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Quand’è che troppo diventa…troppo? Di anniversari importanti e altre cose da expat

2 ottobre 2018, aeroporto San Francesco d’Assisi, volo Ryanair direzione Londra Stansted. Sei anni e una manciata di giorni dalla prima volta che presi quel volo. Come allora, anche oggi sono seduta accanto al finestrino. Come allora, anche oggi guardo le montagne intorno a me e Assisi alla mia sinistra mentre l’aereo decolla.

Ci sono tante cose che ho imparato in questi anni di viaggio: l’orario di chiusura del gate è quasi sempre indicativo dell’orario di apertura dello stesso; a Perugia cercano di farti fare i controlli di sicurezza prima possibile, ma poi ti ritrovi ad aspettare quasi un’ora in una sala piccola e con poche sedie; le Alpi e servono a farmi capire che sto entrando o lasciando l’Italia e mi indicano, nel primo caso, che mancano circa 40 minuti all’atterraggio; a Stansted c’è sempre vento e quindi devo rassegnarmi a un atterraggio movimentato.

La prima volta che presi questo volo mi dissi che con il tempo sarebbe diventato più semplice lasciare la mia bella Umbria. Me lo sono ripetuto costantemente, nel corso di questi 6 anni, ogni volta che mi sono ritrovata a guardare Assisi dal finestrino dell’aereo. Stavolta no, non me lo dico. Non me lo dico perché ho deciso di smettere di prendermi in giro. Non diventerà mai più semplice, ed è ora di accettarlo. Non sono più una ragazzina di 22 anni, ma una donna di quasi 30.

Questo è ormai il mio sesto anniversario a Londra ed è chiaro che la nostra è diventata una relazione tossica. Mi è già capitato di averne, di relazioni così, di quelle che ti chiedono troppo, costantemente, che ti prendono tutto quello che hai e ti restituiscono il tanto che basta per spingerti a rimanere. Sono almeno due anni che mi sono resa conto che il e Londra abbiamo ormai un rapporto del genere. Due anni che stringo i denti e che mi dico di andare avanti, un altro po’. Ma quand’è che diventa troppo? Quando arriva il momento di accettare che una relazione sia finita?

Ci ho messo tanto a capirlo, Londra in fondo mi ha dato tanto. Mi ha fatto realizzare sogni d’infanzia, di quelli che pensi che rimarranno sempre fantasie; mi ha permesso di raggiungere l’indipendenza desiderata; mi ha trasformata da una ragazzina a una donna e, soprattutto, mi ha fatto conoscere colui che tra pochi mesi diventerà mio marito.
Eppure, quando penso a Londra non vedo questo, non più ormai. Vedo gli addii, che devo dire così troppo frequentemente, vedo le giornate che passano sempre troppo velocemente, le ore perse in treno per spostarsi da un posto a un altro della città. Vedo il mio appartamento così piccolo che non mi permette di ospitare la mia famiglia a Natale, il mio compagno che prepara la cena tutti i giorni perché io rientro a casa alle nove di sera. Londra è, per me, un sacrificio giornaliero e questo non posso più permetterlo.

Allora perché rimanere? Ho sempre odiato le persone che si lamentano della propria vita senza fare nulla per migliorarla. Potrei trasferirmi in un’altra città del Regno Unito, una più piccola dove la vita non sia così frenetica. Non ho paura di ricominciare, dopo l’esperienza fatta a Bruxelles so che non sono troppo “vecchia’’ per farlo, che quella forza è ancora dentro di me. Cosa mi trattiene a Londra? L’incertezza.

Il 24 giugno il Regno Unito ha votato per uscire dall’Unione europea. Quel giorno ha avuto conseguenze enormi sulla mia vita. Non parlo di conseguenze economiche, che anche si sono già iniziate a sentire, con la sterlina che ha quasi lo stesso valore dell’euro, i prezzi che sono saliti a fronte di stipendi immobili. La conseguenza maggiore che la Brexit finora ha avuto sulla mia vita è stato il rendermi impossibile immaginarmi il mio futuro nel Regno Unito. Posso mai io, europeista convinta, vivere in un Paese dove la maggioranza (risicata) delle persone ha deciso di uscire dall’Ue? Posso vivere in un Paese con prospettiva di crescita per il 2019 superiore soltanto all’Italia? Ma soprattutto, mi permetteranno di viverci, in caso io volessi?

Il 24 giugno 2016 mi sono sentita profondamente delusa da un popolo e un paese a cui avevo dato tutta me stessa. Un popolo che mi era sembrato sempre politicamente più saggio e responsabile del mio e che invece si era fatto abbindolare da tante promesse che erano, e si sono rivelate, troppo belle per essere vere. Quel giorno mi sono sentita avvolta dall’incertezza. Tutto quello che avevo sperato di costruire nel Regno Unito sembrava venir messo in discussione. Quella villetta con giardino, dove avere finalmente cene di Natale con tutta la mia famiglia, avrei ancora potuto comprarmela? Aveva senso comprarsi casa in un paese quando non sapevo se sarei stata la benvenuta di lì a 2 anni e se, soprattutto, l’economia avrebbe retto a un tale shock? Aveva senso affrontare le spese di un trasloco da Londra quando forse avrei avuto bisogno di lasciare il Paese di li a poco?

Dicono però che possiamo rimanere. Poi dicono di no. Poi dicono che non è necessario richiedere ora la residenza permanente perché il processo dopo la data della Brexit sarà più semplice, ma tutti mi consigliano comunque di farla, non si sa mai. Ma attenzione, occorre mettere tutti i documenti necessari e anche qualcuno di più, perché non si sa mai che decidano di rifiutarla e allora sei nei guai. Il Paese crescerà dopo la Brexit per via della possibilità di scambi commerciali con altri paesi, ci ha ripetuto il governo. Ora però ci dicono di star facendo scorte di medicine e che ‘’ci sarà una quantità adeguata di cibo per tutti’’. Ci saranno 350 milioni di fondi in più per la sanità pubblica, avevano promesso. Due anni dopo, il sistema soffre del calo di arrivi di medici e infermieri europei ed è al limite del collasso. Così è continuata la nostra vita negli ultimi due anni e mezzo. Un bombardamento quotidiano di informazioni allarmistiche e contrastanti. Cosa fare quando non si sa dove andare? Come posso scegliere una strada o un’altra se non so dove conducono?

E così, vado avanti, un altro po’…solo un altro po’…o almeno spero.

Ho fede nella tua fede

Cercando casa il primo anno che mi sono trasferita a Londra, trovai un alloggio studentesco ad un paio di fermate della metro dalla mia nuova università, con vista sullo stadio di Wembley. Arrivata fisicamente sul posto, dopo qualche giorno mi accorsi che i tanti ristoranti e negozi vari del quartiere avevano un qualcosa di asiatico – particolarmente asiatico. Scoprii in breve che l’area era a predominanza indiana. Il che, però, non significa solo locali per il kebab in fila indiana sulla strada principale o vetrine di abbigliamento addobbate con Sari e Shalwar kameez.

Vicino alla grande arena di Wembley si trova il municipio, cuore dell’amministrazione e delle attività locali organizzate dal comune. All’interno dello stesso edificio, vi è la biblioteca. Non che mi aspettassi gli scaffali ricoperti di tomi in italiano con una striminzita sezione dedicata alle lingue straniere, ma camminare per la prima volta tra corridoio con libri in hindi, arabo, e polacco, fece comunque una certa impressione. Da allora, ho visitato altre tre biblioteche nello stesso municipio, e la storia si ripete, ora aumentando i ripiani per il turco, ora per il russo. Nella zona in cui mi trovo ora, ci sono molti volumi in portoghese, quasi eguagliati in numero da quelli in francese.

È in questa stessa zona che sono entrata per la prima volta in un tempio hindu, sulla medesima strada dove – a solo un paio di palazzi di distanza – si affaccia anche una moschea. Al di là del fiume Tamigi, verso sud, Vauxhall, nel quartiere dove stanno costruendo nuovi uffici per Google, la predominanza della popolazione è di colore. Ci sono più chiese cattoliche, evangeliste e del rinnovamento. Il carattere comunitario tra le famiglie è molto forte.

A due passi dall’Abbazia di Westminster si erge la Cattedrale di Westminster, la cui differente denominazione della fede è facilmente identificabile grazie al colore dei cartelloni esposti fuori, con nome e orari delle messe: rossi per cattolica, blu per protestante. La volta di questo edificio sembrerebbe un capolavoro di artista: nera come la pece, buia e cupa come l’inferno delle Scritture. Peccato che stiamo parlando del soffitto, dove il visitatore dovrebbe essere accolto dalle candide tonalità del paradiso. Non si tratta in effetti di un capolavoro: la volta, come altre cappelle laterali, non è finita. La Cattedrale di Westminster è la chiesa madre per i cattolici del Regno Unito, ma è stata costruita solo a partire dal 1895, ed i soldi necessari al completamento delle decorazioni interne sono ancora in fase di raccolta.

Viaggiando per qualche altra città dell’Inghilterra, il profilo del paesaggio rimane più o meno uguale. Non ci sono palazzi alti – anche nella capitale, i famosi grattacieli sono limitati alla City o alle periferie, dove si costruiscono nuove case in continuazione. Non ci sono cupole, ma guglie di chiese in stile gotico. Qualche volta si intravedono le statuine degli esterni dei tempi hindu. O, come vicino a Regent’s Park a Londra, le bianche e lisce mura delle moschee. Camminando nei quartieri nord della capitale, mi sono ritrovata a fissare continui flussi di adolescenti con payot e kippah, spesso seguiti da adulti con l’altro tipico cappello ebraico nero a falda.

Venendo da un paese cattolico come l’Italia – con libertà di religione sì, ma con una lunga storia e tradizione intessuta con la fede – una tale miscela di culti mi prese alla sprovvista. Come fare a combattere quelle vocine nella testa che scattano quando si sale su un autobus dove son sedute due donne con indosso un burqa, grandi occhiali, e guanti neri, che lasciano scoperto si e no qualche millimetro di pelle intorno agli occhi? In tutto questo mare magnum di pensieri, simboli, e architetture, una lezione si fa strada, un po’ alla volta, diventando convinzione, abitudine, e infine un credo in sé. Trovandosi in questo rimescolio di religioni, i vari nuclei approfondiscono la loro fede, vi aderiscono liberamente, cercando meno fantocci da attaccare, nemici da cui difendersi, barriere da innalzare, quanto una vera ancora a cui guardare.

Sarà per questo che mi è capitato di incontrare in questa terra dei cattolici piuttosto radicati – e qualcuno radicale – come pochi in Italia: alcuni quasi estremisti, ma tanti osservanti dal cuore aperto. Sarà per questo che camminare fianco a fianco con Musulmani non solo non mi mette a disagio, ma quasi non mi suscita più neanche quella necessità di esaminarne il vestiario. E portandomi dietro l’abitudine, mi sorprendo ora delle reazioni quasi di shock di amici e conoscenti nelle stesse situazioni lungo le strade di Roma. Sarà per questo che quando si fa il digiuno – per la Quaresima o per il Ramadan – non si deve ascoltare il tono canzonatorio dei compagni di tavola: fino a quando si tratta di scelta personale, tutto viene rispettato.

L’intenzione qui non è solo di fare un elogio alla libertà di culto. Alla base degli atteggiamenti osservati, si trova una forte comprensione di identità. La storia inglese è sempre stata caratterizzata dalla multiculturalità, e forse lascerebbe turbati se, dopo tutti questi secoli, ci si trovasse di fronte una società xenofoba – come qualche segnale è stato lanciato allo scoppio della Brexit. Questa è la loro identità: l’hanno abbracciata e ne han fatto uno stendardo. Qual è quella dell’Italia?

Sheffield si pronuncia come Vigata

Maggio 2018 ha segnato il ritorno sulle scene del gruppo indie rock Arctic Monkeys con il sesto album Tranquillity Base Hotel & Casino. Oltre ad un calendario pieno di date bloccate per un nuovo tour mondiale, la band è riemersa tra i media con performances live in talk shows, comparse radio e tv, nuovi video YouTube e via dicendo.
Qualche tempo fa, ho trovato un’intervista che il frontman Alex Turner aveva fatto con la presentatrice di BBC Radio 1 Annie Mac, a ridosso dell’uscita del nuovo disco. L’artista, mai stato famoso per esser piuttosto loquace, appare molto più sciolto e a suo agio rispetto al passato. Mi rendo conto allora – o meglio, me ne interesso veramente per la prima volta – di tutte quelle variazioni di pronuncia tipiche delle regioni centro-settentrionali dell’Inghilterra. La lampadina si accende in particolare alle ripetute “my house”, “my room”, con il pronome personale pronunciato /mɪ/ invece che /maɪ/.

Il che mi rimanda con la mente al mio viaggio verso Nord dell’anno scorso, dove il treno di parole chiuse degli abitanti di Newcastle mi faceva ridacchiare ogni tre per due. O, ancora più indietro nel tempo, a quando le vocali distorte della politica scozzese Nicola Sturgeon mi facevano sudare freddo, al pensiero che avrei dovuto fare un resoconto in classe di un dibattito di cui non avevo capito quasi nulla. Sappiamo bene che ogni nazione nella sua estensione geografica presenta numerose varianti linguistiche, non importante se piccola o grande – basti pensare alla Svizzera, che, con l’aggiunta della divisione in cantoni, offre un interessante panorama filologico.

Trovarsi faccia a faccia, orecchio a orecchio con queste differenze, può creare confusione, ma anche simpatia. Il patrimonio italiano tra quelli Europei, a mio parere, risulta ancor più originale per via dei substrati dialettali e per l’antica storia di evoluzione fonetico-grammaticale non solo delle regioni, ma di zone via via più piccole, tanto che sappiamo ci sono aree definibili isole linguistiche – vere e proprie isole del tesoro per gli studiosi!
Dialettale, però, nell’immaginario comune rimarrà sempre sinonimo di ignorante. Nel bel paese poi, in particolare se associato al Meridione.

«C’è una serie televisiva che a me piace tanto. Aspetta come si chiama…ah, si! Il Commissario Montalbano!» mi disse una persona nata e cresciuta in Inghilterra, con zero conoscenza della lingua italiana quando ci presentarono ed io rivelai la mia origine. Al sopracciglio alzato che mi scattò alla sua confessione, l’uomo mi chiese conferma che non si stesse confondendo con qualche altra serie, e se si trattasse proprio del poliziesco ambientato in Sicilia, fornendo poi ulteriori dettagli come il maldestro Catarella e l’abitazione sul mare del commissario. Cercando sul sito della BBC, effettivamente c’è un’intera pagina dedicata alla serie inspirata dai racconti di Camilleri, con tutti gli episodi in lingua originale, accuratamente sottotitolati in inglese.

La mia curiosità quel giorno è comune rimasta insoddisfatta: come apprezzare al cento per cento quel capolavoro che implica tante espressioni tipiche delle Sicilia? Non è una novità che opere in dialetto siano apprezzate al di là della frontiera. Colpisce però il fatto che continuino ad esserle – antiche e contemporanee – e, soprattutto, che questo avvenga spesso e volentieri proprio con quelle zone che disprezziamo in casa.

Tornando ai Monkeys, a Sturgeon e ai tanti nordici che lavorano, visitano, passano per la capitale inglese, per quanto la loro pronuncia regionale possa renderli qualche volta motivo di risatine, tuttavia li identifica per la loro provenienza e aggiunge alle conversazioni un argomento in più di cui parlare e confrontarsi. ‘Di dove sei?’, ‘Come mai qui?’, ‘Che cosa c’è di tipico lì?’, ‘Le ferrovie devono essere un vero dramma per raggiungere casa!’.
Fa riflettere invece quando in Italia la calata meridionale o l’accento settentrionale facciano scattare immediato il bollino di classe con conseguente assunzione di certi atteggiamenti. L’etichettatura, sembriamo rassicurarci tra di noi, necessariamente viene da stereotipi ben convalidati dai fatti di cronaca e dalle statistiche.

Welcome on board! Michelle Crisantemi – blogger #theitalians

Londra in questo momento è in fervore. La pausa pranzo è finita, la gente esce dai locali abbottonandosi il giacchino. Qualcuno sfrutta gli ultimi secondi di relax al parco. Ti passano accanto milioni di vite sconosciute, nella fretta non c’è neppure il tempo di guardarsi in faccia; eppure qui, il senso di comunità è fortissimo.

A raccontarci la vita quotidiana di una società multiculturale come Londra è Michelle Crisantemi, la new entry del team internazionale di The Italians. Classe 1989 di origini umbre, la storia di Michelle inizia con un semestre di studi a Barcellona, quando decide di lasciare definitivamente l’Italia. L’approdo a Londra, dove consegue un master in giornalismo presso l’università di Kingston e il diploma in giornalismo riconosciuto dal Consiglio nazionale per la formazione giornalisti (NCTJ), è solo il punto di partenza.

Il vocazione di Michelle è la scrittura: dopo alcuni stage in giornali italiani e inglesi come il The Times e l’Independent, al momento è ricercatrice presso una compagnia che si occupa di marketing e business intelligence nel settore europeo delle telecomunicazioni. Per The Italians inizia il suo blog Catene umane: uno spazio attuale dove parlare di comunità, solidarietà, società che cambiano e sentimenti in contrasto.

Michelle, welcome on board!

Ode ad Edimburgo

“Una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere meraviglioso.” (Christian Bobin)

 

É passato piú di un mese dalla fine della mia esperienza a Edimburgo, e sento sia arrivato il momento di dedicare un po’ di inchiostro (si, lo so che è un computer, ma si fa per dire) ad una città meravigliosa che mi ha regalato tante emozioni e nuove esperienze, ed a delle persone che continuano ad accogliere migliaia di sconosciuti come se fossero membri di un unico grande clan.

Per tutto il periodo del mio stage mi sono annotata le piccole peculiarità che mi colpivano di più su un paese che non avevo avuto l’occasione di esplorare più di tanto, e sulla cui storia i nostri libri di testo si concentrano poco, preferendogli la più rinomata storia e cultura Britannica. I miei appunti passano da grandi differenze – partendo da quelle climatiche fino ad arrivare a quelle umane – a delle piccolezze che ho avuto l’occasione di scoprire quasi per caso, come delle foglie spostate dal vento e posatesi davanti a me in attesa di una nuova folata.

Prima di tutto la gente è più disponibile: sono atterrata a fine settembre, giusto all’inizio della stagione piovosa – perché in Regno Unito la pioggia smette, non si aggira come una cappa minacciosa come raccontano le leggende metropolitane – con due valigie enormi, uno zaino da campeggio ed un altra borsa solo per i documenti. Ovviamente l’appartamento affittato qualche giorno prima (di corsa, perché chi fa le cose per tempo è fondamentalmente una persona strana) era in una di quelle belle case tipicamente georgiane di mattoni, quelle che sfruttano tutta la superficie del palazzo ed includono degli appartamentini deliziosamente bui nel piano interrato raggiungibili solo con delle piccole scalette di pietra. Levigata dalla pioggia e scivolose.

Ora, io sono una di quelle persone che già ha problemi a camminare normalmente – non ho mai sviluppato una buona percezione dello spazio, il che risulta spesso in ematomi, lividazzi e tagli che compaiono a sorpresa sul mio corpo – e i miei genitori mi hanno gentilmente dotata di due caviglie prone al piegamento: cercare di portare giù tutta quella roba da sola avrebbe solo dimostrato a Theresa May che anche io sono una di quelle immigrate che viene solo per sfruttare il sistema sanitario nazionale anche se involontariamente.

Chi abita a Londra sa bene che in una situazione del genere la soluzione è solo una, ovvero bisogna iniziare a pregare tutte le divinità disponibili nei vari deck religiosi del mondo e rimboccarsi le maniche. A Londra la gente non ha tempo di fermarsi, perché il tempo è denaro e perché i bus vuoti nella rush hour passano una volta ogni morte di Papa. A Londra vige la legge che ognuno fa per se. Vi dicessero mai il contrario le opzioni sono due 1) Vi stanno mentendo; 2) Hanno trovato l’unica zona dove questa regola non vale – se così fosse, fatevi dare precise indicazioni che così mi trasferisco subito.

Ricapitolando. Ero da sola, con 48 chili di valigie da portare giù per almeno 10 gradini, la pioggia che mi scrosciava addosso senza alleviare la calura che mi portavo addosso grazie al maglioncino di lana (“Ascolta mamma, che in Scozia fa freddo: copriti che sennò ti viene la febbre”) ed in una strada laterale senza l’ombra di un umano attorno. Potevo piangere, oppure risolvere la situazione con un approccio da cartone animato, poggiando la valigia sul fronte e lasciandola elegantemente scivolare per le scale. La riduzione la fatica valeva la cattiva impressione che avrei fatto con i vicini.

Ma poi, in distanza, con il suo cappellino alla Bob Marley, una giacca gialla che neanche io, che adoro il giallo, avrei mai osato comprare ed un paio di orrende scarpe a punta marroni, compare lui. Lui che pare uscito da una Brixton anni ‘70 attraversa la strada e mi domanda, con un accento fortemente Scozzese – del tipo: Braveheart mettiti in coda come alle Poste che senza bollettino un accento così non te lo danno – se ho bisogno di aiuto.

Avrei voluto abbracciarlo tanto ero sorpresa dalla sua offerta. La settimana prima ero a Londra con la mia migliore amica, mani piene di borse della spesa (e shopping, ma questa è un’altra storia) ed una caviglia dolorante e non un cane che avesse almeno avuto la cortesia di scostarsi per farci scendere dal bus. Lui aveva attraversato la strada. Il mio stupore nel raccontarlo dovrebbe farvi capire quanto ormai sono poco abituata a questi improvvisi atti di cortesia.

Le cose sono andate solo migliorando nelle settimane seguenti.

Appena arrivata in Inghilterra nel 2012, la cosa che mi aveva colpita di più erano le code spontanee create dai passeggeri in attesa dei bus pubblici. A Torino una cosa del genere sarebbe stata impensabile. Il mio liceo si trovava nel centro città, vicino ad un altro liceo ed una scuola media: immancabilmente, anno dopo anno, gli orari di uscita si allineavano perfettamente, risultando in una perenne lotta all’ultimo sangue per riuscire ad infilarsi in un minuscolo anfratto dell’automezzo per arrivare ad un’ora decente per pranzo. Il fatto che io stessi a meno di quindici minuti a piedi dalla scuola è un piccolo dettaglio.

Avanti veloce di quattro anni e mi ritrovo in Scozia, che nonostante sia sempre parte del Regno Unito – per adesso? Per ancora qualche anno? Chissà – è completamente diversa sia a livello climatico che a livello umano.

Le code per i bus sono intelligenti, anche più che a Londra: la mattina si guardano gli orari dei bus appesi alla pensilina, si calcola quale dei veicoli arriverà prima e ci si regola di conseguenza. Gli astanti in attesa del primo si mettono sotto la tettoia della fermata, mentre gli altri aspettano in coda contro il muro, inserendosi sotto la tettoia solo quando il primo gruppo ha passato l’attento esame del conducente. E così man mano che arrivano i bus, senza scambiare mai una parola, seguendo un piano ben chiaro quasi geneticamente parte della persona.

Altro tratto tipicamente scozzese è la costante voglia di aprirsi agli sconosciuti. Mentre a Londra i primi mesi possono essere molto difficili per i nuovi arrivati, a meno che non si conosca già qualcuno o si entri da subito in contatto con la propria comunità di appartenenza, in Scozia mi sono sentita subito a casa. In primo luogo perché mi è stato dato il tempo di abituarmi alla nuova situazione professionale in cui mi trovavo, e anche grazie all’aiuto dei miei colleghi che da subito si sono offerti di farmi esplorare la città insieme a loro. Mi hanno da subito fatto sentire una di loro, ed ancora adesso condividiamo sui social media un rapporto di amicizia molto forte.

Per quanto io sia solitamente introversa, mi faceva piacere conversare con i commessi e le commesse dei negozi del centro, o scambiare qualche chiacchiera con i cassieri del mio supermercato locale. A Londra c’è sempre un sacco di gente da servire, e mi rendo conto che il medesimo approccio non sia possibile in una così grande città, però ho molto apprezzato il poter scambiare due parole con la gente nei negozi senza dovermi preoccupare della ressa di gente in coda dietro di me.

Come ha detto mia sorella quando è venuta a trovarmi la prima volta a Edimburgo, la Scozia è molto più europea rispetto al resto del paese – anche se la sua metrica di paragone si basa fondamentalmente sull’aggiunta del cucchiaino insieme al suo caffè invece degli stecchini inutili di Starbucks per girare lo zucchero.

La sensazione che mi ha dato era molto simile a quella che provo normalmente quando torno a Torino. Un’ondata di acqua fresca, che rinvigorisce e rafforza, accompagnata da una rilassante sensazione di calma che purtroppo a Londra bisogna imparare a ritagliarsi nella routine più frenetica della capitale.

Una sensazione di casa.

 

 

 

 

SE ‘STAY HUNGRY’ E TU LO SAI…

Questo è un post molto sofferto – dove vi racconto del lato più banale se volete dell’Italian emigrato. Il lato quasi di hangover, quello dove le cose non luccicano in toni marmo bianco-oro rosa, del ‘welcome to my beautiful life’, ma dove nemmeno sono disperate. Sono e basta. La vita normale tipo, quella che magari non rafforza la convinzione che la vita all’estero sia un susseguirsi di party con la Regina d’Inghilterra e start-up rivoluzionarie. Noi Italians non siamo sempre in corsa disperata per il prossimo grosso passo/progetto – proprio no, e lo scopro a spese mie. Bravo Steve (Jobs), grazie millissime, ci dai queste idee (‘Stay hungry, stay foolish!’) e poi te ne vai e io non posso prenderti a schiaffi.

La fame che ho nella testa non è molto sana: è fatta di processi e attese come antipasti, ma cerca e sogna risultati come se fossero la sola portata principale. Ed è forse, in tutta onestà, un lato che devo affrontare con una buona dose di senso critico. Si finisce per vivere all’estero come un avamposto di se’ stessi, con un bagaglio di amicizie e famiglia sempre più leggero come presenza fisica, che rimane sparso a incastro su altre latitudini e zone orarie. Ci vuole, e lo ammetto con orgoglio, una buona dose di testardaggine e determinazione per non restare troppo fermi in un posto.

Perché quando ci si ferma, si pensa. Nel mio caso, si pensa troppo. “E ora che sono qui dove volevo essere?” Non che abbia vissuto, fino ad ora, lo studio in Asia, in America, il lavorare in Europa (continente e non, per stabilirsi poi nell’isola del ‘non’) col fiato sospeso di chi deve ingozzarsi senza un domani, senza valutare e riflettere. Per carità, spesso negli ultimi anni è stato il contrario: un susseguirsi di riflessioni, riflessioni ponderate ma lampo perché spesso dettate da scadenze, opportunità che se non afferri al volo che fai, aspetti?

Io sarei capace di smettere di preoccuparmi soltanto se mi dessero una botta forte in testa. Chill. Ma che chill. Nella mia fretta di fare e ansia di arrivare, quei continui scatti da centometrista disperato, non mi sono quasi mai chiesta cosa sarebbe significato stabilizzarsi a un passo più mantenuto, da corsa lunga.

Diventa la vita di tutti i giorni, dettata da ritmi che non conoscevi ancora quando tutto era un susseguirsi di appelli e aerei da incastrare, bandi e graduatorie, piani studio e stage extracurriculari, serate di aperitivi e (finte) clausure in biblioteca. Anche se sei all’estero, diventi quell’imperturbabile individuo che sono stati, a loro tempo, i tuoi genitori, quando non ci si spiegava bene la loro assenza per sette, otto, nove ore al giorno dal lunedì al venerdì.

Ora che la carriera si avvia, il passo è cambiato, con orari da ufficio, carichi di lavoro in salita e impegni extra fissi e sobri di ogni settimana (la palestra, la birra con gli amici, i mestieri della domenica, le uscite per ‘fare due passi e sgranchirsi’). Nella mia isola di ogni giorno, mi sono ritrovata a non poter più organizzare ogni mossa da un mese per l’altro, a non dover fare magie per incastrare le mie famose ‘cose a caso’, ad avere sempre meno imprevisti, meno ignoto con cui misurarmi e meno domande di breve termine.

Io, ovviamente, dovendo problematizzare ogni cosa, vedo questa nuova fase con occhio sospetto. Fatico a cambiare quella parte frenetica che mi ha portato a Londra. E quindi, e quindi… Annaspo in cerca di sbocchi, oltre a tutta la dedizione che posso mettere nel mio lavoro: il volontariato, il book club, riprendere in mano lo studio di altre lingue, e se il dio Amazon mi sorride e non perde il mio pacco, pure il punto e croce. Il tutto per dire che ho scoperto una nuova virtù, che poco mi appartiene: la pazienza. Ma non la pazienza mordi-e-fuggi, dove poco manca a quello per cui si pazienta e in fondo si vede l’obiettivo, con quella mi sono sempre misurata. Piuttosto, la pazienza che non ha un vero volto, che si traduce nella laboriosità di ogni giorno, concedendo che questa a volte possa essere ripetitiva, nel trovare ispirazione, idee, capitale di tempo ed energie da spendere in progetti propri di ambizione e arricchimento.

La decisione di vivere all’estero si sta sedimentando con implicazioni che non erano visibili finora – in fondo è tutta questione di imparare e scoprirsi, o sbaglio? De-romanticizzando finalmente il mio status di Italian, in cui sono sicuramente molto meno glamour della studente-stagista cosmopolita di fino a un anno fa, mi rendo conto che sono qui per costruire, non per sbocconcellare. Sto navigando contro il mio cortocircuito dell’ ‘hungry and foolish ad oltranza’, e riscoprendo una Italian che quasi non conoscevo, ma con cui spero potrò convivere a lungo, sia in tempo di valigie sia in tempo di pace.

Welcome on board! Ambra Savoldi – blogger #theitalians

Buone nuove per The Italians! Oggi vi presentiamo Ambra, nuova blogger del team internazionale The Italians! Entusiasta, piena di energia e sì, diciamolo, anche divertente! Siamo sicuri che il suo blog The Italians vi appassionerà!
 
Ve la presentiamo così… Ambra, classe 1991 (Brescia), scrive da Londra, dove si è stabilita dopo quattro anni intensi di studio tra Italia ed estero. Si è laureata con lode alla Triennale di Mediazione Linguistica in Cattolica nel 2013 e alla Magistrale in Scienze Internazionali a Torino, nel 2015 studiando – nell’ordine – anche in Cina, Stati Uniti, Inghilterra e Belgio. Praticamente, con una valigia ai piedi del letto dal primo anno di università, fino ad oggi, dove quella valigia è appena finita in soffitta a tempo (per ora) indeterminato.
 
‘Italian’ irrequieta e ambiziosa, durante gli studi ha maturato esperienza di lavoro in università, charity e think tank curiosamente, sempre in terra straniera. Attualmente lavora come Analyst in una società di consulenza globale nella capitale inglese, ancora indecisa sulla carriera da intraprendere, chiedendosi molti ‘come’, pochi ‘dove’ e spesso persino qualche ‘cosa’. Certamente energia ed entusiasmo non le mancano: è appassionata di politica internazionale, arte e letteratura, e una lunga lista di altre cose grandi e piccole che descrive bene come sia una persona in ricerca di nuove fonti di ispirazione.
 
Welcome on Board!!

L’ennesimo italiano a Londra?

Diciotto mesi. Ogni tanto sembra passato un secolo, altre volte sembra ieri. Biglietto di sola andata per Londra, valigia strapiena di aspettative, curiosità e qualche timore. E una domanda su tutte: avrò fatto la scelta giusta?

La possibilità di trasferirsi in pianta stabile all’estero c’era già stata, qualche anno fa, dopo la fantomatica esperienza Erasmus. Quella volta però aveva prevalso la volontà di restare in Italia, appena sprofondata nella crisi globale. Restare per aiutare il Paese a crescere, nonostante tutto. La frase “se tutti i giovani se ne vanno, chi farà ripartire l’Italia?” che risuonava come un mantra. A sei anni di distanza, però, quel mantra era diventato troppo flebile, e con lui erano scomparse tutte le energie. L’imperativo era ritrovare gli stimoli. Restare o andare? Avrà senso essere l’ennesimo italiano a Londra?

Lasciare il proprio Paese a 30 anni per ricominciare da zero altrove può essere tanto elettrizzante quanto terrificante, sia che si tratti di una scelta che di una necessità. Soprattutto se si abbandona l’Italia, dove a 30 anni si è spesso considerati dei giovani appena usciti dall’università, e si approda in Gran Bretagna, dove invece a quell’età si possono avere alle spalle già sei o sette anni di solida esperienza lavorativa. Il tutto diventa meno terrificante, però, se in pochi mesi si riescono a provare sulla propria pelle aspetti del mondo del lavoro come la meritocrazia e le possibilità concrete, che fino ad allora erano rimasti concetti astratti e nebulosi.

Un anno e mezzo e diverse soddisfazioni dopo, molti dei dubbi della partenza hanno trovato una loro risposta. Londra si fa amare facilmente, nonostante la vita frenetica, i cieli grigi, gli onnipresenti chicken shop e tutti gli altri cliché vari ed eventuali. Perché in fondo Londra è tutto e il contrario di tutto e sta a te cercare la nicchia dove realizzarti e sentirti a casa.

Paradossalmente però, nonostante tu ti senta a tuo agio nella cultura anglosassone e nella la tua nuova città, continui a chiederti come sarebbe stato se fossi rimasto. Una domanda che va ben oltre a quelle abitudini e quei luoghi profondamente italiani di cui senti la mancanza. Continui a chiederti come sarebbero andate le cose se le idee e le energie della tua generazione non fossero state, loro malgrado, disperse in mezzo mondo, ma avessero avuto la possibilità di svilupparsi laddove erano nate. Vedere la stragrande maggioranza dei tuoi amici più brillanti che scrivono dalla Germania, da Hong Kong o da chissà dove, non può che ricordarti ogni giorno di una grande occasione persa da un Paese che, nonostante i suoi difetti, tutti amiamo profondamente.

Improvvisamente quindi ti ritrovi a parlare poco di quanto tutto in patria faccia schifo e molto più spesso di quali siano i suoi tanti aspetti genuini e vincenti. Che tu stia parlando con un connazionale più disilluso di te o con un amico britannico, diventa quasi una missione ricordargli che l’Italia non è solo pizza mafia e mandolino. Dal design Made in Italy alla ricerca scientifica, dalle arti all’innovazione, l’Italia è molto più degli stereotipi che si porta dietro. E ti ritrovi a fantasticare sul giorno in cui, forti di questa consapevolezza e di un’esperienza internazionale, tutti i “cervelli in fuga” torneranno a casa. “Sky is the limit”, come direbbero qui.

 

 

Intervista a Maria Chiara, produttrice cinematografica a Londra.

Una storia al mese, questa la nuova rubrica The Italians. Una volta al mese intervisteremo un Italians in giro per il mondo, giovani (e non solo) che vivono, studiano o lavorano all’estero. Piccole grandi storie di quell’eccellenza italiana all’estero e che ci piacerebbe veder crescere in Italia, senza fuggire via.

Perché allora non cominciare questa rubrica con la storia di un Italians che da anni vive nella meta preferita dai ragazzi italiani? Ecco a voi Maria Chiara, giovane Italians a Londra (ormai da parecchio…). Lei non è fuggita via, non è scappata, ma scopriamo insieme la sua storia e cosa pensa Maria Chiara dell’Italia e non solo.

Maria Chiara Ventura ha 26 anni, nata e cresciuta a Roma, si trasferisce in Gran Bretagna a soli 19 anni: prima a Bristol, dove per 3 anni ha studiato Sociologia all’ University of Bristol e poi a Londra per il master in Producing alla National Film & Television School, finito nel 2013. Ora Maria Chiara lavora per una casa di distribuzione cinematografica e allo stesso tempo produce film corti, alcuni di quali hanno vinto alcuni premi in vari festival in UK e USA.

E allora ciao Maria Chiara! Raccontaci com’è andata la tua storia made in UK.

La mia storia é un po’ particolare, nel senso che non sono scappata dall’Italia per necessità, sono sempre stata attratta dall’Inghilterra (non so neanche dire perché ma la lingua, la musica e la letteratura inglesi le ho sempre sentite mie…) e ho deciso di venire a studiare qui già da quando ero al liceo. Infatti é proprio per questo che a Roma avevo scelto di frequentare il Liceo Europeo, pensando che mi avrebbe aiutata o comunque dato maggiori possibilità. Verso i 16 anni, quando si trattava di concretizzare la scelta dell’università, ho iniziato a fare un po’ di ricerche ed ho optato per sociologia, dato che pensavo di voler fare la giornalista. Ho poi scelto le università a cui fare domanda in base alle graduatorie nazionali e durante l’ultimo anno di liceo ho fatto domanda a sei università diverse, tra le quali poi ho scelto Bristol. Da lì non mi sono mai guardata indietro e, avendo sviluppato l’amore per il cinema e per la produzione grazie alle mie attività  extracurriculari all’università, ho deciso di buttarmi sul cinema. Ho quindi fatto domanda per il master a varie università in America e Inghilterra, riuscendo alla fine ad ottenere uno degli 8 posti al Master di Produzione alla NFTS. Dopo due anni alla NFTS ho fatto internships varie, lavorato sui set di film indipendenti ma anche di blockbuster come Frankenweenie e Alice In Wonderland 2: Through The Looking Glass (che uscirà nel 2016) e ora lavoro in distribuzione ma anche come produttrice indipendente, per ora di film corti e poi, si spera, anche di lungometraggi…

Cos’è che a Londra hai trovato – o pensavi di trovare – e che in Italia non vedevi, o magari non c’era proprio?

Come ho detto in realtà originariamente dall’Italia non sono andata via perché non trovavo, ma più che altro perché ero affascinata dall’Inghilterra e pensavo che la mentalità di qui fosse più adatta al mio carattere e la cultura più aperta ai miei interessi personali… come infatti e’ stato.

Intendi tornare a Roma prima o poi o la tua casa ormai é Londra? Come mai?

E’ da quando avevo 16 anni che volevo vivere a Londra e appena mi sono trasferita, a 22, mi sono subito sentita a casa e devo dire, non ho mai smesso. Mi piacerebbe poter lavorare di più con l’Italia, ma non credo che potrei tornare in pianta stabile, almeno al momento. Da un punto di vista professionale é complicato perché il mio lavoro si basa sui contatti e tutti i miei contatti sono qui, sia per quanto riguarda la parte di “business” dell’ industria cinematografica (case di produzione e di distribuzione, talent agencies, investitori, registi e sceneggiatori emergenti con cui collaborare…) che quella più tecnica: se dovessi produrre un film, anche un corto, in Italia non saprei a chi rivolgermi! In più farei fatica a tornare perché da un punto di vista personale mi sentirei “indietro”: per motivi spesso logistici la maggior parte delle volte, i film che escono in qui non escono in Italia per mesi; amo andare a teatro ma a Roma non trovo la stessa enfasi sul teatro che c’e’ a Londra (certo, ci sono ottimi teatri, ma a Londra l’intero West End e’ pieno e gli spettacoli hanno spesso come protagonisti star internazionali che purtroppo per la barriera della lingua, a Roma non potremmo avere). Inoltre amo i concerti, cerco di andare almeno una volta ogni due mesi, e spesso gli artisti che interessano a me in Italia non arrivano proprio oppure si fermano a Milano… insomma, non é colpa dell’Italia, ma abbiamo “interessi diversi”. Di certo mi fa sempre piacere tornare (soprattutto d’estate!) e sono fiera di poter chiamare “casa” due città fantastiche come Roma e Londra, ma le due mi danno cose diverse.

Sappiamo che hai studiato in UK, ma avrai sicuramente ancora molti amici a Roma che ti racconteranno delle loro (dis)avventure accademiche e professionali, cosa pensi che manchi all’Italia per dare ai ragazzi un adeguato impiego? E quali sono secondo te le motivazioni di quella che possiamo chiamare una vera e propria migrazione di massa?

Sinceramente non riesco a dare un  parere, molte delle mie amiche alla fine si sono spostate/ si stanno spostando o pensano di spostarsi, ma questo é dato anche dalle scelte di vita (e di percorso) che hanno fatto – lo studio del diritto internazionale oppure essersi specializzate in campi di ricerca che in Italia purtroppo non ricevono abbastanza fondi. Non mi sento di poter colpevolizzare l’Italia perché io in realtà non ho mai cercato lavoro full time, però quello che ho visto e sentito in Inghilterra é che c’é più flessibilità sin dall’inizio: fin dal liceo i giovani sono spinti verso le materie che più interessano e in cui riescono meglio, cosa che li guida poi verso un percorso universitario e lavorativo più ampio, da noi sembra che se si vuole trovare un lavoro si possa studiare solo legge, economia e medicina, le altre lauree vengono quasi derise… cosa che poi in realtà diventa spesso controproducente, dato che avendo tutti la stessa laurea, la competizione diventa problematica. In Inghilterra arrivano a lavori di altissimo livello (e alto compenso) anche persone che ha studiato storia, filosofia o lingue, e in fatti l’enfasi non é sulla materia studiata ma sugli “skills” e le esperienze di vita accumulati durante il percorso formativo, non solo nello studio ma anche durante esperienze lavorative, di volontariato o anche semplicemente viaggi.
La migrazione di massa credo sia il prodotto di vari fattori: una frustrazione data dal doversi inserire in un mercato del lavoro che quasi ti rigetta piuttosto che chiamarti ad entrare, ma anche da fattori positivi come il costo dei viaggi che si é abbassato notevolmente, le frontiere europee aperte e il fatto che noi italiani, a differenza degli inglesi, spesso parliamo due o addirittura tre lingue.

Credi che in Italia la meritocrazia sia un concetto ormai perduto? E a Londra, lo studio e il duro lavoro pagano?

Di nuovo, non ho abbastanza esperienza per poterlo dire, spero di no. Quello che posso dire e’ che certe dinamiche esistono anche qui, nel senso che anche qui nepotismo e raccomandazioni mandano avanti chi ha meno esperienza… Per esempio, Bristol e’ una delle università migliori del paese,ma se ci si trova a competere con qualcuno uscito da Oxford e Cambridge, anche con meno esperienza e che magari ha studiato una materia che non c’entra nulla con il lavoro in questione, spesso e volentieri questi ultimi avranno la meglio. Senza contare che io, anche dopo un master a quella che l’Hollywood Reporter ha definito “the best film school in the world”, ho dovuto lavorare gratis per un anno e poi lavorare sul set iniziando dal basso, vedendomi a volte passare avanti persone con il curriculum meno pieno ma con l’albero genealogico giusto. In più qui c’e’ un’ulteriore suddivisione che in Italia non é altrettanto sentita: la classe sociale. Mi ci sono voluti anni per capire come questa pervadesse la società inglese: qui una persona viene “schedata” in base al proprio accento, a che tipo di scuola é andata, se é cresciuta in campagna o in città (e in quale campagna e in quale città!), e forse poi questa suddivisione non sarà utilizzata, ma ci sarà sempre una consapevolezza del fatto che la persona con cui si sta parlando é “posh” oppure “common”, soprattutto in ambienti considerati elitari come l’industria del cinema.
Forse quello che però bilancia questo aspetto e che viene insegnato qui (e con cui io all’inizio ho faticato a confrontarmi, forse proprio perché culturalmente diverso da ciò a cui ero abituata) é che se vuoi una cosa, un lavoro, devi andartelo a prendere. Il networking é incoraggiato, come anche il mettersi in contatto direttamente con le persone o aziende per cui si vuole lavorare. I giovani di qui hanno spirito di intraprendenza e una sicurezza di sé nel campo lavorativo che a noi non vengono insegnate. Forse é data dal fatto che loro iniziano a lavorare e fare “internships” dall’eta’ di 16 anni, per cui quando finiscono l’università hanno già una conoscenza delle dinamiche del mondo del lavoro e dei contatti e delle esperienze con cui iniziare ad orientarsi, cosa che a noi manca.

 

Credi che se non fossi partita, il tuo attuale stile di vita e la tua carriera sarebbe state le stesse? Avresti avuto le stesse opportunità?

Non credo proprio. Di certo non mi sarebbe venuto in mente di lavorare nel cinema, una cosa che in Italia vedevo come un hobby ma non un “lavoro”. Grazie al sistema universitario inglese, che oltre alla materia in sé permette e incoraggia a concentrarsi e coltivare i propri interessi attraverso attività extracurriculari ben organizzate e soprattutto incentivate dalla stessa università, permette di scoprire le proprie passioni ma anche di iniziare “sul serio”. Il fatto di essere partecipante attivo in una society dell’università (che può comprendere qualsiasi interesse e hobby, dalla società del teatro a quella della musica rock fino a quella della birra artigianale…) é considerata un’esperienza arricchente che viene messa sul CV a testimonianza di una molteplicità di interessi e di intraprendenza nel perseguire le proprie passioni. Ma non si tratta solo di trovarsi a giocare a scacchi o parlare di fumetti una volta a settimana, sono spesso esperienze formative tenute poi in considerazione nel mondo del lavoro. I giornali dell’università, per esempio: a Bristol a volte scrivevo articoli e recensioni per la sezione musicale del giornale e quella che al tempo (solo sei anni fa) era la mia redattrice, ora e’ una giornalista musicale e scrive per importanti siti e giornali come Pitchfork, NME, Guardian e Rolling Stone. Insomma, a differenza da quella che mi sembra l’università italiana, quella inglese e’ una vera e propria esperienza formativa a 360 gradi, piena di opportunità che sta poi alla persona cogliere (certamente c’é anche chi passa i tre anni solo a ubriacarsi, ma il fatto che ci sia un limite fisso di anni in cui si può rimanere io lo trovo positivo).

 

E ora dicci… Quali sono le differenze che hai potuto toccare con mano o che puoi osservare, tra Roma e Londra?

Vedi risposta 3, ma anche… Amo Roma ma la trovo un po’ stagnante, non sento lo stesso clima di innovazione e continua ricerca di qualcosa di più. Per alcuni Londra può essere estenuante: troppa gente, troppo lavoro, troppo grande, troppa scelta, troppi estremi… ma io, personalmente la preferisco. A Roma si può andare avanti quasi per inerzia, a Londra se non ti dai da fare resti indietro. Anche forse a causa della cultura inglese c’é molto pressione, ci si chiede continuamente “sto facendo abbastanza? Ho raggiunto gli obiettivi che, considerata la mia eta’, dovrei aver raggiunto?”…e’ stressante e frenetico come clima, però anche molto stimolante.

 

Cosa pensi che manchi all’Italia per riportare le proprie eccellenze a servizio del Paese e cosa dovrebbe fare, secondo te, per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)?

Io credo sia una questione di mentalità diverse. Noi Italiani abbiamo molti pregi, siamo intraprendenti e flessibili, ci adattiamo bene, e abbiamo una cultura generale che a molti Europei (soprattutto gli inglesi), spesso manca dato che loro tendono a specializzarsi piuttosto che avere una visione d’insieme. Eppure da un punto di vista lavorativo siamo più indietro, quello che secondo me manca sono legami più  forti tra l’istruzione e il mondo del lavoro. Gli inglesi su questo vincono perché, come ho detto, iniziano prima.
Forse farebbe bene anche noi poter iniziare a fare esperienze lavorative dai 16 anni, per renderci conto di quello che ci aspetta dopo e di come uscire dall’università senza trovarci persi e confusi in un ambiente che sembra non ci voglia nemmeno. Certo anche lo stato potrebbe aiutare: per esempio qui le società vengono incoraggiate ad assumere giovani come “trainees” o “apprentices” e parte del loro salario é coperto dallo stato… ma questo presupporrebbe pagare più  tasse, quindi alla fine dovrebbe essere uno sforzo comune, una presa di coscienza pubblica. Inoltre, quello che a me piace della Gran Bretagna é la flessibilità nella formazione: il basarsi sulle capacità ma anche sugli interessi dei giovani piuttosto che cercare di farli entrare tutti nelle stesse tre o quattro categorie.


Quanto pensi sia grave questo fenomeno? Cosa pensi, personalmente, di questa continua fuoriuscita di talenti?

Io non credo che la migrazione in sé sia un problema, alla fine siamo cittadini europei ed il fatto di poterci spostare dove ci troviamo meglio o dove le prospettive ci sembrano migliori e’ uno dei motivi per cui l’Europa é stata fondata, ma é anche frutto di un’intraprendenza da parte nostra che altre popolazioni magari non hanno.
Questo infatti va detto: il fatto che gli inglesi non si spostino altrettanto non é dato solamente dal fatto che sono necessariamente felici della propria situazione, i giovani faticano anche qui, ma spesso sono costretti a cercare soluzioni alternative e spesso non ottimali, ma non si possono (o non si vogliono) spostare anche perché non conoscono una seconda lingua.
Certo, la mia e’ una posizione particolare e privilegiata, non me ne sono andata per necessità ma perché volevo, rimango comunque fiera di essere Italiana, semplicemente qui ho trovato un’ambiente più consono alla mia personalità e alle mie esigenze, che ovviamente sono diverse per ciascuno.


Concludiamo con un’enorme grazie a Maria Chiara per averci regalato un po’ del suo tempo ed aver condiviso con noi la sua esperienza e le sue opinioni. In una sola intervista abbiamo parlato di tante cose: dalla voglia di partire, al mancato collegamento – in Italia – tra formazione e mercato del lavoro, topic affrontato anche dal nostro team formazione e del quale potete consultare analisi, ricerca e proposte nel nostro policy lab. Ora però sta a voi dirci la vostra! Siete partiti anche voi? Lottate per le vostre passioni e il vostro talento? Raccontaci la tua storia, lasciaci un commento o mandaci pure una mail, The Italians non vede l’ora di condividere le vostre storie!