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CatalExit… o meglio Catalessi dei popoli

«Rachele, cosa ne pensi tu della Questione dell’Indipendenza Catalana?».

Me lo chiedono ormai da mesi, i miei compagni di Università, i genitori dei miei amici durante le cene a casa loro, i miei conoscenti internazionali e persino il portiere dell’edificio in cui abito. Per cui dopo mesi di parole ed opinioni dispensate, sento il bisogno di raccontarvi cosa significa essere un’italiana nella schismogenesi catalana.

Sabato mattina ore 10.00, un cartello segnaletico reca inciso nella parte superiore “Benvinguts a Vall de Torroella” e continua con “ Municipi per la Independència”, 365 abitanti censiti, ora 367, ma  solo per un weekend.

Attraverso i 14 ettari da parte a parte della cittadina industriale della Catalogna profonda, senza poter fare a meno di chiedermi cosa abbia spinto questi 365 abitanti, tanti quanti i giorni dell’anno che abbiamo appena visto concludersi con epocali colpi di scena politici, a gridare il loro schieramento politico attraverso l’urbanizzazione.

Da dove nasce l’esigenza di un catalano di schierarsi e di volerlo manifestare subito dopo un Benvenuto nella mia casa? A me che sono una ragazza del centro Italia, abituata a Roma in cui la massima espressione di divisione sociale è data dalla Squadra del cuore – Roma o Lazio, Curva Nord o Curva Sud, di padre in figlio – risulta abbastanza enigmatico da comprendere.

Ma qui in Catalogna si respira un sentimento identitario definito e partidario in ogni calle dopo lo scorso primo ottobre. Si sente nelle chiacchiere a bassa voce fra compagni di studi nella biblioteca dell’università, nello spogliatoio della mia squadra di calcio del quartiere San Gervasi, nel saluto del  barista che mi serve un café con leche la mattina. Ma soprattutto si avverte nella protesta silenziosa sui muri de las ramblas, sui balconi delle case di Barcellona, dai quali sventolano rigogliose bandiere spagnole o catalane indipendentiste. La città si schiera ad ogni angolo.

Si può così calpestare un mattonella dipinta con un bianco “SI”, volutamente pro indipendentista e al seguente passo trovarsi ad entrare in un portone con lo slogan ” Viva el Rey, Viva España”.

Sì, proprio Barcellona, la mia Barcellona, la stessa che mi ha mostrato nel cuore delle sue stradine che ad ogni persona appartengono innumerevoli quanto diverse identità con rispetto al territorio che si calpesta, in questi giorni dà la sensazione di aver perso la sua polifonia urbana a favore invece di un duetto illusorio e fratricida.

Sensazione che, come me, altri 25.000 italiani si trovano a vivere ogni giorno nella metropoli catalana, trovandosi nella condizione di incertezza non tanto economica o politica, quanto sociale. Non sai mai in che momento qualcuno possa chiederti la tua opinione a riguardo ed è lì che un italiano a Barcellona decide di schierarsi, divenendo anche lui parte di quell’arte metropolitana di politica viva da bar.

Ma ciò che sta succedendo in Catalogna lo si può definire come un vero e proprio processo di schismogenesi. Per chi non la conosce, questa parola è stata coniata negli anni trenta dall’antropologo e genio della teoria della  comunicazione Gregory Bateson ed è un concetto che descrive e analizza i conflitti cronici che hanno un aumento considerevole di aggressività reciproca tra  due parti contrapposte.

Processi graduali e sostenuti nel tempo, fino a che giunge un momento nel quale non è chiaro quando è iniziato tutto e abitualmente le parti si accusano a vicenda di essere gli iniziatori e gli unici responsabili del conflitto. Lo fanno adducendo e ingigantendo dettagli e parti che gli danno ragione, e minimizzano l’importanza dei fatti e delle argomentazioni di cui si serve la controparte.

Dovuto alla gradualità, succede che, fin quando il processo non è avanzato, le persone che vi sono coinvolte non sono coscienti né della gravità che ha raggiunto il conflitto né del cambio profondo che stanno provocando come soggetti.

Ed è qui che arriviamo al vero problema: ci sono due legittimità, quella spagnola centralista e quella catalana indipendentista.

Ognuna per natura e ricorrenza differente, però in questi momenti entrambe vissute come pienamente legittime dalle persone dei due gruppi umani.

Il tutto chiaramente sta succedendo in un unico spazio politico caratterizzato da una unica legalità vigente, il che lo rende particolarmente complicato.

In questa dinamica si sono configurati due paradigmi opposti che si negano la legittimità a vicenda e che impossibilitano stabilire del tutto il dialogo.

Il peggio di tutto ciò è che sia dall’una che dall’altra parte si ha ogni volta meno rispetto della fazione contraria, perché ne considerano illegittime la loro posizione e le loro credenze, cosa che comporta una disumanizzazione sempre più cruenta dell’ “altro”.  Lo si dimostra con slogan del tipo “A por Ellos oé, a por Ellos oé” che incita alla distruzione della controparte o da “Amb la sang dels espanyols farem tinta vermella i escriurem amb la mà al cor Catalunya terra nostra” che in modo più letterario allude allo stesso obiettivo.

Questa polarizzazione finisce col coinvolgere tutti, dai gruppi di amici agli appartenenti dello stesso nucleo familiare e ovviamente sconosciuti incrociatisi per caso, che si sentono ogni volta di più obbligati a posizionarsi a favore di una delle parti.

Fino a quando durerà questa divisione sociale? Quali saranno le conseguenze? Ma soprattutto: come cambieranno gli approcci di integrazione per noi italiani?

Non siamo immuni dalla polarizzazione e no, non possiamo non avere un’opinione solo perchè al momento non ci sentiamo rappresentati da nessuna delle due ideologie.

Non siamo pienamente in grado di comprendere il conflitto, ma non possiamo nemmeno viverne al di fuori allo stato delle cose. Ci troviamo in una sorta di limbo; incastrati in una storia che involontariamente non sappiamo di portare nel sangue.

E non possiamo nemmeno negare quanto Barcellona abbia significato per noi che viviamo qui da tempo e quanto significhi, perchè sostanzialmente ha lasciato una traccia indelebile nella creazione di ciò che siamo oggi.

Io In questa città ho trovato me stessa; ai piedi del faro dell’antico porto di Barcellona, giusto nel punto in cui il 41° Parallelo Nord taglia il Meridiano Dunquerque. Lo stesso che si utilizzò nel 1791 per definire la misura del metro come 1/10 000 000 del quarto del meridiano terrestre e grazie al quale diamo la misura di ogni nostro singolo passo.

Passi che continuerò a fare, fra una scritta “Llibertat als presos politics” e un “ Eres mi único Amor, no tienes remedio” perchè sì, Barcelona tiene el Poder, un  grande potere: il multiculturalismo che plasma la ragione dei popoli, solo che sembra essere momentaneamente assopito.

Probabilmente la soluzione migliore (ma non la più apprezzata) sarebbe optare per una strada che invochi alla mediazione, con la speranza di trovare un accordo tra il governo spagnolo, il quale dovrebbe cessare ogni azione di repressione, e quello catalano, che dal canto suo dovrebbe abbandonare ogni pretesa di indipendenza.

In pratica bisognerebbe fare appello alla Politica nella sua forma più pura.

L’unica soluzione pacifica e realmente democratica in grado di risolvere la difficile situazione che si è creata sembrerebbe quella di dialogare, di aprire immediatamente un negoziato tra  le forze politiche in campo. ma al momento è estremamente arduo, se non dichiaratamente impossibile. Il tutto, si spera, prima che il sonno della ragione a cui si sta inesorabilmente andando incontro generi i suoi abominevoli mostri.

 

La magia del Natale a Londra

«Gesù è nato ad aprile, non a dicembre!», urla un ragazzo a Trafalgar square tra l’indifferenza dei passanti. Le strade di Londra sono cosí, piene di persone con religioni e convinzioni diverse. Ognuno che sponsorizza la sua causa, il suo dio, la sua ragione per essere su quel marciapiede.

Il Natale, come tutto a Londra, è multiculturale. Le canzoni festive parlano di Santa Claus, di pupazzi di neve e di notti invernali passate davanti a un camino. In una città come questa, si potrebbe pensare che il Natale perda la sua importanza. Tutto il contrario: nessuno è immune alla frenesia natalizia. 

Perché anche se non tutti credono al Natale nel senso cristiano del termine, lo spirito dello stare insieme e del donare in modo disinteressato è vivo più che mai. Quest’anno ho decorato l’ufficio insieme a colleghi di religioni diverse e non credo ci possa essere un modo migliore per tenere vivo lo spirito di pace e speranza che questa festa dovrebbe rappresentare.

Tra le tantissime iniziative che caratterizzano questo periodo, tre in particolare mi sono sempre piaciute:

  1. Christmas Jumper Day

I maglioni di natale sono molto popolari nel Regno Unito. Ci sono i classici, con Santa Claus, Rudolf o pupazzi di neve, oppure quelli più particolari, che si illuminano o cantano canzoni festive. A volte invece hanno scritte sarcastiche o giochi di parole. Quest’anno ne ho visto uno ispirato alla celebre canzone di Mariah Carey che recitava “all I want for Christmas is EU”.

Ogni anno però, il 15 Dicembre, Londra indossa i suoi Christmas Jumpers per raccogliere fondi da destinare ai bambini bisognosi.

Questa tradizione, sponsorizzata da Save The Children, compie quest’anno 5 anni. L’organizzazione invita tutti a indossare i propri maglioni natalizi il 15 Dicembre e a donare almeno £1 per la loro causa. Ci si può registrare anche per gestire una raccolta fondi, coinvolgendo amici o colleghi di lavoro.

  1. Secret Santa

Una tradizione diffusa molto in ambito lavorativo. Consiste nel pescare a caso il nome di un proprio collega e comprare un regalo che si pensa gli possa piacere. L’identità del “benefattore” rimane sconosciuta.

Ci sono intere sezioni di negozi dedicate ai Secret Santa: dai giochi da tavola portatili a tazze strane. Ovviamente aiuta conoscere la persona alla quale devi comprare il regalo, ma questa è anche una possibilità per stringere legami con persone con le quali si parla poco in ufficio. Solitamente si stabiliscono dei budget limitati, dalle 5 alle 10 sterline.

  1. Christmas Party

Una vera propria arma a doppio taglio, nonché l’incubo di qualsiasi medico e paramedico. In teoria, il Christmas Party è un’occasione per festeggiare non solo il Natale, ma anche la fine di un duro anno di lavoro.

L’organizzazione di queste feste varia a seconda della compagnia in cui si lavora: alcune organizzano cene o pranzi pagati per i propri dipendenti, che si svolgono almeno in parte all’interno degli orari di lavoro, altre invece organizzano dei drinks pagati o serate nei locali.

Tante sono le cose che possono andare storte durante questo tipo di feste, a tal punto che ogni anno, dalla prima settimana del mese in poi, molti giornali, riviste e blog scrivono le regole di comportamento da seguire per non fare figuracce o di come si può rimediare se non ci si è comportati come dovuto. D’altronde stiamo parlando di persone che devi vedere ogni giorno, tutto l’anno, e di feste alla quali partecipano spesso e volentieri direttori o proprietari della compagnia.

Il problema principale di queste feste (e anche uno dei problemi maggiori di questo Paese) è l’alcol. Ci sarà sempre  (ebbene si, SEMPRE) qualche impiegato che beve eccessivamente e finisce a imbarazzarsi davanti ai colleghi. La paura di essere fotografati o ripresi in uno di questi momenti spinge molti a vivere queste feste con ansia e preoccupazione.

“Per favore, fai attenzione quando bevi”, invitano dei cartelli in metro. Si perché finita la festa, spesso queste persone tornano a casa da sole e finiscono per cadere dalle scale mobili della metro (o peggio nel binario del treno), scivolare dalle scale e procurarsi ferite più e meno serie.

Immagini di ragazze o giovani sdraiati privi di senso su marciapiedi o panchine vengono pubblicate per sensibilizzare le persone a bere di meno. In una cittá come Londra, queste sciocchezze aggiungono una pressione significativa a un sistema di emergenza che combatte da anni tagli ai propri fondi a fronte di una popolazione che sfiora i 9 milioni.

Quando si tratta di persone sole e prive di sensi, i medici infatti si trovano costretti a intervenire, non sapendo nulla delle condizioni del paziente. Spesso, per assistere persone che hanno semplicemente bisogno di dormirci su, sono costretti a farne aspettare altri in condizioni piú gravi.

Una tradizione nata con delle buoni intenzioni, che purtroppo non viene vissuta da tutti nel modo corretto. Del resto anche il Natale, come tutto a Londra, non è privo di contraddizioni.

Le settimane precedenti al 25 sono tra le piú frenetiche dell’anno e in quei giorni sembra che tutti i difetti della cittá si accentuano: le persone sono piú stressate, dovendo aggiungere ai loro impegni quotidiani lo shopping natalizio e diventano cosí ancora piú scortesi del solito. Ai milioni di persone che vivono nella capitale si aggiungono migliaia di turisti, che vogliono vedere in prima persona la magia del Natale a Londra.

I negozi sono sempre pieni, con gli acquisti che vengono favoriti dai saldi invernali che hanno inizio il giorno dopo la festa del ringraziamento americano.

Le strade del centro, illuminate a festa dalla prima settimana del mese, si trasformano in un incubo per i residenti. Oxford Street, seppure bellissima in questo periodo, diventa un posto da evitare a quasi tutte le ore del giorno, a meno che non si abbia tempo di andarci alle 10 del mattino.

Ma poi, il 25 Dicembre, tutto rallenta. Non ci sono bus, né treni e quasi tutti i negozi sono chiusi (ad eccezione dei ristoranti, dei bar in zone turistiche e dei piccoli alimentari di zona gestiti prevalentemente da asiatici), per poi tornare alla normalitá dal pomeriggio del 26.

Londra il 25 Dicembre sembra il ricordo di un tempo passato. Un tempo prima che la cittá si riempisse di piú persone delle quali puó ospitare, prima che tutto diventasse cosí caro, frenetico e distante. Prima che la paura di una nostra foto sui social media ci impedisse di goderci le feste.

Tutto si ferma, in quel giorno. E quella per me, é la vera magia del Natale.