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Tempo e Pazienza, le chiavi del successo dei team-work multiculturali

Imparo molto dall’Africa, e soprattutto dai miei colleghi. La nostra Direttrice, un esempio di donna Africana forte e coraggiosa, che si impegna ogni giorno per raggiungere l’educazione di qualità e inclusiva per tutti, che protegge l’Organizzazione e crede nel potenziamento dei talenti presenti nel Team, ci insegna che il tempo e la pazienza sono le chiavi del successo e del progresso dei team work-multiculturali alle Nazioni Unite.

Ci vogliono menti temprate dall’esperienza cuori pieni di volontà, la volontà di raggiungere un obiettivo insieme, per il bene di tutti, del team, della nazione, della regione e del mondo.

Molto spesso corriamo per raggiungere e non mancare una deadline, per rispettare gli imperativi delle relazioni con i media, con i partners, con i donatori, e ci dimentichiamo del collega seduto proprio accanto a noi, che magari lotta con un problema in famiglia o, più semplicemente, con qualche dubbio che vorrebbe risolvere.

L’attenzione costante verso i propri colleghi e il proprio team si riversa praticamente nello scambiare qualche parola di coraggio e di ispirazione ogni giorno, qualche consiglio e, non meno scontato, qualche sorriso. Quando poi, nella mobilità delle Nazioni Unite, i colleghi si muovono in altri paesi per altre opportunità di lavoro, siamo soliti ad organizzare una celebrazione per apprezzare, condividere tempo e riflessioni e ringraziare, perché il lavoro svolto da ognuno é essenziale.

Imparo quindi ogni giorno che quando ci sono delle incomprensioni, o differenti approcci al lavoro e anche piccole divergenze nella comprensione dei compiti di un programma per raggiungere gli obiettivi prefissati, é necessario parlare, coinvolgere e domandare. É necessario affrontare subito il problema, per poi non doversi trovare con progetti frustanti e relazioni interpersonali e professionali mediocri.

L’acronimo TEAM per me significa quindi “Together Everyone Achieves More”, che tradurrei con un banale solo all’apprenza: insieme possiamo fare di più,  ciascuno fa la sua parte, nel rispetto di tutti, e insieme il puzzle si costruisce, pezzetto a pezzetto. Non basta però solo il duro lavoro. Quello che comprendo é la necessità di una guida, di un vero Leader che possa ispirare il proprio team.  Una buona Leadership, con apprezzamento per il lavoro, una buona dose di work-life balance, attenzione e cura del proprio team, motivazione e sorrisi risultano in migliori performance e produttività. Più Unità nel Team significa poi Felicità e più Volontà di contribuiire con le proprie idee, alla buona riuscita di un risultato.

In un articolo della fine del 2017 di Forbes, uno studio mostrava che il personale di lavoro felice é più produttivo del 20 %, e non é il solo studio in materia, e forse é un esperinza che avete sperimentato anche voi. Sempre nello stesso studio, emerge poi che, quando poi si parla di commercianti, il profitto dell’azienda aumenta addirittura del 37 %. Ma cosa significa davvero essere felici al lavoro? Per me, significa essere produttivi ed impegnati, non solo affaccendati. Il termine inglese esatto é Engagement.

Si parla oggi di social media engagement, customer engagement, ma engagement é anche la parola che costituisce il marriage proposal, la proposta di matrimonio. Insomma, si tratta di vero “impegno”, si tratta di crederci, di sentire proprio un progetto, un obiettivo, il bene del team.

La scelta del lavoro é legata quindi, secondo la cultura anglosassone, ad un impegno attivo verso il lavoro, e pure verso le persone che fanno parte dell’organizzazione. Una sorta di “matrimonio”, che va alimentato con positività, parole di rispetto, cura e attenzione, di perseveranza e ascolto verso l’altro, evitando così stress e malintesi. Un viaggio verso la scoperta dell’altro, per raggiungere una sincronia di intesa e essere capaci di raggiungere obiettivi comuni, e farlo fianco a fianco. Necessità di pazienza e di dialogo e comunicazione costante, e scambio di opinioni per raggiungere la migliore soluzione – per tutti e per il bene di tutti.

E a proposito di engagement e dialogo… Devo adesso salutarvi e nel farlo ci tengo ad augurarvi un buon agosto, mese che personalmente passerò in Argentina per il Summit dei giovani del G20, discutendo del futuro del lavoro, dello sviluppo sostenibile, di entrepreneurship e del ruolo dell’Educazione e formazione nel XXI secolo (una promessa: vi scriverò!). E vi saluto quindi con questa meravigliosa citazione di Henry Ford, che traduce il mio pensiero: “Coming together is a Beginning, Keeping Together is Progress, Working Together is Success” – Riunirsi é l’inizio, Rimanere insieme é il progresso, Lavorare insieme é il Successo”.

Ciao, e alla prossima!

Connettiamo il mondo partendo da…

Nella vita penso che un pizzico di riflessione personale sulle attività che si intraprendono, sulle persone che si conoscono e sui progressi professionali che si raggiungono sia sempre necessaria.

L’autovalutazione, come quando al liceo organizzavamo le giornate “autogestite”, gestite da noi – e quindi senza la supervisione dei professori, attingendo alla nostra creatività e alle nostre passioni, diventando noi stessi i professori di pittura, di viaggi, di scambi culturali, di sport, di lingua e psicologia, di politica e riflessioni economiche sul cambiamento del mondo attraverso i cellulari e internet – è estremamente importante e utile per capire dove siamo (nel presente) e dove vogliamo andare (nel futuro). Da dove veniamo, la maggior parte delle volte già lo conosciamo.

Nel mio lavoro, ora – tempo presente – amo quello che faccio. Mi occupo di gestione dei social media, coordinamento di stampa durante eventi culturali, riunioni regionali, training dei beneficiari e attività di sensibilizzazioni di giovani. Scrivo in continuazione, ma quello che mi appassiona di più è seguire LIVE, attraverso gli strumenti social media, gli eventi che organizziamo. Interagire con i partecipanti, ascoltarli, capire cosa li spinge ad avvicinarsi a noi, intervistarli e “catturare magici momenti di straordinaria quotidianità”. Una volta che passa un evento, ci si rende conto che l’organizzazione segue uno schema prestabilito, ma quello che cambia sono le persone che partecipano. Ogni volta ti rimane addosso la sorpresa sempre nuova del conoscere l’altro, del discutere su argomenti differenti (dalle convenzioni per la protezione del patrimonio mondiale culturale all’educazione per uno sviluppo sostenibile delle città e delle comunità) e di sviluppare le notizie nel momento presente, che scivolano con hashtags su Twitter, registrando magari i video sulle emozioni dei partecipanti. Molto spesso, impegnati a cambiare il presente del mondo intavolando discussioni sui temi del futuro.

Ascoltando gli altri, capendo l’altro veramente, si sviluppa empatia, si diventa più “morbidi”. E i social media possono servire anche a questo: ad amplificare e a espandere nel mondo quei messaggi di pace, di compassione e quelle voci di menti brillanti con idee straordinarie che possono essere d’ispirazione. Ma possono anche traghettare le voci di quei giovani alle prese con le sfide della vita, che devono essere ascoltati: noi serviamo anche per portare le loro voci in alto, ossia verso livelli politici e ministeriali dove i negoziatori e i governi devono essere pronti – con orecchie e cuore aperto – a studiare e valutare le richieste dei possibili giovani leader del domani.

Le piattaforme dei social media sono la rivoluzione del nostro presente. Bisogna usarle senza però abusarne, quasi “capendole”: per far questo si deve saper pubblicare contenuti utili, rilevanti e interessanti, e si deve anche interagire con il pubblico, rispondendo a domande e chiarimenti. E – perché no – anche sfidando gli ascoltatori o i lettori attraverso immagini, video e quiz per approfondire determinate conoscenze e risvegliare il proprio senso della curiosità. Così si possono davvero (s)muovere persone, sviluppare storie vere e rompere stereotipi, stravolgendo trends (#) negativi in attitudini e comportamenti positivi delle persone. Questo in tutto il mondo.

Se dovessi definire quello che faccio e perché lo faccio, è perché ogni giorno credo fermamente nel cambiamento di cui, ad oggi, ho fatto esperienza e ho testato sulla mia pelle. Questa è l’unica costante, l’unica certezza. Credo negli esseri umani, credo nei comportamenti giusti, nel rispetto, nel dialogo, nella solidarietà, nel buon cuore, senza abusi, nell’amore multiculturale, nell’ascolto senza giudizio, e cerco di portare il mio messaggio nel mondo attraverso un’organizzazione che ha combattuto le guerre e che vuole portare la pace nelle menti degli uomini e delle donne. Per un mondo dove le Nazioni possano essere uniti. Tutto comincia da noi, dagli esseri umani di questa terre che costituiscono queste Nazioni. I social media sono solo uno strumento di quello che sappiamo già ma che, purtroppo, abbiamo dimenticato.

Vediamo se la tecnologia può riportarci vicini, insieme, in un’immensa pangea di abbracci condivisi. Uniamo il mondo. Attraverso le nostre azioni quotidiane. E impariamo ad usare questi strumenti a nostra disposizione in maniera positiva, utile per connettere il mondo in ogni modo possibile.

Ps. Nell’immagine, vado in bicicletta durante l’assemblea generale delle Nazioni Unite programma per l’ambiente il 4 dicembre. Un’iniziativa per valorizzare l’aria pulita, con meno automobili e maggiore contatto con la natura. Questa immagine rispecchia anche il mio spirito, con una citazione di Albert Einstein, che recita più o meno cosi: la vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio, bisogna continuare ad andare, senza fermarsi.