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Intervista a Davide Bargna, Branch Manager presso la Camera di Commercio Italiana per il Rego Unito. Tra business meetings, l’impegno a supporto delle PMI e la passione per i diritti civili

Scozia, anche questo mese. Siamo rimasti ad Edimburgo per dimostrarvi che a volte funziona anche il passaparola, che quando si parla di italiani all’estero e di comunità che in qualche modo diventano delle vere famiglie, funziona benissimo. E così abbiamo quindi conosciuto il nostro Italian del mese, Davide Bargna, 27 anni originario di un piccolo paesino vicino a Como.

Da Milano a Roma passando anche per Madrid: da due anni Davide vive a Edimburgo dove lavora come Branch Manager della sede scozzese della Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Il suo è uno di quei curriculum che vale la pena leggere: prima un tirocinio alla Presidenza del Consiglio dei Ministri presso il Dipartimento per le Pari Opportunità, poi alla Camera di Commercio Italiana per la Spagna e quindi alla Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Tra le sue passioni ci sono il cinema, i diritti umani e la politica – sia italiana che europea, ovviamente. Oltre alla fotografia, l’escursionismo e la recitazione in teatro.

Cominciamo…

Ciao Davide! Sappiamo che attualmente lavori alla Camera di Commercio Italiana a Edimburgo, ma potresti dirci di più? Di cosa ti occupi di preciso, quali sono le tue responsabilità e come sei riuscito, se possiamo chiederlo, ad ottenere questo incarico?

Al momento sono direttore della sede scozzese della Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Il mio compito principale è quello di supportare imprese italiane o singoli individui che vogliano fare affari o aprire un’attività nel mio mercato di riferimento, la Scozia appunto, mettendoli in contatto con persone o organizzazioni opportune e creando concrete opportunità di business. Il mio lavoro di ogni giorno consiste quindi nel programmare le attività che l’ufficio svolgerà durante l’anno, dall’organizzare e gestire eventi, fiere, trade mission e business drink, al fare ricerche di mercato, scrivere editoriali e articoli. Si tratta di un lavoro molto variegato e quindi stimolante, che mi porta a collaborare con professionisti in diversi settori ed anche enti importanti, come ad esempio il Consolato Generale d’Italia a Edimburgo e il Governo scozzese. Proprio di recente ho seguito una delegazione di imprese in visita in Scozia con il nuovo Ambasciatore italiano per il Regno Unito e subito dopo ho organizzato un incontro con l’Ambasciatrice britannica per l’Italia ed alcuni stakeholders del territorio.

Sono arrivato alla Camera di Commercio per il Regno Unito perché, dopo il tirocinio in Spagna, volevo fare un’esperienza in un paese anglofono per perfezionare ulteriormente il mio inglese e soprattutto per immergermi in una cultura che mi ha sempre affascinato. Avendo una particolare passione per la Scozia, ed essendo Edimburgo decisamente più abbordabile in termini economici di Londra, mi sono trasferito qui e ho fatto domanda per la posizione di Assistant Trade Analyst. Quando poi la mia ex-manager ha cambiato lavoro e si è aperta la sua posizione, ho deciso di fare domanda e ho ottenuto il ruolo.

 

Facciamo un passo indietro, a quando per la prima volta hai lasciato l’Italia: faceva tutto parte di un progetto oppure hai seguito le opportunità che hai trovato? In altre parole: è stata una tua scelta o più una necessità?

Avendo preso una laurea in Mediazione Linguistica e Culturale e un master in Relazioni Internazionali, posso dire che la vocazione per un’esperienza all’estero c’è sempre stata. Mi è sempre piaciuto viaggiare, visitare nuove città e scoprire nuove culture. Già durante la scuola superiore ero riuscito ad aggregarmi alla classe di un amico per una vacanza-studio ad Edimburgo, scelta che ha probabilmente segnato la svolta sul percorso di studi che poi ho effettivamente intrapreso. Durante i miei studi universitari, inoltre, avevo già trascorso un periodo a Valencia per migliorare il mio spagnolo e tramite un progetto universitario ero stato selezionato per corso di formazione presso le Nazioni Unite a New York. Ho avuto l’inestimabile fortuna di avere dei genitori che mi hanno spronato ad inseguire le mie passioni e hanno sempre sostenuto le mie scelte, per quanto controcorrente e non viste di buon occhio nel piccolo paese di provincia in cui sono cresciuto. Perciò, sebbene non avessi davvero chiaro che cosa volessi fare del mio futuro, ci sono sempre state la curiosità e la necessità di scoprire cosa ci fosse al di fuori della piccola bolla sicura e confortevole della provincia, per me un po’ soffocante e limitante. Già l’esperienza universitaria a Milano ha cambiato molto la mia visione del mondo e mi ha permesso di esprimere a pieno la mia personalità e il mio potenziale, come l’esperienza che è seguita a Roma. Invece, lo stage in Spagna è capitato un po’ per caso, avendo semplicemente partecipato al programma Erasmus+ per un tirocinio all’estero, e da lì poi il mio lavoro in Scozia.
Sicuramente, coloro che vogliono lavorare in questo settore sanno che le possibilità di finire a lavorare al di fuori dell’Italia sono alte, ed io ho avuto la fortuna, anche grazie a diverse borse di studio e al sostegno dei miei genitori, di poterlo fare fin dalla mia formazione accademica.


Molti dei giovani italiani che lasciano il Bel Paese dicono di farlo perché qui non c’è lavoro o è difficile, quasi impossibile, trovarne uno. Vista la tua esperienza personale, che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e a quelli che invece vorrebbero farlo? E credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare dell’esperienze fuori?

È sicuramente necessario prima di tutto capire come viene selezionato il personale nel Paese in cui si va a cercare lavoro. Ad esempio, se la Spagna era molto simile rispetto all’Italia in questo senso, ho potuto constatare che la Scozia è invece molto diversa. Non sempre CV e lettera di motivazione sono necessari, talvolta viene richiesto di compilare un formulario dove, attraverso la descrizione delle proprie esperienze pregresse, si deve riuscire dimostrare di avere le competenze richieste nell’annuncio di lavoro. I colloqui seguono uno schema simile. Molto utilizzato è il modello STAR, una tecnica che consente di individuare tutte le informazioni essenziali circa le abilità dell’intervistato, un modus operandi ben diverso da quello a cui ero abituato e il quale ha richiesto un certo periodo di assestamento per capire come funzionasse.

Quanto all’esperienza all’estero, non penso sia fondamentale per trovare un qualsiasi lavoro in Italia, dipende molto da ciò che si cerca. Per il mio settore può sicuramente essere un valore aggiunto. In generale, comunque, questi tipi di esperienza possono arricchirti molto da un punto di vista personale, ancor prima che professionale.

 

Com’è, invece, vivere in Scozia? Rispetto all’Italia, dov’è che possiamo guardare per imparare in positivo? Ma soprattutto: secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a trasferirsi?

La Scozia è una nazione meravigliosa, ricca di storia, paesaggi mozzafiato e molto all’avanguardia in diversi settori economici, come le energie rinnovabili, l’aerospazio e la ricerca & sviluppo. Contrariamente all’Inghilterra, poi, è una Paese molto europeista, che ha votato a larga maggioranza per restare nell’Unione europea durante il referendum del 2016, è molto aperto all’accoglienza dei migranti, comprendendo come questi siano un valore aggiunto per il Paese, non un problema.
Edimburgo poi ha tutti i vantaggi di una grande città in termini di eventi culturali (la stagione estiva dei festival è incredibile, basti citare l’Edinburgh Fringe Festival, il più grande festival delle arti al mondo), collegamenti internazionali e multiculturalità, ma è anche una capitale molto a misura d’uomo (io ad esempio mi sposto solamente a piedi), con mezzi pubblici efficientissimi e decisamente bike-friendly.
Quando poi ho voglia di immergermi nella natura per staccare la spina, oltre ai grandi parchi della città, è sufficiente prendere un autobus per ritrovarsi tra i paesaggi naturali più belli al mondo. Ovviamente, come ogni Paese, anche la Scozia ha tanti pro e contro, ma sicuramente ha molto da insegnare da un punto di vista di attenzione ai problemi delle classi meno abbienti, dell’ecologia, dei diritti delle minoranze, della burocrazia semplificata e, non da ultimo, dell’investimento sui giovani.


Collegandoci proprio a questo, investire sui giovani e i toro talenti, molto spesso qui in Italia si parla del problema della mancata meritocrazia: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più italiani a portare altrove le proprie competenze? O c’è anche altro da considerare?

È sicuramente un aspetto importante ma non penso sia il solo. Se pensiamo che in alcune regioni nel sud dell’Italia il tasso di disoccupazione tra i giovani supera il 50%, non può stupire che molti di noi siano costretti a spostarsi altrove in cerca di lavoro. Non è certamente un problema solo dell’Italia, in quanto riguarda anche molti altri Paesi del sud dell’Europa, e certamente qualcosa è stato fatto negli ultimi anni per migliorare la situazione, ma non abbastanza. Non penso esista una soluzione semplice ed immediata ma quello che mi sconcerta è che la politica italiana non abbia dato quasi alcun peso alla questione durante l’ultima campagna elettorale, come se non fosse un problema di primo piano. Eppure il tema della precarietà dovrebbe essere dominante, se si pensa che è proprio questo l’ostacolo principale dei giovani nell’avere una sicurezza economica e crearsi un futuro. La maggior parte dei miei ex-colleghi universitari che sono rimasti in Italia, ad esempio, hanno contratti a tempo determinato rinnovati ogni quattro o massimo sei mesi per volta, spesso in settori molto diversi rispetto a quelli in cui avrebbero desiderato lavorare. Molti continuano a fare stage non retribuiti nella speranza di venire, un giorno, assunti da una impresa o un’altra. È una situazione ormai insostenibile, non capisco come non si possa non investire sui propri giovani.

 

Parlando di politiche europee ed euro-progettazione, tema che credo ti sia caro e familiare viste le tue esperienze lavorative: cosa ne pensi e a che punto è, secondo te, l’Europa e più nello specifico l’Italia?

Purtroppo temo che negli ultimi decenni l’Unione europea abbia un po’ perso di vista i valori sui quali era stata fondata, eppure sono certo che le cose possano cambiare. Credo che uno dei maggiori problemi dell’UE sia la mancanza di una comunicazione efficace rispetto alle politiche messe in atto a sostegno dei giovani, dei lavoratori, delle imprese e dei diritti in generale, che invece sono risultate spesso essenziali per un miglioramento delle condizioni dei cittadini europei, seppur con qualche eccezione. Purtroppo in Italia si sente sempre più spesso parlare dell’Europa come di un tiranno prevaricatore che costringe il nostro Paese ad attuare misure dannose e impopolari. Eppure, se è vero che alcune critiche possono essere fatte alle politiche che l’Unione ha messo in atto negli ultimi anni, penso che debbano esserle riconosciuti anche moltissimi punti a favore. Se penso ai giovani, vale la pena sottolineare l’impegno a favore dell’educazione e la formazione, tramite il sistema garanzia giovani o il programma Erasmus+ ad esempio, grazie ai cui fondi ho potuto fare la mia prima esperienza universitaria all’estero. Quanto alle PMI, penso ai fondi a loro sostegno e alle start-up, o allo Small Business Act. In tema di diritto del lavoro posso citare le norme sull’integrazione delle persone escluse dal mercato del lavoro, le direttive sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, il principio di non discriminazione per condizioni personali, tutti elementi oggi forse dati per scontati ma per i quali invece l’Unione europea ha dato un contributo essenziale. Penso poi alle norme sulla libera circolazione delle persone, la Carta dei diritti fondamentali, l’abolizione dei costi di roaming, e potrei continuare ancora.

In questo senso l’euro-progettazione può svolgere un lavoro fondamentale: in Spagna, ad esempio, seguivo tre progetti europei proprio focalizzati su giovani e PMI. Mi sono infatti occupato di mobilità per l’apprendimento al fine di contrastare l’abbandono scolastico, che in Spagna colpisce oltre il 20% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni, un progetto per aumentare le opportunità di investimento da parte delle PMI nell’industria del turismo, sia a livello europeo che internazionale, e uno per la progettazione di un framework europeo per la qualificazione del profilo professionale di “International Marketing Manager”.

 

Tornando per un momento in Italia, sappiamo che hai lavorato anche a Roma, prima ancora che a Madrid, e infine in Scozia: potresti aiutarci a fare un confronto tra i tre Paese, sul modo in cui si vive e si lavora?

Per la mia personale esperienza, trovo che Italia e Spagna siano molto simili tanto sul modo in cui si vive quanto su quello lavorare. Roma e Madrid sono città molto accoglienti, in cui è facile integrarsi fin da subito, si vive molto la piazza e si respira un’atmosfera di grande comunità. Il Regno Unito è sicuramente molto diverso, banalmente da un punto di vista climatico ma soprattutto a livello di relazioni interpersonali, proprio perché a livello culturale il modo di approcciarsi e socializzare è molto diverso rispetto all’Italia. All’inizio ho trovato difficile abituarmi ad un modo di vivere “più impostato”, ma dopo due anni non lo trovo più strano e capisco che certe differenze sono davvero solamente culturali e non è una questione di freddezza o pregiudizio. Penso anche che la Scozia sia molto diversa dall’Inghilterra, almeno per quel poco che l’ho conosciuta, ed ho trovato più facile stringere amicizie.

Quanto al lavoro, in Scozia ho sicuramente trovato molta trasparenza nel metodo di selezione, anche per posizioni di alto livello o per lavori all’interno di enti governativi, dove non è necessario dover “conoscere qualcuno” per ottenere il ruolo ma basta saper dimostrare le proprie competenze e il valore aggiunto che si può portare. Ho anche notato che spesso non serve avere un titolo di studio universitario per ambire a posizioni importanti, come non è nemmeno necessario avere una laurea specifica per lavorare in un determinato settore. Tra i giovani, poi, non esiste l’ambizione al “posto fisso” come accade in Italia, anche perché è molto più facile poter trovare e cambiare lavoro.

 

Tra i temi a te cari c’è anche quello dei diritti umani: come è nata e come hai coltivato questa passione? Di cosa ti occupavi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri?

Il tema dei diritti umani è molto vasto, sul quale si potrebbe studiare e lavorare per una vita e ancora servirebbe tempo per averne una idea completa. Personalmente penso che la spinta nel voler aiutare gli altri, soprattutto chi si trova in difficoltà, l’abbia sempre avuta ed è qualcosa che ho imparato dalla mia famiglia. Certamente il focus sulle tematiche dei diritti delle minoranze, in particolare per orientamento sessuale e identità di genere, nasce in primo luogo da ragioni personali. Durante il mio percorso universitario sono stato prima membro e poi coordinatore di una delle associazioni LGBT+ universitarie più importanti d’Italia, con la quale abbiamo supportato e organizzato eventi per la comunità accademica e non, tra cui uno dei primi corsi universitari sul tema, di enorme risonanza e successo. Nel frattempo ho ottenuto un Academic Minor in Diritti, Lavoro e Pari Opportunità presso la mia università, il quale, oltre ad avermi permesso di approfondire le teorie dell’eguaglianza e della differenza in relazione ai diritti fondamentali, mi ha permesso di essere selezionato per un tirocinio presso l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Durante il tirocinio mi sono occupato di gestire alcuni casi di discriminazione portati all’attenzione dell’Ufficio, in particolare nel mio campo di specializzazione. É stata una esperienza incredibilmente formativa che mi ha permesso di mettere in pratica tutta la mia conoscenza teorica in materia ma anche di confrontarmi per la prima volta con questioni più prettamente politiche, capendo potenzialità e limiti di un ufficio governativo di questo tipo e comprendendo come la strada per il raggiungimento di pari diritti sia irta di ostacoli, soprattutto in un Paese così conservatore e ideologizzato come l’Italia.

 

Da expat, come vedi la situazione del nostro Paese? Cosa ti preoccupa maggiormente e cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per migliorare la situazione?

Avendo collaborato per oltre un anno con Stonewall, la più grande organizzazione per i diritti LGBT in Europa, mi rendo conto di quanta differenza ci sia tra il Regno Unito e l’Italia su queste tematiche. Non solo esistono leggi molto più avanzate sul tema ma la società stessa è molto più educata alla differenza e all’accettazione del diverso. Il Governo stesso è molto aperto nell’ascoltare le istanze delle minoranze e integrarle nelle proprie politiche di miglioramento della condizione degli individui. Sebbene esistano differenze tra partiti rispetto ad alcune tematiche “eticamente sensibili”, non esiste un dibattito ideologizzato su questi temi, se non in rare eccezioni (basti pensare come siano stati proprio i Tories ad approvare il matrimonio egualitario nel Regno Unito). La stessa Chiesa di Scozia, ad esempio, è molto più aperta, permettendo ai propri pastori di sposarsi con partner dello stesso sesso.

Si tratta di tematiche molto complesse che non possono essere analizzate con una risposta ma, da un punto di vista più generale, credo che la chiave per cambiare la percezione delle alterità nel nostro Paese vada trovata proprio nell’educazione alle differenze, sin dalla scuola dell’obbligo, facendo comprendere come il “diverso” possa apportare un valore aggiunto e non rappresenti una minaccia alla nostra comunità. Trovo che negli ultimi anni siano stati dei buoni passi avanti sotto diversi punti di vista, penso alla regolamentazione delle unioni civili, alla legge sul biotestamento, al contrasto al caporalato, o al sostegno alle persone con disabilità. Forse ci sarebbe voluto un po’ più di coraggio, ma sono dei passi avanti positivi. La società nel Regno Unito, proprio per la sua storia, è sempre stata abituata a convivere con culture, religioni e modi di pensare molto diversi da quelli tradizionalmente associati alla “englishness”, anche se le notizie recenti sulle aggressioni contro i migranti e Brexit dipingono uno scenario ben meno rassicurante. Per l’Italia il discorso è molto diverso, non avendo mai avuto un processo di ibridazione simile, ma essendo stata lei stessa un paese di emigrazione.

 

Uno dei nostri valori, in quanto The Italians, vorrebbe essere quello di poter riportare l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese: cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza personale: quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo? E, domanda ancora più difficile, perché non lo si sta già facendo?

Penso che il punto fondamentale su cui si giocherà il futuro della nostra società sarà il lavoro, un mercato del lavoro più accessibile per i giovani, meno precario, più trasparente e meritocratico, in cui siano previste delle misure di sostegno alla disoccupazione.

La questione del lavoro è una sfida non solo per l’Italia ma a livello europeo in generale, soprattutto dopo la crisi. Eppure trovo che le misure che siano state adottate negli ultimi anni non siano sufficienti, avendo sì creato più lavoro ma molto più precario che in passato. Forse sarebbero necessarie alcune riforme strutturali che purtroppo danno soluzioni solo nel medio-lungo periodo e quindi non facilmente spendibili in campagna elettorale. Purtroppo, in questo senso, non ho sentito proposte convincenti, mi pare anzi che l’argomento sia passato in secondo piano. Spero di essere smentito.

 

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Senti il desiderio di tornare presto in Italia, o la tua vita è ormai altrove?

Al momento sono contento di poter proseguire la mia esperienza alla Camera di Commercio per il Regno Unito e vivere la mia nuova vita in Scozia, che tanto mi sta dando da un punto di vista professionale e soprattutto umano. Ho come la sensazione che, in questo mondo dove tutto accade rapidamente e i social media la fanno da padroni, tutti abbiano un’opinione su tutto e pare non sia più necessario fermarsi a riflettere, confrontarsi, approfondire un argomento prima di formulare un’opinione. Qui ho la fortuna di potermi relazionare ogni giorno con persone diverse, con un vissuto ed esperienze molto lontane dalla mia. Questo mi permette di crescere molto e di mettere costantemente in discussione le mie idee, talvolta fortificandole ed altre volte facendole vacillare, costringendomi a rivedere le mie posizioni su svariate questioni. Trovo quindi che sia di inestimabile valore poter regolarmente vedere le cose da un’altra prospettiva.

Io amo l’Italia, trovo che sia un Paese che non ha eguali sotto diversi aspetti e vorrei poterci tornare un giorno. Spesso si guarda solo ai lati positivi del vivere all’estero dimenticandosi le difficoltà nel dover vivere lontani dagli affetti familiari e dalle amicizie di una vita. In generale, poi, mi piacerebbe poter mettere le competenze sviluppate al servizio del mio Paese d’origine. Il mio lavoro attuale mi consente comunque di mantenere strettissimi legami con l’Italia ed a contribuire, nel mio piccolo, al suo continuo sviluppo. Al momento sto anche collaborando con il COMITES di Scozia e Irlanda del Nord, perciò mi sento ancora pienamente parte della comunità italiana, sebbene sia contento di essermi ormai integrato anche in quella scozzese. Quanto al futuro, mi piacerebbe poter trovare un lavoro che mi consenta di trattare di politiche europee o diritti delle minoranze, mettendo a frutto le mie idee e le mie competenze, magari all’interno di un ente governativo di una ONG.

 

 

 

 

 

Intervista a Stefania Betti – Italians “di ritorno”. Bruxelles – Italia sola andata.

Per l’intervista del mese abbiamo deciso di raccontarvi la storia di Stefania Betti, Italians di 28 anni originaria di Rieti da poco rientrata in Italia dopo ben sei anni di lavoro a Bruxelles. La sua è una di quelle esperienze capace di infondere autostima e positività: finita la triennale a Perugia, nel 2011 Stefania è approdata per la prima volta a Bruxelles e da qui non si è più fermata. Dopo aver vissuto ad Urbino, ad Angers in Francia, in provincia di Macerata, a Milano e di nuovo a Bruxelles, adesso ha iniziato una nuova avventura: tornare in patria. Attualmente si trova ad Ancona dove lavora come Business Developer per GGF Group, “una realtà marchigiana stimolante e in crescita – racconta Stefania – con un team di persone dai profili diversi da cui ho molto da imparare”.

 

Ciao Stefania! Per te dire che sei un’Italian non basta, è poco. Sappiamo infatti che da circa due mesi sei tornata in Italia dopo un totale di 6 anni di lavoro a Bruxelles. Puoi raccontarci cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

Devo ammettere che non ho mai immaginato di passare la mia vita all’estero, e che ho sempre vissuto le mie esperienze fuori come dei passi per crescere e riportare qualcosa “a casa”. Bruxelles mi ha dato tanto (e mi piace pensare che anche io abbia dato qualcosa a lei), ma dopo tanti anni iniziavo a sentire la mancanza di quelle piccole abitudini, della concezione della vita e del calore che in Belgio non ho mai totalmente trovato.

Quando si inizia a vivere all’estero si è presi da un’euforia che ci fa vedere tutto sotto la magica luce della novità, ma quando poi si arriva alla inevitabile routine, quando le persone con cui hai legato vanno via, quando inizi a sentire un piccolo fastidio che ti spinge a cambiare qualcosa, allora ti tornano in mente le cose belle dell’Italia che hai lasciato, e si fa avanti l’idea di provare a tornare e fare di tutto per essere parte di quel cambiamento che tutti ci auspichiamo per l’Italia. Avrei cambiato lavoro comunque, e quindi a dicembre ho deciso di provare a mandare qualche CV anche in Italia.

 

Attualmente sei Business Developer per un’azienda che si occupa di Customer Experience e Business Analysis ad Ancona: in cosa consiste il tuo compito? Quali sono le difficoltà inevitabili che il rientro in patria ti porta ad affrontare? È per te una vittoria?

È indubbiamente una vittoria.

Le difficoltà sono tante, a livello personale e a livello pratico.

Partiamo dal lavoro, dove invece che di difficoltà parlerei di sfide: è un contesto nuovo, devo ancora imparare le dinamiche interne e come usare al meglio le mie capacità per dar valore al mio ruolo e contribuire al successo dell’azienda. Il mio compito oscilla tra una figura di marketing e una figura commerciale: questo implica che devo rimettermi a studiare il mercato italiano e i suoi andamenti, le aziende competitors e come la mia azienda si è inserita nel contesto attuale, dove vuole andare, come vuole crescere, chi approcciare e come. Ovviamente tutto questo rappresenta uno stimolo molto importante e una spinta a livello personale.

A livello personale è difficile re-inserirsi in dinamiche sociali che dopo tanti anni all’estero si sono un po’ perse: ci si abitua a tutto, ma il passaggio da un’abitudine all’altra non è mai immediato. A livello pratico mi sto scontrando con la burocrazia: non che in Belgio fosse meglio, assolutamente. Ma a volte qui in Italia si sfiora l’impraticabilità totale. La cosa che mi manca, invece, è il respiro internazionale, parlare una lingua diversa dall’italiano e conoscere persone da tutto il mondo, ma probabilmente questo è legato alla dimensione della città dove mi trovo adesso.

 

Molti dei giovani italiani che partono per l’Europa o ancora più lontano dicono di farlo perché qui in Italia, la loro casa, non c’è lavoro o è difficile trovarlo. Tu ci sei riuscita, invece: che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e a quelli che invece vorrebbero farlo? Credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare dell’esperienze fuori?

Parlando con i miei coetanei vedo che c’è molta rigidità rispetto ai ruoli che sono disposti ad accettare e alle città dove sono disposti a spostarsi.

Non dico che sia facile, io stessa ho mandato oltre 50 CV per ottenere 3 colloqui. Il mio consiglio è di iniziare dal basso con l’idea di arrivare in alto, essere disponibili a spostarsi e a fare dei sacrifici all’inizio. Una cosa molto sottovalutata da chi dice di non trovare lavoro è imparare a fare marketing di sé, lavorando sulla redazione del proprio curriculum e delle lettere di presentazione. Insomma, occorre avere una mente aperta e accettare il cambiamento.

Inoltre le esperienze lavorative che si fanno durante gli studi sono a mio avviso fondamentali: non tanto per metterle sul CV (non è sempre necessario) ma per capire cosa ci piace e cosa non ci piace, come confrontarsi con i diversi ruoli aziendali, come comportarsi con le persone, e soprattutto in cosa si è bravi e in cosa no.

L’esperienza all’estero aiuta molto a trovare lavoro in Italia perché ci permette di candidarsi per posizioni che vanno oltre lo stage e che richiedono esperienza comprovata: ma è necessario sapere che tornare può significare ripartire da ruoli diversi e da stipendi più bassi.

 

Ma facciamo un passo indietro: la tua esperienza all’estero comincia durante gli studi con un master universitario a Angers in Strategie di Internazionalizzazione. Ma spiegaci meglio: come sei arrivata in Francia? Hai trovato differenze tra il sistema educativo italiano e quello francese?

È corretto, ma prima di Angers c’è stata Bruxelles, in entrambi i casi per questioni di Erasmus. Ho scelto di fare l’Erasmus studio durante la specialistica perché mentre da noi al secondo anno si hanno meno esami e si ha tempo per scrivere la tesi, spesso le specialistiche all’estero durano solo un anno: questo mi avrebbe permesso di fare contemporaneamente la specialistica italiana a quella straniera, spesso chiamata Master, mentre mi orientavo per la stesura della tesi. E così è stato.

Onestamente ho trovato molte difficoltà ad adattarmi al sistema francese, a partire dal fatto che gli esami sono principalmente scritti e che il materiale didattico è molto ridotto e spesso è costituito solamente dagli appunti presi a lezione, cosa che a mio parere riduce sia le competenze che la capacità analitica e critica dello studente. Inoltre, in Francia non è necessario passare tutti gli esami per essere ammessi all’anno successivo, ma basta avere la media della sufficienza a fine anno. Insomma, ritengo che il nostro sistema universitario sia più valido per quella che è stata la mia esperienza ad Angers e qualche anno prima a Brighton, dove però sono stata solo un mese.

 

Dagli studi al lavoro, dalla Francia a Bruxelles: com’è lavorare come responsabile promozione e internazionalizzazione presso la camera di commercio belgo-italiana? Di cosa ti occupavi e come sei riuscita, se possiamo chiederlo, ad ottenere questo incarico ambito da molti?

È un lavoro bellissimo, non ci sono dubbi.

Immersa in un contesto internazionale, si viaggia molto, si creano delle bellissime relazioni professionali, dà molta soddisfazione. Spesso si ignora che le Camere di Commercio Italiane all’Estero siano degli enti privati di diritto del Paese dove sono costituite, perciò delle vere e proprie aziende nelle quali si entra non tramite concorso pubblico ma per capacità ed esperienza.

Non sei la prima persona che mi chiede “Come sei riuscita ad entrare in Camera?”, e questo implica che ancora c’è l’idea, magari inconscia, che alcuni lavori siano inaccessibili a persone “normali”.

Per molto tempo ho risposto a questa domanda dicendo: “sono capitata al momento giusto”, ma non credo più che sia vero.

Credo di aver lavorato sodo, e se pure era il momento giusto, so di essermelo meritato. Ho iniziato con uno stage, sono poi diventata responsabile per le Fiere e gli Eventi, e quando mi sono stati affidati altri compiti oltre alle fiere (B2B, incoming, outgoing, docenze, progetti, social media) ho cambiato titolo.

La stessa cosa posso dire adesso: ho trovato un lavoro che mi piace in Italia in un’azienda valida perché ho risposto ad un annuncio nel momento in cui l’azienda stava cercando, ma evidentemente avevo anche le competenze che l’azienda stava cercando. Ora sta a me giocarmele tutte per rimanerci.

  

Inoltre, parlando di politiche europee ed euro-progettazione, tema che credo ti sia caro e familiare visto il tuo ultimo lavoro: cosa ne pensi e a che punto è, secondo te, l’Europa e più nello specifico l’Italia?

Credo ci sia tanta disinformazione in Italia rispetto all’Unione Europea, e poca formazione rispetto all’Europrogettazione e i Fondi Europei.

La Camera di Commercio Belgo-Italiana si è sempre molto impegnata ad invertire il trend, ma l’azione andrebbe fatta capillarmente da più enti, e soprattutto in Italia bisognerebbe essere disposti ad accogliere suggerimenti.

Personalmente ritengo che l’Europrogettazione sia un tema che in futuro farà parlare ancor più di sé, in termini di opportunità create e posti di lavoro generati. L’Italia, soprattutto il sud, è indietro rispetto al resto d’Europa per progetti presentati e vinti, e credo sia dovuto a due problemi principali.

Per prima cosa, un campanilismo che purtroppo esiste in Italia, e che preferisce il “portare acqua al proprio mulino” al bene comune, e in seconda battuta una sorta di presunzione di saper scrivere progetti europei benissimo da soli anche al primo approccio, e riluttanza ad investire nella consulenza di un europrogettista qualificato.

 

Bruxelles è terra di expat, avrai conosciuto tantissimi giovani italiani e tantissime storie differenti sul perché abbiano lasciato l’Italia. Molto spesso si parla del problema della mancata meritocrazia nel Belpaese: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più Italians a portare altrove le proprie competenze? O c’è anche altro da considerare?

Credo sia solo uno dei motivi, in realtà.

Parlando con altri expats a Bruxelles e altrove, mi sono resa conto che si va all’estero anche per accrescere le proprie competenze, per mettersi alla prova, per crescere, per confrontarsi per realtà diverse o semplicemente per fare un’esperienza. A volte si parte per l’estero senza neanche aver provato prima a trovare lavoro in Italia, cosa che suggerisce una scelta deliberata di andare a vivere all’estero a prescindere dalle opportunità o dalle aspettative.

Ovviamente il problema della meritocrazia è molto sentito, ma posso assicurarti che non è un problema solamente italiano. Da noi probabilmente è accentuato anche dalla difficoltà in generale di trovare lavoro, ma è un tema delicato da trattare. Sentiamo spesso storie di persone validissime scartate a favore di un forse meno valido parente o amico, ma questo porta a fare di tutta l’erba un fascio, quando invece anche in Italia esistono aziende dove la meritocrazia è altamente riconosciuta e valorizzata.

 

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”: cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza personale: quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo? E, domanda ancora più difficile, perché non lo sta già facendo?

Una volta persa la fiducia, è molto difficile riconquistarla.

In Italia iniziare a lavorare può essere difficile, e questo scoraggia la maggior parte delle persone che ci prova: stage mal pagati, contratti senza garanzie, poco ricambio generazionale e poche prospettive concrete, salvo ovviamente eccezioni da lodare e prendere ad esempio.

Chi rientra parte da una posizione leggermente avvantaggiata, sa già cosa vuole e se la gioca con competenze e spirito di adattamento.

Onestamente ho notato un cambiamento rispetto alla mia generazione: i ragazzi ora possono usufruire di molti programmi di alternanza scuola lavoro, possibilità di stage già da molto giovani, borse di studio per accedere a master con tirocinio garantito e altro ancora. Ovviamente non basta avere l’opportunità, ma bisogna guadagnarsi il posto alla fine dell’opportunità, e questo spesso è sottovalutato.

Non tutti i settori funzionano allo stesso modo, e le politiche dovrebbero essere adeguate: c’è differenza tra scuola, start-up, imprese commerciali e ad esempio il settore della ricerca o quello medico, per non parlare del giornalismo. Le dinamiche andrebbero analizzate e sarebbe opportuno cercare di capire di cosa ha bisogno ogni settore per poter crescere e quindi generare posti di lavoro reali. Non so perché l’Italia non stia già facendo tutto questo o perché sia ancora così complicato trovare lavoro per la mia generazione e soprattutto per la generazione prima della mia, e non ho le competenze necessarie per fare un’analisi economico-politica. Quello che nel mio piccolo vedo è che alcune politiche occupazionali cozzano con altre, orientarsi tra le forme contrattuali è impossibile, e mancano garanzie sia per il datore di lavoro che per l’aspirante lavoratore.

 

Sempre più giovani che tornano in patria e, sfruttando le proprie competenze e i talenti accresciuti dalle molteplici realtà di vita conosciute, un’Italia che migliora e cresce. Credi che sia un futuro auspicabile e realizzabile? Se dovessi fare una classifica dei problemi da risolvere, cosa metteresti sul podio?

Sì, credo che sia un futuro auspicabile e possibile, ma lo vedo ancora abbastanza lontano. Spesso quando racconto di essere tornata in Italia per una scelta consapevole mi sento rispondere che sono fuori di testa, che ho sbagliato, che me ne pentirò e che stavo sicuramente meglio dove stavo, o peggio ancora che sono tornata per amore o perché qui avevo lavoro garantito (entrambe cose non vere, tra l’altro)

Chi mi dice tutto questo, però, spesso non è mai uscito neanche dalla sua città natale e non conosce le difficoltà che si hanno a costruire una vita in una città diversa, figuriamoci all’estero. Il vero problema sta nella mentalità di tutti noi, nei nostri preconcetti e nella sfiducia diffusa che genera malcontento anche solo per sentito dire. Questa credo che sia la difficoltà maggiore: ridare fiducia alle persone.

 

Per concludere, parlando di progetti futuri: adesso che sei in Italia, hai intenzione di restarci a lungo, di piantare di nuovo le tue radici qui? Oppure ti attende presto una nuova avventura?

Mi fai una domanda davvero difficile.

Una vita come la mia ti porta ad abbandonare il superfluo e il materiale a cercare la stabilità nei rapporti umani e in te stessa piuttosto che nelle cose o nei luoghi. Devo dire che l’idea di rientrate è stata accompagnata da una certa voglia di fermarmi da qualche parte, e che il lavoro che ho adesso mi piace molto, come anche il contesto socio-culturale in cui mi trovo. Ma in tutta sincerità non so dirti se qui è il posto dove starò per sempre, o se starò per sempre in un posto. “Se non ci piace dove siamo, possiamo spostarci. Non siamo alberi.” Citazione di Snoopy, niente di meno.

 

Una riflessione che vorresti condividere con chi si trova nella tua stessa posizione o con chi vorrebbe tornare in Italia?

Il messaggio che vorrei trasparisse è che dovremmo essere come fiumi e non come le montagne. Si dovrebbe scorrere e prendere quello che la vita ci dà con serenità. Tra i miei coetanei vedo tanta sfiducia ma anche poca voglia di fare, tanta rigidità e poco entusiasmo. Ci si concentra tanto sulle difficoltà dell’Italia e non sulle opportunità, o ci si arrende con facilità e a volte si tradiscono i principi che uno ha dentro da sempre per un’apparenza di stabilità o per una realtà confortante, a discapito di una felicità che poi si cerca per tutta la vita senza successo. Non voglio essere naif e dire che in realtà è tutto semplice e tutto è possibile, ma vorrei che chi legge la mia storia pensasse: cavolo ma allora qualcuno ce la fa a tornare, anche per un po’ e non ma chi te lo ha fatto fare di tornare in Italia, stavi tanto bene fuori.  

 

Intervista a Adele Posani, maestro flautista all’Edward Said National Conservatory of Palestine

Per l’intervista di questo mese vi proponiamo una storia diversa, sia nella forma che nella sostanza. Questa volta abbiamo deciso di lasciare da parte le domande formali, a favore di una ben più costruttiva chiacchierata che, diciamocelo, a volte può risultare molto più utile e comprensiva. Conosciamo dunque la nostra Italians Adele Posani, 28enne romana oggi musicista, 3 master alle spalle, insegnante di flauto, musica d’insieme per fiati, storia della musica presso l’Edward Said National Conservatory of Palestine nelle sedi di Betlemme e Ramallah.

Adele non si considera un cervello in fuga, anzi: “Ho sempre avuto la tendenza (o la nevrosi?) a spostarmi – ci racconta la musicista – vivevo a Roma ma il conservatorio era a L’Aquila, poi ho vissuto a Pescara, poi a Ferrara, poi a Milano, poi a Lugano. Avrò cambiato una ventina di case”.

La domanda sorge spontanea, e quando chiediamo ad Adele come è arrivata in Palestina, la risposta nasce semplice allo stesso modo: “Ho visto l’offerta su internet e ho deciso di fare domanda. In realtà, la Palestina non è poi così diversa dall’Italia, sono entrambi paesi mediterranei e questo, per come la vivo io, ha più rilevanza che essere parte dell’Unione Europea o no. La musica è molto viva qui, i concerti raramente sono senza un pubblico interessato, anche se spesso non educato come siamo abituati in Italia”. Anche se la musica è un linguaggio universale, qualche problema in più rispetto all’Italia c’è: “L’aspetto più frustrante del dover insegnare musica classica occidentale in un paese arabo è il fatto che il bagaglio culturale è molto diverso. In Italia, chiunque abbia studiato musica anche solo a scuola, conosce i nomi di Mozart, Rossini, Verdi e altri, sa, a grandi linee, che cosa sia un’opera, una sinfonia, una sonata. Qui no. Ma conoscono a menadito l’intero repertorio di canti tradizionali”.

È vero anche che, mai come negli ultimi anni, la professione del musicista è cambiata radicalmente. E sul problema della (mancata?) meritocrazia in Italia, Adele nella sua esperienza musicale ne parla così: “Le audizioni per orchestra sembrerebbero l’espressione più autentica di meritocrazia in ambito musicale, in teoria. Eppure in pratica: chi accede alle audizioni si trova davanti ad una commissione che magari ha già ascoltato altri 20 candidati suonare la stessa cosa, o magari nessuno, e quindi non sa realmente come fare paragoni e cosa aspettarsi dopo”.

Questo è solo un esempio. Poi, ci racconta Adele, c’è l’aspetto sociale: “Chi non ha avuto accesso a una scuola prestigiosa, chi non ha avuto il sostegno economico, chi ha dovuto affrontare traumi, chi ha subito abusi … Come si può parlare di “merito” senza considerare tutto questo? Non è più onesto dire che l’azienda assume la persona che ritiene renderà maggiori profitti? Questa è la verità, il profitto, non il merito”.

Idee certamente forti, ma d’altronde quello che la musicista vive tutti i giorni nella sua nuova casa non è da meno. “I giornali italiani non parlano di tutto – spiega – avere un mitra puntato in faccia quando vai a comprare il latte; ragazzini di 11 anni arrestati, picchiati, costretti a firmare una confessione scritta in una lingua che non sanno leggere; non avere un passaporto; gli allenamenti dei soldati “dal vivo” nei campi di rifugiati; essere rifugiati nel proprio paese; il gas lacrimogeno, le bombe di suono, le bombe di puzza. L’ansia e il senso d’impotenza possono corroderti dentro”.

Restando nell’ambito dell’insegnamento musicale, invece, abbiamo chiesto ad Adale quali sono le tendenze e le differenze che lei stessa ha potuto osservare tra il sistema italiano e quello estero. Sarebbe stato possibile, restando in Italia, cogliere le stesse opportunità?

“No, ovviamente in Italia non avrei potuto insegnare in un Conservatorio. Prima cosa perché in Italia stanno chiudendo o si stanno trasformando in qualcosa di diverso, più simile al concetto di liceo musicale. L’accesso a questi posti di lavoro è garantito da un sistema a concorso, o comunque per graduatoria: e questo mi sembra l’unico modo se si vuole garantire la famosa meritocrazia”.

Cambiando area geografica, sappiamo che quest’estate Adele andrà per la seconda volta in Bolivia, dove insegna e fa concerti. Qui la situazione è diversa: “Voglio tornarci perché le opportunità sono attraenti e si può costruire molto. C’è una sete di cultura che ho visto raramente. La Bolivia è un paese affascinante, le facce delle persone sono espressive, gli sguardi raccontano storie senza tempo, ma sicuramente arcaiche. L’orgoglio di un popolo, povero economicamente ma ricco di storia, si percepisce prima di arrivare, ma è un orgoglio modesto, anche se non ha senso. Questo è forse l’aspetto più controverso e interessante”.

E per un musicista, invece, la situazione in Italia com’è? “Non credo che ci siano esperienze obbligatorie per un musicista, penso però che il mondo accademico musicale si stia chiudendo molto, ho molti colleghi che credono fermamente che il lavoro in orchestra sia l’unico, per essere un musicista rispettato. Ho colleghi che si ossessionano su audizioni e audizioni, che alla fine hanno ben poco a che fare con la musica. L’orchestra ha sicuramente un’attrattiva importante nelle aspirazioni di un musicista, ma credo che non molti si siano realmente posti la domanda più importante: questo è veramente quello che fa per me? La musica è un mondo vastissimo per fortuna, e si può essere musicisti e vivere di musica in mille modi diversi. Il difficile è trovare quello giusto per te”.

Almeno per il momento, la strada di Adele Posani sembra essere ben delineata nella sua mente: “Non credo che tornerò in Italia. In Palestina mi trovo bene ma so che la mia carriera non si può fermare qui. Probabilmente cercherò di coltivare le possibilità che si sono aperte in Bolivia e in Sud America in generale. So anche che prima o poi vorrò fare un dottorato, un po’ per ampliare le mie possibilità lavorative un po’ perché prima o poi sentirò la mancanza dell’ambiente accademico, anche se per ora questo sentimento è molto distante”.

Chissà se, presto o tardi, sentiremo di nuove le sue storie di note felici o di acciaccature provenire da tutte le parti del mondo. Per adesso, non resta che augurale un grande in bocca al lupo. Confidando che, quel bagaglio culturale che raccolgono e si portano dietro tutti gli Italians sparsi nel mondo, servirà un giorno per risolvere problemi e per creare le condizioni necessarie per vivere bene anche in Italia.

Intervista ai fondatori di CONSELF srl

Oggi vi raccontiamo la storia di quattro ragazzi italiani che – udite! udite! – decidono di aprire la propria attività proprio nel nostro bel Paese, dopo diverse esperinze all’estero. “Cervelli di ritorno”, direbbero alcuni.
Tra studi ed esperienze in Italia, tra la provincia di Varese e Cagliari, tra il Canada e Glasgow, eccovi l’esperienza di Ruggero Poletto, Alessandro Palmas, Alberto Palazzin e Andrea dal Monte.

I nostri Italians, appena 30enni, si raccontano così…

 

Ciao Ruggero, sappiamo che con alcuni tuoi amici, oggi soci, hai fondato CONSELF, e sappiamo anche che il frutto del vostro lavoro ha potuto prendere vita grazie anche a ciò che avete appreso in Italia prima e all’estero poi: raccontaci pure la tua esperienza.

[​Ruggero​] Ciao a tutti. Come potete vedere, la mia vita è stata abbastanza frenetica fino ad oggi. Quello che, probabilmente, si nota subito è l’esperienza di 3 anni che ho fatto in Inghilterra. Dopo la laurea infatti, spinto dalla voglia di conoscere e di vedere il mondo, mi sono spostato a Manchester a svolgere un dottorato di ricerca, PhD in inglese. Quella è stata la svolta della mia vita: ho conosciuto moltissime persone da ogni parte del mondo, ho ampliato i miei orizzonti e soprattutto ho visto una logica di vita differente. Poi, dopo 3 anni fuori casa, ho deciso che, come dice Renzo Piano in una famosa intervista di Fabio Fazio, fosse giunto il momento di riportare in Italia quanto appreso, e così ho trovato lavoro presso un’azienda informatica di Cagliari prima, ed un’azienda di ventilazione di Brescia poi. In entrambi i lavori mi sono scontrato con quello che può chiamarsi il difetto “italia” più grosso e che riassumo nella frase: “​sono 40 anni che faccio così e va bene, perchè cambiare …​”.Ed eccomi quindi a fondare un’azienda come socio di 3 colleghi dove sperimentare ed evolvere sono le basi e l’essenza dell’attività.

[​Alessandro​] Cosa vuoi fare nella vita professionale? Che piano hai per raggiungere i tuoi obbiettivi? Queste sono due domande che tutti gli studenti frequentanti gli ultimi anni di università dovrebbero cominciare a porsi. Meglio presto, piuttosto che iniziare a ragionarci quando inizi a fare i primi colloqui, le prime proposte di lavoro. Senza una risposta a quelle due domande, anche valutare una proposta di lavoro non è semplice: è una occasione che ti porta più vicino ai tuoi obbiettivi? Come fai a saperlo senza averli definiti? Avrei voluto pormi prima queste domande, che si sono concretizzate piano piano, tra la fine del corso di laurea a Torino e il master a Glasgow. Essere sottoposto a tanto stress e stimoli ti obbliga a guardarti dal di fuori e a trovare la tua bussola personale. In questi contesti, dove trovi gente da Cina, USA, India, Australia, capisci che se vuoi ottenere quello che desideri devi lottare nel senso migliore del termine. E così anche se mi sarei potuto “accontentare” di un contratto a tempo indeterminato in una realtà delle più sicure in ITALIA, multinazionale che offriva diverse possibilità di carriera, ho scelto, a passi di importanza crescente, una strada diversa. La strada dell’avventura nel mondo professionale.

Cos’è che all’estero hai trovato e che in Italia invece non c’era, a livello formativo e professionale?

[​Ruggero​] L’esperienza all’estero è stata importantissima dal mio punto di vista. Vivere e non fare una semplice vacanza all’estero fa veramente vedere delle differenze tra il mio paese, l’Italia, e quello che ti ospita, l’Inghilterra nel mio caso. Non sono qui a decantare un paese o l’altro, ma una differenza degna di nota bisogna citarla. Avete presente il proverbio “​sbagliando si impara​”? In Inghilterra questo proverbio trova piena applicazione: mentre in Italia noto spesso che le persone, le aziende e i governi ripetano continuamente gli stessi errori e non vi sia mai un momento in cui ci si ferma e ci si chieda “​ma come posso migliorarmi rispetto a quanto fatto ieri​”, in Inghilterra questo proverbio è applicato nella sua forma più pura e positiva, attraverso un cambiamento continuo e progressivo delle persone e dei sistemi.

[​Alessandro​] Si sente dire spesso, ma a livello di conoscenze in Italia non abbiamo nulla da invidiare all’estero. E tantomeno dal punto di vista della scintilla, dell’intuizione scientifico/culturale. Ma sono convinto di una cosa: io vedo l’Italia spaccata in due, vedo da un lato l’Italia ingiusta, quella dei falsi invalidi, l’Italia degli appalti truccati e dei concorsi con raccomandati. Dall’altro vedo un’Italia brillante, con persone che hanno molta più voglia di impegnarsi di quanto non ne abbiano negli altri paesi. Gli italiani brillanti, sono quelli che lavorano con maggior impegno anche in contesti internazionali, sono quelli che sanno trascinare, sanno far sognare, sanno illuminare. Credo che il problema italiano sia che per logiche speculative purtroppo la prima italia, quella negativa, non permetta a quella positiva di spiccare il volo. Cosa servirebbe? Meritocrazia spietata. Quando dico spietata intendo che in tutto, dal lavoro alla vita quotidiana, debba essere premiato l’impegno come unico driver di progresso personale nella società.

Quand’è che avete deciso di tornare e riportare le skills apprese nel tuo/vostro Paese natio?

[​Ruggero​] E’ difficile dare una data esatta. Ma direi che due avvenimenti sono stati importanti: un’intervista di ​Renzo Piano ​che ho citato poco fa, ma anche la presa coscienza che lì in Inghilterra stavo ricreando la mia Italia attraverso una rete di amici con una situazione simile alla mia. E come si avvicina la fine del percorso di studi e si fanno scelte lavorative, quindi in qualche modo rivoluzionarie per le proprie vite, ho deciso che la mia volontà fosse di tornare in Italia e non di creare l’Italia da qualche altra parte.

[​Alessandro​] Nel mio caso tornare è qualcosa dovuto principalmente a fattori esterni al campo professionale. In Italia abbiamo delle “condizioni al contorno” perfette: dal clima alla cultura, tantissimi elementi costituirebbero l’ambiente perfetto per sviluppare la propria attività o portare avanti la propria carriera. E anche il modo di lavorare degli italiani brillanti di cui alla precedente domanda è un elemento di forza.

La mancata corrispondenza tra capacità acquisite durante il percorso di studi e il mondo del lavoro credi sia uno dei fattori fondamentali della fuga dei talenti italiani? O quali sono secondo te le motivazioni di quella che possiamo chiamare una vera e propria migrazione di massa?

[​Aberto​] Generalizzare credo sia riduttivo, sono molteplici i fattori che causano questa migrazione di massa. L’innovazione e la conoscenza stanno vivendo una globalità senza precedenti. Mi piace pensare che i talenti italiani non siano in fuga, siano invece alla ricerca di nuove esperienze, opportunità e idee. In questa visione, ogni paese deve essere sia un produttore che un consumatore di “cervelli”. L’Italia è un ottimo esportatore di talenti, ma non è abbastanza attraente nell’importarli.

Credi che in Italia la meritocrazia sia un concetto ormai perduto? Quando eri/eravate all’estero quali sono le differenze che hai/avete notato in maniera più marcata?

[​Andrea​] In Italia purtroppo vedo in generale poca meritocrazia e molte persone fare strada grazie alle loro conoscenze ed ai loro contatti. E molte altre persone mantenere il proprio posto, di rilievo o no, anche se non hanno piu le motivazioni, anche se ci sono un sacco di giovani magari con poca esperienza ma pieni di entusiasmo e di voglia di mettersi in gioco. Questo avviene sia perchè magari una certa posizione è vista quasi come un diritto acquisito sia perche semplicemente c’è una certa immoblità al cambiamento e alla valorizzazione delle persone. Però la meritocrazia non è un concetto perduto, se una persona è scaltra prima o poi fa strada, anche cambiando lavoro/azienda se non si sente valorizzata.
Personalmente in ambito professionale ho conosciuto anche persone che puntano a valorizzare chi lo merita e le loro ditte saranno quelle che sicuramente usciranno a testa alta dal crisi. Anche in ambiente accademico è difficile non notare questa differenza quando si vede un sistema universitario immobile in Italia con sempre le stesse persone che insegnano da anni senza portare più un contributo alla ricerca mentre all’estero i giovani ricercatori italiani emigrati fanno carriera e ottengono riconoscimenti. Però anche qui in alcuni casi vedo dei cambiamenti, molti giovani professori che ho conosciuto sono molto preparati e competente e questo mi fa ben sperare per il futuro.

Se fossi restato in Italia senza mai spostarti, credi che il tuo attuale stile di vita sarebbe arrivato lo stesso?

[​Ruggero​] Sicuramente un’esperienza all’estero è fondamentale al mondo d’oggi. Ovviamente la risposta è no: non sarei lo stesso Ruggero, avrei oltre che meno conoscenze di aerodinamica, anche un modo di vedere il mondo assolutamente differente.

Cosa pensi che manchi all’Italia per riportare le proprie eccellenze a servizio del Paese ecosa dovrebbe fare, secondo te, per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)? Come mai sei tornato?

[​Alessandro​] Mi viene difficile pensare i mezzi per attuare il cambiamento, ma credo che la base debba essere questa: scelgo di stare in un posto quando sento che c’è un filo diretto tra il mio impegno e quello che raccolgo. E’ avere la certezza che, se mi impegno al massimo, avrò dei risultati in linea con quanto fatto. Sapere questo ti porta ad esporti maggiormente, a scommettere, perchè sai che, in un gioco pulito, vince chi è più bravo. E’ un termine che ripeto, meritocrazia.
Meritocrazia nei concorsi, meritocrazia nei finanziamenti, meritocrazia nei riconoscimenti.

Quanto pensi sia grave il fenomeno della fuga dei talenti italiani? Cosa pensi, personalmente, di questa continua fuoriuscita di talenti?

[​Alberto​] I cervelli e i talenti devono potersi muoversi senza restrizioni e confini, non mi spaventa il fatto che gli italiani possano andare all’estero. Ogni paese esercita una forza d’attrazione sui “cervelli” ed è connessa a conoscenza, innovazione e capacità di offrire opportunità per realizzare le proprie idee. Il problema dell’Italia sta nell’essere un paese poco attraente; produce ed esporta ottimi talenti ma poi non riesce ad essere altrettanto efficace nell’attirare e importatore persone sia italiane che estere.

Siete contento/i della vostra attività, qui in Italia? Credi/credete che se foste rimasti all’estero le cose sarebbero andate diversamente? Come?

[​Andrea​] Sono molto contento dell’attività qui in italia. Ho l’impressione che la stessa attività all’estero avrebbe avuto una spinta molto piu forte, magari avrebbe attirato maggiore interesse, investimenti di maggiore entità ecc. Però forse non l’avrei vissuta con lo stesso entusiasmo, farcela in Italia lo vedo come un plusvalore ed un soddisfazione personale.
Potremmo riassumere tutto con poche parole: partire, imparare e – con una buona dose di coraggio – tornare! E tornare per costruire, migliorare, creare.

Ringraziamo i ragazzi di Conself per aver condiviso con noi la loro storia e ci auguriamo che i loro sogni e progetti crescano e possano dare fiducia e un po’ del loro coraggio a tanti altri giovani talenti italiani.
In bocca al lupo ragazzi e… a presto!