continuato ad interessarmi sempre di più sulla Tunisia, così da dedicarle la mia tesi finale :Transition démocratique en Tunisie. Etude de cas: les élections législatives tunisiennes de 2014”.
Dopo uno stage di 3 mesi in un ONG a Bruxelles, il caso ha voluto che ripartissi per la Tunisia, grazie al programma europeo SVE, servizio volontario europeo. Questa volta però, non più nel relativo “confort” del nord del paese, ma in una cittadina più desertica del sud, Medenine.  Da inizio luglio invece ho cominciato a collaborare con un’associazione di Tunisi e sono incaricata del management dei progetti.                                                                                                   

Viaggi, viaggi, viaggi… Potresti raccontarci quali sono le opportunità che hai potuto cogliere nei Paesi nei quali hai potuto studiare e lavorare? Sono certa che avrai molte cose da dirci sulla tua esperienza tunisina…

Beh, le opportunità, uniche, che ho potuto cogliere sono state diverse, tra le quali sicuramente la possibilità di imparare nuove lingue e di praticarle al massimo (parlo correntemente inglese e francese e ora inizio a dilettarmi anche con il tunisino); poi c’è naturalmente stata la possibilità di confrontarmi con culture diverse, il fatto di essere stata spesso sottoposta a sfide interculturali e d’integrazione, il tutto mi ha ancora di più sensibilizzato di fronte alle problematiche mondiali attuali di migrazione.

 

Bruxelles, terra di expat e di burocrati e poi via, nella Tunisia più vera che ci sia. Due esperienze totalmente differenti tra loro, come hai vissuto questo grande passo? 

Più facile a dirsi che a farsi, visto che tra Bruxelles e Medenine non ci sono solo migliaia di kilometri di distanza, ma anche la mancanza di birra e cioccolato! A parte gli scherzi, il mio trasferimento in Tunisia non è poi stato così drammatico, visto che avevo già molte conoscenze sul paese. Poi certo, una volta sul posto se ne scoprono molte altre, ma nel complesso posso solo dire che è stata une buona decisione quella di partire, ma che ogni tanto penso alle gauffres, qui introvabili.

 

Ma ora torniamo al nostro bel paese… Cosa ne pensi della mancanza tutta italiana di quel fondamentale collegamento che dovrebbe esistere tra skills acquisite durante il percorso di studi e il mercato del lavoro? Nei posti in cui hai vissuto credi la situazione sia la stessa o quali sono le maggiori differenze che hai riscontrato?

Quello che posso dire a riguardo, parlando del mio percorso di studi, che, diciamola tutta, non è così considerato in Italia, rispetto ad esempio al Belgio e alla Francia, e che le skills che ho acquisito durante gli studi non mi hanno aperto nessuna possibilità  lavorativa concreta (in Italia, ndr).

Mia madre mi dice sempre: “quando la smetterai di lavorare gratis?”. Ebbene si, se vuoi, come me, lavorare (con un contratto e un salario non poi tanto elevato) nel mondo delle organizzazioni no profit, a livello umanitario e di sensibilizzazione e a contatto con la gente, servono, anni di esperienza, che nessun neolaureato ha. Nel nostro paese, sfortunatamente, quando si parla di ONG, si pensa unicamente al volontariato e non c’è una reale concezione di tutto il lavoro che invece c’è dietro.

A Bruxelles, capitale europea, la visione è sicuramente diversa, c’è una maggior presa di coscienza a riguardo, il mercato del lavoro è più vario ma lo sfruttamento di volontari o come vengono chiamati “stagisti non pagati” è comunque presente, come in tanti altri campi professionali.

In Tunisia? Beh non so quante ONG ci siano, migliaia. La cosa positiva è che dopo la “Rivoluzione” del 2011, i giovani hanno preso in mano le redini della vita associativa e così al giorno d’oggi, la maggior parte delle organizzazione si trovano ad avere delle équipe formate da persone che hanno meno di 30 anni,  giovani davvero motivati  che per pochi dinari o niente si impegnano al 100% , cosa a dir poco impensabile da noi, soprattutto perché la motivazione e la voglia di avviare un cambiamento del paese stanno ormai svanendo negli obiettivi dei giovani. E così si parte.

Parliamo adesso di meritocrazia e giovani talenti. Credi che in Italia la meritocrazia, soprattutto per i giovani, esista ancora? Ma soprattutto, come funziona per i giovani tunisini? In Italia ed in Europa abbiamo forse una visione stereotipata della Tunisia, ma raccontaci cosa hai vissuto in prima persona.

Non credo proprio che la meritocrazia esista in Italia, e il fatto che ci siano migliaia di giovani laureati disoccupati e che molti decidano di partire all’estero ne è l’esempio, oltre al fatto che la maggior parte delle persone che ricoprono posti chiavi e non lasciano dubitare delle loro capacità. Le raccomandazioni sono alla base della nostra società e pure qui in Tunisia, sfortunatamente, non funziona meglio. Spesso qui per trovare un lavoro correlato alle tue capacità devi pagare fior di quattrini.

Da noi in Italia manca il rispetto delle regole ed essere onesti non premia.

Difronte a tutto ciò, i giovani sanno che hanno già perso in partenza, sono già delusi e vedono uno spiraglio di luce solo al di fuori dell’Italia.

Dopo questi tuoi soggiorni europei e tunisini, quali sono quindi le differenze che hai potuto constatare nel mondo del lavoro in Italia e nei posti in cui hai vissuto? E in base a queste, quali sono i consigli, che sicuramente avrai, che daresti ai policy maker italiani affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare lontano?

Non posso parlare di vero lavoro visto che per ora non sono mai stata assunta con contratto, e ho sempre fatto stage non pagati. Ciò nonostante di differenze ne ho potute constatare. Facendo l’esempio del mio periodo a Bruxelles, ho potuto notare come lì il processo selettivo è più trasparente e meritocratico rispetto all’Italia. Da noi il nepotismo è a dir poco evidente.

Quali consigli darei? Non ne avrei per i policy maker, ma li avrei per la popolazione italiana. Sarebbe ora di cominciare una rivoluzione non violenta con la quale dovremo smettere di fare quello che ci impongono dall’alto, rifiutare di continuare a seguire le regole che fanno comodo solo ad una ristretta cerchia di persone. Arrivati a questo punto, c’è bisogno di un cambiamento radicale.

 

The Italians parla spesso di “questione intergenerazionale” che frena o blocca i talenti italiani, tu cosa ne pensi? 

Penso che in altri paesi i giovani abbiano lo stesso diritto di cittadinanza delle generazioni che li ha preceduti. Puoi ottenere posizioni con elevate responsabilità anche in età giovane. Da noi il ricambio intergenerazionale non esiste e ciò, come ben si può notare, ha comportato ad un regresso della società.

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, ma sappiamo che – invece – la perdita di talenti (e non solo dal punto di vista economico, seppur importante) è inestimabile. Tu cosa faresti, se potessi, per invertire la tendenza?

Bisognerebbe ridefinire un po’ tutto. Dalle scuole che dovrebbero incoraggiare a dare il meglio e che siano a vantaggio degli studenti, e premiare i talenti, alla creazione di vere leggi che puniscano chi fa il furbo, ma qui si dovrebbe fare una bella pulizia all’interno del nostro caro paese. Quindi si dovrebbe cominciare dalle istituzioni e dagli stessi italiani che devono mettersi in testa che così non si può più andare avanti e che il rispetto delle regole è fondamentale per tutti.

 

Per concludere non vogliamo annoiarti e chiederti se l’esperienza all’estero ti ha arricchito sul piano personale e professionale, sappiamo che sicuramente così è stato, ma ti chiediamo: torneresti in Italia?

Si e no. C’è sempre qualcosa che mi frena un po’. Mi sono appena candidata per fare il Servizio civile in un’associazione a Padova, quindi diciamo che un po’ di voglia di casa c’è. Ma, ora come ora non riesco realmente a vedere delle vere prospettive di vita nel mio caro paese. Con ciò non voglio dire che è tutto marcio, ma ci sono molti cambiamenti che devono essere fatti, spero comunque di riuscire a stabilizzarmi in Italia in futuro

Grazie Anna Chiara e… in bocca al lupo per tutto!

OnVautMieuxQueCa (MeritiamoDiPiù)

Il primo post è una presentazione, e una confessione. Non sono mai stato per il racconto di sé, né in terza né in prima persona, ho sempre preferito che a dire di più fosse la modulazione dei registri linguistici, la capacità di variare i comportamenti in contesti differenti, una narrazione, una descrizione, la sequenza delle parole. Tutt’al più ho fatto ricorso al politicizzato “noi”. Questo fa di me un anti-blogger? Il mio atteggiamento, devo ammetterlo, sarebbe davvero curioso e mi esporrebbe giustamente a una forte contraddizione. L’idea invece è quella di aprirsi alla molteplice varietà degli avvenimenti e degli interlocutori che attraverso questo spazio spero d’incontrare valorizzando le esperienze, i sentimenti, le ragioni di chi se ne sta lontano dalla sua terra. Per orientarmi tenterò di seguire solo una semplice regola che forse potrebbe incontrare il favore di qualcuno e ridurre l’iniziale imbarazzo: non contrapporre le parole ai fatti.

Segue post vero e proprio.

Settimane fala Francia è stata attraversata da una breve ondata di manifestazioni sfociate in scioperi (e il contrario). La scintilla che ha mobilitato gran parte della sinistra e dei sindacati è stata la proposta del ministro del lavoro Myriam El Khomri di modificare alcuni importanti punti che regolano il diritto del lavoro francese. Non vale la pena soffermarsi sull’analisi minuziosa delle modifiche che vanno, tutte o quasi, verso una riduzione di determinati diritti per garantire una maggiore flessibilità e produttività del lavoro, ma può essere utile soffermarsi sulla modalità che hanno opposto studenti e sindacati al governo e ad una riforma sostenuta dalla Confidustria francese (MEDEF) e da uno dei suoi più importanti referenti, il ministro dell’economia Emmanuel Macron.
In un paese dai riti fortemente codificati nel quale la classe dirigente è storicamente selezionata sulla base di una preparazione tecnico burocratica alla carriera politica acquisita perlopiù in scuole d’élite, a ribaltare il tavolo è bastata una petizione on line partita da una militante femminista in rotta con il partito socialista. Più di 850 mila firme in meno di una settimana hanno fatto in modo che i sindacati seguissero la mobilitazione e il governo fosse costretto, dopo le tante dimostrazioni organizzate in tutta la Francia, a riesaminare il provvedimento.
Dalle rivoluzioni tradite del mondo arabo fino alla vecchia Europa, da Teheran 2009 alla Parigi del post 13 novembre, la “disintermediazione” dei conflitti come quella dei rapporti sociali si conferma ormai una realtà capace di trainare la mobilitazione e di modificare il corso degli eventi.

Welcome on board! Enrico Pugliese – blogger #theitalians

Eccoci di nuovo qui, la ciurma si fa grande! Vi presentiamo oggi un nostro nuovo blogger, Enrico. Ci scrive dalla magica Parigi e noi già non vediamo l’ora di addentrarci nella sua nuova sezione blog che chiameremo “On vaut mieux que ça”, ovvero “Meritiamo di più”.

E allora eccovi una piccola prima presentazione del nostro nuovo autore ufficiale per The Italians Blog…

 

Studioso e consulente di politica, ricercatore votato all’insegnamento, Enrico si laurea nel 2008 in storia contemporanea. Cultore della materia all'Università di Roma Tre si trasferisce presto in Inghilterra dove nel 2013 riceve un Phd in European Studies grazie ad una ricerca sul rapporto tra cultura politica socialista e EC/EU. Negli stessi anni frequenta il dipartimento di European studies dell’Università di Amsterdam e svolge attività di ricerca presso l’Istituto di storia sociale della capitale olandese. Poi nel 2012, il ritorno in Italia, alla Fondazione Basso, dove approfondisce i temi della sovranità politica negli stati nazione europei, le forme delle solidarietà transnazionali nell’epoca della globalizzazione, la trasformazione degli spazi politici contemporanei. Nel 2013 partecipa in qualità di autore e di relatore al progetto del Ministero di Giustizia del Brasile “Democrazia, verità e giustizia” ricostruendo la memoria degli esiliati latinoamericani in Europa durante le dittature militari. Convinto sostenitore della formazione continua si diploma al master in management politico del sole24ore. A Parigi da due anni si prende cura delle sue più grandi passioni, la politica, il suo studio e la sua organizzazione, e l’insegnamento.

 

Enrico, welcome on Board !

 

Il Paese della mamma di Anastasia

Parigi, sotto il perpetuo controllo del Grande Fratello dell’intelligence internazionale, è investita da un’ondata di controlli e di arresti preventivi che stanno facendo mormorare molti riguardo alla violazione di quel concetto di liberté sul quale si fondano le radici dell’intera nazione, ma la vita va avanti. Bruxelles, invasa dai militari a guardia degli obiettivi sensibile e dai gattini di #BrusselsLockdown per confondere i terroristi, è blindata, ma la vita deve andare avanti. E a Roma? Beh Roma al solito non succede niente, è immobile, ma tutti sono confusi: dalla rapida successione degli eventi e dalla “mamma di Anastasia”, o meglio, dalle mamme di Anastasia. Ecco perché in un posto già immobile di suo qualcosa si è fermato.

Nelle ultime settimane mi sono sentito parecchio disagio: non tanto perché Angelino Jolie è il nostro Ministro degli Interni e i servizi segreti (che dovrebbero sventare gli attentati) sono alle sue dipendenze; e nemmeno tanto perché in ogni bar, o ristorante, o angolo della strada in cui io mi sia trovato a sostare, mi sono imbattuto puntualmente in gente che straparlava di terrorismo, Jihad e terza guerra mondiale manco fossi perseguitato da un falshmob dove i partecipanti simulano il G20 scandendo con cazzate e luoghi comuni a turno. Il motivo per cui mi sono sentito a disagio deriva dal notare come in molti, troppi, punti di ritrovo della città: di norma sovraffollati fino all’asfissia da giovani e meno giovani anche in pieno inverno, non ci sia più anima viva. Suggestione? Forse, pensavo inizialmente. Ma quando ti squilla il telefono e dall’altra parte c’è gente che ti da forfait per l’attesissima inaugurazione del posto x, magari troppo vicino a Pzz. San Pietro, oppure ti avverte che pacca la festa y, perché è troppo in centro, si fa largo una spiazzante verità: dopo gli attentati di Parigi i giovani italiani hanno paura degli attentati. Sono dei rammolliti, e le ansie delle ritorsioni terroristiche che ormai prosciugano da settimane i contenuti dei nostri telegiornali (che non si è capito bene per chi giochino: se per la sana informazione o per lo share di una nuova televisione del terrore) li hanno permeati, sopraffatti. Sono bastati gli approfondimenti del TG a piegarli, non un colpo sparato. Le preoccupazioni delle mamme questa volta hanno la meglio: li hanno convinti a correre ai ripari tra pantofole e plaid.

Quando due settimane fa ricevetti su whatsapp una nota vocale che, dopo l’allarme bomba alla stazione metro di Lepanto, intendeva diffondere le informazioni scottanti per la sicurezza nazionale di cui era entrata in possesso la mamma di Anastasia, che lavorerebbe al Ministero degli Interni – E questo, a parte gli scherzi, dovrebbe seriamente preoccuparci sul piano assunzioni, analisti e ministeriali – confessando ad amiche e figlie la reale “entità del rischio attentati “per metterle in allerta, mi preoccupai immediatamente: per la stupidità della gente che mi circonda. Citando loschi occultamenti da parte delle istituzioni, dichiarando che la smentita su una bomba era una macchinazione dei media: ” perché in realtà quella bomba c’era” e asserendo che loro ( i terroristi) “vogliono colpire i giovani come voi”, la mamma di Anastasia metteva in guardia due teenager dall’IS e dal frequentare i luoghi della movida romana. Le invitava a diffondere il più possibile il consiglio di restare a casa, o meglio, di rimanere nella sedicente zona bunker “Cassia” (dove per mia fortuna vivo e dalla quale al sicuro vi scrivo) e tutti ci cascavano passandosi preoccupati il messaggio.

Cestinata immediatamente la bufala come patetico tentativo da parte di una madre per non far uscire la figlia quel sabato sera, ho provato subito a fare un test con la mia di mamma, mentre intanto la stessa registrazione mi arrivava da chiunque. Ebbene il test dette esito positivo: mia mamma ci era cascata subito. Lì ho percepito la vera natura e entità del problema: la mancanza d’informazione adeguata mista all’ansia del momento (per non dire la stupidità). L’allarmismo e la preoccupazione hanno svelato in poco il reale stato delle cose: una città impietrita davanti alla sola evenienza. Questa è la cifra del paese.

A pensare che in un paese che fa parte del G8, durante il consumarsi di un’intricata crisi internazionale che potrebbe portarci sull’orlo della Terza Guerra mondiale, il nostro purtroppo Presidente del Consiglio è stato costretto da due mamme che non volevano perdere d’occhio le figlie ha fare una smentita pubblica di una nota vocale per citare l’accaduto su giornali e telegiornali e per frenare il dilagare dell’allarmismo prodotto da questa bravata da deficienti abbastanza mature, viene un po’ da ridere. A pensare che da noi il fondamentalismo e la guerra santa pensano di combatterle stando chiusi dentro casa e #uscendo i presepi nelle scuole. Lanciando un’altra crociata, l’ennesima per strumentalizzare un altro po la cosa con la scusa che il Natale e la religione non possono essere messe in discussione, perché fanno parte delle nostre radici culturale (?), invece di limitarsi a prenderle per quello che sono: una festa tramandata e pianificata nel giorno del Sole per salvaguardare l’unità dell’Impero Romano ai tempi della diffusione del Cristianesimo, e una pratica religiosa molto diffusa in una stato laico per costituzione, viene un po’ da ridere. Ma a pensare che in un paese che è stato solo minacciato, mai colpito dall’ISIS, i giovani, che sono lo spirito della vitalità per eccellenza, stiano già dando forfait per paura dell’avversario, incominciando, anche se lentamente, a cambiare le proprie abitudini, dandola vinta ai terroristi così, invece di prendere esempio dai giovani parigini che hanno visto morire dei loro compatrioti ma trovano la forza per andare avanti fregiandosi del motto “Nous n’avons pas peur”, beh viene po’ da piangere.

Per quando il rischio sia evidente, e la nostra preparazione ad arginarlo inadeguata: l’unica soluzione dovrebbe essere lavorare su noi stessi riflettendo e sfidare a viso aperto la paura che ci vogliono mettere. Se il governo perde tempo a fare bei discorsi, dicendo che – “il problema terrorismo va risolto con investimenti su sicurezza e cultura” – dato che stanno a pezzi tutte e due, e stanzia 4 miliardi di euro da dividere nelle suddette, di cui però la metà andranno totalmente sprecati nei 500 euro per i diciottenni che strizzano l’occhio all’elettorato al primo voto, piuttosto che fare qualcosa di utile contro la minaccia reale; io dico che forse i soldi per la cultura dei giovani italiani potrebbe essere un buon inizio, ma serve ben altro: serve qualcosa di più profondo e di più diffuso. I giovani italiani invece di regalie futili e di mamme preoccupate per la loro libertà hanno bisogno di responsabilità e di coscienza civica. Tempo fa, ma anche più recentemente, diciamo continuamente, mi trovo a citare i giovani israeliani, così dediti, così responsabili: servono il loro paese indipendentemente dal loro sesso, ne conoscono a fondo la loro storia, conoscono il rischio che si corre nel difendere qualcosa, e per questo forse apprezzano di più la vita dopo. Abitano sull’ultimo bastione dell’occidente, perennemente in guerra e tirano avanti. Ecco forse ai giovani italiani più che tessere pagate dai contribuenti per andare a concerti e teatri di loro gradimento, dovrebbero imparare qualcosa dai giovani figli d’Israele: che vadano a lezione con frequenza obbligatoria da loro. Forse i giovani italiani, piuttosto di avere sconti per musei e biblioteche dove secondo l’ISTAT non vanno comunque, nemmeno gratis, dovrebbero investire del tempo nell’ascoltare in conferenza i racconti dei giovani che sono cresciuti nei Balcani negli anni ’90: di quando sentivano distintamente le bombe a grappolo della NATO che cadevano, ma si facevano coraggio, e continuavano a vivere, ad uscire, ad andare avanti. Che la frequenza anche lì, sia obbligatoria.

Il nostro Paolo Borsellino diceva: “chi ha paura muore tutti i giorni, chi non ha paura muore una volta sola”. Ma del coraggio di Borsellino, sapessero tutti chi era, ci si ricorda una volta l’anno: come dell’essere buoni a Natale. Ecco forse i giovani italiani invece di ascoltare le preoccupazioni delle mamme, che ricordano, ma non insegnano gli Anni di piombo o lo Stragismo, o di ascoltare le preoccupazioni che istigano i telegiornalisti, che potrebbero insegnare a capire e invece passano il tempo ad amplificare il nulla per fare ascolto, avrebbero bisogno di confrontarsi con giovani come loro, di esperienze diverse, che gli parlino dalla stessa altezza e gli ricordino quanto loro siano fortunati. Che li invitino a trovate il coraggio, all’essere uomini, non eroi, solo uomini. Ecco forse questo potrebbe bastare a scoraggiare chi vuole mettergli paura, e a farli crescere.